efferatezze seriali (One on One)


recensione del film:

Schermata 09-2456904 alle 20.12.02ONE ON ONE

Titolo originale:
Il-dae-il

Regia:
Kim Ki Duk

Principali interpreti:
Dong-seok Ma, Young-min Kim, Yi-Kyeong Lee, Dong-in Jo, Teo Yoo, Ji-hye Ahn, Jae-ryong Cho, Jung-ki Kim, Hee-Joong Ju, Gwi-hwa Choi, Hwa-Young Im, Su-dam Park – 122 min. – Sud Corea 2014.

Oh Min-ju è il nome di una studentessa che di notte in una strada di Seul, senza apparente motivo, viene aggredita e soffocata col robusto nastro adesivo che alcuni energumeni le stringono sul volto fino a provocarne la morte. A questa prima scena del film seguono un po’ di telefonate in cui i killer annunciano a un misterioso interlocutore il pieno successo dell’operazione. Non è dato sapere né chi fosse quella sfortunata signorina, né per quale motivo un’organizzatissima associazione a delinquere avesse pensato a lei per farla morire in modo così atroce. Un’altra misteriosa organizzazione, con a capo un signore ferocissimo coll’aria dell’ orientale tranquillo (verrà alla fine fatta notare la sua somiglianza con l’effigie del Budda), si è data il compito di fare “giustizia” e perciò di punire tutti gli assassini di Oh Min-ju, killer e mandanti. Ha inizio perciò il pedinamento e la cattura dei malvissuti della prima organizzazione, che non verranno uccisi, ma torturati secondo un rito che costantemente si ripete (con qualche fantasiosa e se possibile più sadica variazione) e che termina con la confessione del delitto contro la studentessa, “firmata” dai colpevoli con l’impronta di una mano ridotta a sanguinolenta appendice. Alcuni dei torturatori, però, entrano in crisi di fronte all’efferatezza crescente del loro capo, e lo abbandonano piangente, preda dello sconforto, su una collina con vista della città, dove egli affronterà un’ultima sfida. Molto in breve, naturalmente, questo è il poco allettante contenuto dell’ultimo film di Kim Ki Duk, il più cupo e più scuro dei suoi ultimi e anche, a mio giudizio, il meno convincente.
Il regista ha dichiarato che i Coreani sanno bene che Oh Min-ju nella loro lingua significa Oh democrazia, presentandoci in questo modo, se non la probabile chiave di lettura della pellicola, almeno gli intenti che gliel’hanno ispirata. Dovremmo quindi trovarci di fronte a un’opera che è fondamentalmente una denuncia politica: la morte della democrazia, sottolineata anche da alcuni passaggi del film: l’importanza del denaro, per il quale diventa lecito ogni crimine; la fine di ogni solidarietà, che coincide anche con la fine della coscienza del bene e del male; la violenza crescente che attira altra violenza in una rincorsa infernale alla vendetta; la solitudine degli uomini probi e il loro disorientamento; l’inquinarsi anche dei rapporti d’amore, spesso ridotti a pura sopraffazione maschile. Non mi sembra però che qualche affermazione sparsa qua e là e qualche scena interessante riescano a cancellare l’impressione complessiva  che il film sia in realtà dominato da una violenza ossessiva, il cui schematico reiterarsi, infine, anziché provocare il giusto sdegno, produca soprattutto indifferenza in chi guarda, nonché un po’ di tristezza, nel considerare in quale deplorevole stato sia ridotto, oggi,  il cinema del grande regista coreano. Che peccato!

Chi vuole può trovare qui la mia recensione a Pietà, il film che due anni fa aveva procurato a Kim Ki Duk il Leone d’oro a Venezia.