Girl

recensione del film:
GIRL

Regia:
Lukas Dhont

Principali interpreti:
Victor Polster, Arieh Worthalter, Oliver Bodart, Tijmen Govaerts, Katelijne Damen – 105 min. – Belgio 2018.

Era Victor, alla nascita, ma quel nome non lo voleva e aveva voluto “ribattezzarsi” Lara, cosicché Lara era diventata, per tutti, persino per la sua carta d’identità.
Era giovanissima Lara; l’avresti detta un’adolescente in boccio, se non fosse stato per quel corpo legnoso, dalle ossa troppo grandi, e soprattutto per quell’appendice insopportabile del suo sesso che non riusciva proprio a nascondere, nonostante ci provasse, schiacciandoselo stoicamente sul corpo col nastro adesivo. Certo non era facile trasformare, come le sarebbe piaciuto, quell’involucro di carne e ossa, di cui si sentiva prigioniera, in un corpo femminile morbidamente aggraziato, anche se l’impresa non era impossibile: avrebbe potuto contare sul sostegno affettuoso di suo padre che, per aiutarla, aveva trasferito l’abitazione, la scuola dell’altro figlio nonché la propria attività di taxista dal Belgio francofono ad Anversa, nei pressi dell’ospedale dove alcune equipes specializzate ne avrebbero seguito il percorso fino alla conclusione, quando, finalmente sarebbe stata la creatura femminile che da sempre sentiva di essere; per ora doveva accontentarsi delle cure ormonali massicce che, inibendo lo sviluppo maschile, lentamente le avrebbero dato l’apetto di una ragazza, la Girl del titolo del film.

Lara, dunque, era un’adolescente transgender che forse stava vivendo nel migliore dei mondi possibili, senza saperlo, però, tutta presa com’era dal suo problema, e dall’impazienza di vederlo risolto, ciò che era acuito anche dalla volontà di non sfigurare nella prestigiosa Scuola Reale di Danza classica che l’aveva ammessa ai suoi corsi, accettandone la diversità, così come le sue compagne, che mostravano, per la verità, qualche maliziosa curiosità di troppo, violandone il doloroso pudore, ma senza vera intenzione di ferirla.
Se è vero che l’adolescenza è un momento cruciale della crescita di ciascuno, per Lara, alla disperata ricerca di un corpo che testimoniasse la propria identità femminile, l’adolescenza stava diventando una tortura insopportabilmente prolungata: l’affannosa e continua ricerca davanti allo specchio di qualche traccia di mutamento non dava alcun risultato; molte invece erano le tracce sanguinanti delle ferite che infliggeva continuamente a quel corpo nel tentativo di essere come le altre, cosicché quel corpo così odiato e, si direbbe, inutilmente vessato avrebbe presto reclamato i propri diritti, mettendo in evidenza la difficoltà durissima di quella sua condizione, anche in una società civile e tollerante e in una famiglia intelligente e comprensiva.

Grazie all’uso attento della camera che segue Lara alla sua altezza, il regista, al suo primo lungometraggio, ci offre lo splendido ritratto di una creatura per la quale la ricerca dell’identità sessuale stava diventando una penosa ossessione, rendendoci partecipi e consapevoli del suo tormento e delle sue contraddizioni, senza nascondere, sotto un velo di ipocrisia, i momenti crudi del sangue e delle infezioni che ne devastavano il corpo, immagini simboliche dello strazio profondo dell’animo e del cuore.

Non mancano alcuni difetti, perdonabili, tuttavia, in un’opera prima, data anche la giovane età del regista appena ventisettenne: l’insistita ripetitività delle scene di danza; un certo compiacimento estetico un po’ languido nel colore dorato della luce diffusa negli ambienti in cui si muove Lara, dalla scuola di danza all’ospedale. Si tratta di difetti lievi, che non hanno impedito l’assegnazione della prestigiosa Caméra d’or di Cannes, lo scorso maggio, (Un certain regard) al film scelto come Migliore Opera Prima, prestigioso e indiretto riconoscimento alla direzione di Lukas Dhont. Anche la magnifica e prodigiosa interpretazione di Victor Polster nel ruolo di Lara ha ricevuto il riconoscimento ufficiale del premio al migliore interprete maschile.

Film da vedere sicuramente.

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