Un affare di famiglia

recensione del film:
UN AFFARE DI FAMIGLIA

Titolo originale:
Shoplifters

Regia:
Hirokazu Kore’eda

Principali interpreti:
Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki, Jyo Kairi, Miyu Sasaki, Kengo Kora, Chizuru Ikewaki, Sôsuke Ikematsu, Yôko Moriguchi, Moemi Katayama, Yuki Yamada, Akira Emoto, Naoto Ogata – 121 min. – Giappone 2018.

Nelle nostre sale (poche) è distribuito in questi giorni il film che quest’anno ha vinto la Palma d’oro a Cannes, ovvero questo magnifico Un affare di famiglia, diretto da Hirokazu Kore’eda, regista giapponese che conosciamo per aver girato, sul tema della famiglia, alcuni tra i film più belli degli ultimi anni*.
Il titolo in italiano, questa volta, sembra individuare la questione principale del film: quali valori distinguono una famiglia vera da altre forme di convivenza; quello inglese, adottato quasi universalmente, invece, sottolinea la singolarità dei personaggi che compongono la famiglia di cui si occupa il regista: Shoplifters, cioè taccheggiatori.
I protagonisti dell’ultima fatica del regista, effettivamente, vivevano violando continuamente la legalità: piccoli espedienti, furterelli per arrotondare le loro magre entrate facevano allegramente parte della loro esistenza quotidiana: di quella della vecchia nonna (Kirin Kiki), la cui pensione non era propriamente quella di vecchiaia; di quella del capo-famiglia Oshamu Shobata (Lily Franky), discontinuo operaio edile nonché abilissimo ladruncolo; di quella di Nobuyo (Sakura Andò), sua moglie, impiegata in una tintoria, che senza problemi si impadroniva degli oggetti dimenticati nelle tasche degli abiti da lavare e infine di quella di Aki (Mayu Matsuoka), la cognata, che, per sostenere i costi dell’università, lavorava in un peep-show…Una famiglia, dunque, un po’ anomala, quanto meno, “trasgressiva” alla quale forse nessuno affiderebbe volentieri i propri figli…prima di aver visto il film, naturalmente!

Nella periferia degradata di Tokio, nascosta dietro siepi e alberi selvatici, si trovava l’abitazione fatiscente di questa gente marginale, ignorata dal mondo, che aveva scelto liberamente di condividere le poche risorse di ciascuno, per aiutarsi e difendendersi reciprocamente in uno spirito di piena solidarietà, di comprensione affettuosa, di ascolto e di amore generoso, capace di accogliere anche i bambini come Shota (Sôsuke Ikematsu), salvato dalla strada, nutrito e fatto crescere con cura, o come Yuri (Miyu Sasaki), chiusa fuori di casa a soli quattro anni, nel gelo dell’inverno dai “genitori”  che l’avevano lasciata al freddo e alla neve, per continuare a litigare e a odiarsi indisturbati, perché nella ricca società giapponese, anche questo era stato possibile. La nonna, con la sua saggezza, era la guida prudente di ogni decisione familiare; era stata per questo un po’ riluttante ad accogliere la piccola, poiché temeva  i guai che avrebbero potuto mettere in crisi quella sua famiglia unita:  avrebbe preferito restituirla dopo averla sfamata e curata per le ferite reali e metaforiche di cui Yuri portava le tracce nel corpo e soprattutto nell’anima. Era stata lei, però,  a voler rimanere scegliendo la famiglia vera, del tutto indifferente ai legami di sangue. I guai paventati sarebbero arrivati, purtroppo, in nome della difesa strenua della legge, applicata da giudici incapaci di intendere le ragioni dell’umanità, sostenuti però dal consenso di psicologi, assistenti sociali e benpensanti, mentre il battage di giornalisti alla ricerca di scandali, ne completava l’opera distruttiva. Ancora una volta, questo grande regista ci chiede che cosa sia davvero la famiglia, chi sia davvero il padre con questo film bello e disturbante, in cui la gioia è anche quella di una bella passeggiata sul mare che con le sue acque tranquille sembra capace di cacellare i dolori e le angosce del mondo, almeno prima della furia che potrebbe travolgere ogni cosa. Difficile dimenticare l’ansia di paternità di Oshamu Shobata, che di fronte a Shota, il ragazzino raccolto dalla strada e allevato con cura, che sta per tornare in collegio a cui i giudici lo avevano spedito… nel suo interesse, naturalmente, lo supplica di chiamarlo papà.

Non era il padre naturale, quello di sangue, l’unico riconosciuto dalla legge (benché sconosciuto al figlio),  per il quale non restano, al di là delle sentenze, che le bellissime parole manzoniane:
non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre”.

 

*Father and SonRitratto di famiglia con tempesta

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Mr. Long

recensione del film:
Mr. Long

Regia:
Sabu (II) (nome d’arte di  Hiroyuki Tanaka)

Principali interpreti:
Chen Chang, Shô Aoyagi, Yiti Yao, Run-yin Bai, Masashi Arifuku, Tarô Suwa, Ritsuko Ohkusa, Shiiko Utagawa, Yûsuke Fukuchi, Tetsuya Chiba – 129 min. – Giappone, Germania, Cina, Taiwan 2017.

Mr Long (Cheng Chang) era un fascinoso e tenebroso giovanotto taiwanese che conduceva una doppia vita: quella del cuoco raffinato, e quella del killer che, per denaro, diventava una impassibile macchina di morte, grazie alla destrezza dei suoi movimenti felpati e alla sua abilità di muoversi nell’ombra. Si spostava velocemente, in silenzio, senza lasciare tracce, avendo studiato accuratamente ogni volta il piano che lo avrebbe reso insospettabile e inafferrabile… o quasi! L’ultima sua impresa, in Giappone, infatti, non era andata così: messo in un sacco e più volte ferito con colpi d’arma da fuoco, era riuscito a sopravvivere, non si sa come; era addirittura guarito, grazie all’assistenza affettuosa di un bambino che, silenziosamente, gli aveva fatto trovare l’occorrente per disinfettarsi e curarsi. Inizia in questo modo, sotto il segno dell’amicizia disinteressata col piccino la rigenerazione fisica e “morale”di Long, che ora, nella perferia di una grande città giapponese, riprende a fare il mestiere di cuoco, facendosi conoscere, apprezzare e stimare da molti e, purtroppo, anche riconoscere da qualcuno che avrebbe preferito dimenticare…

Forse perché era stato preceduto dal battage che di solito si riserva ai film ammessi in concorso al Festival di Berlino, questo Mr. Long  aveva acceso la mia curiosità, cosicché, senza altre informazioni, ho voluto vederlo prima che venisse sostituito dai film della nuova stagione. Dico subito che le mie attese, forse eccessive, sono state parzialmente deluse, ciò di cui mi dispiaccio. Riconosco, però, che si tratta di un’opera  singolare, in cui si mescolano e si fondono con grazia favolistica  temi, stilemi e registri di culture diverse, nell’intento evidente di costruire un film che fa dell’amicizia e dell’umana comprensione  il centro narrativo, al di là della diversità delle tradizioni, dei comportamenti e delle culture: nulla è insormontabile se si riconosce l’umanità dell’altro che viene da fuori, bisognoso di cure e di cibo. Un ottimismo sorridente, quasi alla Kaurismaki, accompagna una vicenda che si colloca fra il gangster-movie ( violentissimo e grandguignolesco) e il Wuxiaplan (col suo cavaliere errante e solitario) senza disdegnare, per altro, le suggestioni del teatro interculturale europeo e giapponese sviluppatosi nel corso del ‘900. È un film un po’ “facile” e sicuramente anche un po’ ruffiano, ma è girato con eleganza e interpretato con grande professionalità da Cheng Chang, che già avevamo visto all’opera in The Assassin (2015), affiancato dal piccolo Kenji (Shô Aoyagi). bravissimo e simpaticissimo.

 

 

 

L’amant d’un jour

recensione del film:
L’AMANT D’UN JOUR

Regia:
Philippe Garrel

Principli interpreti:
Éric Caravaca, Esther Garrel, Louise Chevillotte – 76 min. – Francia 2017.

 

Con il rigore formale che da sempre ne contraddistingue l’opera, Philippe Garrel continua la sua “fenomenologia” dei rapporti d’amore, concludendo con questo L’amant d’un jour la trilogia di film brevi (durano poco più di un’ora ciascuno), raccontati in un elegantissimo (e quanto mai ricco di toni) bianco e nero, iniziata nel 2013 con Jalousie e proseguita con L’ombre des femmes (2015). Da lui stesso sceneggiato, insieme a Jean-Claude Carrière (come il precedente), quest’ultimo suo lavoro fu presentato a Cannes nel 2017 per la Quinzaine des realizateurs, dove ottenne vasti consensi; in Italia non si è visto per ora, ma la speranza è che arrivi anche da noi in tempi ragionevoli.

L’inizio del film è fra i più arditamente sensuali fra quelli visti al cinema: nello spazio angusto di una toilette dell’università, un uomo e una donna hanno un infuocato rapporto d’amore: sono Gilles (Éric Caravaca) e Ariane (Louise Chevillotte), ovvero un docente della facoltà di filosofia e una delle sue studentesse.
Ariane si era innamorata di lui ascoltandone le lezioni qualche mese prima; l’aveva corteggiato a lungo e, infine, l’aveva conquistato, trasmettendo anche a lui l’urgenza del proprio desiderio. Da tre mesi i due innamorati condividevano l’alloggio di lui, fra i molti libri, nel diffuso disordine di chi poco si cura delle cose che ha intorno. La loro condizione di beatitudine immemore del mondo sarebbe stata ben presto messa alla prova dall’inatteso ritorno a casa di Jeanne (Esther Garrel), la giovane figlia di Gilles, coetanea di Ariane.
Jeanne aveva amato Matéo con tutta se stessa ed, essendosi convinta di aver trovato l’amore della vita,  aveva investito sul loro futuro tutti i suoi sogni e ogni suo progetto; Matéo, che era molto giovane, riteneva invece prematuro e inutile pensare agli anni a venire. Quando Jeanne ne aveva preso coscienza, si era sentita davvero tradita e aveva preferito abbandonarlo, nella più ostentata indifferenza di lui: ne era seguito il suo lungo e disperato singhiozzare lungo le strade vuote e silenziose della notte parigina, il ritrovamento della casa paterna e, infine, l’accoglienza affettuosa e preoccupata di Gilles, che l’aveva ascoltata e un po’ confortata, sperando che il calore della vita familiare ne avrebbe attenuato il dolore lacerante. Ci avrebbe provato anche Ariane, la mattina dopo, cercando di stabilire con lei un rapporto d’amicizia e complicità…

Emergono, nel corso del film, i problemi irrisolti dei tre personaggi principali. Gilles (alle sue spalle, più di un divorzio) si era illuso che Ariane fosse la donna giusta, insieme alla quale invecchiare, senza temere la morte* ma era imbarazzato per l’arrivo di sua figlia Jeanne, tanto che aveva limitato i focosi e rumorosi rapporti notturni con lei. Jeanne, per altro, non aveva gradito la presenza di Ariane nella “sua” casa e si era lasciata sfuggire più di una espressione ostile a questo riguardo. Ariane aveva avvertito oscuramente l’ostilità di Jeanne e ne aveva sollecitato invano comprensione e confidenza. La gelosia era tornata, come nel primo film, a oscurare, se non la felicità (concetto impegnativo e abusato), la serenità apparentemente raggiunta dalla coppia Gilles-Ariane: anche contro la loro volontà era difficile trasformare la travolgente passione che li legava in un rapporto di amore affettuoso, tranquillo e duraturo, per sua natura incompatibile con l’infedeltà anche di un solo giorno (il titolo del film) e, nella realtà dei fatti, fonte di insopportabile sofferenza, sebbene in astratto del tutto accettabile. La gelosia, sia pure di diversa natura, era probabilmente, anche per Jeanne, all’origine del suo ambiguo ruolo in tutto il film, soprattutto alla fine, quando aveva (per incoscienza?) organizzato l’ultima “scappatella” di Ariane, quella che fatalmente avrebbe concluso il suo rapporto con l’uomo che pure continuava ad amare.

Film bellissimo, raccontato con impareggiabile esprit de finesse attraverso pochi ma significativi episodi, raccordati da una voce femminile fuori campo, che, astenendosi da ogni giudizio moralistico,  permette di cogliere la profonda e sfaccettata verità di ciascuno dei personaggi. Da vedere sicuramente, se e quando sarà possibile nel nostro paese.

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* non a caso Jean-Louis Aubert, il musicista autore dello scarno commento musicale al film, accompagnerà, col suo canto,  questi malinconici versi dello scrittore Michel Houellebecq:

Lors qu’il faudra quitter ce monde
Fais que ce soit en ta présence
Fais que, mes ultimes secondes.
je te regarde avec confiance…

Traduco (indegnamente):
quando occorrerà lasciare questo mondo
fa che ciò avvenga in tua presenza,
fa che, alla fine del mio tempo,
io ti guardi con fiducia…

 

In Dubious Battle – Il coraggio degli ultimi

recensione del film:
IN DUBIOUS BATTLE-IL CORAGGIO DEGLI ULTIMI

Titolo originale:
In Dubious Battle

Regia:
James Franco

Principali interpreti:
James Franco, Nat Wolff, Vincent D’Onofrio, Selena Gomez, Ahna O’Reilly, Analeigh Tipton, Robert Duvall, Ed Harris, Bryan Cranston, Sam Shepard. – 110 min. – USA 2016

Da un celebre romanzo di John Steinbeck, pubblicato (fino ai nostri giorni) in Italia da Valentino Bompiani* con la bellissima traduzione di Eugenio Montale, è tratto questo film che si attiene, con qualche curiosa e significativa infedeltà, al testo del grande scrittore americano, che racconta le lotte dei raccoglitori di mele nei grandi frutteti della California, nel corso degli anni ’30. La grande depressione, che era seguita alla crisi del ’29 aveva spinto fuori dalle città impoverite migliaia e migliaia di lavoratori disoccupati, insieme alle loro famiglie, in cerca di lavoro e di abitazione.
Molti uomini erano stati reclutati dagli emissari di Bolton (Robert Duvall), latifondista privo di scrupoli, che con la promessa di tre dollari al giorno, li dirigevano verso le piantagioni fruttifere, presso le quali sorgevano i capannoni-lager sudici e promiscui, squallide dimore di uomini, donne, bambini nonché di topi e parassiti. La paga si era intanto ridotta a un dollaro giornaliero e lo scontento cominciava a serpeggiare, senza mai apertamente esplodere, per la reale mancanza di alternative praticabili al disumano sfruttamento. Erano giunti dalla città anche due intellettuali, clandestini per scampare alle persecuzioni riservate a chi professava pubblicamente idee radicali e socialiste: Mac (James Franco, anche regista del film) e il depresso Jim ( Nat Wolff). Lo scopo di Mac era quello di farsi assumere come raccoglitore e, da quella condizione, riuscire a scuotere dal torpore i suoi compagni di lavoro organizzando uno sciopero; Jim, meno fiducioso, avrebbe raccolto da parte sua anche le più piccole tracce di malcontento e gliele avrebbe segnalate. I rischi erano enormi per entrambi, anche per l’agguerrito sistema di spionaggio dei sorveglianti di Bolton, sempre attentissimi a informare il padrone e sempre pronti a massacrare di botte fino alla morte chi fosse sospettato di boicottare la raccolta e di organizzare qualche forma di sciopero.

La rivolta nonostante tutto era avvenuta e la dura risposta padronale non si era fatta attendere, ma era stata rintuzzata da Mac, che in precedenza aveva organizzato con un piccolo proprietario locale, Mr. Andersom (Sam Shepard) l’accoglienza dei lavoratori in fuga e la loro sistemazione in un campeggio dotato di qualche comfort, e anche di un ambulatorio, mentre il Dr. Burton, medico “liberal”, sensibile ai diritti delle persone (Jack Kehler), avrebbe garantito la propria presenza. Siamo circa alla metà del film (i cui sviluppi non intendo rivelare), condotto con passione dal giovane regista-attore che ricalca forse un po’ troppo parafrasticamente le pagine del romanzo senza rinunciare, talvolta, a un’insistenza enfatica, che può risultare fastidiosa.  Il film tuttavia, almeno secondo me, càpita nelle nostre sale nel momento più opportuno, per ricordare a tutti noi che il caporalato con i suoi orrori, è quasi connaturato al processo di accumulazione del capitale, difeso dai liberisti che ancora oggi ribadiscono le proprie convinzioni con gli stessi argomenti di quei tempi terribili.
Molto interessante è per altro la dialettica delle posizioni  politiche e strategiche di Mac, di Jim, di Anderson e del dottor Burton, ognuno dei quali incarna un aspetto del pensiero della “sinistra” di allora (e anche di oggi?) con la quale si confrontava l’esperienza umana di London (grande Vincent D’Onofrio), il leader naturale dei lavoratori in lotta.
Da vedere.

 

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* la prima coraggiosa edizione (di cui possiedo la copia da sempre presente, a mia memoria, in famiglia) è del 1940 (finito di stampare il 25 agosto “coi tipi delle arti grafiche Chiamenti in Verona) ed è preceduta da una curiosa introduzione dell’editore, che cerca, con molta diplomazia, di legittimarla agli occhi del potere, mantenendo la propria dignità di uomo libero in un momento rischioso: il 10 giugno 1940 l’Italia fascista era entrata in guerra a fianco di Hitler!

Il romanzo ricava il titolo originale da alcuni versi del Paradiso Perduto di Milton:
“And, me preferring,
His utmost power with adverse power opposed
In dubious battle on the plains of Heaven,
And shook His throne“

che così qui traduco (Milton mi perdonerà):
E, preferendo me,
opposero alla sua enorme forza la loro forza
in incerta battaglia sulle pianure del Cielo,
e scossero il suo trono.

I tre colori di Kieslowski

Film blu, Film biancoFilm rosso (la “Trilogia dei colori”) nacquero dal progetto unitario del regista polacco Krzystof Kieslowski*, uno dei più grandi autori cinematografici del ‘900. Sceneggiati insieme all’inseparabile collaboratore Krzysztof Piesiewicz, girati e conclusi fra il 1993 e il 1994, i tre film si ispirano ai colori della bandiera francese, cui il regista associa i valori di libertà (Blu), uguaglianza (Bianco) e fraternità (Rosso), fondamenti della Rivoluzione del 1789, tuttora richiamati dall’ultima costituzione repubblicana. L’intento di Kieslowski era duplice: presentarne l’importanza universale e insieme evidenziarne i limiti e le contraddizioni, inevitabili quando l’astrattezza dei princìpi si confronta con la realtà degli uomini e della società.

Le vicende sviluppate nei tre film, pur nella loro diversità, rivelano forti somiglianze:
sono racconti morali ma non sono teoremi; non proclamano verità, ma isinuano dubbi e interrogativi;
sono racconti europei: i loro personaggi si muovono tra Parigi, la Polonia e Ginevra, luoghi emblematici dei modelli ideali, politici ed economici che nel corso dei secoli hanno alimentato le speranze e ispirato le azioni degli abitanti del vecchio continente;
mettono in scena storie di ordinaria aspirazione alla felicità, che si confrontano  e si scontrano con  i capricci del caso, (o con le decisioni del fato, o forse con un disegno provvidenziale di cui sfuggono i contorni)
sono costruiti tutti e tre con precisione molto attenta anche ai più minuti particolari, che rimandano significativamente, per corrispondenze subliminali, alla storia principale.
È impossibile non notare le analogie fra un film e l’altro: il ricorrente presentarsi degli interrogativi fondamentali della vita; la partecipazione emotiva del regista – demiurgo alle sciagure inattese; la sua ironia amara per gli aspetti contraddittori del fideismo ingenuo nella naturale bontà degli uomini e nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità.
Una profonda ansia finalistica (non necessariamente religiosa o confessionale) attraversa tutte le vicende dei tre racconti, che diventano lo specchio dell’inestricabile guazzabuglio di disperazione e di attesa che rende i personaggi della finzione del tutto simili agli spettatori, che in quelli riconoscono la propria aspirazione alla generosità disinteressata e, purtroppo, anche le proprie debolezze e meschinità.

breve recensione del film:
Tre colori –  Film Blu

Titolo originale
Trois couleurs: Bleu

Regia:
Krzystof Kieslowski

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Emmanuelle Riva, Benoit Regent, Yann Tregouet, Florence Pernel 95 min. – Francia, Polonia 1993.

È un gran film sulla libertà e sull’amore, ma anche una profonda meditazione sul tema della memoria. Julie (Juliette Binoche) ha perso in un imprevedibile incidente d’auto Anna, la figlioletta, e il marito, famoso musicista impegnato a terminare la composizione di un concerto molto atteso, organizzato per festeggiare l’unità ritrovata dell’Europa (la caduta del muro di Berlino era avvenuta nel 1989). Le era rimasta la grande casa presso Parigi, piena di libri e di cultura, soprattutto ingombra, però, di ricordi disperati, che, continuamente insinuandosi nel presente le impedivano di creare per sé nuovi spazi di libertà, ora che aveva respinto l’ipotesi di uccidersi. Mentre Julie si accingeva a cancellare rabbiosamente ogni traccia del proprio passato per disporsi a cogliere le nuove opportunità che la vita avrebbe potuto offrirle, sua madre, sempre più vecchia e sulla strada della demenza, perdeva progressivamente ogni memoria di sé, smarrendosi in un limbo, indeterminato nel tempo e nello spazio, non diverso dalla morte. Per quanto difficile sia ammetterlo, infatti, sopravvivere a un grande dolore è possibile solo ricuperando tutti gli aspetti del nostro passato che hanno formato la nostra stessa identità: per Julie, dunque, la sua nuova libertà si sarebbe realizzata solo tornando a offrire, in positiva continuità col suo doloroso passato, la propria generosità e il proprio amore, uscendo finalmente da sé.

 

breve recensione del film:
Tre colori – Film  Bianco
Titolo originale:
Trois couleurs: Blanc

Regia:
Krzysztof Kieslowski

Principali interpreti:
Zbigniew Zamachowski, Julie Delpy, Janusz Gajos, Jerzy Stuhr, Aleksander Bardini. 91 min. – Francia, Svizzera, Polonia 1994

L’uguaglianza è il meno facilmente realizzabile fra i tre grandi ideali della rivoluzione francese: presuppone la possibilità di organizzare la società secondo criteri di giustizia che prescindono dalla natura e anche dalla volontà degli uomini. Questo convincimento, apertamente dichiarato dal regista nell’intervista che si può acoltare sul DVD nella parte dei contenuti speciali, ha determinato, probabilmente, la scelta, per questo film, del registro narrativo della commedia. Girato significativamente fra Parigi e la Polonia, Film Bianco racconta le avventurose peripezie del protagonista, Karol Karol (Zbigniew Zamachowski), parrucchiere polacco assillato dal bisogno di soldi. Sua moglie Dominique (Julie Delpy), che aveva capito come va il nostro mondo, aveva aperto un grande salone da parrucchiera a Parigi, dove ora viveva da signora e parlava francese. La donna, infatti, aveva così bene assimilato gli usi e i costumi del paese che l’aveva accolta da ricorrere alle sue leggi per divorziare da lui, che invece non aveva capito nulla. Eppure il loro era stato un grande amore felice e completo fino al matrimonio, dopo il quale, per colpa di lui (secondo lei), la loro vita sessuale si era interrotta e le loro strade si erano separate. L’ingenuo e innamorato Karol, però, si era convinto che lavorando sodo in Polonia, con le sue conoscenze e la sua capacità, avrebbe convinto Dominique a tornare in patria per creare quella famiglia, la cui centralità sicuramente (secondo lui) era ancora nelle aspirazioni di entrambi. Dopo l’ umiliante udienza in tribunale e il successivo oltraggioso comportamento di Dominique, Karol, povero in canna e senza documenti, avrebbe cercato di rientrare in Polonia nascondendosi nel malandato baule col quale era partito e che Mikolaj (Janusz Gajos), misterioso personaggio, decisivo nella sua storia futura, avrebbe stivato come proprio bagaglio sull’aereo per Varsavia…

Come in un racconto picaresco, l’iniziale rovescio di fortuna è l’avvio delle avventurose peripezie di Karol, che infine, avendo compreso anche lui che sesso e denaro sono le leggi che  governano il mondo, preparava la propria crudele rivincita.
Amarissima e spesso divertente commedia, profonda e lucida riflessione sulla vanità illusoria di ogni utopia,  impotente a difendere i più deboli dall’avidità rapace della borghesia, in Polonia come altrove.

 

breve recensione del film:
Tre colori – Film Rosso)

Titolo originale:
Trois couleurs: Rouge

Regia:
Krzysztof Kieslowski

Principali interpreti:
Irène Jacob, Jean-Louis Trintignant, Fréderique Feder, Samuel Le Bihan, Marion Stalens – 100 min. – Francia 1994.

Fraternité: il rosso delle bandiere della solidarietà sociale è anche da sempre un caldo colore associato al sangue, alla passione, all’amore. Della trilogia, tuttavia, questo è il film in cui il tema dell’amore maggiormente si lega alla ricerca di risposte circa il senso dell’agire umano, in un mondo (siamo nel 1994) in cui ai contatti personali e al dialogo si sostituivano, con crescente frequenza, i messaggi affidati alle segreterie telefoniche. Attraverso una dolorosa conversazione telefonica, entriamo nella vita di Valentine (magnifica Irène Jacob), apprendiamo la difficoltà dolorosa di comunicare solo in quel modo con Michel, l’uomo che ama (e che non vedremo mai), ascoltiamo i suoi accorati appelli per averlo vicino e ci commuoviamo per quella vestaglia rossa di lui che l’aiuta a sentire un po’ del suo calore prima di prendere sonno. Valentine si mantiene agli studi all’Università di Ginevra lavorando come modella fotografica e talvolta come indossatrice per qualche sfilata. L’incontro decisivo per il suo futuro era stato del tutto inatteso e alquanto sgradevole: l’oscurità e la stanchezzza non le avevano permesso di evitare che un cane finisse sotto le ruote della sua auto. Dalla targhetta del collare non le era stato difficile trovare il proprietario della bestiola (una femmina di nome Rita) e riportargliela, ma questi, uomo anziano e scorbutico (Jean-Louis Trintignant) non intendeva riaverla, cosicché, a proprie spese, Valentine l’aveva fatta curare e l’aveva tenuta con sé. Era stata Rita, guarita e tornata alla vita a riportarla da lui: sarebbe nato da allora il loro strano rapporto, dapprima di estrema diffidenza e in seguito di difficile amicizia.
L’uomo, era un giudice in pensione, molto restio a parlare di sé, molto curioso, invece, della vita dei suoi vicini, dei quali conosceva tutto, poiché ne spiava, grazie a una sofisticata rete ricetrasmittente, le conversazioni telefoniche, quasi confessioni che rivelavano gli aspetti più segreti e intimi della loro vita. L’ascolto gli aveva permesso di conoscere e prevedere con anticipo le mosse degli spiati, che nulla immaginavano della sua attività illegale: egli impassibilmente registrava e prendeva atto delle loro azioni senza far nulla per salvarli dagli errori che li avrebbero rovinati, rispettando in tal modo formalmente il libero arbitrio di ciascuno, ma mostrando sostanzialmente grande indifferenza per il loro destino, nella convinzione, che, in ogni caso, agire non avrebbe cambiato le cose…
Il personaggio del giudice è fra i più misteriosi fra quelli messi in scena dal regista: né è facilmente interpretabile il suo comportamento, e la sua quasi divinatoria preveggenza. Io credo, tuttavia che sia necessario, (anche se forse non sufficiente) ricorrere alla storia cinquecentesca di Ginevra e al soggiorno di Giovanni Calvino, il grande riformatore in fuga dalla Francia, per comprendere che Kieslowski, attraverso questo personaggio, analizza una delle risposte storiche all’ansia di trovare il senso dell’esistere, presente in tutta la Trilogia, rivelando il suo cristianesimo laico, fondato sulla convinzione del valore positivo del dialogo, dell’accoglienza e della vita dell’uomo e di ogni essere vivente.

* qualche notizia, poca cosa per la verità, sulla biografia di questo grande regista polacco, riconosciuto universalmente tra i maggiori della storia del cinema, si possono leggere sul link del sito on line dell’Enciclopedia Treccani 

La sposa in nero

recensione del film:
LA SPOSA IN NERO

Titolo originale:
La mariée était en noir

Regia:
François Truffaut

Principali interpreti:
Jeanne Moreau, Claude Rich, 
Michel Bouquet, Michael Lousdale, Jean-Claude Brialy, Charles Denner, Daniel Boulanger, Alexandra Stewart, – 107 min. – Francia 1968

Altro film tanto imperdibile quanto introvabile, il cui DVD, miracolosamente, ho reperito in versione originale. Ho faticato parecchio anche a trovare il trailer: quello che conclude questa pagina ne aveva promosso la distribuzione negli Stati Uniti. Eppure è un gran bel film, nonché l’occasione per rivedere Jeanne Moreau in una interpretazione indimenticabile.

L’antefatto e il racconto

Il racconto ha un antefatto importante che viene ricostruito con un lungo flashback, durante la “confessione” di Morane (Michael Lonsdale), verso la metà del film. Morane è uno dei cinque balordi giovanotti i quali, non sapendo come passare il tempo libero, avevano organizzato una sorta di tiro al piccione dalla finestra di un appartamento di fronte alla chiesa in cui si stavano celebrando le nozze di Julie (Jeanne Moreau) e di David (Serge Rousseau), Era stato un altro di questi sfaccendati, però, ovvero il malavitoso di mezza tacca Delvaux (Daniel Boulanger perfetto nel suo phisique du rôle), a deviare il tiro verso il basso, centrando in pieno il giovane appena sposato, che Julie sgomenta aveva visto cadere e morire senza un perché. Mentre i cinque erano fuggiti subito, separandosi e giurando che non si sarebbero mai più rivisti, Julie, dopo aver cercato invano di togliersi la vita, per lei ormai senza significato, aveva indagato a lungo per identificare il responsabile dell’azione criminale riuscendo a individuare tutti coloro che avevano partecipato al macabro gioco e a raccogliere, per ognuno di loro, le notizie indispensabili per vendicare con la morte la tragedia del suo David, l’uomo che aveva amato da sempre, fin dall’infanzia.
Confidava infatti che ciascuno sarebbe caduto nella sua trappola, da Bliss (Claude Rich) il dongiovanni sedotto dal suo fare capriccioso, a Coral (Michel Bouquet), l’impiegato timido e complessato, soggiogato dal suo mistero, a Morane, il politico così narcisista (e così disattento) da non riuscire a evitare l’inganno di cui sembrava essersi accorto persino il figlioletto, il piccolo Cookie. Più difficile del previsto, invece, “giustiziare” il pittore Fergus (Charles Denner) e l’ottuso Delvaux, il vero assassino, ma, infine, la sua vendetta avrebbe raggiunto anche loro.

Il modo del racconto

Il film non rispetta la diacronia degli avvenimenti, perché Truffaut vuole prima di ogni altra cosa presentarci, con la forza delle immagini, la disperazione di Julie: la vediamo all’inizio, a qualche anno dal delitto che l’aveva resa vedova, sfogliare un album di fotografie, così evidentemente dolorose per lei da spingerla a gettarsi dalla finestra, prontamente bloccata dalla madre, che già altre volte le aveva impedito il suicidio. Il suo volto bellissimo e pieno di dolore, la sua fierezza e anche la gentilezza d’animo che si intuisce in queste prime scene non possono che conquistarci. Con la benedizione di Truffaut, dunque, Julie entra subito nel nostro cuore, dove rimarrà per il resto del film: solidarizzeremo con lei sempre, proprio perché il regista ci aveva predisposti a partecipare affettuosamente alla sua ansia di “giustizia”, né abbandoneremo questa nostra simpatia nel corso dell’intera vicenda, nonostante l’efferatezza della sua infallibile vendetta, preparata con razionale precisione nei minimi particolari, ma attuata sul momento, in modo quasi sempre imprevedibile, perché la donna è sempre pronta ad adattare i suoi piani alle circostanze, ad afferrare ogni opportunità, a far fronte prontamente agli inciampi inattesi. I progetti omicidi di Julie, tessere diverse di un solo unitario mosaico, si presentano come una sua doppia scommessa: col destino, beffardamente capace di scombinarli, e con se stessa. Emblematico, a questo proposito, il penultimo e assai complesso episodio, quello dell’uccisione del pittore Fergus, l’uomo che in lei aveva trovato dapprima la modella ideale, poi la donna sognata da sempre: i ritratti a lei somigliantissimi, che Fergus aveva dipinto ben prima di conoscerla, erano nel suo studio a testimoniarlo; il turbamento di Julie, le sue esitazioni angosciose, il suo procrastinare le sedute, nonostante il pericolo incalzante di venire smascherata da Corey (Jean-Claude Brialy), il gallerista, ci pongono alcuni dubbi sulla specificità del film: davvero solo un revenge movie, o un giallo hitchcockiano, condotto dal regista (e dalla straordinaria Moreau) come una ironica sfida? Il giudizio che me ne sono fatta, per quanto poco possa valere, è che si tratti di un’opera assai più complessa, (senza escludere, naturalmente, che la vendetta e la sfida ne siano temi centrali): un film sull’amore e sulla morte, la compagna inevitabile della vita e di qualsiasi amore che, per la sua durata nel tempo, venga fatto coincidere con la vita stessa. Questo è probabilmente il senso profondo del penultimo episodio, molto illuminante per comprendere l’intera pellicola, che continua a interrogarci e a farci riflettere a cinquant’anni dalla sua uscita.

Il Destino

recensione del film:
IL DESTINO

Titolo originale:
Al Massir

Regia:
Youssef Chahine

Principali interpreti:
Nour El-Chérif, Laila Eloui, Mahmoud Hémeida, Safia el Emary, Khaled el Nabaour, Sele Abdel, Ahmed Fouad Selim. – 135 min – Egitto, Francia 1997

Questo film bellissimo è arrivato in Italia l’11 marzo 1998, dopo la Palma speciale ricevuta nel 1997 per il cinquantesimo anniversario del Festival di Cannes dal regista egiziano (1926 – 2008) Yūsuf Shāhīn, francesizzato in Youssef Chahine e con questo nome conosciuto nel mondo.
Qualcuno, nel nostro paese, ebbe allora occasione di vederlo e ne ricevette un’impressione profonda, indimenticabile. Nelle nostre sale durò poco, né qui si è mai visto il suo DVD, che invece è ancora reperibile su qualche sito straniero, ciò che mi ha permesso di rivederlo e di conoscere un po’ meglio anche il regista, del quale mi riprometto di recensire qualche altro film*.
Va aggiunto, infatti, che questa è l’unica opera di Chahine ad aver “soggiornato”, sia pure per un periodo breve, sul suolo italiano: l’autore è dunque pressoché quasi ignorato da noi, ed è un vero peccato!

Che cosa racconta Il destino
Il film si apre su uno dei roghi che nel XII secolo, a Nord dei Pirenei, nella regione francese della Languedoc, avevano posto fine alla vita degli eretici.
Per sentenza del tribunale dell’Inquisizione, all’orribile pena era stato condannato un intellettuale, reo di aver condiviso alcune posizioni di Averroè, il grande filosofo-scienziato, traduttore di Aristotele, che in quegli stessi giorni era il consulente giuridico più ascoltato e stimato di Al Mansur, il califfo, vincitore della battaglia di Alarcos, promotore della rinascita militare, artistica e culturale dell’Andalusia. Ora il regista indirizza la nostra attenzione proprio sul deteriorarsi dei rapporti fra Averroè e il califfo, in seguito al malcontento popolare, fomentato dalle sette fondamentaliste dell’Islam, contro la politica multiculturale e laica della corte, dai cui benefici una considerevole parte della popolazione si sentiva esclusa. La responsabilità del progressivo arretrare della presenza musulmana nella penisola iberica, a seguito della Reconquista cristiano-cattolica**, infatti, veniva fatta semplicisticamente ricadere sulla politica del califfo che aveva indebolito le convinzioni religiose del “popolo”, infiacchendone la coscienza e la volontà. Nel mirino, dunque, l’intera opera di Averroè, che per ragioni politiche, più che per convinzioni personali, il figlio erede di Al Mansur avrebbe condannato al rogo. Tra le pagine più belle e commoventi del film, l’opera collettiva dei discepoli del filosofo che ricopiarono, dividendosi il lavoro, in fretta e clandestinamente, le sue grandi opere, che avevano provvisoriamente nascosto negli scantinati delle abitazioni gitane e che successivamente esportarono fra mille disagi e avventurose peripezie, mettendole definitivamente in salvo in Egitto.

I modi del racconto

La straordinarietà di questo film, però, è soprattutto nell’originale coraggio del regista che, attraversando i “generi”, costruisce un’opera singolarissima, nella quale sono presenti e si fondono molteplici contaminazioni: dal gusto tutto hollywoodiano per il racconto avventuroso e storico (quasi un Kolossal), a quello molto gitano per la danza e il canto popolare, cosicché l’intento morale e didascalico viene in qualche misura alleggerito dalle bellissime musiche (quasi un musical), dai vivacissimi colori, da un eccezionale senso dello spettacolo, che contiene in sé il valore non trattabile della libertà della cultura e del pensiero che lo stesso Chahine, come Averroè, aveva dovuto difendere dagli attacchi dei fanatici religiosi di ogni cultura (compresa quella cristiano-cattolica) che erano arrivati ai suoi film.

Un meraviglioso invito alla tolleranza, all’amicizia disinteressata, all’ascolto dell’altro, quanto mai attuale anche oggi.

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* Chi volesse trovare qualche informazione in più su questo regista, sui suoi numerosi film e sulla sua cosmopolita formazione culturale, può trovare qualche scarna notizia su Wikipedia e anche sulla Treccani.
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** si sarebbe concluso nel 1492 per iniziativa dei “re cattolici”, ovvero di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona

1945

recensione del film:
1945

Regia:
Ferenc Török

Principali interpreti:
Péter Rudolf, Eszter Nagy-Kalozy, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki – 91 min. – Ungheria 2017.

Stato di grazia del cinema ungherese, che, dopo il bellissimo Corpo e anima, ora ci presenta, per la regia di Ferenc Török, questo film meraviglioso, nel suo magnifico e raffinato bianco e nero in perfetta sintonia col racconto.
È il 12 agosto del 1945: la guerra in Europa era appena finita; soldati russi si aggiravano nell’Ungheria liberata dai nazisti e in attesa delle prime elezioni politiche che sarebbero arrivate di lì a poco e di cui già si avvertiva  l’imminenza. Molte le attese accompagnate dalla speranza di voltare finalmente pagina, di dimenticare la guerra e i suoi orrori.

Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus…Ora la voglia di bere e di danzare sembrava sul punto di realizzarsi, perché era giorno di nozze nel piccolo villaggio sperduto nella pustza ungherese, la nuda e brulla pianura che (come è stato notato) pare evocare il Far West, con le sue lunghe distese pianeggianti assolate e secche, attraversate dalla ferrovia. Ad accrescere la suggestione evocativa, l’improvvisa comparsa di una locomotiva a carbone, col suo fumo, nonché, subito dopo, quella di un carro, trainato da un cavallo e seguìto a piedi da un anziano signore, al quale sembrava appoggiarsi un ragazzo molto più giovane. I due sconosciuti avevano sistemato sul carro due cassette di legno dal contenuto ignoto e ora si accingevano ad attraversare a piedi il paese per raggiungere il cimitero ebraico. No, non siamo nel Far West!
L’arrivo dei due uomini non era passato inosservato; aveva anzi destato profonda inquietudine poiché aveva riportato alla memoria di alcuni dei più eminenti e autorevoli abitanti le pagine vergognose del passato recente, quando essi avevano collaborato all’arresto e alla deportazione di una grande famiglia di ebrei, le cui case e i cui averi erano diventati di loro proprietà, con tanto di legittimazione notarile. Per fortuna di ogni persona per bene, i nazisti avevano perso la guerra, ma per i notabili del luogo ansiosi di cancellare in fretta quella tragedia, l’arrivo dei due stranieri, con i loro misteriosi bagagli, invece, era il segnale probabile che con quel passato i conti non erano affatto chiusi: all’orizzonte, forse, altri arrivi, vendette, risarcimenti… In realtà stavano già incrinandosi gli equilibri fragili costruiti sulla spartizione delle spoglie degli innocenti, immolati alla loro avidità, alla loro invidia meschina. Qualcuno, sopraffatto dai sensi di colpa, si era ucciso; una moglie aveva trovato la forza di smascherare le nefandezze sulle quali il marito fondava il proprio futuro politico; i più giovani, che di quella storia vergognosa non erano a conoscenza, ora chiedevano di sapere. Una grande voglia di verità e di pulizia sembrava essersi impadronita di loro, facendo saltare le nozze di convenienza e i relativi festeggiamenti (e come potevamo noi cantare…), rinnegando anche ogni possibile condivisione delle ricchezze accumulate senza scrupoli e senza ribrezzo: sarebbero fuggiti proprio quando tutto sembrava (a quei padri!) essersi risolto. I due sconosciuti, infatti, avevano seppellito, col rito ebraico, quel che rimaneva della famiglia sterminata: poche e terribili testimonianze dell’esistenza, un tempo e in quel luogo, di uomini, donne e bambini sacrificati senza colpe; erano poi ripartiti col treno, senza nulla chiedere, mentre il fumo della locomotiva, scurissimo, ora sinistramente evocava l’orrore e la verità incancellabile dell’Olocausto.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi (Primo Levi)*

* da Shemà
in esergo su Se questo è un uomo

La truffa del secolo

recensione del film:
LA TRUFFA DEL SECOLO

Titolo originale:
Carbone

Regia:
Olivier Marchal

Principali interpreti:
Benoît Magimel, Gringe, Idir Chender, Laura Smet, Michaël Youn, Patrick Catalifo, Gérard Depardieu, Moussa Maaskri, Fred Épaud, Jean-Philippe Mancini, Naomie Winograd, Carole Brana – 104 min. – Francia 2017

Per questo film, che è un dignitosissimo film di genere, ispirato a una truffa realmente consumata (e accuratamente “silenziata”), ai danni dello stato francese e dell’Europa comunitaria nei primi anni di questo secolo, mi limiterò a una breve presentazione, invitando gli interessati a vederlo.
Antoine Roca (Benoît Magimel) era stato costretto a chiedere il fallimento della propria azienda, con gravissime conseguenze per la sua pace familiare, giacché il ricchissimo suocero, Aron Goldstein (Gérard Depardieu), che l’aveva sempre odiato, avvalendosi del proprio autorevole carisma, chiedeva, ora, alla figlia, di abbandonare “quel buono a nulla” e di sottrargli la possibilità di occuparsi dell’amatissimo figlioletto. Le conseguenza di questa situazione costituiscono la parte centrale del film: l’adesione di Antoine a un progetto finanziario allettante, sicuramente truffaldino, ma in qualche misura “legittimato” dalla pessima scrittura di una legge comunitaria, recepita dallo stato francese; l’inevitabile collusione con la piccola e grande malavita locale, la sua tragica conclusione.

Gli sviluppi dell’intera vicenda, con sorpresa finale, sono raccontati con ritmo serrato e sottolineati da un accompagnamento musicale molto scorsesiano,  così come è riconducibile a molto cinema di Martin Scorsese l’indagine sulle dinamiche familiari che costituiscono il motore, non solo lo sfondo, della storia. Grandi interpreti fra i quali si distingue per la perfezione, oltre che per la mole imponente, il sempre magnifico  Gérard Depardieu.

Il sacrificio del cervo sacro

recensione del film:
IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO

Titolo originale:
The Killing of a Sacred Deer

Regia:
Yorgos Lanthimos

Principali interpreti:
Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy, Sunny Suljic, Alicia Silverstone, Bill Camp, Denise Dal Vera – 109 min. – Gran Bretagna, USA 2017

In un attrezzatissimo e organizzatissimo ospedale dell’Ohio, a Cincinnati, lavora Stephen Murphy (Colin Farrell), stimato cardiochirurgo che porta con sé il segreto di un incidente occorsogli durante l’operazione a cuore aperto che era costata la vita a un uomo, forse per una sua leggerezza o forse per un suo involontario errore, ciò che lo aveva indotto a proteggere, almeno un po’ Martin, il figlio del defunto. Al momento del film Martin (Barry Keoghan) è un adolescente un po’ strano, che segue Stephen ovunque, in modo così insistente da diventare una presenza fastidiosa nella sua vita di rispettabile professionista: nel reparto tutti lo avevano notato, mentre chiedeva di lui e lo aspettava all’uscita. Ora, poi, si era fatto accogliere in casa, insinuando inquietudini oscure anche nella sua vita privata: si vedeva con Kim, la graziosa figlia adolescente, che come lui amava la musica, era diventato amico di Bob, l’ultimo nato, e anche di Anna, sua moglie  (Nicole Kidman), oftalmologa di chiara fama. Aveva poi dovuto accontentarlo, andando a conoscere sua madre (Alicia Silverstone): visita imbarazzante, col seguito sgradevole di un’offerta d’amore per interposta persona…Una persecuzione, insomma, un incubo: nulla in confronto a ciò che sarebbe accaduto e che il regista greco Yorgos Lanthimos  prepara accortamente, creando l’atmosfera di crescente tensione, in cui un po’ alla volta prende consistenza una trama da antica tragedia, annunciata per altro dall’allusione al cervo sacro del titolo, che nella versione originale è vittima di un assassinio (the Killing), mentre nel solito titolo italiano da spoiler è un sacrificio (e la differenza non è da poco). L’assassinio di Bob è infatti la vendetta a cui aspira il giovane Martin, il giusto contrappasso per la morte di suo padre, determinata dallo stato di ubriachezza del chirurgo, prontamente occultato dai documenti ospedalieri. Un “capro espiatorio” (l’innocente Bob!), avrebbe posto fine alle sciagure che stavano travolgendo l’intera famiglia e avrebbe riportato in equilibrio una situazione sulla quale gravava il peso dell’ingiustizia. Come Ifigenia in Aulide, o come Isacco, dunque? Non proprio così, secondo il regista, perché in un cielo senza dei, in una natura senza segrete corrispondenze e in un’umanità che fonda su basi utilitaristiche i propri riferimenti morali non può che affermarsi la barbarie più feroce, al di là della “politesse” formale dei nostri comportamenti, e al di là del razionalismo glaciale della nostra cultura che ignora ogni linea d’ombra.

Il film, disturbante come i personaggi che lo abitano e come tutti i film di questo regista, è molto ambizioso, perché nasce dal progetto a lungo accarezzato e ora dichiarato apertamente di lasciare provocatoriamente interagire alcuni aspetti della cultura tragica antica con gli uomini della società contemporanea, allo scopo di metterne in rilievo le contraddizioni e le lacerazioni che né scienza, né razionalità sono in grado di ricomporre in sintesi unitaria. L’eroe borghese, come è ben noto, non esiste: la sua crudeltà è priva di grandezza, la sua bontà è per lo più interessata, la sua rispettabilità cela abissi di abiezione inconfessabile. Tutto ciò viene detto con la solita glaciale impassibilità, che si riflette negli sfondi asettici degli ambienti ospedalieri, nella ricchezza elegante dei grigi e nelle deformazioni quasi grottesche dei luoghi, grazie all’uso delle riprese dall’alto, e di lunghe carrellate ricche di suggestioni kubrickiane. Ottima la direzione degli attori, in un film difficile ma non privo di suggestioni fascinose; sicuramente non per tutti, come le divisioni dei critici hanno reso evidente.

L’ albero del vicino

recensione del film:
L’ALBERO DEL VICINO

Titolo originale:
Undir Trénu

Regia:
Hafsteinn Gunnar Sigurðsson

Principali interpreti:
Steinþór Hróar Steinþórsson, Edda Björgvinsdóttir, Sigurður Sigurjónsson, Þorsteinn Bachmann, Selma Björnsdóttir, Lára Jóhanna Jónsdóttir. – 89 min. – Islanda, Polonia, Danimarca, Germania 2017

Presentandosi con una locandina che sembra disegnata da un artista naïf, ci arriva dalla pacifica Islanda uno dei film più “cattivi” dell’anno, che pure di film cattivi non mi è sembrato carente. Naturalmente con queste parole non esprimo alcun giudizio negativo sul film, che anzi ritengo un ottimo film, sicuramente da vedere, che nasce da un’attenta e preoccupata osservazione dei comportamenti sociali in un tempo come il nostro, in cui sembrano essere state annullate le mediazioni sociali e politiche che avevano permesso alle società occidentali, da tempo, la composizione dei conflitti in modo pacifico. Come se fossero tornati a un hobbesiano “stato di natura”, i protagonisti (e le protagoniste, va detto!) sembrano rivendicare il diritto illimitato di ciascuno su tutte le cose, non riconoscendo alcuna possibilità al “patto sociale”, ovvero a una qualche forma di accordo, capace di accontentare (o di scontentare, che è lo stesso) tutti in ugual misura in nome di una convivenza possibile. Lo “stato di guerra”, corrispettivo socio-politico dello “stato di natura” (per rimanere nella terminologia di Hobbes) è dunque presente persino fra le nevi e ghiacci di quel remoto paese, dove i pochi abitanti, nelle loro casette tutte uguali, molto ravvicinate, si contendono il diritto al sole, oscurato dall’albero dei vicini, cresciuto un po’ troppo rigoglioso, così da togliere, con la sua abbondante chioma i pochi raggi luminosi, che permetterebbero a una pallida e combattiva signora di mezza età, forse, di abbronzarsi. Un banale litigio diventa, perciò, di dispetto in dispetto, un conflitto aperto, di crudeltà crescente e infine sanguinosa, fra due famiglie: ne faranno le spese, l’albero, un cane, i loro rispettivi proprietari, e le due orribili donne-megere che hanno spinto in quella direzione, alle quali non resterà che piangere sul latte versato.

A questa amarissima e nerissima storia, si intreccia quella dell’ amore spezzato di un giovane (il figlio della coppia proprietaria dell’albero della discordia) incapace, a sua volta, di chiarire la scabrosa situazione in cui si era cacciato e di presentare alla donna che gli aveva dato una figlia qualche scusa (sarebbe stato forse il caso).

Vicende inquietanti, di ordinaria e incivile incomunicabilità raccontate con pungente ironia dal bravo regista, coadiuvato da un ottimo gruppo di attori. Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti lo scorso settembre è ora visibile nelle nostre sale. Islandese, ma non dello stesso regista è Rams: storia di due fratelli e otto pecore, altro film molto bello,  di qualche anno fa.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo… (da Salvatore Quasimodo)

 

The Escape

 

recensione del film:
THE ESCAPE

Regia:
Dominic Savage

Principali interpreti:
Gemma Arterton, Dominic Cooper, Frances Barber, Marthe Keller, Montserrat Lombard, Jalil Lespert, Laura Donoughue – 105 min. – Gran Bretagna 2017

Una coppia come tante in una villetta a schiera, fra il verde, nei dintorni di Londra. Lei è Tara (Gemma Arterton), giovane, bella e triste; lui è Mark (Dominic Cooper), giovane uomo in carriera; con loro vivono i due figlioletti, belli e capricciosi, soprattutto il maschietto, che vorrebbe la mamma tutta per sé, proprio come il suo papà. Anche Mark, infatti vorrebbe Tara tutta per sé: a lei affida il compito di organizzare il ménage tenendo a mente le esigenze di tutti e soprattutto le sue, perché, come afferma, chi lavora tutto il santo giorno ed è carico di responsabilità non può preoccuparsi anche del bucato da stendere, delle camicie da stirare o del latte in frigo; d’altra parte, conosce altri modi per dimostrarle la permanenza, nel tempo, dell’ attrazione che li aveva legati!  Tara, però, sta attraversando un brutto momento e non gradisce più quelle attenzioni riservate solo a lei: sta male, piange, vorrebbe uscire dall’ abitudine e anche dagli obblighi che la legano e la soffocano. Colpisce che non sappia dirlo a lui, come se non trovasse più le parole per metterlo a parte dei suoi problemi… In realtà le mancano progetti alternativi per il proprio futuro (un lavoro? riprendere gli studi?), nonché probabilmente gli strumenti culturali per realizzarli.
Nel momento più difficile avrebbe messo in atto un velleitario tentativo di fuga a Parigi, seguìto da una bella notte d’amore con Philippe, fascinoso fotografo un po’ bugiardo, incontrato per caso al Museo di Cluny (galeotti i sei arazzi della Dame à la licorne e in modo particolare il sesto, l’allegoria del desiderio).
Sarebbero quindi arrivati i sensi di colpa, sollecitati e acuiti dagli appelli lanciati via smartphone della famigliola abbandonata e sgomenta; la solitudine; il vagabondaggio senza meta in una città sconosciuta e infine il suo ritorno mesto e triste: Mark non le avrebbe chiesto nulla, cosicché, presumibilmente, nulla sarebbe cambiato: un capriccio momentaneo.
Lui e lei vivranno infelici e scontenti per il resto dei loro giorni? Io credo di sì!

È una storia triste, trattata con delicata partecipazione dal regista, poco noto in Italia e in Europa, più conosciuto per alcune regie televisive. È anche un bel ritratto di donna, con le sue angosce, le sue contraddizioni, la sua inadeguatezza: non poco, quasi una provocazione in un mondo che pare aver perso la coscienza del dolore. Gemma Arterton è sublime interprete, di coinvolgente espressività, ma anche gli altri attori sono ben calati nei loro personaggi. Da vedere!