sesso e solitudine (Shame)


recensione del film:
SHAME

Regia:
Steve Mc Queen

Principali interpreti:
Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware,Lucy Walters, Robert Montano, Anna Rose Hopkins, Jay Ferraro, Mackenzie Shivers, Alex Manette, Briana Marin, Frank Harts, Kate Dearing, Wenne Alton Davis, Eric Miller, Stephane Nicoli, Carl Low, Neal Hemphill, Mari-Ange Ramirez, Rachel Farrar
Gran Bretagna, 2011 – 99 minuti
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Di Brandon (Michael Fassbender), giovane di origine irlandese, della sua storia e dei suoi trascorsi familiari e amorosi, il film non ci dice nulla, perché il regista entra immediatamente “in medias res” e ci presenta il personaggio nella sua dimora newyorkese, alle prese con le operazioni quotidiane fra il risveglio, la doccia e l’ufficio. Più avanti incontreremo la sorella, la graziosa Sissy (Carey Mulligan), cantante nei locali della notte newyorkese, inquieta e insicura, che si rifugia a casa di Brandon, non sapendo dove andare per un incontro amoroso. Sapremo da lei di un primo soggiorno nel New Jersey, e del successivo stabilirsi a New York, breve tragitto, ma indizio di una posizione sociale certamente migliorata. Di fatto l’appartamento di Brandon è bello e luminoso, con vista sulla metropoli davvero bellissima, così come è bellissimo il panorama della città dai piani alti dell’edificio dove Brandon lavora: una fra le città più affascinanti del mondo.
Lo scenario è però anche quello delle tragedie personali di Sissy e di Brandon, persone fondamentalmente sole, alle prese con i loro problemi: la piccola Sissy, porta, nelle numerosissime cicatrici sulle braccia, i segni di un più volte reiterato tentato suicidio; il giovane Brandon nasconde sotto il bel volto, apparentemente sereno, l’ossessione che, come una droga che ha ormai prodotto assuefazione, lo spinge in modo incontrollabile alla ricerca del piacere sessuale, senza badare al come, al dove, al quando, al con chi. La conseguenza di questa irrefrenabile foia è il degrado nei rapporti umani e sociali, che affiora alla coscienza, soprattutto quando alcuni fondamentali episodi lo portano a provare vergogna di sé e dei suoi comportamenti, poiché contribuiscono a isolarlo dalla sorella, dalla gente dell’ufficio, nel quale egli occupa una posizione eminente, nonché da ogni vero rapporto d’amore, per il quale la sua esuberanza sessuale si mostra per quello che è, cioè miserabile e insufficiente. La condanna alla solitudine più profonda e l’infelicità crescente vengono sottolineate dal colore sempre più livido della pellicola, dal prevalere della NewYork notturna dei locali malfamati e ancora una volta frequentati in un crescente “cupio dissolvi” senza sbocco.
Il regista racconta con l’eleganza e la freddezza necessarie a un soggetto così scabroso la discesa agli inferi del protagonista, avvalendosi della stupenda recitazione di tutti gli attori, soprattutto di Michael Fassbender, perfetto nella difficilissima parte dell’erotomane sempre più turbato e della tenera Carey Mulligan, brava anche come cantante (come è struggente sentirla in NewYork, NewYork!), che ha compreso come attraverso il corpo si possano trasmettere, se si vuole, parole di solidarietà accogliente e di affetto, quelle proprio che vorrebbe sentire intorno a sé.