Personal Shopper


 

recensione del film:
PERSONAL SHOPPER

Regia:
Olivier Assayas

Principali interpreti:
Kristen Stewart, Lars Eidinger, Anders Danielsen Lie, Nora von Waldstätten, Sigrid Bouaziz, David Bowles – 105 min. – Francia 2016.

Maureen (Kristen Stewart) è una giovane americana che fa un lavoro insolito: è personal shopper (ovvero si occupa degli acquisti di lusso) per conto di Kyra, attrice famosa, che nel racconto compare così fugacemente, da non essere in alcun modo individuabile come volto del film.
Nel suo spostarsi fra le capitali europee del lusso e del prestigio, Londra e Parigi, Maureen porta con sé (come sempre accade quando si viaggia), i problemi che la turbano e sui quali non smette di interrogarsi. La sua breve vita era stata di recente sconvolta dalla perdita del proprio fratello gemello, Lewis, portato via da un’improvvisa crisi cardiaca, esito di una malformazione congenita presente anche in lei, né la medicina, le aveva spiegato granché di quella morte, così come non le aveva chiarito perché quel difetto al cuore, comune a entrambi, non avesse stroncato anche lei, ora alle prese con un lutto difficile, e con un senso di vuoto che era, soprattutto, un vuoto di identità.

Con quel suo fratello speciale, Maureen aveva condiviso una particolare e acuta sensibilità “medianica”, ovvero l’attitudine a cogliere segnali che sembravano provenire da un altrove, a cui nessuno dei due attribuiva carattere trascendente: erano visioni, presenze, rumori, quasi epifanie di una vita altra, fenomeni ignorati dalla scienza ufficiale, ma ben presenti forse anche ora, quando, durante i suoi viaggi,  la giovane cercava di individuare affannosamente le tracce di quella presenza che non poteva averla abbandonata. Forse i segnali erano quelli dell’ interlocutore misterioso della chat che la stava seguendo ovunque; o forse si trovavano in quella casa della periferia parigina infestata da fantasmi rumorosi e cattivi, o forse in quell’angosciosa e lieve epifania danzante di un ectoplasma che era apparso dietro le tende del suo albergo nel deserto di una città nordafricana. Forse, invece, queste presenze non erano altro che le proiezioni della sua mente che cercava di dare un senso agli elementi slegati della sua esperienza che non sembrava averne alcuno, o delle sue angosciose ricerche di segnali non equivoci che tardavano ad arrivare, poiché elaborare un lutto può richiedere molto tempo, mentre non è sufficiente appellarsi alla razionalità per superare le lacerazioni e il senso irreparabile di insicurezza e di vuoto che la morte improvvisa di una persona cara lascia a chi sopravvive.

Il regista affronta, con una singolare mescolanza dei generi cinematografici e anche delle tradizioni culturali europee e americane, il tema della perdita e del senso della vita, con una operazione non priva di rischi, il primo dei quali era quello di cadere nel ridicolo dell’esoterismo grossolano dei film di fantasmi. Non sempre, probabilmente, è bastato al regista il rigore della narrazione, pur presente e apprezzabile soprattutto nella prima parte del film, per evitarlo del tutto: certe immagini di materializzazione degli ectoplasmi, personalmente, mi sono sembrate ingenue e fastidiose.
Allo stesso modo non mi hanno convinta del tutto né l’evocazione “in costume” dell’esilio americano di Victor Hugo, né l’inserimento di trame cruente e delittuose in un film che contiene in sè sufficienti elementi di tensione per lo spettatore. Si è trattato, in ogni caso, di un esperimento registico interessante, che non ha meritato, secondo me, le denigrazioni di cui è stato fatto oggetto a Cannes lo scorso anno, che la giuria ha in parte compensato con l’attribuzione della Palma d’argento ad Assayas per la miglior regia. Ottima l’interpretazione di Kristen Stewart, grazie alla quale il personaggio di Maureen è risultato umanamente credibile nella sua tenera fragilità.

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