l’allegoria dei nostri problemi (L’ultimo terrestre)


recensione del film:
L’ULTIMO TERRESTRE

Regia:
Gianni Pacinotti

Principali interpreti:
Gabriele Spinelli, Anna Bellato, Teco Celio, Stefano Scherini, Roberto Herlitzka, Sara Rosa Losilla, Luca Marinelli, Vincenzo Illiano, Ermanna Montanari, Paolo Mazzarelli – 100 min. – Italia 2011

Il film in questione è l’opera prima di un creatore di fumetti di qualità, Gianni Pacinotti, che questa volta si è cimentato col cinema, ispirandosi molto liberamente a un romanzo a fumetti di Giacomo Monti. Si tratta di un lavoro molto ambizioso, girato con cura e ben recitato. Ci racconta dell’annunciato sbarco di alieni, in una località italiana, in cui i cittadini immaginano, sognano, o temono l’evento, che sorprendentemente, si rivelerà decisivo nel risolvere i loro problemi. Il protagonista, Luca, è un uomo solo e complessato, che ha ridotto al minimo i rapporti sociali e che, pur essendo innamorato di una giovane che abita vicino a lui, si accontenta di rapporti mercenari e squallidi con l’altro sesso, perché la sua timidezza lo induce a un comportamento remissivo e rinunciatario, in amore, nel lavoro e nella vita. Gli alieni, ma sarebbe meglio dire le aliene, faranno capolino nella sua vita, cominciando a ingentilire l’esistenza di suo padre, vedovo e un po’ orso, che abita in una malandata casa di campagna e che ogni tanto ama alzare il gomito con gli amici al bar. Successivamente, le strane creature porteranno un po’ di giustizia e di ordine fra i suoi amici violenti e volgari, incapaci di comprensione e di vera amicizia. Alcuni furbacchioni, che non mancano mai, cercheranno di irretire le persone più ingenue e credulone, fingendo di possedere poteri astrali, per carpire loro sesso e denaro, ma le graziose aliene indicheranno a tutti davvero la via della luce, fatta di sincerità, di amore e di solidarietà.
Una favoletta, dunque, che in forma allegorica rappresenta la nostra realtà e indica nella semplicità e nell’autenticità della vita il modo per uscire dalle nostre contraddizioni e dalle nostre angosce.
Il film, però, lascia alla fine l’impressione di un’intellettualistica freddezza. C’era davvero bisogno dell’allegoria, per dire che viviamo in una solitudine profonda e che non sappiamo più riconoscere i valori veri che ci dovrebbero legare solidalmente al nostro prossimo? Sono le donne gli alieni temuti di cui i maschi non sanno riconoscere l’umanità profonda? In questa dicotomia è forse la spiegazione dell’infelicità diffusa? Può darsi, ma il regista, almeno secondo me, ha messo molta carne al fuoco, ha introdotto molti temi e infine ha lasciato l’impressione di qualcosa di non risolto, mentre i personaggi si irrigidiscono in comportamenti troppo spesso ripetitivi e prevedibili.