banali indizi (La migliore offerta)


Schermata 02-2456338 alle 17.35.23recensione del film.

LA MIGLIORE OFFERTA

Titolo originale:

The best offer

Regia:

Giuseppe Tornatore

Principali interpreti:

Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Shutherland – 124 min. – Italia 2012

Il signor Virgil Oldmann, battitore d’aste, dall’occhio abbastanza perspicace per scovare, sotto vecchie croste, capolavori preziosi, ha una certa propensione alla combine truffaldina durante le vendite all’incanto. Egli ha trascorso l’intera vita fra l’ufficio, le aste e una grande casa, arredata in modo pretenzioso, dove non ospita mai nessuno, essendo uomo dalle ridotte attitudini sociali, zitellone isterico, con paura fobica delle donne, maniacale collezionista di guanti da indossare continuamente per evitare improbabili infezioni, in agguato, secondo lui, dappertutto: nei contatti umani come nei cibi, e anche nelle vecchie magioni che egli visita con animo da rigattiere, attratto da misteriosi congegni e da oggetti che a una prima occhiata non sembrano promettere molte sorprese. I suoi rapporti con le donne sono inesistenti, tuttavia egli, in un suo caveau segreto, colleziona ritratti esclusivamente femminili, che gli piacciono talmente da arrivare a toccarli con mani nude, come se gli antichi dipinti non fossero un probabilissimo ricettacolo di batteri. Questo bizzarro signore ha un alto concetto di sé e non concede facilmente la sua esperienza di intenditore, neppure per fare l’expertise che gli viene richiesta sul contenuto antiquario di un’intera villa, quella in cui vive Claire, una misteriosa signorina che nessuno ha mai visto: soffre, infatti, la poveretta, di agorafobia, perciò non esce mai di casa. Ho parlato, fino a questo momento, della prima parte del film, quella che descrive in modo abbastanza dettagliato l’ambiente in cui maturerà la vicenda raccontata,  nonché i due nevrotici principali protagonisti: Virgil e, pur senza mostrarla, Claire, l’agorafobica. In questa  parte, inoltre, alcuni indizi che il regista dissemina, non credo distrattamente, sembrano promettere che il film si svilupperà  in modo complesso: l’amore per la creatura che non si lascia vedere ricorda l’antico mito di Amore e Psiche, come ci dice Lee Marshall (Screen International); le discussioni sul falso in arte e sulla copia hanno dietro di sé una sterminata tradizione filosofico-letteraria e almeno un film recente: Copia conforme; i ritratti e gli specchi, raddoppiando l’immagine alludono al tema del “doppio”; la curiosità per gli ingranaggi, nel film collegato al tema antichissimo dell’automa,  ci riporta alla memoria almeno la novella di Hoffmann Il mago sabbiolino, nonché la lettura che ne fece Freud nel celeberrimo saggio Il perturbante. Chi si aspetta che negli sviluppi del film si inserisca funzionalmente anche una sola di queste complesse suggestioni culturali, ne sarà deluso: Tornatore, infatti,  non sviluppa né un discorso sull’arte o sulla finzione, né sul doppio, né, come sembrerebbe infine logico, sul cinema: gli indizi rimangono esteriori presenze che prolungano inutilmente lo svolgersi di una vicenda prevedibile: un thriller banale anzi che no. L’unico momento ad alto contenuto simbolico in cui è possibile riconoscere la mano del buon regista è la scena finale, allorché i misteriosi ingranaggi, che avevano dato luogo all’automa ricostruito, rivelano finalmente la loro funzione di scandire inesorabilmente il tempo, incastrandosi nel sistema di orologi che costituisce l’ossessivo sfondo dell’ultima location di Virgil, il bar di Praga nel quale egli si accinge all’ultimo decisivo incontro: quello con la morte. Una scena di grande impatto e suggestione mi pare sia troppo poco per un film così ambizioso. Ottimi attori, fra i quali emerge l’eccellente Geoffrey Rush, nella parte di Virgil.

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