la vita è tutta un kitsch (Reality)


recensione del film:
REALITY

Regia:
Matteo Garrone

Principali interpreti:
Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Nello Iorio, Nunzia Schiano, Rosaria D’Urso, Claudia Gerini, Giuseppina Cervizzi, Raffaele Ferrante
– 115′ – Italia 2012.

Pare che già Pitagora, aggirandosi fra i banchi del mercato di Siracusa, esclamasse: “Di quante cose posso fare a meno!”  Nella società di oggi sono aumentati a dismisura i prodotti di cui “si può fare a meno”, per dirla col filosofo siracusano, cosicché siamo circondati da imbonitori che, grazie alle TV, ai call center,  ma anche, come ci dice il film, grazie a organizzazioni più casalinghe di vicini di casa non proprio onestissimi, cercano di riempire le nostre case di oggetti inutili, illudendo i più sprovveduti di noi che otterranno, insieme alle merci, anche il prestigio dei ricchi, con cui credono di condividere l’accesso a consumi affluenti. Il film ci mostra, a questo proposito, un gruppo di anziane donne napoletane che acquistano un raccapricciante robottino da cucina, a forma di pupazzo, senza sapere come far fronte alle rate che verranno. Molto più del robottino, però, è l’incipit straordinario del film a rappresentare molto bene la realtà grottesca e insieme repellente del mondo di inganni a cui la televisione, acriticamente guardata, può abituare le persone più semplici, che sono indotte a scambiare un fittizio paese dei balocchi con la realtà quotidiana e ad assumere perciò  le favole televisive e il inguaggio di queste come modelli da imitare indiscutibilmente. In un lungo piano sequenza, ci viene rappresentato il matrimonio di una giovane coppia, come una vera messa in scena kitsch, con tanto di cocchio finto-settecentesco, cocchieri in costume d’epoca e maggiordomi con parrucca finto-incipriata. Il procedere di questa carrozza sulla strada asfaltata, congestionata da un molto attuale e prosaico traffico di auto, che ci riporta alla realtà, è accompagnato dal movimento di avvicinamento dall’alto verso il basso della cinecamera che segue gli sposi fino al loro ingresso in chiesa, dove, accolti dalla musica ottocentesca della Marcia nuziale di Mendelssohn, arriveranno all’altare, con un effetto insieme comico e spiazzante, per l’intersecarsi degli anacronismi stridenti di abiti, parrucche, musica, auto e carrozze che diventano lo scenario involontariamente ridicolo dell’evento. Ancora molto interessante la scena del banchetto, a cui è presente  uno speciale invitato d’onore: un ex vincitore del Grande Fratello, trasmissione che gli ha fatto guadagnare un po’ di soldi, e che gli ha dato la fama sufficiente per partecipare, a pagamento, alle cerimonie a cui viene invitato nel tripudio generale. Sono scene davvero sconvolgenti, ritratti impietosi della volgarità pacchiana che ha stravolto antropologicamente (profeta inascoltato, il grande Pasolini!) il nostro paese, non solo Napoli, che è la città in cui si svolgono le vicende del film.

Proprio durante quel banchetto nuziale, nasce la conoscenza fra il “divo” del Grande Fratello e il protagonista della storia che il film narra, quella di Luciano (Aniello Arena). Costui, nella vita, oltre a gestire una pescheria, in una ex bellissima piazza di Napoli, su cui domina un ex bellissimo palazzo, ormai fatiscente, si occupa con la moglie, in modo non proprio limpido, di vendere i robottini alle vecchiette. La sua aspirazione segreta è, però, quella di approfittare dell’incontro col “divo” per essere introdotto nel mondo del Grande Fratello, cioè là dove si muovono uomini e donne alle prese con i problemi virtuali di una vita fittizia. Da questo momento, anche la piazza reale si trasforma in un palcoscenico sul quale si esibisce il nostro eroe, recitando per i suoi vicini di casa la parte di colui che, grazie ai suoi incontri con l’organizzazione, ha la certezza di essere quanto prima convocato per far parte dell’agognato mondo di quello spettacolo. Luciano alimenta le proprie speranze con l’immaginazione di un futuro ben lontano dal realizzarsi, in un crescendo penosissimo di  schizofrenia  che lo porterà a rinunciare alla sua pescheria nell’attesa del grande momento che non arriva mai. Se il film si fosse concluso qui, sarebbe stato un gran bel film, coerente, ben raccontato e ben scritto. Purtroppo il regista ha dilatato la storia in modo alquanto artificioso, senza aggiungere nulla di importante che giustificasse lo stiracchiamento delle scene successive. Ne è risultato un lavoro disuguale, alquanto deludente, anche se per tutta la sua durata ha mantenuto un meraviglioso colore, molto violentemente kitsch, così come si addice a  una storia di questo genere. Magnifica recitazione di Aniello Arena, l’attore ergastolano, già apprezzato in Cesare deve morire