Eleonora Fonseca Pimentel (il resto di niente)


Recensione del film:
IL RESTO DI NIENTE

Regia:
Antonietta De Lillo

Principali interpreti:
Maria de Medeiros, Rosario Sparno, Imma Villa, Raffaele Di Florio, Riccardo Zinna – 103 min. – Italia 2004

Ieri sera MyMovies ci ha permesso di rivedere in streaming questo bel film, tratto dall’omonimo romanzo di Enzo Striano. Il film è stato distribuito in Italia in poche copie nel 2005 e la sua riproposizione, in questo momento, è stata una giusta e opportuna scelta. Chi fosse interessato a vederlo può, attualmente, trovarlo in DVD

In questo film, una donna, la regista Antonietta De Lillo, ricostruisce le vicende di un’altra donna, la grande Eleonora Fonseca Pimentel, protagonista eminente della rivoluzione giacobina a Napoli (1799). Eleonora era nata a Roma nel 1752, da nobile famiglia portoghese; aveva studiato, scriveva poesie e aveva frequentato a Napoli, dove la famiglia si era trasferita poco dopo la sua nascita, i salotti illuministi, che in un primo momento erano stati visti con simpatia anche da Carolina d’Asburgo-Lorena, cioè dalla consorte del re di Napoli Ferdinando IV di Borbone. Dopo la caduta della monarchia in Francia, però, gli ambienti illuministi partenopei cominciarono a essere visti con sospetto a corte e gli intellettuali che li frequentavano furono tenuti d’occhio. Eleonora fu incarcerata nel 1798, liberata dai “lazzari” napoletani; nel 1799, e, dopo la fuga a Palermo di Ferdinando IV, diede vita, da protagonista di primo piano, alla Repubblica napoletana, che, nei princìpi, si ispirava alle repubbliche “sorelle” del biennio giacobino (1797- 1799), sorte per fiancheggiare la conquista della nostra penisola da parte delle truppe francesi, col loro carico di ideali rivoluzionari. La Repubblica fu dichiarata il 23 gennaio 1799, con l’appoggio dell’esercito francese e fu guidata da un gruppo di eminenti intellettuali giacobini di grande cultura, che cercarono di imprimere una svolta alla storia della città, facendo leva sugli ideali repubblicani che vogliono cittadini coscienti e non sudditi obbedienti e proni alla volontà dei re. Quanto ci fosse di dottrinario e di astrattamente lontano dai bisogni della popolazione in questo tentativo, fu in seguito analizzato dallo storico Vincenzo Cuoco in una celebre opera: il “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799”, ma gli errori, anche ingenui, non riescono a offuscare né la generosa volontà di riscatto, fra mille difficoltà, della condizione di un Sud subalterno da troppi secoli all’ ottusa monarchia borbonica, né il rimpianto per essere stata sterminata e dispersa davvero “la meglio gioventù” napoletana. Dal giugno del 1799 al settembre del 1800 furono, infatti, messi a morte 124 giacobini, fra i quali anche Eleonora Fonseca Pimentel, ma la repressione antigiacobina non si limitò a questo: su circa 8000 prigionieri, quasi un migliaio furono quelli che subirono l’ergastolo, la deportazione, l’esilio o pene minori. Determinante fu, per la restaurazione della monarchia borbonica, l’insurrezione dei Sanfedisti, che, reclutati in Calabria in nome della Santa Fede, fra i contadini ignoranti, dal cardinale Ruffo, accompagnò il rientro del sovrano. Questo quadro storico viene evocato nel film, che tratteggiando a tutto tondo la luminosa figura di Eleonora Fonseca, il suo difficile matrimonio, la maternità violentemente ostacolata e infine negata, alterna al racconto biografico, alcuni “quadri” da teatro dei pupi che cercano di disegnare in modo semplice lo scenario storico in cui la vita infelice e tragica di questa donna si svolge. Ne emerge una ricostruzione accurata, vibrante di adesione pietosa al dolore della sventurata protagonista, emblema dell’atroce destino di un’intera generazione di uomini del Sud, che ci avevano provato.

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