i contractors (L’altra verità)


Recensione del film:
L’ALTRA VERITA’

Titolo originale
Route Irish

Regia:
Ken Loach

Principali interpreti:
Mark Womack, Andrea Lowe, John Bishop, Geoff Bell, Jack Fortune,
Talib Rasool, Craig Lundberg, Trevor Williams – 109 min. – Gran Bretagna, Francia, Italia, Belgio, Spagna 2010

Nella lingua italiana il termine mercenario è connotato negativamente, perché rimanda a un’attività non molto onorevole di servizi, generalmente militari, prezzolati dal miglior offerente. Certamente non è estranea a questa scarsa considerazione l’accusa che Petrarca, nella sua celebre Canzone all’Italia muoveva alle milizie mercenarie:
gente …che sparga ‘l sangue et venda l’alma a prezzo.
Per aggirare la forte interdizione correlata alla parola, in Italia oggi si tende a sostituirla con un sostantivo inglese: il mercenario è diventato un contractor. In realtà il contractor non si occupa, se non indirettamente, di operazioni militari, né è assunto per combattere, perché è al servizio di operatori privati, che vanno a cercare in zone di guerra fonti di guadagno e di arricchimento: viene quindi arruolato per lo più con compiti di guardia del corpo, o per sorvegliare le risorse minerarie o petrolifere che i privati riescono ad accaparrasi. Questa è la realtà che Ken Loach ci mostra nell’ultimo suo film, ambientato nella Route Irish, la strada maledetta che collega Bagdad al suo aeroporto, che è zona quasi franca in cui i compiti dei contractors, a protezione degli spregiudicati affaristi che arrivano in Iraq per mettere le mani sulle ricchezze petrolifere di quel martoriato paese, vengono condotte nello spregio assoluto degli iracheni, delle loro vite e dei loro affetti. Si direbbe che il loro lavoro comporti una vera e propria licenza di uccidere, per eliminare ogni forma di ostacolo , ogni scomodo testimone, ogni “turbante”, cioè ogni iracheno in cui l’esasperazione per le ingiustizie e le angherie subite abbia raggiunto un tale livello di guardia da renderlo un vero o potenziale affiliato di Al Quaeda.
Molte operazioni di questi mercenari sono dirette a uccidere uno o più “turbanti” senza alcuna pietà, perché la logica a cui il loro lavoro si ispira è la logica della rapina, dell’arricchimento, del disprezzo dei legittimi abitanti di quel luogo. Direi che il regista, descrivendoci questo mondo repellente, ci dà le cose migliori del film, denunciando sia le violenze e le sopraffazioni dei nuovi colonialisti, sia la facilità con cui essi riescono ad arruolare giovani disoccupati o sottooccupati che numerosi si aggirano nella realtà post industriale delle grandi città britanniche. Meno convincente mi pare il tentativo di innestare in questa realtà una vicenda di amore, di ricerca della giustizia e di smascheramento delle verità ufficiali, che assume i toni del giallo spionistico, ricco di effettacci e di colpi di scena truculenti, di cui non si sentiva davvero il bisogno. Peccato!