Elle


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recensione del film:
ELLE

Regia:
Paul Verhoeven

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Virginie Efira, Christian Berkel, Anne Consigny, Jonas Bloquet, Charles Berling, Lucas Prisor, Vimala Pons, Raphaël Lenglet, Judith Magre – 130 min. – Francia 2016.

Reso visibile in Italia per ora solo in alcune giornate del Torino Film Festival, questo film lo scorso aprile ha conteso la Palma d’oro a Cannes a Toni Erdmann (che fra qualche mese sarà proiettato anche in Italia. Meglio tardi che mai). Sappiamo com’è andata: nessuno dei due film, entrambi amati e sostenuti dalla critica, ebbe la Palma prestigiosa, che andò sorprendentemente a Ken Loach, dando il via a un seguito di polemiche, che, dopo aver visto questa pellicola, mi sembrano assai giustificate. Lo dico con tutta serenità, confermando l’apprezzamento che ho già espresso per il bellissimo I, Daniel Blake. 

Michèle, il gatto e la “matta bestialità“.
Si progettavano e si realizzavano prodotti di animazione tridimensionale, destinati al mercato dei videogiochi per adulti, nell’impresa di cui era padrona e dirigente Michèle (Isabelle Huppert), donna d’affari dura e determinata, che conosceva il fatto suo e che di nessuno si fidava, se non di Anna (Anne Consigny), la propria segretaria, del cui marito era l’amante. Ai suoi ordini si adeguava tutto lo staff, dall’ultimo arrivato ai più maturi collaboratori, che erano obbedienti (e riluttanti) esecutori della sua volontà. La donna aveva vissuto storie complicate: un padre serial killer in galera; una madre (Judith Magre) piuttosto anziana ma irriducibilmente e grottescamente vezzosa, vogliosa e spregiudicata; un marito da cui aveva divorziato e un figlio, Vincent, (Jonas Bloquet) che non era quel che si dice un mostro d’intelligenza, ma che ora non viveva più con lei, essendosi sistemato con una giovane donna speranzosa come lui che la prossima nascita di un bébé avrebbe indotto Michèle, la dura, a scucire  i soldi per l’acquisto di un appartamento grande in cui il piccino potesse crescere.
La vita di Michèle dunque si svolgeva fra l’impresa e la casa, in un alloggio della banlieu parigina che ora condivideva  con un bellissimo gatto grigio, dagli occhi misteriosi e imperscrutabili proprio come i suoi: d’altra parte l’animale, per indipendenza e libertà, le rassomigliava molto, così come anche per crudeltà spietata e insieme innocente: in fondo era, come lei, nato così. Nel corso del film l’apparizione improvvisa dell’animale, che con un imperioso miagolio si faceva aprire la porta dell’alloggio, poteva sembrare buffa e farci sorridere, se non si fosse subito compreso, però, che la sua presenza improvvisa e perentoria era un  segnale inquietante della bestialità oscura in agguato, che si stava introducendo di prepotenza nella tranquilla vita di Michèle, la quale, infatti, non faceva a tempo a chiudere la porta a vetri, quando quella stessa porta si riapriva violentemente, mentre lei, gettata a terra, era costretta a subire la furia sessuale inaudita di un aggressore sconosciuto, mascherato e vestito con un manto nero, come un eroe dei suoi videogiochi.
Se l’inizio del film era stato folgorante e memorabile, il seguito ci aveva spiazzati: Michèle, che non era donna dalle lacrime facili, mostrava una capacità inattesa di dominare razionalmente la situazione: riassettata la casa, rimossi i frammenti degli oggetti che frantumandosi erano caduti a terra con lei, aveva rimosso con un bagno caldo anche la sporcizia che quell’uomo le aveva lasciato addosso, aveva medicato le ferite e aveva ripreso la solita vita. In azienda aveva riunito e informato i suoi collaboratori, tutti sospettabili, per scrutare da vicino le loro reazioni, e valutarne la sincerità, ignorandone (come sempre) i consigli. Di fare denuncia alla polizia era assurdo parlare; meglio un brindisi che sancisse senza equivoci il ritorno alla normalità. Purtroppo, però, al primo stupro ne erano seguiti altri, perpetrati nello stesso modo e con altrettanta barbarie, così da indurla a indagare non solo fra i suoi collaboratori più stretti, ma anche fra i suoi più prossimi conoscenti, fra i quali Patrick (Laurent Lafitte), il suo vicino di casa, da cui è attratta.

Michèle come Poirot?
 Il grande tavolo festoso della sua salle à manger, durante la notte di Natale, offriva l’opportunità del confronto allargato fra lei e i collaboratori sospettati, che erano stati tutti quanti invitati per il cenone, insieme a compagne, mogli, fidanzate. Tutti avevano conti in sospeso con lei (che non li stimava affatto), poiché a tutti pesava obbedirle; di Patrick, il vicino, la donna non sapeva molto, ma il suo comportamento pio e devoto, appiattito sulla religiosità bigotta di sua moglie, sempre pronta alle orazioni e ai rosari, la rendeva diffidente: si sarebbe occupata  soprattutto di lui, cercando di conoscerlo. Che cosa di meglio che misurarne la reattività sessuale? Le riprese mostrano in modo alterno il sopra e il sotto del tavolo: l’aspetto dell’intrattenimento gentile, del cibo e della festa (c’è persino spazio per la messa papale trasmessa dalla TV), e insieme ciò che stava avvenendo oscuramente sotto la bella tovaglia: le gambe di Michèle che si allungavano per incontrare quelle di Patrick, che sembrava aver ben compreso e rispondeva, rilanciando il messaggio. Naturalmente i suoi movimenti audaci e ben dissimulati, i suoi ammiccamenti non provavano alcunché, ma Michèle era convinta che quella pista fosse promettente, perciò decideva di percorrerla fino in fondo. Non aggiungo, a questo punto, ulteriori particolari del racconto; mi limito a dire che ora il film diventa un thriller teso, pervaso da un’ironia nera, impronta stilistica di tutto il film. Da una parte, infatti, il tentativo di scoprire l’identità dello stupratore richiedeva che lei affrontasse un percorso conoscitivo pericoloso; dall’altra le si presentava una strada molto intrigante per la sua novità, poiché alla curiosità tutta mentale e razionale dello smascheramento si stava affiancando una curiosità di altro tipo, un po’ perversa, folle, istintuale, animale (il gatto ora le rassomigliava davvero!) che rischiava di esporla seriamente alla bestialità sadica di un maniaco probabilmente incapace di fermarsi.

La vicenda raccontata si ispira al romanzo  Oh… di Phillippe Dijan (che per il film lo ha sceneggiato insieme a David Birke e Harold Manning). Era stato però il produttore franco- tunisino Said Ben Said ad acquistarne i diritti cinematografici, così come era stata Isabelle Huppert ad assicurarsi legalmente il diritto di prelazione nel caso il romanzo fosse diventato un film, prima ancora che Dijan offrisse la regia (e l’attrice) a Paul Verhoeven, che dalla metà degli anni ottanta lavorava a Hollywood, dove aveva diretto i suoi film più noti (tutti ricorderanno Basic Instinct), spesso trasgressivi, triviali e scandalosi. L’incontro fra lui e l’attrice si rivelò subito promettente: nasceva, infatti, un rapporto di fiducia e collaborazione che si sarebbe mantenuto per tutta la durata delle riprese.
Graffiante e ironica fino al sarcasmo, la regia di Paul Verhoeven manifesta anche questa volta la sua volontà di provocatore ambiguo che può apparire politically incorrect, nello sfidare alcune tematiche femministe, anche se mai nel film si minimizza la gravità della violenza, di cui si evidenzia senza sconti la sopraffazione insopportabile. L’interpretazione di Isabelle Huppert dà vita a un personaggio femminile di grandissima complessità che, non intendendo piegarsi alla paura e alla prepotenza, evita ogni vittimismo, preferendogli il ruolo difficile di chi conduce il gioco, anche a rischio di soccombere. I personaggi maschili appaiono impietosamente ebeti e presuntuosi, del tutto inadeguati ad assumere qualsiasi responsabilità nella vita.
Nel film sono numerosissimi i rimandi a molto precedente cinema, dal Buñuel di Tristana (la stampella), o di Bella di giorno (la scoperta dell’erotismo perverso e pericoloso), fino a quello meno noto di Estasi di un delitto, richiamato dalle fiamme inquietanti della stufa in cantina). Ritroviamo poi il Fellini  di 8 1/2, a cui il regista dice di aver pensato nella scena del grande tavolo natalizio, nonché Haneke alla cui folle e misteriosa Pianista sembra quasi rifarsi il personaggio di Michèle, e persino i Coen di Blood Simple (nella scena delle forbici fatte penetrare sul dorso della mano). Un susseguirsi ininterrotto di invenzioni sorprendenti, di immagini rutilanti, di spiazzanti svolte e anche di divertenti volgarità, controllate da una regia attentissima, rendono questo lavoro del quasi ottantenne Verhoeven un signor film, di qualità davvero notevole e rara, da vedere assolutamente (distribuzione italiana permettendo!)

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