The Dead. Gente di Dublino


recensione del film:
The Dead. Gente di Dublino

Titolo originale:
The Dead

Regia:
John Huston

Principali interpreti:
Anjelica Huston, Donal McCann, 
Dan O’Herlihy, Marie Kean, Donal Donnelly, Sean McClory, Bairbre Dowling, Brendan Dillon, Redmond Gleeson, Helena Carroll, Cathleen Delany, Ingrid Craigie, Rachel Dowling, Maria McDermottroe, Kate O’Toole, Maria Hayden, Lyda Anderson, Cohn Meany, Cormac O’Herlihy, Paul Grant, Frank Patterson, Colm Meaney – 82 min. – USA 1987

Questo è l’ultimo magnifico film, poco noto, di John Huston, che il grande regista aveva terminato pochi mesi prima di morire, quando la sua salute, gravemente compromessa, lo aveva costretto a dirigere muovendosi esclusivamente sulla sedia a rotelle.
L’intera pellicola è connotata dalla profonda fedeltà all’ultimo racconto, The dead, dei quindici che compongono Gente di Dublino di James Joyce, nonostante qualche piccola modifica e l’aggiunta, voluta da Tony Huston (figlio del regista, nonché sceneggiatore del film), di un personaggio importante, ovvero Mister Grace (Sean McClory), invitato, fra gli altri, a casa delle sorelle Morkan, dove, secondo una tradizione consolidata, si celebrava con l’Epifania la conclusione del periodo natalizio.

Una festa a Dublino – 1904 –

Nell’abitazione di Kate e Julia Morkan (rispettivamente Helena Carroll e Cathleen Delany) fervevano dunque i preparativi per l’organizzazione della serata, mentre, ricevuti dalla giovane Lily, la figlia del portinaio, che si arrabattava fra la cucina e il portone, gli ospiti arrivano alla spicciolata, accrescendo le ansie delle anziane sorelle, desiderose di vedere arrivare, insieme alla moglie Gretta (Anjelica Huston), il nipote Gabriel Conroy (Donal McCann), affermato giornalista, su cui le padrone di casa contavano per la perfetta riuscita della festa. Come in passato, da lui tutti attendevano il discorso di rito, ma le due anziane donne confidavano soprattutto nelle sue capacità di mediazione e nel suo prestigio indiscusso, per comporre le tensioni che quell’anno si preannunciavano particolarmente acute e che sarebbero infatti emerse di lì a poco.

La lettura recitata di Mister Grace, preludio delle tensioni della serata. 

Le aveva, involontariamente, innescate l’impegnativa lettura recitata di Mister Grace, che sembrava aver smosso, all’improvviso, la patina di ipocrisia che avvolgeva da troppo tempo la buona società dublinese: immobile, incapace di progettare un futuro e senza slanci. La lettura in inglese di un bellissimo passo, Promesse tradite, dal poema gaelico (XVIII secolo) Donal Og,  sembrava aver restituito freschezza al rito ripetitivo: Molly Ivors, giovane nazionalista rivoluzionaria, subito dopo, forse non per caso, aveva attaccato astiosamente e platealmente durante il ballo il comportamento anglofilo di Conroy, nel quale, per altro, largamente si riconoscevano molti altri invitati, tutti accomunati dalla pigra omologazione ai modelli culturali dominanti, del tutto estranei alla più semplice e genuina tradizione irlandese.
Si può dire che quel passo del vecchio poema, grazie alla lettura commossa di Mister Grace, avesse colpito in diverso modo ciascun ospite, mettendone in luce aspirazioni, contraddizioni, e rimpianti: le anziane sorelle, un po’ imbarazzate, ne coglievano insieme alla bellezza, l’inquietante forza metaforica; il famoso e vanesio tenore dichiarava che ne avrebbe scritto una bella canzone; le giovani allieve di miss Mary Jane, la graziosa pianista, esprimevano entusiasmo e languore romantico di fronte a un racconto d’amore così coinvolgente, mentre Gretta seguiva, con doloroso sgomento, il racconto delle illusioni perdute, dei sogni vani, delle promesse mancate, cercando di evitare lo sguardo di Gabriel, evidentemente preoccupato.
Suo marito temeva altro, però: temeva in primo luogo di non riuscire a contenere le intemperanze dell’amico Freddy Malins, stravagante e anticonformista giovanotto, alcolista impenitente, che egli avrebbe voluto sottrarre al “cattivo esempio” del vecchio Browne (Dan O’Herlihy), libero pensatore agnostico che si sarebbe fatto beffe delle diverse confessioni religiose professate dai presenti; Gabriel era, inoltre, particolarmente turbato per l’inatteso e aggressivo  comportamento di miss Ivors, e per aver coscienza, per la prima volta, che avrebbe potuto fallire l’intento unitario del suo discorso, il cui importante obiettivo era di conciliare in un grande abbraccio le tradizioni e la modernità, nonché la diversità delle vedute che si sarebbe manifestata anche durante la cena.

Una svolta era nell’aria: quella lettura ne prefigurava lo sviluppo e il drammatico finale.

L’ultima parte del film

Le novità attese con inquietudine, si preparavano tuttavia con la giusta gradualità: tutti, in qualche modo, durante la cena, avevano manifestato apertamente se stessi, con gli sguardi, con le parole, col canto evocativo dei cari ricordi: una vera Epifania, la rivelazione del proprio più profondo sentire. In realtà, né Gabriel, né Gretta avevano manifestato alcunché: lui inquieto, ma troppo impegnato a fare bella figura; lei, solo parzialmente turbata, ma da vera signora pronta a darsi un contegno rintuzzando prontamente le ragioni del recente turbamento alla lettura di mister Grace. Al momento del commiato, un canto dolcissimo però l’avrebbe trattenuta sulla soglia di quella casa: era arrivato, anche per lei, l’indifferibile momento della verità.

Ora doveva fare i conti con i ricordi più cari, mai condivisi con Gabriel, a cui non era sfuggito, però, il suo smarrimento disperato. Ora le chiedeva, con crescente rispetto e inusitata dolcezza, a sua volta davvero smarrito, qualche spiegazione.

Si era inserito inaspettatamente fra loro il ricordo di un altro uomo, un ragazzo di soli diciassette anni, che lavorava all’azienda del gas: Michael Furey.  Gretta lo aveva frequentato da giovane, quando ancora viveva a Galway, prima di partire per Dublino per completare gli studi. Era un giovane malato, ed era morto per aver sfidato il maltempo pur di vederla prima della sua partenza. Era morto per lei, dunque, cantandole quella dolcissima nenia che poco prima l’aveva trattenuta commossa sulla soglia di casa Morkan.

Per entrambi, dunque, il drammatico momento dell’epifania, per lui l’amarissima rivelazione della insignificanza della propria vita, neppure confortata dal ricordo di un amore così profondo come quello che aveva spinto il giovane Michael Fury a morire per Gretta da giovane. Insensata ora gli sembrava tutta la sua vita, nonché l’effimero successo mondano, che mascherava l’aridità triste del suo cuore, la sua indifferenza e, soprattutto, la mancanza di compassione, che ora per la prima volta sentiva davvero per sua moglie. Presto, anche per lui, sarebbe scesa la notte, che, come la neve su Dublino, avrebbe ricoperto ogni traccia dell’inutile fatica del vivere, ogni traccia di dolore.

Nel racconto le parole* del narratore sembrano alludere alla morte del protagonista; nel film queste identiche parole sono pronunciate dallo stesso Gabriel e sottolineano, nella  forma del flusso di coscienza, l’avvenuta rivelazione del (non)senso della vita, profondamente ribadendo, con le immagini scure delle scene del film,  la fedeltà al testo letterario e al suo autore.

Il film fu presentato a Venezia nel 1987, ma il regista non aveva potuto vederlo: era morto il 28 agosto di quello stesso anno. Questa recensione vuole, molto modestamente, ricordarlo, trent’anni dopo.

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*queste ultime, indimenticabili parole del racconto di Joyce, concludono anche il film:

……….”Cadeva in ogni parte della buia pianura centrale, sulle nude colline, cadeva lievemente sulla torbiera di Allen e, più a ovest, sulle scure e tumultuose acque dello Shannon.
E cadeva, anche, su ogni punto del solitario cimitero sulla collina dove Michael Furey giaceva sepolto.
S’ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli.
La sua anima svaniva lentamente nel sonno mentre ascoltava la neve cadere lievemente sull’universo e lievemente cadere, come scendesse la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti”.

Il terzo uomo


recensione del film:
IL TERZO UOMO

Titolo originale:
The Third Man

Regia:
Carol Reed

Principali interpreti:
Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli, Trevor Howard, Bernard Lee – Gran Bretagna 1949.

Proiettato recentemente a Torino per qualche giorno nell’edizione restaurata della Cineteca di Bologna che gli restituisce il primitivo splendore (versione originale sottotitolata), questo film è disponibile anche in DVD, in una dignitosa versione italiana. Agli interessati che abbiano l’occasione fortunata di trovarlo in qualche sala, tuttavia, è molto raccomandabile la visione sul grande schermo, per il quale è nato e grazie al quale è stato amato, diventando perenne fonte di culto cinefilo, ma anche di studio per i cineasti di tutto il mondo.

Il grande Graham Greene, che ne scrisse quasi contestualmente soggetto* e sceneggiatura, sosteneva che Il terzo uomo sullo schermo è, sopra a ogni altra cosa, un’esperienza visiva, suggestiva per la particolare atmosfera che evoca, quella della Vienna occupata militarmente alla fine della seconda guerra mondiale. La capitale austriaca, semi-distrutta dai bombardamenti, era divisa in quattro zone, sedi degli uffici e delle polizie militari** dei vincitori (USA, URSS, Francia, Gran Bretagna), che ora si guardavano in cagnesco, spiandosi a vicenda, inevitabile riflesso della guerra fredda.
A lungo** si sarebbe protratta la condizione di incertezza sul futuro dell”Austria: Vienna, al momento del film, portava ancora, persino nei pregevoli palazzi signorili e nei monumenti famosi, i segni evidenti della sconfitta rovinosa, mentre nelle strade e negli uffici degli occupanti si aggiravano abitanti vecchi e nuovi, quasi tutti impegnati in attività illegali, quali la falsificazione dei passaporti o il mercato nero dei beni, che si svolgeva sotto gli occhi di tutti ed era generalmente tollerato, diventando perciò stesso strumento di ricatto. Lì, infine, trovavano le coperture e i ripari necessari uomini privi di scrupoli che svolgevano  vere e proprie attività criminali molto redditizie, nonché molto rischiose: non era strano che qualcuno sparisse all’improvviso per davvero, o che fingesse la propria morte, continuando, in questo caso nell’ombra, le attività più losche, come aveva fatto  Harry Lime (Orson Welles), l’avventuriero americano già amico di Holly Martins (Joseph Cotten), il protagonista del film.
Holly era uno scrittore senza qualità, squattrinato e ignorantello; Harry, suo vecchio compagno di scuola, lo aveva invitato a Vienna perché lavorasse insieme a lui, che lì, grazie al suo comportamento criminale e a una rete assai fitta di coperture insospettabili, aveva costruito la propria  fortuna. Come è noto, l’incontro fra i due non avrebbe avuto luogo, per l’inattesa “morte” di Harry: all’ingenuo Holly non sarebbe rimasto, forse, che fare ritorno negli Stati Uniti dopo l’estremo saluto al funerale. Non sarebbe andata così, però, perché l’inatteso incontro con il maggiore inglese Calloway (Trevor Howard) aveva scombinato i piani degli ambigui amici di Harry che lo stavano aspettando, e anche perché lo tratteneva a Vienna l’attrazione crescente per Anna (Alida Valli), l’attrice che aveva amato Harry.
Siamo di fronte, fin dalle scene iniziali, ad alcune delle infinite sorprese del film, che ci coinvolge nel più incredibile avvicendarsi di capovolgimenti imprevedibili e spiazzanti: nel corso del film, infatti, vedremo spesso gli inseguiti trasformarsi in inseguitori; i “buoni” rivelarsi fior di mascalzoni; lo “sbirro” Calloway (secondo il sommario giudizio di Holly) essere un umanissimo funzionario inglese impegnato nel proprio dovere; il bambino paffuto coll’aria innocente diventare uno spudorato mentitore e, con meraviglia, constateremo, completamente straniati, che persino il “malvivente” che si stava avvicinando con sinistra lentezza nelle vie poco illuminate del centro di Vienna (dove, armati fino ai denti lo attendevano i poliziotti di Calloway, ben nascosti dal buio, per assicurarlo alla giustizia) era solo un innocuo e affamato venditore di palloncini.

Analogamente, in un crescendo di tensione, con lentezza studiatissima, era stato costruito lo snodo narrativo più importante del film: la ricomparsa del defunto Larry in carne e ossa, nascosto nell’androne di un palazzo, e raggiunto dall’amato gattino di Anna, che avendolo riconosciuto  si era accoccolato ai suoi piedi dove si prodigava nelle fusa più affettuose. La scena notturna è memorabile per la genialità della inquadratura angolare dal basso, che deformando l’immagine, prolunga l’attesa degli spettatori, fino al momento in cui, casualmente, la luce improvvisa di una finestra ne avrebbe illuminato il volto, preoccupato, e insieme ironico e divertito, un attimo prima di scomparire di nuovo, inghiottito dal buio della misteriosa notte viennese, dopo l’improvvisa epifania:

Sarebbe ricomparso in piena luce, fra le giostre del Prater, per raccontare allo sbigottito Harry il proprio spietato “piano quinquennale”, ovvero il progetto cinico di acquisire ricchezza e potere, seguendone le leggi spregiudicate, da sempre ipocritamente condannate, ma da sempre, secondo lui, alla base dello sviluppo della civiltà e della cultura: pagina fra le più celebri dell’intera storia del cinema, che paradossalmente sintetizza le due visioni del mondo che percorrono il film: quella liberal-democratica e solidale della cultura europea, propria del regista e dello staff che aveva ideato e creato questa eccezionale pellicola (da Graham Greene, a Robert Krasker – il fotografo – ad Anton Karas – il musicista scoperto per caso in un locale viennese, la cui colonna sonora è l’emblema stesso del film) e quella liberistica del produttore americano David Selznick***, che, in continuo contrasto col produttore europeo Alexander Korda, definiva Orson Welles, “veleno per il box office”.
Il film che si conclude con il celeberrimo lungo inseguimento di Harry nel sottosuolo di Vienna, dentro la rete fognaria della città, è il primo film europeo girato quasi  interamente in esterni, con poche ricostruzioni in studio, segno evidente dell’attenta “lettura ” dei primi film italiani neorealisti, ai quali Reed e lo stesso Orson Welles (in Europa dopo aver lasciato Hollywood) rivolgevano il loro interesse.
Sotto quest’aspetto, l’intero set del film si può considerare un vero e proprio laboratorio sperimentale in vista di un cinema nuovo in cui avrebbero potuto trovare una sintesi le vecchie e nuove suggestioni, quelle del cinema europeo d’avanguardia  degli anni del surrealismo e dell’espressionismo, che offriva un repertorio di tecniche del tutto estranee al pur grande, ma ormai vecchio, cinema hollywoodiano, e le suggestioni delle opere dei nostri registi che intendevano attingere direttamente dalla strada la verità di un mondo distrutto, ma vitale, delle cui speranze contraddittorie il loro raccontare si faceva testimone.

*che lo scrittore pubblicò con lo stesso titolo del film nel 1950 e che viene considerato un romanzo.

** Solo nel 1955 allo stato austriaco venne riconosciuta l’indipendenza, purché garantisse la propria neutralità rispetto ai due blocchi egemoni contrapposti.

*** Selznick aveva cercato di impedire alcune scelte del produttore ungherese Korda, di Reed e di Greene, relative alla presenza nel cast di Orson Welles.

Le Ardenne-Oltre i confini dell’amore


recensione del film:
LE ARDENNE-OLTRE I CONFINI DELL’AMORE

Titolo originale:
D’Ardennen

Regia:
Robin Pront

Principali interpreti:
Kevin Janssens, Jeroen Perceval, Veerle Baetens, Jan Bijvoet, Viviane de Muynck, Sam Louwyck, Peter Van den Begin, Eric Godon, Nico Sturm, Brit Van Hoof, Uwamungu Cornelis – 96 min. – Belgio 2015

Opera prima del regista belga Robin Pront, presentata con lusinghieri giudizi al Noir in Festival di Courmayeur due anni fa, è arrivata ora, senza fretta, nelle nostre sale, aggiungendosi alla serie di noir di  buona qualità che caratterizza questa offerta estiva avarissima di buoni film.

Kennet (Kevin Janssens) e Dave (Jeroen Perceval) fratelli, legati da profonda solidarietà familiare erano stati complici di scelleratezze, fino a che, dopo una rapina finita male, Kennet era stato catturato.
Avrebbe pagato, lui solo, con sette anni di carcere, senza tirare in ballo suo fratello e Sylvie (Veerle Baetens), la sua fidanzata, che li attendeva in auto e che era riuscita a mettersi in salvo, insieme a Dave.
Dopo quattro anni, però, quando era era arrivata, come un fulmine a ciel sereno, la notizia della sua scarcerazione anticipata, molte cose erano cambiate: Dave e Sylvie si erano innamorati e avevano cercato di tirarsi fuori dal crimine abbandonando, con enormi sacrifici, alcool e droga, fiduciosi che sarebbe stato per entrambi possibile costruire una vita diversa, forse banale, ma pulita.
Kennet non ne era stato informato: in galera aveva ricevuto costantemente le visite del fratello mentre da due anni lei non si era fatta vedere; ora egli era intenzionato a ritrovarla e a riprendere quel rapporto inspiegabilmente interrotto, né sembrava facile per Dave e Sylvie metterlo al corrente della nuova situazione, poiché ne temevano la violenza incontrollabile.

La prima parte del film, ambientata nei sobborghi di Anversa ci presenta, sullo sfondo del piovoso e tristissimo paesaggio delle Fiandre, gli attori del dramma che sta per compiersi, con una ineluttabilità quasi archetipica*, nelle Ardenne, ovvero tra le colline alle quali erano legati i sereni ricordi infantili dei due fratelli. La fatalità catastrofica del finale è, tuttavia, assai sorprendente, perché è preparata con cura attenta, in un crescendo di orrore che rivela una malvagità senza fondo, in un panorama di miseria materiale e culturale, ben sottolineato dalla cupa fotografia in cui prevalgono tutti i toni del grigio e del verde, mai come in questo caso ossessivo colore mortuario delle cose, del paesaggio e delle persone che vi si aggirano.

Il film che è tratto da una pièce teatrale scritta da Jeroen Perceval, ovvero dallo stesso attore che interpreta Dave, è raccontato con estrema durezza, senza alcuna concessione mélo che pure sarebbe possibile (c’è una vigilia di Natale, c’è una madre, c’è un amore vero e c’è un bambino in arrivo) e non è separabile dalla martellante techno-music estremamente funzionale a tutto il racconto. Originale noir, molto accurato nella realizzazione, di un regista giovane e colto, in cui l’interesse sociologico è unito all’eterno interrogarsi circa le origini del male nel cuore dell’uomo.

Da vedere se si è capaci del necessario distacco per reggere, fino alla fine, il crescendo di efferatezze: è un noir nerissimo!

 

*”Volevo esplorare grazie al triangolo le zone intermedie tra bene e male e chiedermi perché le persone sono come sono e fanno quello che fanno”.

Maryland


recensione del film:
MARYLAND

Regia:
Alice Winocour

Principali interpreti:
Matthias Schoenaerts, Diane Kruger, Jean-Louis Coulloc’h, Paul Hamy, Victor Pontecorvo, Philippe Haddad, Franck Torrecillas, Michael Dauber, Percy Kemp, Zaïd Errougui-Demonsant, Chems Eddine – 100 min all’incirca – Francia, Belgio 2015

Vincent (Matthias Schoenaerts*) aveva combattuto in Afghanistan e, ora che era tornato in Francia, non era più la stessa persona. Il suo paese, che lo aveva mandato a fare la guerra, adesso ne certificava l’inidoneità poiché alla visita era risultato affetto da disturbi di varia natura tutti riconducibili alla sindrome da “stress post traumatico”, diffusa fra chi ogni giorno aveva messo a rischio, come lui, la propria pelle. Per questa ragione, prima sarebbero venute le cure e gli esercizi per rimettersi in forma, poi se ne sarebbe riparlato.  Fra il prima e il poi, però, la prospettiva di un lungo periodo di inattività, senza soldi e senza riferimenti, lo aveva indotto ad accettare l’offerta di alcuni amici: l’impiego provvisorio, ma ben retribuito, nel team addetto alla security  di Maryland, ovvero della lussuosissima villa di un nababbo libanese, uomo implicato in uno sporco traffico internazionale di armi. In occasione di uno sfarzoso party, solo, con i suoi incubi, dunque, Vincent aveva affrontato un nuovo e singolare battesimo del fuoco, cercando inutilmente di impedire l’ingresso a Maryland all’auto di un tizio violento, non compreso nella lista degli invitati.
Di lì a poco, l’improvviso e inatteso allontanamento del libanese alla volta della Svizzera avrebbe reso ancora indispensabile il suo lavoro: questa volta gli si affidava la sicurezza di Jessica (Diane Kruger) e del piccolo Alì (Zaïd Errougui-Demonsant), rispettivamente la bellissima moglie e il figlioletto del padrone di casa.

La regista, Alice Winocour, al suo secondo lungometraggio, costruisce con abilità un film complesso, che oscilla fra il thriller, che in un crescendo di tensione descrive ciò che accadeva intorno a quella madre e a quel bimbo affidati alla sorveglianza di Vincent, e il racconto delle ansie di quest’ultimo, uomo dalla sensibilità esasperata, turbato dalle proprie angosce e dalle ferite dell’anima, non facilmente cicatrizzabili, tragico lascito della guerra.
Mi è sembrato che la regista abbia privilegiato soprattutto il ritratto di Vincent, vera figura centrale del film, raccontandone sia l’ingombrante  fisicità sia i tormenti: le ossessioni insonni, la difficoltà a rientrare nella “normalità” della vita e a relazionarsi con gli amici e con Jessica, che pure molto gli assomiglia, nella profonda solitudine, e che molto lo attrae. Ne è risultato un personaggio cupo, disturbato ai limiti della paranoia, ma anche fragilissimo, che silenziosamente soffre sia per non essere troppo creduto (quasi che i rischi per la famiglia che gli era stata affidata fossero fantasmi partoriti dalla sua psicosi), sia per l’emarginazione umiliante di cui gli sembra di essere  vittima nella villa lussuosa da cui si sente respinto.

Un buon film, presentato a Cannes nel 2015 nella speciale Sezione Un certain regard e ora, finalmente, dopo un inspiegabile ritardo, visibile in qualche sala anche da noi.

 

*già protagonista di Un sapore di ruggine e ossa

I novant’anni della donna più bella del mondo


Alcune estemporanee osservazioni sui novant’anni di Gina Lollobrigida

Era, ed è ancora, una donna bella e ammirata universalmente: è rimasta, nel ricordo di tutti, la bella popolana di Pane amore e fantasia (nonché di gelosia!), quasi incarnazione di un’immagine femminile in via di estinzione nello Strapaese che si stava dissolvendo rapidamente col mutare veloce della società del secondo dopoguerra. La “maggiorata”, scaltra e attenta nel tenere a bada gli uomini focosi che le ronzavano intorno nel paese natio, esisteva, probabilmente, soprattutto nell’immaginazione nostalgica maschile; non credo, invece, che da quell’immagine le donne italiane che vivevano e lavoravano nella realtà urbana, o quelle che avevano visto e vissuto gli orrori della guerra, si sentissero molto rappresentate. Fu una vera diva, forse la prima in Italia, ammirata anche oltre oceano, dove ebbe l’onore di girare un film per John Huston, di conoscere un  Humphrey Bogart in vena di iperboliche galanterie (quell’accostamento a Marilyn … ).

La retorica celebrativa, oggi, dell’immagine della diva di allora mi sorprende, così come il rimpianto reazionario (si può dire?) di un’Italia povera ma bella, che sembrava aver fatto della “Lollo” la propria icona. Che. in nome di un’ Italia “pittoresca” alquanto stereotipata, a Hollywood l’abbiano adorata, mi diverte; mi stupisce invece che il Consolato Generale d’Italia a Los Angeles si appresti a celebrare solennemente, durante il Filming on Italy, il prossimo gennaio, l’evento di questi novant’anni, alla presenza delle massime autorità del nostro paese.

Mi piace ricordare perciò che esisteva in Italia anche un altro cinema (che  in quegli stessi anni raccontava un’altra Italia, quella di Germi, di Rossellini, di Fellini, di Visconti, di Antonioni…). Senza nulla togliere alla bella novantenne e ai suoi successi cinematografici, s’intende!

L’infanzia di un capo


recensione del film:
L’INFANZIA DI UN CAPO

Titolo originale:
The Childhood of a Leader

Regia:
Brady Corbet

Principali interpreti:
Tom Sweet, Robert Pattinson, Bérénice Bejo, Stacy Martin, Liam Cunningham, Sophie Curtis, Rebecca Dayan, Caroline Boulton, Luca Bercovici, Michael Epp, Roderick Hill, Scott Alexander Young, Jeremy Wheeler, Patrick McCullough, Andrew Osterreicher, Jacques Boudet – 113 min. – Francia 2015.

Questo singolare film è l’opera prima, molto promettente, di Brady Corbet, cineasta con pedigree di tutto rispetto come attore cinematografico (dal remake americano di  Haneke – Funny Games – a Lars von Trier – Melancholia – a Gregg Araki – Mysterious Skin-), nonché  televisivo (Law & Order). Presentato a Venezia due anni fa, il film ottenne un prestigioso riconoscimento per la migliore opera prima; ora finalmente lo vediamo anche nelle nostre sale. Al centro del film è l’infanzia del piccolo Prescott (Tom Sweet), figlio di un importante diplomatico americano, in servizio a Parigi al termine della Prima guerra mondiale, impegnato a condurre, per conto del presidente Wilson, le trattative di pace fra gli stati belligeranti, in vista del  trattato di Versailles. Su questo sfondo storico, evocato anche attraverso l’utilizzo molto pertinente di abbondante materiale fotografico e cinematografico di repertorio, si svolge il drammatico percorso di formazione in tre atti (tre scatti d’ira, dice il regista) del bambino, il cui angelico aspetto non riesce a celare i problemi che oscuramente ne turbano la serenità. Qualche breve accenno, nel corso del film, ci permette di accostare il comportamento talvolta crudele di Prescott alla deprivazione affettiva che aveva accompagnato la sua infanzia: era troppo preso dalla propria missione politica quel padre (Liam Cunningham), così come era troppo attenta all’osservanza astratta dei precetti religiosi quella madre (Bérénice Bejo), ciò che aveva spinto il piccino fra le braccia dell’anziana governante, l’unica persona capace di offrirgli l’affettuosa tenerezza di cui aveva bisogno. Molto spesso, però, Prescott era stato così gratuitamente provocatorio o così spropositatamente violento da lasciarci il dubbio che l’oscurità del suo cuore fosse invece un aspetto connotativo del suo carattere bizzarro. In ogni caso la durezza della sua formazione parrebbe la spiegazione del suo futuro da leader politico tirannico e malvagio come quelli che avevano infestato, con la loro presenza, l’Europa nel Novecento, dopo la prima guerra mondiale. Questo determinismo psicologico mi è parso l’aspetto forse meno convincente del film, che ha però grandi pregi: una straordinaria fluidità narrativa, sempre molto tesa e avvincente, sottolineata dal magnifico e martellante accompagnamento musicale; una meticolosa ricostruzione ambientale; la sobrietà del racconto, durissimo e scarno; l’eccellenza dell’interpretazione degli attori; la nitidezza delle immagini sul fondo cupo delle dimore dell’epoca, appena fuori Parigi e a Versailles, luogo di una cena assai poco festosa.
Il buio, la notte, l’oscurità connotano l’intera pellicola e diventano quasi equivalenti, sul piano simbolico, delle difficoltà angosciose del piccolo Prescott e di quelle, non meno dolorose, dei suoi genitori incapaci di comprendere. Da vedere!

I ponti di Sarajevo


recensione del film:
I ponti di Sarajevo

Titolo originale:
Les ponts de Sarajevo

Registi:
Ursula Meier, Aida Begic, Leonardo Di Costanzo, Jean-Luc Godard, Kamen Kalev, Isild le Besco, Sergei Loznitsa, Vincenzo Marra, Vladimir Perisic, Cristi Puiu, Marc Recha, Angela Schanelec, Teresa Villaverde

– 114 min. – Francia, Italia, Svizzera, Bosnia-Herzegovina, Bulgaria, Germania, Portogallo 2014

Alla ricerca degli introvabili film di Cristi Puiu, mi sono imbattuta in questo DVD, che del bravissimo regista di SieraNevada contiene un breve “corto”: il suo, insieme ad altri dodici, è il contributo a una riflessione collettiva di tredici cineasti europei sulla Prima guerra mondiale, a distanza di un secolo dal suo inizio (1914 – 2014).

Il film, presentato con successo nel 2014 al Festival di Cannes, nasce dal progetto, coordinato da  Jean-Michel Frodon, di creare un lavoro in cui opere diverse  rappresentassero, dialogando fra loro, i due aspetti della città di Sarajevo: quello dell’utopia, che era sembrata possibile, della convivenza pacifica fra uomini “diversi ” e quello della tragedia di una guerra civile che era sembrata incredibile. All’inizio del secolo in quella città era maturata la cospirazione di alcuni intellettuali contro l’occupazione austriaca e lì, il 28 giugno del 1914, era stato compiuto l’attentato di Gavrilo Princip contro l’arciduca Francesco Ferdinando, erede del trono imperiale asburgico, ciò che aveva innescato l’immediata dichiarazione di guerra austriaca e, nel giro di pochi giorni, la  prima guerra mondiale. Ci ricorda il film che furono massacrati 19 milioni di uomini, in Europa, nel corso di quella guerra atroce, sacrificati sull’altare del nazionalismo. Dopo quella carneficina, mugugni revanchisti pericolosamente accompagnandosi alla xenofobia e all’antisemitismo attraversarono il vecchio continente, né cessarono dopo la seconda guerra mondiale: perdurarono, anzi, fino a esplodere alla fine del secolo, quando si disgregò la Jugoslavia. La bellissima Sarajevo, città pacificata in cui etnie, religioni e culture diverse avevano provato con successo  a convivere pacificamente, fu travolta e assediata (1992) dai serbi sostenitori della purezza etnica. Dapprima essi ne colpirono i simboli più antichi e prestigiosi, come l’antica biblioteca (venne incendiata e  distrutta una delle più importanti e rare raccolte di testi antichi ebraici e musulmani) che fu solo in parte salvata dal coraggio degli abitanti; dal 1993 agli abitanti assediati vennero tagliati i rifornimenti alimentari e l’acqua. Solo dopo  l’Accordo di Dayton (1995), ebbe fine lo strazio della città, ma non terminarono  le sofferenze dei sopravvissuti che ancora portavano in sé le tracce delle ferite più profonde e dei lutti, che avevano colpito quasi ogni famiglia.

A vent’anni di distanza, dunque il film a episodi sulla città ci offre importanti spunti di meditazione, pur nel diverso spessore, anche artistico, dei diversi contributi. Certamente, fra tutti, Jean-Luc Godard offre il “corto” più prestigioso e innovativo, che, per altro, riprende e prosegue il suo breve racconto su Sarajevo del 1993 Je vous salue, Sarajevo; così come  certamente è grandissimo il piano-sequenza di Cristi Puiu, che con graffiante ironia ci parla del pregiudizio xenofobico e razzista onnipresente (e ridotto, addirittura a  senso comune)  là dove meno te l’aspetteresti e nel tempo meno adatto (la vigilia di Natale). Altrettanto eccezionale è la qualità del racconto di Ursula Meier: una pallone ricuperato dal piccolo Buju tra le fittissime tombe del cimitero musulmano che un improvvisato campo di calcio separa dal cimitero cristiano.

Riconosciuto lo spicco considerevole di questi tre episodi sugli altri, tengo tuttavia a sottolineare che il diverso approccio di ogni regista e soprattutto l’intento umanitario del film nel suo complesso rendono ingiusta qualsiasi classificazione, perché, come sottolinea lo spagnolo Marc Recha nel suo episodio rivolgendosi, con voce fuori campo, al giovane Zan,  “tu non sai niente”, “tu non hai visto niente”, adattando, al contesto diverso, le parole ricorrenti famose di Hiroshima mon amour.
Il tempo passa, infatti, e sbiadisce la memoria dei più anziani, mentre le nuove generazioni che per loro fortuna non hanno visto, non sanno davvero niente e hanno bisogno urgente che, anche attraverso film come questo, arrivino loro, insieme alle emozioni che qui non mancano, le informazioni utili a risparmiare in futuro altri strazi e altri dolori così terribili.
Un aspetto non secondario del film è dato dalle  bellissime sequenze animate (realizzate da François Schuiten e Luís da Matta Almeida) che collegano i singoli episodi fra loro: due mani si cercano e si incontrano per formare, fra mille difficoltà, un ponte sulla città.

 

Lady Macbeth


recensione del film:
LADY MACHBETH

Regia:
William Oldroyd

Principali interpreti:
Florence Pugh, Cosmo Jarvis, Paul Hilton, Naomi Ackie, Christopher Fairbank, Golda Rosheuvel, Anton Palmer, Rebecca Manley – 89 min. – Regno Unito 2016.

Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk è il racconto russo (1865) di Nikolaj Semënovič Leskov che ha ispirato questo film, il primo di William Oldroyd, apprezzatissimo regista teatrale londinese. Se però consideriamo complessivamente quest’opera, che il regista ambienta negli anni vittoriani, possiamo trovarvi temi o suggestioni da altri famosi romanzi di quello stesso periodo, quali, ad esempio, Lady Chatterley Lover di D.H. Lawrence e Thérèse Raquin di Emile Zola. La tragedia di Shakespeare, ça va sans dire, è sullo sfondo: sintesi di millenarie superstizioni misogine, che collegano alla “tentazione” sessuale, per sua natura diabolica e incarnata dal corpo femminile, una presunta sottomissione maschile al volere e al potere delle donne.

Si chiamava Katherine ed era poco più di un’adolescente la bella ragazza che aveva sposato, senza averlo scelto, Alexander, un nobile, proprietario insieme al padre (che viveva con lui) di un cupo castello della campagna scozzese, attraversata dai venti tempestosi e gelidi delle Highlands. Il padre, desideroso che la proprietà passasse nelle mani di un erede, aveva condotto col padre di lei una trattativa mercantile, quasi una compravendita, per concludere quel matrimonio che, non diversamente da altri a quei tempi, imponeva alle donne la sottomissione al maschio di casa  e gravidanze a ripetizione, secondo la volontà non discutibile del marito-padrone.

L’oltraggiosa indifferenza di Alexander per Katherine si era manifestata con arroganza fin dalla notte delle loro nozze,  fallimentare per lui e umiliante per lei. In futuro, egli, pur non apprezzando le grazie della giovane moglie, si sarebbe preoccupato soprattutto di contenerne la vitalità prorompente, imponendole una clausura pressoché totale, di cui si rendevano garanti suo padre e l’autorità religiosa di quel territorio, un prete attentissimo a salvaguardarne la virtù. Era accaduto, però, che suocero e marito avessero dovuto abbandonare per un po’ la proprietà alla volta di Londra e che Katherine, umiliata e offesa, nonché carica di odio, si fosse trovata all’improvviso libera, nella condizione ideale per il clamoroso tradimento che avrebbe dato una svolta decisiva alla sua vita. Un incontro inatteso con il mondo degli stallieri e dei lavoratori di casa, impegnati a torturare sadicamente l’ancella nera, addetta ai servizi della sua persona, aveva acceso la sua rabbia sdegnosa e, insieme, la sua curiosità. Aveva assistito a una scena sordida che l’aveva turbata profondamente, combattuta fra l’orrore sincero per quella manifestazione erotica brutale  e la curiosità per la sensualità sfrenata di quegli uomini. Di lì a poco le sue contraddittorie emozioni avrebbero trovato una risposta proprio tra le braccia di Sebastian, il palafreniere che durante quell’episodio si era maggiormente distinto per  la selvaggia ferocia.

Sarebbe arrivato ben presto, per lei, il momento della resa dei conti: dapprima aveva sopportato le allusioni del prete, poi aveva udito, con apparente rassegnazione, le pesanti insinuazioni del suocero che, tornato al castello, era intenzionato a farle pagare l’adulterio che gli era stato riferito; infine, aveva dovuto subire, ma solo fino a un certo punto, le ingiurie insolenti del marito, accompagnate dal suo disprezzo insopportabile. Katherine, novella Lady Macbeth, si sarebbe liberata di entrambi col delitto, senza i rimorsi, che,  come nella tragedia shakespeariana, avrebbero tormentato solo la coscienza di lui, Sebastian, il suo principale complice, ma anche colui che per origine e classe sociale era destinato fin dall’inizio a soccombere.

I cupi e terribili sviluppi successivi, che non intendo rivelare, permettono a Katherine di rafforzare la propria posizione di potere, ora che, dopo la morte del marito e del suocero, è rimasta l’unica proprietaria del castello e che usurpatori inattesi e molto agguerriti stanno insidiando il suo futuro e soprattutto quello del figlio (che è di Sebastian) che sente crescere in sé.  A reclamare la propria parte nel diritto di successione è, sorprendentemente, un altro figlio, di colore, ciò che introduce risonanze di bruciante e quasi anacronistica attualità in un film girato nei severi abiti vittoriani e negli ambienti austeri di quella dimora, privandolo definitivamente del compiacimento romantico di molti film inglesi in costume.
La messa in scena, quanto mai scarna, ricostruisce la severità drammatica del castello e la tristezza violenta del paesaggio del Nord Est scozzese, sfondi che riflettono in modo molto pertinente l’essenza profonda del personaggio di Katherine, spesso ripresa con i primi piani che ne sottolineano di volta in volta la solitudine, la determinazione, la grandezza sinistra. Grandissima è l’attrice (Florence Pugh) che la interpreta, perfettamente a proprio agio in ogni momento del film.

Film da vedere, soprattutto da chi non teme i violenti pugni allo stomaco che arrivano un po’ per volta, senza pietà!

 

Sieranevada


recensione del film:
SIERANEVADA

Regia:
Cristi Puiu

Principali interpreti:
Mimi Branescu, Judith State, Bogdan Dumitrache, Dana Dogaru, Sorin Medeleni, Ana Ciontea, Mirela Apostu, Eugenia Bosânceanu, Ilona Brezoianu, Ioana Craciunescu, Valer Dellakeza, Aristita Diamandi, Simona Ghita, Marin Grigore – 173 min. – Francia, Romania, Bosnia-Herzegovina 2016.

Il curioso titolo di questo film non allude in alcun modo al suo contenuto, che non è, infatti, né il remake di un western famoso, né un documentario sui monti  spagnoli, per parlare dei quali non si è forse badato troppo all’ortografia. È, invece, un significante senza significato, perché così ha voluto il regista, il rumeno Cristi Puiu, per impedirne, in tal modo, una qualsiasi arbitraria traduzione.
Se invece ci addentriamo nell’analisi di questo straordinario film, ci rendiamo conto che il “nonsense” del titolo potrebbe diventare la chiave di lettura dell’intero svolgersi, dalla prima all’ultima scena, del racconto, che per questa ragione ha richiamato alla mia memoria almeno due grandi film di Luis Buñuel: L’angelo sterminatore e Il fascino discreto della borghesia, fra i quali (nonostante l’innegabile diversità) credo vada cercato il suo precedente illustre, ben più che in Parenti serpenti di Monicelli che pure gli è stato accostato.

Ci troviamo nella Romania del 2014: lo apprendiamo dal notiziario trasmesso, nel corso del film, da un televisore acceso, che parla della strage al Charlie Hebdo, di tre giorni prima. In un alloggio di Bucarest sta per essere celebrata la solenne cerimonia di commemorazione funebre del capofamiglia, morto da quaranta giorni, ma, secondo la tradizione, anima in pena in attesa di trovare la propria pace grazie al rito di commiato, che sarà celebrato dal pope. Tutto è predisposto: la tavola imbandita per il pranzo di famiglia; la stanza con l’abito buono del morto che dovrà essere benedetto e successivamente indossato da uno degli eredi; la cucina in cui alcune donne si avvicendano per la preparazione di qualche tramezzino, visto che il pope è in viaggio ed è in ritardo. Un po’ alla volta, intanto, arrivano gli invitati, dai figli, ai nipoti, ai fratelli, ai cognati in un mescolarsi confuso che all’inizio ci spiazza, perché, in tanto caotico succedersi degli arrivi è difficile comprendere quali siano i rapporti di parentela. Si comprende invece, quasi subito, che questi non sono così importanti: al regista interessa invece delineare i tipi umani protagonisti ora patetici, ora comici, ora grotteschi di ciò che accade in quell’alloggio, gremito di mobili, cibi e suppellettili, oltre che di persone, claustrofobico ambiente nel quale si passa il tempo in attesa che la cerimonia si compia e ci si metta a tavola. Il film è dunque girato quasi esclusivamente in quell’ interno, con la tecnica del piano-sequenza che segue parole e accadimenti da una stanza all’altra. Gli ospiti si spostano;  i battenti delle porte si aprono e si chiudono; le donne più anziane stanno intorno alla vedova, che è malata, fa la calza prende le medicine e dispensa consigli; le più giovani sono in cucina; una vecchia zia, che con Ceausescu aveva conosciuto tempi migliori, con un bianco colbacco si aggira fra i gruppi degli ospiti rimpiangendo i tempi del socialismo reale, quando tutti (e lei sicuramente) stavano meglio, la società era più giusta e ai giovani si trasmetteva cultura, ideali e buona creanza… Gli uomini, invece, si lasciano coinvolgere da un barbuto giovanotto che si muove su Internet, dai cui siti gli arrivano le terrificanti notizie del complotto internazionale che dall’11 settembre a Charlie Hebdo sta avvolgendo il pianeta in una spirale di terrore. Lary, il figlio maggiore del defunto, ex medico che ora vende farmaci per guadagnare di più, se la ride del socialismo reale e dei complotti e aspetta che torni dalla spesa al Carrefour la moglie, delusa dal matrimonio e dal comportamento del marito. Arrivano poi due ospiti poco graditi: una giovane figlia, trasgressiva e impresentabile, che accompagna in quella casa un’amica ubriaca (o drogata?), che dorme e vomita a intermittenza, nonché un uomo di mezza età, marito di una delle donne, grossolano nei modi e nel linguaggio. All’arrivo del pope, nei paramenti del lutto, la famiglia sembra ricomporsi, per sbandare subito dopo, nell’ attesa del pranzo, continuamente scandita da incidenti di varia natura: l’abito del morto è fuori misura; una sarta che se ne vorrebbe andare, è costretta a ripararlo in fretta e furia, per non parlare di quella camicia che fra spilli e piegoline, infine viene indossata; si sveglia la neonata, che beatamente aveva ignorato il trambusto e il pope, ma che ora reclamava il suo biberon  che andava scaldato, mentre diventano acute le tensioni fra i suoi giovani genitori; arriva la moglie di Lary, ma le occorre aiuto, perché non riesce a difendersi dai minacciosi energumeni che bloccano i movimenti della sua auto. Usciamo, allora, insieme a Lary,  finalmente fuori dalla babele di quell’alloggio e respiriamo, per la seconda volta (la prima era stata all’inizio del film), l’aria gelida di una Bucarest invernale, in cui i rissosi inquilini di un caseggiato ricoprono di insulti e contumelie i due coniugi che a stento riescono a liberarsi di loro e a trovare un parcheggio. Finalmente sono soli; finalmente, nel silenzio del loro improvviso isolamento, trovano il coraggio per confessarsi tradimenti e incomprensioni, per dirsi cioè le cose che in fondo entrambi conoscevano ma sulle quali preferivano fingere di nulla. Non era rimasto, però, molto tempo per riflettere e recriminare. Si era fatto tardi e occorreva salire in quell’alloggio dove tutti li aspettavano per mangiare. Qualcuno avrà avuto ancora fame?

Il film si svolge dunque fra due momenti “esterni”, all’inizio e al termine di quella tremenda giornata, che offrono il desolato e significativo ritratto di una città caotica, rumorosa e senza regole, di cui gli abitanti con i loro comportamenti strampalati, spesso incivili e arroganti non sono che un rassomigliante prodotto: sempre in affanno, con i nervi a fior di pelle, condannati a vivere insensatamente alla perenne ricerca di denaro, in base al quale soltanto in Romania come dappertutto si misura il successo e il prestigio. Sembra essersi emblematicamente compiuta, nell’Est del comunismo dei satrapi, la transizione insidiosa verso i “valori” di un occidente europeo tanto ammirato, quanto, a sua volta in profondissima crisi di ideali e di valori. Le tre ore del film volano, tanto è vicino anche a noi il racconto del nonsenso di quelle vite, e l’inquietudine per quella crisi. Da vedere!

All’ombra delle donne


recensione del film:
ALL’OMBRA DELLE DONNE

Titolo originale:
L’ombre des femmes

Regia:
Philippe Garrel

Principali interpreti:
Clotilde Courau, Stanislas Merhar, Lena Paugam, Vimala Pons, Mounir Margoum, Antoinette Moya, Thérèse Quentin, Jean Pommier – 73 min. – Francia 2015

Pierre (Stanislas Merhar) e Manon (Clotilde Courau) vivono a Parigi, sono sposati  e si amano. Lui è un cineasta con molte ambizioni che non ha ancora avuto modo di farsi apprezzare; lei è una donna ricca di cultura e di talento, che ha rinunciato a realizzare se stessa per stare vicina a lui e incoraggiarne i progetti, aiutandolo nel montaggio dei film. Vivono poveramente in un vecchio appartamento, vessati da un padrone di casa che li minaccia di sfratto se non si prenderanno maggiore cura dell’ alloggio. In prospettiva, però, il progetto di un bel documentario sembra schiudere ai due un avvenire più sereno: raccoglieranno le memorie, mai ascoltate finora, di un vecchio partigiano francese,  per ricostruire i giorni della Resistenza a Parigi, lavoro particolarmente significativo oggi, quando il ricordo di quell’epoca si fa lontano e diventa sempre più sbiadito.
Il loro matrimonio perfetto, però, viene messo ben presto alla prova: da un incontro casuale con una bella stagista di nome Elisabeth (Lena Paugam), nasce inattesa, infatti, l’avventura erotica di Pierre, che da subito chiarisce crudelmente alla donna la natura necessariamente clandestina dei loro incontri: è sposato, ama sua moglie e non intende lasciarla per lei.
Lui, lei, l’altra. ovvero il triangolo amoroso vecchio quanto il mondo, dunque? Non proprio: grazie al prezioso suggerimento dell’amico e co-sceneggiatore  Jean-Claude Carrière (proprio lo stesso di molti indimenticabili film di Buñuel), il regista oppone all’asimmetria del tradimento di Pierre, il tradimento di Manon, mettendo in scena i riflessi che si accendono nell’animo di lui e interrogandosi sulle loro conseguenze nel rapporto d’amore e di complicità che lo legava a lei.
Come sempre nei film minimalisti di Garrel, bastano alcuni particolari della vita quotidiana dei suoi personaggi per evocare potentemente la “situazione” da cui nasce il racconto, che, anche in questo caso, come nel precedente Jalousie, è l’indagine su una coppia che sta per entrare in crisi, questa volta per l’irrazionale presunzione maschilista di Pierre e per l’intuito infallibile di Manon che le permette di cogliere dai più piccoli indizi il suo tradimento. Senza scenate e senza drammi, Manon cede pertanto alle lusinghe di un uomo innamorato di lei…

Una vicenda dolorosa ma abbastanza risaputa d’amore e di gelosia diventa ora l’occasione per confrontare due diverse visioni dell’amore e nello stesso tempo per comprendere quanto possa costare  sul piano delle emozioni, ma anche su quello delle rinunce, un rapporto di coppia, che non è mai perfetto, ma che richiede continui adattamenti e compromessi, proprio come (lo scopriremo alla fine) quel film sulla Resistenza a Parigi che si può buttare via (o no?) dopo che si è chiarita l’impostura del sedicente ex partigiano.
Anche questa volta, in soli 73 minuti, con un prezioso bianco e nero, Garrel sviluppa il suo “teorema” catturando la nostra attenzione partecipe, con grande poesia e semplicità, lasciando alla voce fuori campo del figlio Louis i commenti saggiamente ironici sull’avvicendarsi dei fatti.
Da vedere sicuramente: purtroppo, per il momento, è presente solo a Torino!

Cuori puri


 

recensione del film:
CUORI PURI

Regia:
Roberto De Paolis

Principali interpreti:
Selene Caramazza, Simone Liberati, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce, Antonella Attili, Federico Pacifici, Isabella Delle Monache – 114 min. – Italia 2017.

 

Stefano (un grandissimo Simone Liberati) era vicino ai suoi venticinque anni e forse stava per lasciarsi alle spalle un durissimo passato, grazie al lavoro precario che, nelle sue intenzioni, avrebbe  dovuto permettergli di mantenersi, sia pure modestamente. Era stato assunto per tenere in ordine e sorvegliare il parcheggio di un discount della periferia romana: le auto non dovevano subire furti, né ammaccarsi per le continue irruzioni dei monelli stranieri (rom e non solo) che giocavano al pallone dall’altra parte della strada, dove sorgeva il campo che li ospitava. Essi sconfinavano, spesso e volentieri, però, oltre le reti di protezione dell’area del supermercato, ciò che non rendeva semplici, anche se ce la metteva tutta, i suoi compiti: qualche volta allora si lasciava trasportare dall’ira e reagiva con violenza, scatenando risse non certamente utili a sé, né alla fama del discount e neppure alle auto parcheggiate.
Altre volte, invece, avendo ben conosciuto la durezza della vita, si lasciava prendere dalla compassione, come era successo quando aveva lasciato fuggire una ladruncola dallo sguardo disperato, sbucata chissà da dove, e acciuffata dopo un lungo inseguimento, mentre stava portandosi via un cellulare di scarso valore, nel  bellissimo piano-sequenza con il quale si apre il film. Della storia di lui e di quella di lei, che si chiamava Agnese (una eccellente Selene Caramazza) ed era appena diciassettenne, gli spettatori conosceranno a poco a poco alcuni particolari, sufficienti per comprendere il presente difficilissimo di entrambi, e per immaginare un futuro probabilmente chiuso a qualsiasi prospettiva di riscatto, nonostante la tenera storia d’amore che presto sarebbe nata fra loro, e che sarebbe diventata anche una storia di reciproca solidarietà.
Sul presente di Stefano pesava, infatti, una famiglia impoverita, ora anche sfrattata e buttata letteralmente sulla strada, che si stava rivolgendo a lui, che ne era fuggito molto giovane non sopportando i maltrattamenti del padre violento e fannullone; sul presente di Agnese pesavano invece i sensi di colpa indotti dalle intelligenti e persuasive parole del suo parroco (Stefano Fresi), apparentemente di larghe vedute, e purtroppo resi più tormentosi da sua madre, donna della media borghesia romana (Barbora Bobulova), che sembrava amabile ed evoluta, ma che in realtà era ossessionata dal timore che la figlia non arrivasse vergine al matrimonio. Il regista segue da vicino, con la macchina a mano, con delicatezza e trepidazione, la loro storia tenerissima; il suo intrecciarsi con i condizionamenti impossibili da rimuovere; il suo trasformarsi quasi inevitabile in una vicenda cupa e disperata, regalandoci un gran bel film,duro ed essenziale, evitando di farne un insopportabile mélo e, meritoriamente, di ridurlo a descrizione sociologica. Egli si accontenta, invece, di inserire organicamente nel racconto, con notevole e realistica efficacia, i personaggi di una Roma di borgata, profondamente vera e attuale, terreno di coltura di un pericoloso malcontento xenofobo e di una delinquenza organizzata, pronta a cogliere le situazioni disperate per trarne il profitto più infame.

Presentato con successo all’ultima rassegna di Cannes, nella sezione Quinzaine des réalizateurs, il film è visibile in un buon numero di sale italiane. Da non perdere!