un racconto crepuscolare (Singolarità di una ragazza bionda)


recensione del film:
SINGOLARITA’ DI UNA RAGAZZA BIONDA

Titolo originale:
Singularidades de uma Rapariga Loira

Regia:
Manoel de Oliveira

Principali interpreti:
Ricardo Trepa, Catarina Wallenstein, Diogo Dória, Julia Buisel, Leonor Silveira. – 64 min. – Portogallo, Spagna, Francia 2009.

Si tratta di un film riproposto in questi giorni da alcune sale italiane, in concomitanza con la presentazione a Venezia dell’ultimo lavoro (fuori concorso) di Manoel de Olveira. Questo fu girato, invece, dal vetusto regista portoghese nel 2009, quando aveva “solo” 101 anni. Si tratta di una breve pellicola di 64 minuti, ispirata da una piccola novella dello scrittore Eça de Queirós, composta nella seconda metà dell’800. Oliveira ne ha scritto la sceneggiatura, ammodernandone il contenuto per renderlo più accettabile oggi: ha aggiornato gli abiti dei protagonisti, le citazioni storiche (che arrivano fino a Salazar), il viaggio (che avviene su un treno ad alta velocità). Ha mantenuto, però, una certa patina di antico, evidente nel leggero seppiato del colore, nella rappresentazione di una Lisbona immobile e sonnacchiosa, ma soprattutto nella descrizione di datati rapporti familiari (zio e nipote si danno del lei) e di una fanciulla misteriosa, che ama celarsi dietro la fila doppia delle tende di seta e anche nascondere parzialmente il bellissimo volto con un ventaglio cinese di raffinata fattura.
Ne è emerso un lavoro abbastanza interessante, connotato da un carattere malinconicamente crepuscolare, anche un po’ nostalgico, in cui ricostruendo il suo innamoramento per la bella e misteriosa dirimpettaia e le ragioni della delusione che ne seguirà, il giovane Macario, rievoca con parole semplici e dimesse la sua condizione di povero, costretto proprio dall’indigenza a procrastinare la realizzazione della passione amorosa fortemente e ingenuamente idealizzata. Numerose le citazioni ciinefile buñueliane: il racconto durante un viaggio in treno (Quell’oscuro oggetto del desiderio); un religioso che gioca d’azzardo (Il fantasma della libertà); lo sfondo di una città immobile e sonnacchiosa (Tristana), che confermano, come era già accaduto per l’opera più esplicitamente e dichiaratamente buñueliana (Belle toujour, pallidissimo e normalizzante seguito di Bella di giorno), l’ammirazione di Oliveira per il grande maestro spagnolo, ma anche la sua totale incomprensione della sua opera, potentemente trasgressiva e profondamente estranea al suo cinema.

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