l’esperienza del dolore (La prima neve)


Schermata 10-2456584 alle 22.14.05recensione del film:
LA PRIMA NEVE

Regia:
Andrea Segre

Principali interpreti:
Jean Christophe Folly, Matteo Marchel, Anita Caprioli, Peter Mitterrutzner, Giuseppe Battiston, Paolo Pierobon, Sadia Afzal, Leonardo Paoli, Lorenzo Pintarelli, Roberto Citran. Italia 2013 – 105 min.

Dopo lo straordinario esordio nel mondo del lungometraggio con Io sono Li, Andrea Segre ci riprova. Va detto che l’attesissimo La prima neve non è all’altezza del primo film, anche se è comunque un’opera dignitosa che contiene molte belle pagine, una fotografia eccellente e un’indagine attenta e penetrante sugli effetti devastanti del dolore, parte ineludibile della vita, nei nostri cuori, ciò che davvero ci apparenta con i nostri simili, nonostante le presunte diversità. Ci troviamo a Pergine (probabilmente in una piccola frazione), paesetto della Valsugana, dove si sono insediati alcuni immigrati africani in attesa di ottenere asilo politico. Mentre la burocrazia fa il suo corso, i nuovi arrivati sono stati ben accolti e lavorano, rendendosi utili alla piccola comunità locale, fatta soprattutto di persone anziane, che finalmente trovano chi le aiuta a tagliare i tronchi degli alberi, ad accatastarli, a raccogliere il miele, a preparare le difese contro gli orsi: in breve a mantener viva la montagna. I pochi giovani locali sono parolai e velleitari: favoleggiano di affari immobiliari col Madagascar, ma in realtà fanno molte chiacchiere e poco realizzano; per di più qualcuno di loro incoraggia il piccolo Michele , che già ne ha poca voglia, a non andare a scuola. Michele è un bambino molto difficile: non ha più il papà, vittima di un incidente di montagna e non ama la madre, alla quale attribuisce la colpa di averlo lasciato morire. Si sta molto affezionando al giovane Danì, l’africano che sa fare molte cose che lo incuriosiscono e lo coinvolgono. Danì è arrivato dal Togo, attraverso la Libia in piena guerra e ora vive con la piccola Fatou, che nascendo aveva provocato la morte della madre, Layla. Per questa ragione, Danì non sente affetto per la figlia: la lascia strillare e piangere abbandonandola alle cure affettuose delle vicine, ma non intende portarla con sé nel momento in cui lascerà la montagna, con tutti i suoi documenti in ordine, che gli serviranno per raggiungere l’amico già arrivato a Parigi, destinazione che dovrebbe diventare anche la sua. Il film è costruito intorno a questo piccolo nucleo di problemi, al centro del quale è l’interrogarsi sul dolore senza perché e senza colpa. Danì non riesce a elaborare il lutto per la morte di Layla e non riesce a perdonare Fatou; Michele non si dà pace per la morte del padre e non riesce a perdonare la madre. In realtà non ci sarebbe nulla da perdonare, ma non è facile farsi una ragione della perdita improvvisa delle persone amate, non per gli adulti, né tantomeno per i bambini: più facile è invece attribuire a qualche misteriosa colpa altrui il nostro destino di sofferenza che ci rende tutti simili, bianchi, neri, grandi e piccoli, figli dell’Africa o delle nevi di Pergine.

Il film si spinge talvolta pericolosamente lungo il piano inclinato della deriva sentimentale e patetica, anche se fortunatamente riesce a contenere una troppo rovinosa discesa, grazie all’asciutto racconto del comportamento di Michele, crudele e cattivo quanto basta, di cui solo alla fine si comprendono le ragioni, nonché alla bella caratterizzazione del personaggio del nonno, e di Danì. Splendida la fotografia, che sottolinea l’estraneità impassibile, quasi leopardiana, della natura, bella e terribile di fronte ai drammi dell’uomo; bravi gli attori. I capolavori non nascono a getto continuo. Il regista ci darà sicuramente ancora molti bei film.