Grazie a Dio

recensione del film:
GRAZIE A DIO

Titolo originale:
Grâce à dieu

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Melvil Poupaud, Denis Ménochet, Swann Arlaud, Éric Caravaca, Francois Marthouret,
Bernard Verley, Martine Erhel, Josiane Balasko, François Chattot – 137 min.

Francia 2019.

Il grande scandalo della pedofilia nelle organizzazioni della chiesa cattolica e fra i suoi ministri non è nuovo nel cinema, né è estraneo al mio blog: Il caso Spotlight (che ricostruiva l’inchiesta difficile condotta sull’argomento fra mille ostacoli da un gruppo di giornalisti coraggiosi del Boston Globe) nel 2014 riceveva l’Oscar come miglior film; in quello stesso anno, era uscito Il Club, magnifico film di Pablo Larrain, che con diverso approccio raccontava la stessa realtà, nell’ambito geografico del Cile.

Il film di Ozon affronta ora in altro modo il triste argomento: il contesto è quello della Francia cattolica della diocesi di Lione agli inizi degli anni ’90; la storia è quella reale di uomini che, oggi, ormai adulti, vorrebbero impedire a padre Bernard Preynat, il parroco vizioso che con le sue laide insidie aveva turbato profondamente non solo la loro infanzia, ma la loro stessa vita, di continuare a fare violenza ai piccoli che gli erano stati nuovamente affidati, come se nulla fosse successo. La Chiesa, dopo averlo allontanato e destinato ad altri compiti, aveva creduto al suo ravvedimento e gli aveva concesso il perdono, mentre il cardinale di Lione Philippe Barbarin che molto si era adoperato per evitare lo scandalo pubblico, auspicava un’ipocrita “assoluzione” buonistica, che insabbiasse il dolore ed evitasse qualsiasi ricorso alla giustizia civile, del resto inutile, visto l’approssimarsi della scadenza dei termini legali per presentare denuncia.
L’aspetto più interessante del film è nella volontà tormentosa di ricostruzione del proprio vissuto, impossibile da rimuovere, da parte dei protagonisti della storia. Essi sono principalmente Alexandre (splendido Melvil Poupaud nei panni di un cattolico, padre di famiglia, che vorrebbe una chiesa più coraggiosa e trasparente); François (grande Dénis Menochet, nella parte di chi ha perso la fede e ora si batte con Alexander, con l’intento, diverso, di nuocere all’istituzione, non riformabile, nonostante le speranze e i progetti di molti cattolici generosi sognatori e inguaribili utopisti) e infine il fragile Emmanuel (sensibilissimo Swann Arlaud, efficace interprete dell’incerto e tormentato personaggio che aveva subito le ferite, non solo fisiche, più devastanti e dolorose, ansioso di dimenticare).

Nel 2014, coll’intento di raccogliere il maggior numero possibile di testimonianze degli abusati, Alexandre aveva fondato un’associazione virtuale: La parola liberata, che garantiva l’anonimato e la liberazione dalle angosce individuali attraverso il racconto e la scrittura, ma solo nel 2016, con la denuncia aperta alla libera stampa e alle reti televisive nazionali fu possibile dar voce ampia alla denuncia: l’affaire Barbarin aveva ora la risonanza nazionale e internazionale dovuta, cosicché, finalmente, si vedeva il papa impegnato ad affrontare lo scandalo con la giusta energia.

Il film, gran premio della giuria (Orso d’argento) al Festival di Berlino quest’anno, è delicato e pudico nel racconto di un dolore difficilmente risarcibile, ed è tuttavia fermissimo nella denuncia veritiera, che nel dipingere l’orrore di quei fatti, ha ben presente la necessità di evitare ulteriori ferite ai deboli, che come sempre in questi casi, difficilmente riescono a vincere i profondi sensi di colpa che li sconvolgono. Lo sanno bene le donne, che, da sempre oggetto di abusi e violenze,  molto spesso rinunciano persino a parlarne. Ce lo ricordano, in una scena indimenticabile, le lacrime di  Marie, la moglie di Alexandre, che solo con il fragilissimo Emmannuel, il più debole di tutti, trova il coraggio della sincerità: era solo una bambina, quando un vicino di casa l’aveva stuprata. E non era un prete…

È, come si sarà capito, un film da vedere.