È solo la fine del mondo


schermata-2016-12-11-alle-19-32-06recensione del film:
È SOLO LA FINE DEL MONDO

Titolo originale:
Juste la fin du monde

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard – 95 min. – Francia 2016.

Gran Premio della regia, quest’anno a Cannes è finalmente visibile anche da noi.

Louis, (Gaspard Ulliel), che è un apprezzato scrittore, è su un aereo per tornare a casa, ma il suo viaggio, senza futuro, è pieno di incognite, come ben si comprende all’inizio del film, quando, su quello stesso aereo, un bimbetto seduto dietro di lui (che gli sorriderà indulgente), gli copre gli occhi con le sue manine con un gesto pieno di grazia, ma fortemente significativo. Louis aveva abbandonato quella casa da dodici anni, durante i quali non aveva mai dato notizie di sé, ciò che lascia indovinare uno strappo alquanto drammatico. Il giovane, ora malato e prossimo a morire, non aveva più visto Suzanne (Léa Seydoux), la sorella allora molto piccola, diventata una bella e infelice ragazza, e neppure Antoine (Vincent Cassel), il fratello maggiore invidioso e rancoroso, né aveva cercato di incontrare la madre (Nathalie Baye), affettuosa ma lontana da lui e dai suoi problemi, troppo presa dalla propria garrula vanità. Nulla sappiamo della sua famiglia in quei dodici anni, se non che Antoine, diventato padre da pochi mesi, usava anche con con la moglie Catherine (Marion Cotillard) l’atteggiamento odioso e arrogante che gli era solito e che la donna vanamente provava a mitigare, opponendo all’aggressività di lui la propria dolce remissività. Allo stesso modo ignoriamo tutto dei dodici anni di Louis lontano da loro, se non che era diventato un noto e acclamato scrittore: tutti i diversi personaggi vivono, infatti, nel momento stesso del loro agire, del loro parlare o del loro silenzio, come si conviene  a personaggi che, prima di diventare cinematografici, appartengono a una pièce teatrale.
Louis era tornato animato dall’intento di offrire la rivelazione della sua fine inevitabile, quale segno del suo profondo bisogno di pacificazione, quasi che ritrovare persone e luoghi che lo avevano visto crescere potesse fargli ricuperare, proustianamente, il tempo lontano delle memorie affettuose (inutilmente ?) perduto. Del tutto vano, però, si sarebbe rivelato questo suo tentativo in una famiglia dove ognuno ascoltava solo la propria voce, cercando di sovrapporla a quella degli altri: solo Catherine sembrava in grado di comprendere con sincera compassione, ma non essendo sufficientemente forte da imporsi era destinata a subire. Il ritorno di Louis, perciò, non avrebbe mutato la situazione di sempre, cosicché qualunque rivelazione diventava impossibile; il suo sorriso tra l’ironico e lo sconsolato non poteva che ribadirne l’impotente solitudine, anche quando una passeggiata con Antoine in auto, nell’aperto paesaggio di una domenica assolata, avrebbe potuto rallentare la tensione e favorire la pacificazione.

L’atteso sesto film di Xavier Dolan è alquanto insolito, poiché questa volta l’enfant prodige del cinema mondiale abbandona il Canada e il suo Quebec (e soprattutto i suoi attori e il suo colorito parlato québécois), per trasferirsi in Francia, attratto dalla possibilità di adattare allo schermo il testo teatrale, dal titolo Juste la fin du monde di Jean-Luc Lagarce, altro enfant prodige, morto di AIDS a Parigi nel 1995, a soli trentotto anni e, fino a quel momento, sconosciuto autore (solo in seguito le sue pièces sarebbero diventate le più rappresentate d’oltralpe e questa sarebbe stata la più rappresentata di tutte. In Italia questa stessa pièce fu messa in scena da Luca Ronconi al Piccolo di Milano nel 2009).
Dolan, dunque, per la seconda volta, come già era accaduto con Tom à la ferme, si cimenta con un testo teatrale: in quel caso l’autore Michel Marc Bouchard ne era stato anche co-sceneggiatore; in questo caso, invece, egli, unico sceneggiatore, ha largamente utilizzato, spesso senza modificarlo, il testo altamente claustrofobico di Lagarce facendone un Kammerspiel, ciò che gli ha permesso di isolare ogni personaggio nel proprio incomunicabile dolore, ma anche di scavare nelle contraddizioni di ciascuno, mettendone in luce, l’umanità, nella convinzione personale che anche i personaggi meno positivi della vicenda soffrano, e che cerchino di difendersi dal dolore ciascuno a suo modo: chi con fatua nevrosi, come la madre; chi con sprezzante arroganza, come Antoine; chi con la trasgressione della droga, come Suzanne. Una lunga intervista, rilasciata nell’agosto 2016  a Stéphane Délorme* contiene a questo proposito molte interessanti dichiarazioni circa i modi con i quali il regista  aveva cercato di rendere cinematograficamente accettabile un testo di estrema durezza, senza tradirne la forza sconvolgente, sia attraverso l’uso ampio dei primi piani, sia attraverso la ricerca continua dell’ equilibrio fra il parlato ossessivo e violento, il silenzio insopportabile del non detto, e la musica (composta per questo film da Gabriel Yared). Ancora una volta il giovane regista si è rivelato ottimo direttore degli attori, perfettamente e credibilmente calati nel proprio ruolo. Non so se, come alcuni sostengono, questo sia il film meno riuscito di Dolan: egli sostiene di aver voluto con questa sua fatica rendere omaggio a un autore sfortunato, cercando di ottenere un’opera molto fedele all’originale (sia pure con le differenze implicite nel mezzo cinematografico) senza riconoscersi perciò pienamente in essa. Credo che a un giovane di ventisette anni, al suo sesto film, vada riconosciuto il diritto di tentare nuove strade e di sperimentare nuove forme espressive! Da vedere.

* pubblicata nel numero di settembre dei Cahiers du Cinema alle pagine 30-33.