Louisiana (The other Side)


Schermata 2015-05-30 alle 22.55.51recensione del film:
LOUISIANA (THE OTHER SIDE)

Regia
Roberto Minervini

Principali interpreti:
Mark Kelley, Lisa Allen, James Lee Miller – 92 minuti- Italia, Francia 2015

Documentario

Louisiana (The other Side) intende descrivere l’ aspetto più nascosto degli Stati Uniti, quello che, almeno secondo molti autorevoli critici, pochi avrebbero raccontato al cinema. Io, personalmente, ritengo che non sia così: penso a Michael Moore, per esempio, che ci ha mostrato molto di quel paese e della mentalità diffusa in parecchi Stati del Sud, sfondo delle riprese di questo film, per non parlare poi dei registi del cinema indipendente americano che, pur adottando tecniche narrative diverse da quelle dei documentaristi, ci ha spesso parlato dell’America meno conosciuta, quella fuori dai circuiti turistici seguendo i quali tutto è bello, pulito e scintillante.

Louisiana è, secondo le dichiarazioni dello stesso regista, uno scrupoloso documentario, girato da lui e da una coppia di operatori, che a turni di mezz’ora si erano avvicendati nelle riprese (ovvero trascorso il tempo massimo oltre il quale la pesantissima macchina da presa a spalla non sarebbe stata sopportabile). In fase di post-produzione, egli stesso, quindi, aveva sottoposto tutto il materiale raccolto a un montaggio severissimo, senza risparmio di tagli, rendendo il “documentario” così accurato ed elegante da risultare infine difficilmente distinguibile da un film di finzione. L’opera si muove lungo due percorsi narrativi, il primo dei quali descrive un giovane drogato, nonché produttore e spacciatore di crack, nelle sue relazioni familiari (ama tanto la nonnina e anche la sorella), sociali e amorose; il secondo segue, invece, a distanza ravvicinata, un gruppo di  fanatici razzisti che, terrorizzati dalla prossima invasione dei loro territori e delle loro case da parte dell’ONU (!), si esercitano con mitra e bombe ad affrontare il pericolo, al fine di salvaguardare le proprie amatissime famiglie. Il film dunque ci presenta, effettivamente, un’America diversa, popolata da uomini confusamente ribelli alle leggi e allo stato, ritenuto responsabile dei loro problemi e delle loro sventure, che non solo dicono nefandezze di ogni sorta, dalle lodi al capitalismo, che permette a ogni maschio di sfruttare economicamente le attrattive sessuali delle “proprie” donne alle dichiarazioni di odio per i “negri” che hanno creduto a Obama e lo hanno votato, ma compiono anche gesti repellenti, che culminano, alla fine del film, in un raccapricciante attentato contro l’auto che ospita l’effigie dell’odiato presidente.

Ne risulta un lavoro assai ambiguo: molti contenuti sono inquietanti, altri sono imbarazzanti, ma in entrambi i casi non diventano, almeno secondo me, oggetto di denuncia, poiché prevale il punto di vista espresso dai miserabili (non solo economicamente) soggetti ripresi dal film, senza che si affacci, almeno qualche volta, un punto di vista “altro”, una qualche obiezione. Tutto ciò mi ha lasciato l’impressione sgradevole di diventare complice di un’operazione volta a umanizzare non solo quelle persone (ci mancherebbe altro), ma anche le cose inaccettabili che dicono o che fanno, il che sicuramente esula dalle intenzioni del talentuoso regista, il cui intervento in post-produzione mi è parso, paradossalmente,  funzionale soprattutto a rendere accettabile, almeno sul piano estetico (ma non è poco!), una visione del mondo regressiva e reazionaria.

Presentato al Festival di Cannes appena concluso, nella sezione Un certain regard.

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