Il concerto


Recensione del film:
IL CONCERTO

Titolo originale:
Le concert

Regia:
Radu Mihaileanu

Principali interpreti:
Aleksei Guskov, Dmitri Nazarov, Mélanie Laurent, François Berléand, Miou-Miou, Valeri Barinov, Anna Kamenkova Pavlova, Lionel Abelanski, Alexander Komissarov, Ramzy Bedia, Ovidiu Cuncea, Maria Dinulescu, Roger Dumas, Guillaume Gallienne, Aleksandr Komissarov, Ion Sapdaru, Valentin Teodosiu, Jacqueline Bisset, Laurent Bateau, Valeriy Barinov, Vasile Albinet -120 min. – Francia, Italia, Romania, Belgio 2009

La caduta rovinosa della Russia sovietica lascia molte macerie e molte ferite: dalle pacchianate kistch dei nuovi ricchi mafiosi, ai sogni infranti di chi ci aveva creduto, alle vite spezzate di chi si era opposto. Alle nequizie del regime non è subentrata un’organizzazione più giusta della società, anzi, per molti la situazione si è cristallizzata: i ruoli sono rimasti quelli di allora perché non è facile risalire in una società di furbi e violenti, e anche perché spesso non si è disposti a lottare per emergere nuovamente, quando mancano ormai le persone che avrebbero motivato quella lotta. In questa Russia degradata e cinica si svolge la vicenda raccontata dal film, che ha per protagonista il grande maestro Filipov, direttore della prestigiosa orchestra del Bolshoj, cacciato dagli uomini di Breznev, insieme agli orchestrali ebrei che suonavano con lui. La storia è quella di un’avventurosa e rocambolesca risalita di Filipov, dei suoi amici di un tempo e di altri nuovi, soprattutto zingari, con agnizioni finali e trionfi parigini. Parrebbe una bella fiaba, ma il film è invece molto di più, intanto perché vi sono contenuti i ritratti affettuosi e teneri di questi artisti dimenticati da tutti, ormai abbandonati al loro destino di “ultimi”, che, nonostante tutto, non solo hanno conservato il loro amore per la musica, ma che, grazie proprio a questo, sono in grado di offrire anche un modello di società. L’orchestra, come già ci aveva spiegato Fellini, può essere considerata quasi la metafora della società, che in questo caso dovrebbe abbandonare le pretese di diventare per sempre perfetta, per accontentarsi di piccoli progetti per la cui riuscita, di volta in volta, sono decisivi tutti, uomini e donne di ogni condizione e provenienza, che allo scopo devono essere organizzati. Questa specie di “armata brancaleone”, sulla quale nessuno è pronto a scommettere, è molto simile a quella che attraverso un viaggio avventuroso raggiungerà i confini russi in Train de vie, l’altro bellissimo film dello stesso regista. Mihaileanu si conferma davvero geniale nell’inventare storie in cui si fondono perfettamente storia e immaginazione, in cui l’arte del racconto retrospettivo (altra citazione felliniana?) assume il carattere della struggente rievocazione di un passato irripetibile, senza che ciò, però, comporti un eccessivo patetismo. Il sorriso, che nasce dall’indulgenza simpatetica verso i difetti umani, è dietro l’angolo e la cultura cosiddetta minore dei popoli dimenticati è lì a manifestare tutta la vitalità e l’energia che la contraddistinguono. Grande regia, dunque, e ottima interpretazione di tutti gli attori, in modo particolare di Aleksei Guskov, grande e sensibile direttore d’orchestra. Segnalerei, ancora, un’ultima citazione, parodistica in questo caso: la strage di San Valentino dal film A qualcuno piace caldo, testimonianza della cultura cinematografica “sincretica” del regista rumeno.

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