I ponti di Sarajevo


recensione del film:
I ponti di Sarajevo

Titolo originale:
Les ponts de Sarajevo

Registi:
Ursula Meier, Aida Begic, Leonardo Di Costanzo, Jean-Luc Godard, Kamen Kalev, Isild le Besco, Sergei Loznitsa, Vincenzo Marra, Vladimir Perisic, Cristi Puiu, Marc Recha, Angela Schanelec, Teresa Villaverde

– 114 min. – Francia, Italia, Svizzera, Bosnia-Herzegovina, Bulgaria, Germania, Portogallo 2014

Alla ricerca degli introvabili film di Cristi Puiu, mi sono imbattuta in questo DVD, che del bravissimo regista di SieraNevada contiene un breve “corto”: il suo, insieme ad altri dodici, è il contributo a una riflessione collettiva di tredici cineasti europei sulla Prima guerra mondiale, a distanza di un secolo dal suo inizio (1914 – 2014).

Il film, presentato con successo nel 2014 al Festival di Cannes, nasce dal progetto, coordinato da  Jean-Michel Frodon, di creare un lavoro in cui opere diverse  rappresentassero, dialogando fra loro, i due aspetti della città di Sarajevo: quello dell’utopia, che era sembrata possibile, della convivenza pacifica fra uomini “diversi ” e quello della tragedia di una guerra civile che era sembrata incredibile. All’inizio del secolo in quella città era maturata la cospirazione di alcuni intellettuali contro l’occupazione austriaca e lì, il 28 giugno del 1914, era stato compiuto l’attentato di Gavrilo Princip contro l’arciduca Francesco Ferdinando, erede del trono imperiale asburgico, ciò che aveva innescato l’immediata dichiarazione di guerra austriaca e, nel giro di pochi giorni, la  prima guerra mondiale. Ci ricorda il film che furono massacrati 19 milioni di uomini, in Europa, nel corso di quella guerra atroce, sacrificati sull’altare del nazionalismo. Dopo quella carneficina, mugugni revanchisti pericolosamente accompagnandosi alla xenofobia e all’antisemitismo attraversarono il vecchio continente, né cessarono dopo la seconda guerra mondiale: perdurarono, anzi, fino a esplodere alla fine del secolo, quando si disgregò la Jugoslavia. La bellissima Sarajevo, città pacificata in cui etnie, religioni e culture diverse avevano provato con successo  a convivere pacificamente, fu travolta e assediata (1992) dai serbi sostenitori della purezza etnica. Dapprima essi ne colpirono i simboli più antichi e prestigiosi, come l’antica biblioteca (venne incendiata e  distrutta una delle più importanti e rare raccolte di testi antichi ebraici e musulmani) che fu solo in parte salvata dal coraggio degli abitanti; dal 1993 agli abitanti assediati vennero tagliati i rifornimenti alimentari e l’acqua. Solo dopo  l’Accordo di Dayton (1995), ebbe fine lo strazio della città, ma non terminarono  le sofferenze dei sopravvissuti che ancora portavano in sé le tracce delle ferite più profonde e dei lutti, che avevano colpito quasi ogni famiglia.

A vent’anni di distanza, dunque il film a episodi sulla città ci offre importanti spunti di meditazione, pur nel diverso spessore, anche artistico, dei diversi contributi. Certamente, fra tutti, Jean-Luc Godard offre il “corto” più prestigioso e innovativo, che, per altro, riprende e prosegue il suo breve racconto su Sarajevo del 1993 Je vous salue, Sarajevo; così come  certamente è grandissimo il piano-sequenza di Cristi Puiu, che con graffiante ironia ci parla del pregiudizio xenofobico e razzista onnipresente (e ridotto, addirittura a  senso comune)  là dove meno te l’aspetteresti e nel tempo meno adatto (la vigilia di Natale). Altrettanto eccezionale è la qualità del racconto di Ursula Meier: una pallone ricuperato dal piccolo Buju tra le fittissime tombe del cimitero musulmano che un improvvisato campo di calcio separa dal cimitero cristiano.

Riconosciuto lo spicco considerevole di questi tre episodi sugli altri, tengo tuttavia a sottolineare che il diverso approccio di ogni regista e soprattutto l’intento umanitario del film nel suo complesso rendono ingiusta qualsiasi classificazione, perché, come sottolinea lo spagnolo Marc Recha nel suo episodio rivolgendosi, con voce fuori campo, al giovane Zan,  “tu non sai niente”, “tu non hai visto niente”, adattando, al contesto diverso, le parole ricorrenti famose di Hiroshima mon amour.
Il tempo passa, infatti, e sbiadisce la memoria dei più anziani, mentre le nuove generazioni che per loro fortuna non hanno visto, non sanno davvero niente e hanno bisogno urgente che, anche attraverso film come questo, arrivino loro, insieme alle emozioni che qui non mancano, le informazioni utili a risparmiare in futuro altri strazi e altri dolori così terribili.
Un aspetto non secondario del film è dato dalle  bellissime sequenze animate (realizzate da François Schuiten e Luís da Matta Almeida) che collegano i singoli episodi fra loro: due mani si cercano e si incontrano per formare, fra mille difficoltà, un ponte sulla città.