Idolo Infranto


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recensione del film:
IDOLO INFRANTO

Titolo originale
The Fallen Idol

Regia:
Carol Reed

Principali interpreti:
Michèle Morgan, Ralph Richardson, Bobby Henrey, Sonia Dresdel, Denis O’Dea, Jack Hawkins, Walter Fitzgerald, Dandy Nichols – 95 min. – Gran Bretagna 1948

 

Questo bellissimo The fallen Idol del 1948 è firmato da Carol Reed, il regista a cui di solito colleghiamo il famosissimo Il terzo uomo (1949) che si considera il suo capolavoro. In realtà si tratta in entrambi i casi di opere eccellenti, tratte da due racconti di Graham Greene che ne fu lo sceneggiatore. Forse la fama di Il terzo uomo è maggiore grazie anche all’indimenticabile interpretazione di Orson Welles e alla straordinaria musica che l’accompagna; in ogni caso L’idolo infranto non è certamente opera minore nella carriera del famoso regista.
È stato riproposto al pubblico dal Museo del Cinema – Cinema Massimo a Torino nell’ambito del Festival permanente del cinema restaurato (Magnifiche Visioni).

È la storia di Philip (Bobby Henrey), bambino molto piccolo e molto solo: i genitori non esistono per lui, affidato abitualmente alle cure della servitù dell’ambasciata (il padre è ambasciatore a Londra di un paese francofono che non viene precisato) e non compaiono se non alla fine del film, quasi subito sommersi dai titoli di coda. La vicenda, infatti, racconta l’amicizia fra lui e Baines (Ralph Richardson), il maggiordomo che se ne prende cura insieme alla moglie, megera scorbutica, che nella casa spadroneggia con arrogante villania (Sonia Dresdel).
L’azione si svolge, quasi per intero (pochissime le scene “esterne”), nella lussuosa dimora del diplomatico, fra il piano nobile, che è lo spazio istituzionalmente destinato a lui e alla sua famiglia, e il piano semi-interrato, che, come da tradizione, è destinato ai servi *. Se la disposizione della casa è funzionale alla gerarchia delle classi sociali, nella realtà nessuno sta al suo posto: il bambino, nella sua sconfinata solitudine, incontra molto volentieri Baines nella cucina, per ascoltare le storie avventurose che egli inventa per lui; a sua volta, il maggiordomo sale spesso e volentieri agli uffici del piano di sopra per incontrare la donna che ama, Julie (Michèle Morgan), segretaria d’ambasciata. L’amicizia con Phil diventa perciò anche il paravento che l’uomo utilizza per ripararsi dalla gelosia  della moglie, la quale, approfittando dell’assenza dei genitori di Phil, sale spesso lo scalone di rappresentanza per affermare la propria autorità sul piccino che tratta con odiosa prepotenza e a cui cerca di impedire l’accesso agli spazi del semi-interrato.
Il fatto centrale della vicenda raccontata è la morte accidentale della signora Baines, così meschina e dispettosa che nessuno potrà rimpiangere. L’episodio (modificato da Graham Greene rispetto al racconto) è volutamente ambiguo e si chiarirà solo alla fine della pellicola, per puro caso e nonostante i pasticci e gli equivoci provocati dal piccolo Philip, che avendo assistito alla scena della sua morte senza comprenderla fino in fondo, cercherà in ogni modo di proteggere l’uomo amato come un padre, fornendo alla polizia che indaga una versione dei fatti assolutamente non credibile.  La sua fragilità emotiva, nonché il tentativo generoso e anche troppo zelante di evitare a  Baines l’accusa di uxoricidio, si erano scontrati purtroppo con la difficoltà di separare i fatti dalla ingenua elaborazione fantasiosa della sua mente infantile, dando luogo a una situazione molto aggrovigliata, che aveva accresciuto  i sospetti della polizia e rischiato di coinvolgere il suo idolo in guai molto seri.

 

Tutto questo viene detto attraverso una finissima analisi psicologica che ci aiuta a capire attraverso quali meandri pre-logici la mente del piccino stava ricostruendo una situazione ansiogena e angosciosa: noi non possiamo che trepidare per lui e insieme sorridere con tenera ed empatica indulgenza. Il modo del racconto, che è sempre in bilico fra il dramma e l’ironia, allenta la tensione e prepara la giusta conclusione dell’intera vicenda, in cui i torti e le ragioni vengono finalmente riconosciuti. Un film bellissimo, ottimamente diretto da un regista attento all’equilibrio complessivo dell’opera, capace di guidare i bravissimi attori (quel bambino è davvero meraviglioso) in modo eccellente, ricco di spunti di riflessione sul difficile rapporto fra il mondo dei “grandi” e quello dell’infanzia, usata da troppi adulti con eccessiva incoscienza e senza sinceri e profondi slanci d’affetto.
Credo che presto dovrebbe essere disponibile per tutti nella versione restaurata il DVD di questa pellicola.

*Il racconto di Graham Greene si intitola proprio The basement room