un fatto di cronaca narrato come un’antica tragedia (My Son My Son What Have Ye Done)


Recensione del film:

MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE

Regia:
Werner Herzog

Principali interpreti:
Willem Dafoe, Michael Shannon, Chloë Sevigny, Brad Dourif, Loretta Devine
USA, Germania, 2009.- 91 minuti

il film, che si ispira a una vicenda reale, racconta la storia del giovane Brad, attore dilettante, che dopo aver trafitto la madre con una spada orientale, uccidendola, si barrica nella sua casa di San Diego con due ostaggi, tenendo fino al momento della sua inevitabile resa, in stato di allerta la polizia speciale, armata fino ai denti. La locandina del film precisa, però, che ” il mistero non è chi, ma perché”, indicando in quale direzione intenda muoversi il regista. Non è infatti sua intenzione creare suspence per chiarire un giallo, che è risolto fin dalle prime battute, ma indagare nella mente di Brad, sconvolta dalla follia, per fare emergere il tortuoso percorso attraverso il quale il giovane è arrivato al matricidio. La donna di Brad e il regista teatrale che ne aveva diretto l’ultima recita, fanno emergere, col loro racconto al detective che si occupa del caso, alcuni squarci di verità che consentono di capire, almeno parzialmente, che cosa sia successo a Brad, nonché il ruolo probabilmente decisivo che la recita dell’Elettra di Sofocle assume per lui. Sembra quasi infatti che la figura di Oreste (che la sorella Elettra aveva spinto a uccidere la madre Clitennestra, colpevole di aver tradito e assassinato il marito Agamennone, tornato dalla guerra di Troia), abbia costituito per Brad un elemento di identificazione così potente da indurlo non solo a procurarsi di persona una spada vera e affilatissima, ma anche a ricercare nel locale ospedale le tracce del proprio padre, morto da molti anni, quasi che sospettasse un ruolo attivo della madre in quella morte. Dopo la catastrofe tragica, secondo l’antica poetica aristotelica, si dovrebbe produrre la “catarsi”, cioè la purificazione dello spettatore, indotto a meditare su ciò che ha visto anche dalle riflessioni del “coro”. Non per nulla proprio il coro diventa lo scenario degli interventi fuori luogo del giovane attore, non in grado di distinguere fra recitante e recitato, il che porterà il regista a escluderlo dalla rappresentazione. Un percorso di follia, che nel testo di Sofocle, profondamente assimilato, trova quasi il catalizzatore della volontà delittuosa. Come un’antica tragedia è perciò narrata la storia di Brad, che, essendo anche una vicenda della cronaca locale, è girato nei luoghi dei fatti raccontati, senza che il regista vi abbia aggiunto molto. Geniale, a mio avviso, l’aver affidato a un cantastorie spagnolo la funzione del “coro” che, riportando serenità e pace nel cuore dello spettatore, crea un’atmosfera di piacevole distacco dalle cupe vicende raccontate.