quello che il film dice e quello che non dice (Il giovane favoloso)


Schermata 10-2456962 alle 16.08.30recensione del film:
IL GIOVANE FAVOLOSO

Regia
Mario Martone

Principali interpreti:

Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglalis, Valerio Binasco, Paolo Graziosi, Iaia Forte, Sandro Lombardi, Raffaella Giordano, Edoardo Natoli, Giovanni Ludeno, Federica de Cola, Giorgia Salari, Isabella Ragonese Biografico, durata 137 min. – Italia 2014

Premetto che non avrei voluto recensire questo film, che ho visto da tempo, perché, essendo fortemente in dissenso dai suoi contenuti, mi sembrava di essere l’unica voce fuori dal coro degli osanna e degli evviva. Non avevo alcuna voglia di polemizzare, sembrandomi  anche ingiusto, viste le difficoltà oggettive che non possono mancare quando si  gira un film su Leopardi e visto l’impegno profuso da tutti coloro che vi si erano dedicati, da Martone, agli attori, fino all’ultimo addetto. Siccome, però, qualcuno mi ha chiesto di esprimermi in merito a questo lavoro, ci provo.

Il film, prevalentemente biografico, racconta la storia del poeta sviluppandola intorno ai tre periodi, che il regista considera i più importanti della sua formazione: quello recanatese, dalla nascita alla tentata fuga dal “natio borgo selvaggio”; quello fiorentino, degli incontri con gli intellettuali liberali del Gabinetto Vieusseux, cui fu introdotto dall’amico Pietro Giordani e, infine, quello napoletano, l’ultimo periodo della sua vita, vissuto con l’amico Antonio Ranieri. La scelta del regista è, per quanto vistosamente omissiva, del tutto legittima e non sarebbe priva di una sua plausibilità se, al suo interno, egli presentasse oltre al percorso psicologico che approda al ribellismo insofferente nei confronti della famiglia, di Recanati e degli intellettuali del suo tempo, anche il percorso culturale attraverso il quale  il “giovane favoloso” venne elaborando la sua weltanschauung, quella filosofia “dolorosa ma vera”, che ne costituì l’originalità, scandalosa e inaccettabile, in un mondo che andava vagheggiando o progetti politici reazionari (come il padre Monaldo) o cambiamenti “rivoluzionari” in vista di imprecisate “magnifiche sorti e progressive” (come il gruppo fiorentino dell’Antologia)

Martone, dunque, oltre a  sorvolare su altri viaggi, tutt’altro che irrilevanti nella formazione del poeta, non ci mette nelle condizioni di conoscere quali letture, quali libri proibiti della biblioteca di casa Leopardi gli avevano fornito l’impulso per portare a livello teorico e filosofico la propria privata conoscenza del dolore, che invece continua a raccontarci nei minimi particolari, né accenna al confronto che il giovane andava maturando fra gli  scritti degli antichi filosofi greci ed ellenistici e quelli di alcune correnti illuministiche, in particolare del sensismo di Condillac, del materialismo ateo di Paul Henri Thiry d’Holbach, e neppure del razionalismo di Voltaire, autori decisivi per la composizione di molti canti e di molte pagine in prosa,  che ci danno la misura della portata davvero rivoluzionaria del suo pensiero, magari poco in sintonia con le povere elaborazioni degli intellettuali italiani dell’epoca, ma certo aperto alle grandi intuizioni del cosiddetto “pensiero negativo” da Shopenauer a Nietzsche. Queste omissioni diventano anche un po’ sospette, a fronte delle facili allusioni (solo attraverso le immagini, per fortuna) ai canti più conosciuti: l’artigiano che apre la sua officina; la tessitrice (un po’ troppo in carne) che abita davanti a casa sua e che morirà giovane, consunta dalla tisi, la vecchietta che parla verso sera con le vicine, il mazzolino di viole, la gallinella che ripete probabilmente il suo verso, per non dire di quella siepe che dovendo celare gli estremi orizzonti è circondata da un po’ di nebbiolina, e neanche di qualche luna che illumina la notte, insieme alla notturna lampa.

Una ripassatina, dunque, dei versi che più facilmente si tengono a mente, oltre al bellissimo finale di Aspasia, alla bella lettura di qualche verso della Ginestra  e persino di Consalvo, accuratamente evitando di rammentare, però,  che “è funesto a chi nasce il dì natale”, cioè (per chi non ricordasse che Funus in latino significa morte), che il solo fatto di nascere ci porterà, fatalmente, alla morte, verso sconvolgente, frutto non del pessimismo, parola vuota davvero, ma del coraggioso realismo di chi è capace di guardare le cose come stanno senza cercare di mistificarle in alcun modo.

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Romano Luperini, uno dei maggiori esponenti della contemporanea critica letteraria in Italia, ha dedicato a questo film e ai suoi limiti un articolo, che ritengo uno dei più interessanti e pertinenti fra quanti sono sul Web.

P.S. Romano Luperini è ancora intervenuto precisando ulteriormente il senso del suo scritto sul rapporto fra voce (poesia) e persona (biografia), con un bellissimo excursus, che rapidamente prende in esame alcune riflessioni di scrittori e studiosi contemporanei

 

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