Bright Star


Recensione del film:
BRIGHT STAR

Regia:
Jane Campion

Principali interpreti:
Abbie Cornish, Ben Whishaw, Paul Schneider, Kerry Fox, Edie Martin, Thomas Sangster, Claudie Blakley, Gerard Monaco, Antonia Campbell-Hughes, Samuel Roukin, Sebastian Armesto, Samuel Barnett, Roger Ashton-Griffiths, Adrian Schiller, Joyia Fitch, Sally Reeve, Will Garthwaite, Amanda Hale, Lucinda Raikes, Olly Alexander, Sam Gaukroger, Jonathan Aris, Alfred Harmsworth – 120 min. – Gran Bretagna, Australia, Francia 2009

Un giudizio sul film in questione non può che partire dall’analisi del medesimo e non dalla concezione che John Keats aveva della poesia, perché non mi pare che sia questo il tema che il film affronta. A prescindere, perciò, dalla conoscenza che ciascuno di noi ha del poeta inglese, mi pare che il film ci parli, mirabilmente, di quel momento storico in cui il poeta perde il suo statuto di uomo rispettato e venerato dalla società, perché collocato in un empireo irraggiungibile dal resto degli uomini, e comincia a confrontarsi con i problemi che tutti gli uomini sono quotidianamente costretti ad affrontare. Non è più, infatti, il momento in cui agli artisti sia possibile vivere alla corte di qualche potente sovrano o di qualche nobile generoso, ma è invece quello in cui tutti, artisti compresi, devono vivere del proprio lavoro. Lo stesso Keats ottiene un magro stipendio dall’amico, in cambio di lezioni di poesia, cioè di ore spese nell’insegnamento. Il vero problema è, però, che l’industria culturale è ai suoi esordi, che in ogni caso nessuno può contare sui diritti d’autore, e che, inoltre, la poesia vende (e perciò rende) troppo poco per viverci. Qualsiasi progetto per la vita è, perciò, destinato a scontrarsi contro questa realtà, il che renderà durissima la situazione sentimentale non solo di Keats, ma di moltissimi altri poeti del tempo, per i quali innamorarsi e progettare un futuro con la donna amata costituiva un lusso che pochi avrebbero potuto permettersi (a meno che fossero ricchi per condizione familiare). E’ evidente, perciò, che la donna, per iniziativa della quale, soprattutto, ha inizio lo straordinario rapporto fra i due, è la figura di cui, soprattutto, si occupa la regista, perché è Fanny colei che, consapevolmente e coraggiosamente accetta di vivere una storia che non ha altre prospettive che la sconfitta (che Keats viva o muoia), come è ben compreso dalla madre, combattuta fra l’amore per la figlia (e il naturale desiderio, perciò, di vederla ben sistemata), e la compassione per lei, alla quale non si sente di negare, per quanto nei limiti consentiti dalla morale del tempo, le gioie e le illusioni di un amore vero e appassionato. Il film, se lo si considera sotto quest’aspetto, ci presenta momenti di grande bellezza, come la dolorosa partecipazione di Fanny alla malattia e alla morte di Tom; le passeggiate nella campagna fiorita di Hampstead; la struggente comunicazione dell’amore reciproco fra le pareti delle stanze da letto contigue, ma separate; la prigionia delle farfalle colorate nella stanza di Fanny; la sfida sempre presente e tesa nei confronti dell’amico che vorrebbe il poeta solo per sé; la partecipazione dolorosa non solo, come ho già detto, della madre, ma anche della sorellina, che non capisce bene, ma intuisce molto. Né l’amore, né le cure affettuose purtroppo riusciranno a evitarle lo strazio della perdita di John, evocata dalla bellissima scena di una livida e deserta Piazza di Spagna, in quella Roma in cui il poeta aveva voluto soggiornare, nella speranza che un migliore clima lo avrebbe aiutato a non morire. Bellissima e suggestiva la fotografia degli interni (Vermeer e la sua Merlettaia sono un riferimento d’obbligo) ma anche degli autunni brumosi londinesi, dei boschi e dei villaggi, sfondo tenero dell’ amore nascente fra i due. Bravissimi tutti gli attori, fra i quali particolarmente si distingue Abbie Cornish, nella parte di Fanny.

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