una gran bella età? (Giovane e bella)


Schermata 11-2456607 alle 00.08.48recensione del film:
GIOVANE E BELLA

Titolo originale:
Jeune et Jolie

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Marine Vatch, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Fantin Ravat, Johan Leysen, Charlotte Rampling -94 minuti- Francia 2013

In quattro capitoli (accompagnati da quattro diverse canzoni di Françoise Hardy), che coincidono con le quattro stagioni dell’anno, a partire dall’estate, Ozon ci racconta un anno cruciale della vita di Isabelle (interpretata superbamente da Marine Vatch), diciassettenne che frequenta il liceo, ed è molto bella e fragilissima, come quasi tutte le ragazze a quell’età, quando, alle trasformazioni del corpo corrisponde anche un cambiamento profondo della percezione che ciascuna ha di sé e perciò la ricerca della propria identità diventa molto importante. Isabelle è una ragazza di “buona famiglia”, come si definiscono comunemente, e anche un po’ acriticamente, le famiglie dell’alta borghesia; abita con la madre (separata), il fratello Victor, un po’ più giovane di lei e con il compagno della madre. Durante l’estate, in vacanza, Isabelle decide che è arrivato il momento di avere la sua prima esperienza sessuale con un giovane tedesco che la corteggia: la delusione che ne riporta, insieme al senso di frustrazione, si accompagna a una grande curiosità di riprovarci. E’ spinta dal desiderio di conoscere il piacere negato la prima volta e anche dalla voglia di capire se quel suo corpo è apprezzato dagli uomini, se la sua bellezza ha qualche valore, se le è possibile vivere da adulta, nonostante sia costretta ogni giorno a misurarsi con la dipendenza familiare chissà per quanto tempo ancora. Attraverso Internet, perciò, costruisce una rete di conoscenze solo sue, di uomini in cerca di ragazzine, con i quali si prostituisce, presentandosi col nome di Lea e chiedendo un corrispettivo in denaro mediamente alto, che non spende, ma custodisce in un luogo segreto del proprio armadio. A differenza di alcune sue compagne, che si vendono per comperare un pezzo prestigioso per il proprio guardaroba, Isabelle non consuma i suoi guadagni, quindi, ma sembra ricavarne la conferma della raggiunta condizione di adulta in grado di vivere di risorse proprie di fronte a una società e a una madre che tendono a prolungare la sua infanzia oltre ogni limite di decenza.

Cominciano perciò a delinearsi, senza che il regista se lo proponga deliberatamente, le motivazioni profonde di una scelta molto insidiosa, che sono probabilmente da individuare oltre che nel disagio di tutti i giovani del mondo occidentale, costretti a rimandare all’infinito qualsiasi progetto di vita autonoma, anche in un atteggiamento genitoriale tra l’amichevole e il paternalistico, di chi ha rinunciato, però, sostanzialmente al proprio ruolo di indirizzo delle scelte dei figli, e di controllo non invasivo dei loro comportamenti, specialmente in un’età così delicata, di fronte a stimoli indotti, oltre che dalla fisiologica curiosità e dai  naturali impulsi, dalla onnipresente pubblicità che diffonde ovunque, martellante e ossessiva modelli assai discutibili, soprattutto attraverso gli strumenti della modernità che i giovani adorano: cellulari, o Internet, che non è solo il potente strumento di informazione e di crescita che tutti noi apprezziamo. Forse Isabel ne uscirà con l’aiuto dello psicologo; forse con l’ultimo decisivo e molto commovente colloquio con l’unica vera figura materna del film (grandissima Charlotte Rampling), che riuscirà a parlarle con vero amore, da donna a donna, con molta calma, ricordando quell’anziano cliente che, involontariamente, l’aveva messa nei guai. La famiglia, come sempre nelle pellicole di questo regista, ne esce a pezzi.
François Ozon è un eccellente affabulatore: ci racconta di solito piccole o grandi storie con “l’esprit de finesse” e anche la grazia di chi guarda lo scorrere della vita, cogliendone aspetti buffi o seri, talvolta drammatici, con grande leggerezza: con affettuosa simpatia segue i personaggi senza giudicarli e descrive i loro comportamenti senza spiegarli con la sociologia. In realtà questo suo narrare  riesce spesso a penetrare più a fondo di molte analisi cosiddette scientifiche, perciò, dopo aver visto i suoi film, ci pare di aver capito qualche cosa di più di certi aspetti del mondo che abbiamo intorno a noi e che erano sembrati incomprensibili. Credo che ciò valga per molti suoi film, come  Otto donne e un mistero, Le refuge, Potiche, o  Nella casa, oltre che per quest’ultimo, presentato a Cannes lo scorso maggio.

A questo Link il lettore interessato può trovare il testo della bellissima poesia di Arthur Rimbaud (Roman – Romanza) che viene fatta leggere al liceo di Isabelle, seguita dalla sua traduzione in italiano (ma in francese è molto più bella, anche se la traduzione è splendida!)