Vox Lux

recensione del film:
VOX LUX

Regia:
Brady Corbet
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Principali interpreti:
Natalie Portman, Jude Law, Stacy Martin, Christopher Abbott, Raffey Cassidy, Jennifer Ehle, Maria Dizzia, Matt Servitto, Logan Riley Bruner, Meg Gibson, Daniel London, Micheál Richardson, Leslie Silva, Allison Winn – 110 min. – USA 2018.

 

Al centro di questa pellicola, la storia di Celeste (Raffey Cassidy), ragazzina tredicenne, di vivace intelligenza, amata e coccolata dalla famiglia che, volendo assecondarne l’estro creativo, la iscrive all’High School ad indirizzo artistico, un po’ lontano dall’abitazione, ma molto adatta a lei.
È finita la vacanza di Capodanno nel 1999; gli studenti rientrano a scuola. Un po’ in ritardo arriva anche il compagno di classe, disturbato e balordo, che, armato fino ai denti, sta per scaricare il fucile contro i suoi coetanei dopo aver abbattuto l’insegnante: una strage atroce; una delle tante che periodicamente insanguinano le scuole americane. Celeste è colpita da un pallettone che, quasi miracolosamente (si fa per dire), rimane conficcato nel tratto cervicale delle vertebre…
È il prologo, rapidissimo e choccante, del film, prima dell’elegante avvio dei titoli di testa.

Un anno dopo, Celeste avrebbe lasciato l’ospedale su una sedia a rotelle, distrutta, ma con una gran voglia di vivere e di dimenticare, cosa impossibile: quel pallettone inasportabile era sempre lì a risvegliarne gli incubi, mentre i dolori lancinanti, per il resto della vita ne avrebbero scandito le giornate, costringendola a fare dei calmanti i suoi inseparabili compagni di strada.
Gli esercizi riabilitativi, invece, l’avrebbero rimessa in piedi, senza restituirle, però, l’uso del braccio destro: si infrangevano contro la realtà durissima i sogni di scrivere e disegnare; con cautela, avrebbe potuto danzare, nonché, con un filo di voce, cantare: la sorella Ellie (Stacy Martin) scriveva per lei la musica, accompagnando alla tastiera la sua prima esibizione nell’accogliente coro della parrocchia.
Si vanno delineando ruoli e presenze umane e conflittuali che, insieme a quella del Manager senza nome e senza qualità (Jude Law), incrociato per caso, e immediatamente interessato alle sue performance, le avrebbero permesso di diventare una star acclamata (ora interpretata da Natalie Portman), ispiratrice, forse, con le sue maschere luminose e scintillanti, di un gravissimo attentato terroristico sulle spiagge della Croazia, di cui i giornali, i social e le TV in cerca di scandali, avrebbero voluto informare un pubblico, a sua volta pronto a distruggere l’idolo di un tempo.

Il regista mostra, a questo punto della storia, un’incertezza ideativa che gli impedisce di concludere in modo convincente le tracce narrative che aveva abilmente lasciato intuire nella prima parte del film. Puntando sulla centralità della recitazione di una Natalie Portman più del solito urlante e isterica, che alla grande gigioneggia  autocitandosi, Corbet perde l’occasione di approfondire gli aspetti oscuri delle vicende di tutti i suoi personaggi, i cui conflitti percorrono sotterranei l’intero film; preferisce accontentarsi di banalizzarli riducendo il male all’ opposizione fra tenebre e luce ed evocando addirittura, senza tema del ridicolo, il patto col diavolo di faustiana memoria.
Presentato alla rassegna veneziana dello scorso anno, questo film ha deluso molti di coloro che si aspettavano la conferma delle qualità di regia che Brady Corbet aveva manifestato con il precedente L’infanzia di un capo (2017), opera prima di tutto rispetto, che egli, allora non ancora trentenne, aveva realizzato, vantando un passato di attore, sceneggiatore, autore televisivo: un bel curriculum, insomma.
Arrivato, con il solito ritardo, nelle nostre sale, il film, anche per me, è stato fonte di irritante delusione. Si può perdere.

 

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Martin Eden

recensione del film:
MARTIN EDEN

Regia:
Pietro Marcello

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Jessica Cressy, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi, Denise Sardisco, Carmen Pommella, Autilia Ranieri, Elisabetta Valgoi, Pietro Ragusa, Savino Paparella, Vincenza Modica, Carlo Cecchi – 129 min. – Italia 2019

È stato un piacere ritrovare al cinema Pietro Marcello, singolare e originale regista italiano, ora al terzo lungometraggio distribuito nelle sale, dopo i due bellissimi racconti-documentari, apprezzati e presentati sulle pagine di questo blog alla loro uscita: La bocca del lupo (2010) e Bella e perduta (2015).

Questa volta, senza tradire il proprio inconfondibile modo di girare, il regista si è cimentato con la fiction, raccontando la storia di Martin Eden*, liberamente traendola dal bel romanzo di Jack London, alle cui pagine, in parte autobiografiche, mi riportano i miei ricordi di ragazzina amante della lettura: pagine, allora, a me molto care (e, ora temo, poco capite).
Il grande scrittore aveva descritto l’ascesa sociale del giovane Martin, il “selvaggio” marinaio, che, infiammato d’amore per la bella e raffinata Ruth, studentessa alto-borghese dei quartieri prestigiosi di San Francisco, aveva individuato nella cultura e nella conoscenza dell’arte e della poesia la strada da percorrere per diventare degno di lei, uscendo dalla povertà e dall’irrilevanza sociale, costringendosi a riprendere gli studi, fra sacrifici e umiliazioni di ogni genere.

La vicenda del selvaggio marinaio di San Francisco viene ripresa quasi alla lettera, ma spostata a Napoli, dove Martin Eden è un bellissimo marinaio che ha il volto e il corpo di Luca Marinelli (Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, assegnata a Venezia pochi giorni fa).
Martin era cresciuto nei vicoli straccioni e sordidi del capoluogo, aveva interrotto gli studi e si era irrobustito imparando a lottare contro i feroci monelli di strada che lo prendevano di mira. Aveva incontrato casualmente la bella Elena Orsini (Jessica Cressy), dopo aver sottratto il fratello Arturo (Giustiniano Alpi) alle botte di un gruppo di feroci teppisti che lo stavano massacrando…La storia, mutati i nomi, è la stessa del romanzo, poiché
Pietro Marcello si è limitato a trasportarla a Napoli, in un periodo imprecisato del secolo breve, collocabile, comunque fra la fine degli anni ’30, alla vigilia della guerra e l’inizio degli anni ’60 (forse prima del boom economico). Ha utilizzato fotografie e spezzoni di documentari e anche di film, per delinearne in modo spezzato la dimensione storica; infine, ha fissato su pellicola da 16 mm. il singolare mosaico, in coerenza con il suo cinema precedente, sempre a basso budget e molto personale.

A spiegare le origini del progetto è lo stesso regista in occasione della partecipazione, in concorso, al Festival di Venezia 2019 quando, intervistato in merito alla scelta di quel testo, apparentemente lontano dai nostri giorni e dalla nostra sensibilità, ha precisato che al di là delle vicende personali di Martin e del drammatico scacco esistenziale che lo avrebbe indotto al suicidio, il romanzo si rivela, se attentamente meditato, quasi profetico delle inquietudini e degli errori che hanno attraversato la storia del ‘900 fra le due guerre, in Europa e nel nostro paese
Le variazioni non piccole che il regista ha apportato nei confronti del romanzo non ne hanno perciò tradito lo spirito (benché, a mio avviso, quell’antico racconto di formazione, riletto con gli occhi di oggi, riveli, oltre ai suoi anni, la sua profonda “americanità”). Si direbbe, anzi, che il film gli restituisca un’imprevista vitalità, grazie ad alcuni arditi accostamenti che forse ne costituiscono la parte più discutibile. Mi riferisco alla seconda parte del film, quella relativa alla nascita della coscienza sindacale del protagonista affascinato dapprima dal socialismo, poi dal darwinismo sociale spenceriano, coerentemente col suo individualismo.
Gli scritti di Spencer, in realtà, ebbero nel corso dell”800 un’importanza enorme, quasi determinante per la nascita della sociologia sociale e per le teorizzazioni del socialismo, ma in Italia (e nella Napoli hegeliana e successivamente neo-hegeliana in modo particolare) erano rimasti per lo più sconosciuti, anche in pieno periodo positivistico**.
Se, come ha dichiarato il regista, lo aveva colpito “la capacità di Jack London di vedere come in uno specchio le fosche tinte del futuro, le perversioni e i tormenti del Novecento”, forse avrebbe potuto e dovuto pescare in altre acque, quelle dell’anarco-sindacalismo soreliano, per esempio, o del sindacalismo rivoluzionario in Italia e delle sue ambiguità.***
Il film, comunque, al di là di questi rilievi, che non intendono sminuirne la bellezza, è tra i migliori visti in Italia in questi ultimi anni, ricco com’è di immagini poetiche belle e suggestive, di citazioni e autocitazioni, di passione registica e interpretativa.
Da vedere.

                                                      ∞Ω∞Ω∞

* era uscito in Italia per la prima volta nel 1925, ma l’edizione americana risaliva al 1909

** Si veda, a questo proposito, QUI

*** Qui troverete un interessante scritto di Marco Masulli:
« Il rapporto tra il sindacalismo rivoluzionario e le origini del fascismo: appunti di lavoro », Diacronie [Online], N° 17, 1 | 2014, documento 8, Messo online il 01 mars 2014, consultato il 13 septembre 2019.

Mademoiselle

recensione del film:
MADEMOISELLE

Titolo originale:
Ah-ga-ssi

Regia:
Chan-wook Park

Principali interpreti:
Kim Min-hee, Tae-ri Kim, Ha Jung-woo, Jin-woong Cho, Hae-sook Kim – 144 min. – Corea del sud 2016

 

È ora visibile anche nelle nostre sale questo film – presentato a Cannes nel 2016 – ambientato nellla Corea del 1930 occupata dai giapponesi. Il film si ispira liberamente al romanzo  “storico” Fingersmith della scrittrice scozzese Sarah Waters*.
Dopo Stoker, il suo film hollywoodiano, Chan-wook Park è tornato dunque a parlare della Corea del sud, immaginando che nei suoi boschi sorgesse un bizzarro e grande edificio, costruito in parte come una signorile magione della campagna inglese, in parte come una bassa abitazione lignea giapponese.

I personaggi del film e le macchinazioni per impadronirsi di una ricca eredità

Quello strano edificio, che tutti chiamavano il castello, era abitato, insieme a uno stuolo di addetti al suo servizio, da Lady Hideko (Kim Min Hee), soave e ricchissima giapponesina, mentalmente molto fragile, che lo zio e tutore Kouzuki (Jin-woong Cho), anglofilo e collezionista, avrebbe voluto sposare appena possibile, per impossessarsi non solo di quell’abitazione prestigiosa, ma anche delle collezioni di libri e di opere d’arte che la arredavano e che nessuno avrebbe mai reclamato, essendo la poveretta l’unica superstite dell’intera antica famiglia, dopo il misterioso suicidio della zia che l’aveva educata.

A complicare le cose, però, presto si sarebbero aggiunti gli intrighi di un truffatore, che si era presentato alla servitù come il giapponese conte Fujwara, millantando di essere l’unico vero zio di Hideko, pretendente alla sua mano. Allo scopo di convincerla, il sedicente conte aveva fatto arrivare dalla campagna la bella e giovane Sookee (Tae-ri Kim), astuta ladra dalle buone maniere, la persona giusta, come dama di compagnia, per circuire l’ereditiera sempre più disorientata e indurla al matrimonio. Se l’impresa fosse andata in porto, l’ancella-complice avrebbe avuto il suo bel gruzzolo!

Non intendo svelare altro della trama del film che diventa presto un noir alquanto teso, sul quale non spetta a me far luce; d’altra parte la struttura stessa del racconto cinematografico in tre atti rende impossibile individuare un percorso narrativo lineare: nel corso del secondo atto il racconto degli stessi fatti, condotto da una persona diversa, prende una direzione inattesa e solo nel terzo atto gli eventi trovano la loro collocazione plausibile, ribadita dall’ epilogo che suggella il lieto fine della storia.

La fiaba dell’inizio, che pareva costruita sullo schema di Propp (la bella e ricca fanciulla, il maniero, il bosco, la prigionia, la serva, gli intrighi…) inaspettatamente diventa il racconto di una complicata storia d’amore fra due donne costrette dalla malvagità e dalla sete di potere maschile a vivere separate.

Non mancano esplicite  scene saffiche che qualche critico ha accostato alle altrettanto esplicite scene di La vita di Adele. Personalmente ritengo che le affinità siano di superficie: l’erotismo del film mi è sembrato assai diversamente connotato: qui prevale una squisita eleganza  sottolineata dalla grande raffinatezza degli accostamenti coloristici e dal preziosismo  degli oggetti e degli ambienti che sublimano nella perfezione della forma gli incontri sessuali, per quanto audaci.
Né mi pare trascurabile la crudeltà molto orientale che caratterizza costantemente l’erotismo maschile, come se dal desiderio fosse impossibile disgiungere la volontà di potenza e di sopraffazione.

Sono convinta che il film vada visto: certo non è un racconto moraleggiante sull’ingiustizia di classe, che pure è evidente, né sulle arroganti manifestazioni del colonialismo giapponese: è una commedia amorosa elegantemente sensuale, senza volgarità: non è poco!

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*Tradotto in italiano col titolo Ladra, è acquistabile nelle nostre librerie, oltre che on line.

Submergence

 

recensione del film:
SUBMERGENCE

Regia:
Wim Wenders

Principali interpreti:
Alicia Vikander, James McAvoy, Alex Hafner, Audrey Quoturi, Celyn Jones – 112 min. – USA, Germania, Francia, Spagna 2017.

Esistono film che per nessuna ragione al mondo un cinefilo perderebbe, poiché il nome del regista li rende irrinunciabili. Il nome di Wim Wenders è per me, cinefila, sempre irrinunciabile, anche se da molto tempo egli ha ridotto il numero dei film di invenzione, che personalmente prediligo, a vantaggio del biopic e del documentario, generi che non molto mi attraggono, ma che nelle sue mani sono spesso diventati eccellenti pellicole piene di bellezza e di cultura.
In quest’ultimo suo lavoro, il racconto di una drammatica storia d’amore, ispirata a un romanzo di J. M. Ledgard (in passato giornalista e corrispondente di guerra) offre al regista l’occasione per sintetizzare l’aspetto documentaristico, che si manifesta nello splendore di una fotografia insolitamente suggestiva, con quello dell’immaginazione narrativa, che trova il suo spazio nel racconto della storia d’amore di Dany Flinders (Alicia Vikander) e James Moore (James McAvoy)

Si erano incontrati casualmente, nella hall di un grande albergo nei pressi di Dieppe (Normandia) non lontano dai luoghi dove avvenne lo sbarco anglo-americano.
Dany è una scienziata giovane e bella che si occupa di abissi marini, una bio-matematica che presto si imbarcherà per la sua rischiosissima missione: intende esplorare, nelle più buie e soffocanti profondità delle acque attorno alle isole Faroe, la possibilità di creare nuove condizioni di vita, individuando, forse, la via possibile per la sopravvivenza del nostro malato pianeta.
James è incantato e incuriosito dalla sua determinazione fiduciosa, ma è reticente sul proprio lavoro: la informa che, come ingegnere addetto alla bonifica delle acque, sarebbe presto partito per la lontana Somalia, tacendole, però, di essere una spia, col compito di raccogliere in Somalia tutte le possibili informazioni sul terrorismo islamico nel continente africano. La loro tenera e appassionata esperienza d’amore (le pagine migliori del film) si svolge tra le stanze di quell’albergo e la meravigliosa e selvaggia costa sulla Manica in presenza di un mare al quale essi affideranno non solo i ricordi incancellabili della loro storia brevissima, ma anche il senso del loro abbandono amoroso, come se  le acque che erano state all’origine della vita e che potrebbero alimentare il futuro della vita stessa nei loro abissi più profondi diventassero la più profonda e vera forma di comunicazione fra loro, lontani e vicini nella scoperta del segreto che li ha uniti. Angoscia e paura della morte, dunque, superati dalla loro coscienza rigenerata dall’amore? A leggere le dichiarazioni di Wenders parrebbe essere questo il senso del film.

Peccato che queste intenzioni (non molto originali per la verità) vengano diluite in un racconto di cui si possono individuare almeno tre frammenti non sempre molto legati fra loro :

– il primo crea l’atmosfera sospesa di una spy story che ha al centro James e
si svolge a Berlino, fra la Gemalde Gallery (numerosissimi i riferimenti alla pittura marina misteriosa [?] di Friedrich) e la stazione, fra appuntamenti segreti e improbabili segretissime comunicazioni via smartphone.

– il secondo, di cui ho già parlato, è la storia degli incontri d’amore in Normandia;

– il terzo è la storia parallela dell’immersione pericolosa di Dany e delle disavventure spaventose di James, finito nelle mani dei Jadisti e trasportato in Kenia. Il regista a questo punto cerca di mantenere alta la tensione narrativa alternando le immagini buie della prigionia di James, con quelle, altrettanto buie, dell’immersione di Dany, accompagnandole con commenti misticheggianti sull’amore e sulla metafisica dell’acqua, che, ahimè, vorrebbero essere lo sviluppo delle parole scambiate fra i due amanti nei loro momenti felici, ma che diventano pesantissima zavorra di un racconto non risolto e ora anche pedante nellla simmetria ossessiva della rappresentazione. Non ci resta che rimpiangere il Wim Wenders che abbiamo conosciuto e amato.

Si può perdere.

L’età dell’innocenza

recensione del film:
L’ETÅ DELL’INNOCENZA

Titolo originale:
The Age of Innocence

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Geraldine Chaplin, Michelle Pfeiffer, Winona Ryder, Daniel Day-Lewis, Hugh Smith, Miriam Margolyes, Richard E
Grant, Alec McCowen, Mary Beth Hurt, Jonathan Pryce – 120 min. – USA 1993

Quasi uno studio antropologico: dal romanzo al film

Il grande romanzo di Edith Wharton (uscito nel 1920 e Premio Pulitzer nel 1921) è all’origine di questa grande opera di  Martin Scorsese (1993): egli, all’inizio degli anni ’80, lo aveva letto su consiglio dell’amico e collaboratore Jay Cocks, ricavandone un’impressione profonda “… quello che mi ha colpito del romanzo è stata la sua intensità, la sensazione di perdita che trasmetteva...”
Entrambi ne sarebbero diventati gli sceneggiatori qualche anno dopo, quando la Columbia Pictures decise di approvare il progetto del regista, che pur non intendendo girare un film in costume alla maniera di Ivory, esigeva comunque di realizzare una minuziosa ricostruzione storica di quanto avveniva, alla fine dell’800, fra le villette della  Fifth Avenue, nella New York colta e benestante dei suoi residenti più snob, ciò che necessitava di cospicui investimenti produttivi.
La Quinta strada era abitata dai ricchissimi eredi delle famiglie più antiche della città, custodi gelosi di rendite e privilegi che era stato possibile mantenere, e talvolta incrementare, nel corso dei secoli, grazie a un’accorta strategia dei matrimoni, come avviene nelle società aristocratiche, decisi e concordati in modo da conciliare le aspirazioni all’amore dei giovani e delle giovinette con l’accettazione delle tradizioni e dei riti che ne confermavano l’esclusività.
Chi partecipava di quei privilegi condivideva infatti una Weltanschauung che si manifestava in ogni momento della vita, e che regolamentava persino i gesti, il parlare, lo stile dell’arredamento e l’apparecchiatura delle tavole. Erano codici, non scritti, che imponevano la presenza ad alcuni momenti della vita sociale come gli spettacoli teatrali seguiti dal ballo annuale, nonché il bon ton dell’abbigliamento, adeguato alle diverse circostanze, che si trattasse di un pranzo di gala o delle vacanze a Newport. Una fitta trama di convenzioni e norme, perciò, imbrigliava la vita di quegli abitanti, fra i quali, ancora alla fine dell’800, quando si avvertva l’imminenza dei profondi cambiamenti economici che avrebbero mutato il volto della città, era condivisa la diffidenza verso chiunque, provenendo dall’esterno, potesse diffondere una visione del mondo sovversiva dei valori tramandati con sobria nonchalance, ma con determinazione così ferma da rassomigliare alla crudeltà.

La storia d’amore

Accordi familiari avevano reso possibile il fidanzamento di un giovane avvocato, Newland (Daniel Day-Lewis),con May (Winona Ryder), rispettivi eredi delle antiche e ricche famiglie degli Archer e dei Welland, mentre stava rientrando inopinatamente da Parigi la contessa Ellen Olenska (Michelle Pfeiffer), cugina di May. Nella capitale francese la giovane signora aveva lasciato il  conte Olenskij, suo marito, fedifrago abituale e volgarissimo, ed era tornata alla casa dell’infanzia sulla Fifth Avenue, nella quale  viveva ancora la nonna, l’imponente signora Mingot (Miriam Margolyes), sperando di ritrovarvi il calore di un tempo, e un po’ dell’innocenza perduta. Una ridda di maldicenze e pettegolezzi avevano accompagnato il suo ritorno, tanto che Newland, che in tal modo intendeva anche preservare dalle chiacchiere il proprio rapporto con May, aveva sentito il dovere di difenderla

Di Ellen, che ammirava per l’intelligenza, la cultura e il coraggio dimostrato, egli si era in realtà presto innamorato, ma non aveva trovato la forza per venir meno alla promessa che lo impegnava davanti al bel mondo della sua città nonostante fosse cosciente di due fondamentali verità: che il suo vero amore appassionato per la contessa era altretttanto appassionatamente corrisposto e che che avrebbe sposato una donna mediocre, conformista, tutta vezzi e luoghi comuni.

L’aveva dunque sposata senza amarla davvero e aveva scoperto un po’ alla volta quanta ipocrisia si celasse sotto i suoi vezzi e le sue mossette: May tutto aveva compreso dei suoi turbamenti amorosi e si era adoperata con un incredibile stratagemma per allontanare da lui la cugina-rivale, che lo lo aveva lasciato affranto, per fare ritorno a  Parigi: la signora Mingot le aveva generosamente assicurato un’ottima rendita mensile, a garanzia della sua indipendenza dal marito: là, in un’aria più respirabile e meno ipocrita avrebbe ritrovato le antiche amicizie e ripreso le vecchie frequentazioni.
A cinquantasette anni, ormai vedovo e in visita a Parigi in compagnia del figlio, egli non aveva voluto rivederla, per mantenerne intatto il ricordo non contaminando, col grigiore della propria vita quotidiana, l’incanto di una stagione romantica che intendeva tenere solo per sé, senza rinnegare il matrimonio con May, in fondo riuscito, che gli aveva dato figli amorevoli e un po’ meno costretti dalle convenzioni perbeniste dell’alta società newyorkese, soppiantata dall’aristocrazia del denaro e degli affari.

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A Henri Béhar di “Le Monde”, che gli aveva chiesto dove fossero finiti i sanguinosi gangster movies che lo avevano reso famoso negli anni ’80, da Taxi Driver a Quei bravi ragazzi, Scorsese aveva risposto:L’età dell’innocenza è probabilmente il più violento dei miei film”, dimostrando di aver colto in pieno lo spirito tranquillo e corrosivo del romanzo della Warthon, che non per caso gli amici chiamavano l’angelo della devastazione.
Che sotto l’apparente racconto di un amore infelice, Scorsese rappresenti tutta l’ipocrisia feroce di un gruppo sociale preoccupato esclusivamente di mantenere il proprio status, ce lo dice tutto il film, sin dalle scene iniziali, che affiancando i titoli di testa mostrano lo sbocciare miracoloso dei fiori di primavera, subito imprigionati fra i merletti che impreziosendoli, avrebbero forse reso più casto il décolleté di qualche giovane donna: potente metafora  richiamata spesso da altri fiori e da altre scollature, come quella che Ellen esibiva all’Opera, dov’era arrivata in ritardo, suscitando curiosità e sdegnate maldicenze: …Colei che aveva provocato tutto quel trambusto era graziosamente seduta nel suo angolo del palco fissando la scena e rivelando, mentre si sporgeva in avanti, un po’ più di spalle e di seno di quanto a New York si fosse abituati a vedere nelle gentildonne… I movimenti dei binocoli nelle mani dei gentiluomini pettegoli e voyeur, pronti a cogliere il minimo errore nell’abbigliamento di Ellen, ben dissimulano il fastidio per lo scompiglio che la nuova arrivata rischiava di introdurre nelle loro pigre abitudini di rentiers nullafacenti. Newland non era davvero molto diverso da loro, ma un po’ se ne scostava per la maggiore cultura che lo aveva reso più tollerante e meno volgare.

Scorsese realizza uno dei suoi film più belli sulla storia, che gli sta molto a cuore, delle comunità newyorkesi (che, nella loro chiusura agli apporti esterni e nel loro familismo esclusivo legato a codici e riti ovviamente diversi, molto si assomigliano), dirigendo attori grandissimi, sensibili interpreti di  ruoli non proprio fra i più facili, come Daniel Day-Lewis e Michelle Pfeiffer, e avvalendosi di un cast di collaboratori eccellenti: Dante Ferretti per le scenografie; Gabriella Pascucci per gli stupendi abiti; Elmer Bernstein per la bella colonna sonora e Michael Ballhaus per la suggestiva fotografia.

Le citazioni, dal romanzo di Edith Warthon, fungono talvolta da commento fuori campo nel corso del film, per la voce, nella versione inglese, dI Joanne Woodward.

Una bella e condivisibile riflessione sul romanzo di E. Warthon e suil film si può trovare QUI

 

Tesnota

recensione del film:
TESNOTA

Titolo inglese dell’edizione internazionale :
Closeness

Regia:
Kantemir Balagov

Principali interpreti:
Atrem Cipin, Olga Dragunova, Veniamin Kac, Darya Zhovnar, Nazir Zhukov – 118 min. – Francia 2017.

È l’opera prima di Kantemir Balagov, il promettente regista caucasico, nato nel 1991, che ebbe in Sokurov un eccezionale maestro all’Università. Presentata a Cannes (Un certain regard – 2017), ha raccolto molti consensi e ottenuto il premio per la miglior regia, nonché il FIPRESCI della critica internazionale cinematografica. Oggi è in Italia, nelle sale.

Il contesto

Fra il Mar Nero e il Mar Caspio è situata l’area geografica del Nord caucasico lungo il quale la Repubblica Kabardino-Balkarskaja, insieme agli stati contigui dell’Ossezia del Nord e della Cecenia, delimita le frontiere sud-occidentali della Confederazione russa.
La sua capitale è Nalchik, in territorio Kabardo, dove era cresciuto il regista che, in questo suo primo film, racconta efficacemente la realtà del luogo, abitato da una popolazione multietnica, che nel 1998 era sul punto di deflagrare, proprio come i confini instabili dell’Impero ex sovietico. Una gran parte della popolazione autoctona dei Kabardi musulmani non era insensibile, infatti, agli appelli per la costituzione di uno stato islamico confederale e autonomo dalla Russia lungo le vie del petrolio, dal medio-oriente, alla Turchia, all’Afganistan: una polveriera stava esplodendo e aveva già determinato la prima guerra dei Ceceni separatisti contro lo stato russo, mentre i guerriglieri, che diffondevano per televisione i veleni della propaganda islamista più radicale, trovavano udienza e seguito anche fra i Kabardi dei più sperduti villaggi.

Ilana

1998 – Un fatto di cronaca è all’origine del film che, raccontandoci la tragedia che aveva sconvolto una famiglia di ebrei, mette in luce la crisi dilagante fra le diverse etnie.
Nei pressi di Nalchik la famiglia di Avi e Adina viveva, nel rispetto delle tradizioni proprie e di quelle altrui, dei proventi dell’officina meccanica di Avi aiutato dalla ventiquattrenne figlia Ilana (la bravissima Darya Zhovnar), che, nonostante i modi da maschiaccio, aveva scoperto la tenerezza dell’amore per Zalim (Nazir Zhukov), e si ritagliava, affrontando ogni volta l’opposizione materna, qualche spazio di libertà per partecipare, dopo il lavoro, con gli amici kabardi di lui, a qualche bevuta, all’ascolto di un po’ di rock, e al ballo liberatorio scatenato dalla musica.

La vita in famiglia le era insopportabile, con quella madre così acriticamente sottomessa al volere del marito e alle decisioni della comunità ebraica: le tradizioni e le abitudini solidali, che avevano connotato la vita delle minoranze  ebraiche dai tempi della diaspora, le sembravano del tutto incompatibili con la vita moderna.
Eppure, quegli stessi antichi valori le sarebbero tornati alla mente quando una festosa serata per celebrare la promessa matrimoniale tra suo fratello David (Veniamin Kac) e Julia si era conclusa col sequestro dei due fidanzati operato da un gruppo di terroristi kabardi: ingente la somma richiesta per il loro rilascio, mentre le divisioni e gli egoismi nella comunità ebraica spingevano la famiglia a concludere in tutta fretta l’accordo per farla sposare, come avevano da sempre sperato, col ricco corteggiatore in grado di donare l’intera somma del riscatto… Anche se neppure per un attimo Ilana aveva pensato di accettare un simile compromesso per salvare David, era stata costretta tuttavia a fare i conti con la nuova realtà avvertendo tutto il peso della propria condizione di donna senza libertà sia nell’ambito familiare, sia in quello della comunità ebraica a cui, nonostante le sue riserve, apparteneva.

Il film assume i toni di un noir (i cui sviluppi perciò non rivelerò per non togliere a chi mi legge il piacere di vederlo), ma tiene insieme parecchi temi di grande complessità mantenendo viva la nostra attenzione grazie all’equilibrio che il regista raggiunge inserendoli nella vicenda con naturalezza, senza appesantirla, nonostante la durata vicina alle due ore.
A indirizzare la nostra interpretazione è soprattutto quel particolare titolo internazionale: Closeness che come l’originale balcanico (bulgaro) Tesnota indica una vicinanza così stretta da produrre un senso di soffocamento, e perciò stesso di angoscia, di cui è ora pienamente cosciente Ilana, l’intelligente e infelice personaggio protagonista della pellicola, incolpevole vittima della condizione femminile la cui subalternità pesa soprattutto a lei, indocile e vanamente ribelle.
Le immagini sono girate nel piccolo formato 4:3, ciò che permette al regista di comunicare l’angustia che soffoca ogni volontà di sfuggire all’abbraccio “protettivo” dei famigliari da cui la giovane vorrebbe disperatamente emanciparsi, alla ricerca di un’aria più respirabile e anche di cieli puliti, non inquinati dal lezzo orribile dell’intolleranza e del razzismo. Significative sono, a questo proposito, le ultime bellissime scene del film, girate nella zona selvaggia dei canyon caucasici, così come sono indimenticabili i lunghi piani-sequenza degli interni scuri delle case ebraiche, illuminati dalla scarsa luce di qualche finestra laterale, con effetti quasi caravaggeschi che lasciano intravedere, insieme ai volti, i quadri, i mobili, i tappeti e gli arredi carichi di storia, salvati a stento dalle razzie dei pogrom durante le fughe senza fine di intere popolazioni alla ricerca di qualche luogo tranquillo per ricominciare a vivere. Film molto bello e suggestivo di un regista di soli ventisei anni.

Luna di fiele

recensione del film:
Luna di fiele

Titolo originale:
Bitter Moon

Principali interpreti:
Kristin Scott Thomas, Peter Coyote, Hugh Grant, Emmanuelle Seigner, Victor Banerjee – 139 min. – Francia, Gran Bretagna 1992.

Non è la luna degli astronomi e degli astronauti, non quella degli innamorati e neppure la luna di miele dei giovani sposi romantici: è la luna amarissima di Roman Polanski, che con significative variazioni si ispira al romanzo di Pascal Bruckner Lunes de Fiel .

Due coppie su una nave da crociera 

Diretti a Instanbul sono su quella nave Fiona (Kristin Scott Thomas) e Nigel (Hugh Grant), coniugi londinesi, che, sposati da sette anni, cercano di ritrovare nell’avventura del viaggio lo slancio amoroso dei primi tempi. La loro meta è l’India, mitico luogo di profumi e di esotiche suggestioni, ma ora, secondo un ricco indiano occasionale compagno di crociera, paese tra i più inquinati al mondo, ovunque maleodorante, rumorosissimo e sporco. Fiona non vuole credergli, convinta che la realtà non debba spezzare l’incantesimo del loro romantico sogno.
Viaggiano verso Instanbul anche uno scrittore in crisi creativa, Oscar (Peter Coyote), semi-paralizzato e costretto a muoversi in carrozzella e sua moglie Mimi (Emmanuelle Seigner): Fiona la incrocia, nella toilette delle donne, sconvolta dal pianto e dal vomito. Il tempestivo soccorso di Nigel conclude l’episodio, di cui, dopo qualche ora, egli si sarebbe ricordato, rivedendola, completamente trasformata, mentre si esibisce in una sensualissima danza nel salone-bar della nave: un saluto, una risposta sguaiata, forse insensata  (meglio averne memoria durante il drammatico finale del film) e, finalmente, dalle parole di Oscar, l’inizio di un chiarimento.

La narrazione di Oscar – Parigi e i suoi mille comignoli 

Oscar aveva visto, poco lontano, il turbamento erotico di Nigel, ne aveva notato lo smarrimento e ora gli chiedeva di ascoltare il suo racconto: gli avrebbe parlato della storia del loro amore, groviglio di passioni contraddittorie e devastanti che lo avevano schiacciato, trasformandolo in un uomo ormai incapace di provvedere a se stesso, completamente nelle mani di quella donna, tanto bella quanto spietata.
Ricco per eredità familiare, americano per origine e parigino per elezione, lo scrittore, come molti suoi illustri connazionali, aveva subìto il fascino della Ville Lumière.
Il fortuito incontro con Mimi, che viaggiava senza biglietto sul suo stesso bus, lo aveva sconvolto: al colpo di fulmine era seguita l’affannosa ricerca di lei, per qualche tempo, lungo tutti i possibili percorsi che le fermate del bus suggerivano e, finalmente, il suo ritrovamento nel ristorante in cui Mimi faceva la cameriera. Era cominciata in questo modo la storia del loro amore malato, appassionata e perversa.
Mimi, abbandonando la sistemazione provvisoria presso una compagna della scuola di danza, era entrata nella sua casa, all’ultimo piano, in una bella mansarda dalla quale si vedeva Parigi, con i suoi cieli bigi e i suoi mille comignoli… Le suggestioni musicali, che nascono inevitabilmente dal nome di Mimi, ci spiazzano un po’: forse Musetta, più che Mimi (quell’accostamento miele-fiele!) dovrebbe essere il nome della donna, ma, come è noto al regista, gli americani non vanno troppo per il sottile e sguazzano volentieri fra gli stereotipi, come si vede, d’altra parte, nel corso della rappresentazione, disseminata (è stato notato da molti critici e anche da molti spettatori) di citazioni da altri film, cosicché il déja vu attenua di molto l’effetto conturbante dei giochi erotici fra gli innamorati.
Non ritengo che questo sia un difetto del film: semmai è un indizio divertente dell’intelligenza di Polanski, che, costretto a fuggire dagli Stati Uniti, anche con questo suo lavoro (1992) si fa beffe della demonizzazione di cui è stato oggetto il suo cinema, insieme alla sua persona.
Nell’intento, anzi, di separare la finzione dalla vita talvolta egli sostituisce le parole alle immagini: lo impone il rispetto che egli deve alla sua musa, la Seigner, sua moglie, così come il riserbo che egli giustamente intende mantenere intorno alla loro vita privata.

Alla finzione e al luogo comune, invece, appartiene il crescendo delle umiliazioni reciproche fra Oscar e Mimi e dell’odio implacabile che il film ci racconta, mettendo alla prova il povero Nigel, pronto a impietosirsi per il procurato aborto di Mimi, ma del tutto incurante del bisogno di maternità di Fiona; pronto ad accettare l’erotismo banale dei finti scandali e delle pseudo perversioni, ma anche a respingere l’erotismo vero di certe confessioni che lo turbano e lo eccitano ben più della loro rappresentazione, riprova dell’ipocrisia che spesso avvolge il rapporto di coppia, nella nostra società, nella quale è difficile ammettere l’imperfetta realtà degli esseri umani.

Un bellissimo film, molto sottovalutato, raccontato attraverso una serie di flashback coinvolgenti, splendidamente recitato dagli attori tutti molto in parte, ovvero adeguatamente sfrontati, crudeli, impassibili e impacciati.

The Deep

recensione del film:
THE DEEP

Titolo originale:
Djúpið

Regia:
Baltasar Kormákur

Principali interpreti:
Ólafur Darri Ólafsson, Jóhann Jóhannsson, Þröstur Leó Gunnarsson, Björn Thors,
Stefán Hallur Stefánsson, Walter Grímsson, Guðjón Pedersen,
– 95 min. – Islanda 2012.

Ancora un bel ricupero estivo: un interessante film islandese del 2012.

Siamo nel villaggio di pescatori di Heimaey su un isolotto dell’arcipelago islandese che, come il resto di quel territorio, è luogo di vulcani e di ghiacciai, ostile e inospitale. Il mare antistante, però, è pescosissimo e dà da vivere al villaggio, permettendo ai pescatori di togliersi persino qualche capriccio: una  bella moto, magari a rate o un bel Vinile che incrementi la ricca collezione di L.P….
Le condizioni della sopravvivenza, da quelle parti, possono diventare tuttavia durissime da un giorno all’altro, come era accaduto ai residenti del villaggio contiguo, costretti ad abbandonare le proprie case per l’eruzione improvvisa di un vulcano. Non era morto nessuno: la bocca infuocata del nuovo cratere era sufficientemente lontana per permettere agli abitanti di sfollare ordinatamente mettendo insieme le proprie cose e attendendo l’arrivo degli aiuti dalla capitale Reyjkiavik, che non aveva risparmiato sulla solidarietà immediata, garantendo anche impieghi amministrativi per il futuro dei profughi.
Eppure, qualcuno era andato a scuola e aveva studiato per tornare alla propria isola con qualche conoscenza in più, come Gulli, il protagonista (superbamente interpretato da Ólafur Darri Ólafsson), o come il giovane cuoco, deciso a farsi assumere da qualche equipaggio in grado di apprezzare la buona cucina. Se è vero, infatti, che nella capitale ci si sente sicuri e protetti, è altrettanto vero che sfugge il significato profondo di una condizione libera da incertezze e pericoli. Le parole leopardiane mi sono tornate, nel corso del film, più volte alla mente:
Se ora […..] non fossimo su queste navi, in mezzo di questo mare, a questa sconosciuta solitudine, in una condizione di grande incertezza e rischio, in quale altra condizione di vita ci troveremmo? In che cosa saremmo occupati? In che modo trascorreremmo questi giorni? Forse più lietamente? O non ci troveremmo forse in qualche maggior affanno o preoccupazione, oppure preda della noia? (cit: Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez). Le grandi solitudini degli uomini del Nord, il tentativo di allontanare l’angoscia esistenziale accettando le più estreme sfide della natura, è, io credo, uno dei più importanti temi intorno al quale il regista costruisce il film ed emerge in un gioco continuo di rimandi, come flashback o forse come sogno, durante la dolorosissima vicenda del naufragio notturno della nave su cui Gulli, il giovane cuoco, il collezionista di antichi LP e altri uomini erano saliti per concludere le operazioni di pesca, per le quali le reti erano già state gettate. Gulli ne era uscito vivo ed era stato l’unico dell’equipaggio: per salvare gli altri non aveva certamente lesinato le proprie forze: nessuno, d’altra parte, avrebbe potuto sopravvivere in pieno inverno in quelle condizioni di fatica e di gelo. In meno di mezz’ora, anche gli uomini più robusti avrebbero ceduto per il freddo e la fatica.

Gulli nonostante fossero passate sei ore era anche sopravvissuto all’impatto violentissimo contro le rocce laviche, alle ferite profonde ai piedi; al dolore fisico lancinante. Il film ce lo racconta con immagini scure di grande potenza emotiva, coinvolgendoci pienamente nel suo desiderio di uscire vivo, abbandonandosi alle forze della natura in compagnia dei gabbiani che ne seguono la deriva. Bellissime e commoventi pagine, cui si aggiungono le altre, angosciose, del sentirsi in colpa per essere sopravvissuto da solo, ciò che gli avrebbe fatto accettare, quasi per espiare, le indagini sul suo fisico provato, condotte dagli “scienziati” razionalisti di Londra, convinti illusoriamente di poterne venire a capo.

 

La vicenda occupò la cronaca dei quotidiani, qualche anno prima del film, (vedremo comparire con i titoli di coda, il “vero” protagonistra dei fatti raccontati). Il caso rimase misterioso, poiché la scienza islandese, e quella britannica non avevano chiarito alcunché!
…There are more things in heaven and earth, Horatio,  
Than are dreamt of in your philosophy.
Amleto (1.5.167-8)

Da non perdere!

Il ritratto negato

recensione del film:
IL RITRATTO NEGATO

Titolo originale:
Powidoki

Regia:
Andrzej Wajda

Principali interpreti:
Boguslaw Linda, Aleksandra Justa, Bronislawa Zamachowska, Zofia Wichlacz, Krzysztof Pieczynski, Paulina Galazka, Maria Semotiuk, Mariusz Bonaszewski, Jacek Beler – 98 min. – Polonia 2016.

Un’altra uscita importante, quasi sorprendente: un film che nel corso di questi anni pochi hanno visto, nonostante sia l’ultima fatica di Andrzej Wajda, il grande regista polacco, che nel 2016, qualche mese dopo averlo diretto, ci ha lasciati a novant’anni.
Si tratta di un film storico e biografico, riflessione sull’amara fine di Władysław Strzemiński, uno dei più grandi artisti del Novecento, nato a Minsk nella Bielorussia zarista nel 1893. A Pietroburgo era diventato ingegnere, ma, dopo la rivoluzione d’ottobre, aveva studiato arte a Mosca, partecipando attivamente ai movimenti d’avanguardia con K. S. Malevič e frequentando artisti come Kandinsky e Chagall.
Nel 1922 aveva lasciato la Russia per vivere in Polonia a Lódź con la moglie, la scultrice lettone Katarzyna Kobro, con la quale aveva vissuto una grande storia d’amore, interrotta all’improvviso, nonostante la presenza di una figlioletta ancora piccola.
Amato e rispettato dalla comunità degli artisti (ma  anche invidiato, come sempre accade ai grandi uomini), aveva diretto l’Accademia delle arti di quella città finché, dopo il 1948, per effetto della spartizione dell’Europa, la Polonia era entrata a far parte dei paesi satelliti della Russia Sovietica e il partito comunista era diventato l’inflessibile esecutore delle direttive staliniane.

Wayda ricostruisce, dunque, proprio gli ultimi quattro anni della vita di Strzemiński, dal 1948 al 1952, mantenendosi fedele all’ideale da cui l’intera sua vita da regista era stata guidata: la  rivendicazione della libertà polacca, dall’oppressione della Russia sovietica, che, nel caso di questo film è all’origine delle sofferenze e delle umiliazioni che il grande artista aveva subito pur di non piegarsi alle minacce o alle lusinghe del nuovo potere.
Strzemiński, infatti, fu stroncato dagli stenti che avevano aggravato la debolezza del suo corpo fragile, già minato dalla tubercolosi e dalle mutilazioni subite durante la prima guerra mondiale, ed era morto amareggiato per la solitudine e l’isolamento a cui si era costretto per proteggere i discepoli, che non solo avevano raccolto le sue teorizzazioni, ma avevano salvato il corpus delle sue opere più importanti, nascondendole negli scantinati dell’Accademia di Lódź.

Come sempre in Wayda, l’intento della denuncia non diventa mai pura propaganda, ma offre, al contrario lo spunto per un racconto umanissimo fatto di immagini e di poesia, dalla prima all’ultima scena.

Insieme alle pagine struggenti che ci parlano della dignitosa povertà dell’uomo, con esemplare semplicità, senza mai scadere nel pettegolezzo o nell’agiografia, il film contiene pagine indimenticabili per la potenza simbolica delle immagini che evidenziano il suo amore per la terra che lo ospitava: è l’artista che dalla cima di una collinetta raggiunge, rotolandosi nell’erba, gli studenti che si uniscono a lui in una sorta di giocoso incontro bizzarro en plein air; oppure è l’artista imbrigliato dai nastri colorati che mettono in moto gli arti dei manichini di una vetrina o, ancora, è l’artista a cui un tendone rosso, sfondo di un gigantesco ritratto di Stalin, impedisce di vedere la realtà.

Forse è questa la scena che più efficacemente esprime l’orrore per l’pocrisia della “verità” di regime che, mentre cela agli occhi dei passanti un intero palazzo “déco”, col pretesto della solidarietà socialista, vorrebbe impedire a Strzemiński, che abita lì, la visione chiara delle cose che gli appartengono: dai libri, ai ritratti, alle fotografie, agli oggetti di uso quotidiano, tutti avvolti (e resi indistinguibili) dal colore sinistro di quel tendone che, arrivando alle finestre, impedisce anche la visione della realtà esterna. La sostanza stessa del realismo socialista non potrebbe davvero essere detta meglio!

Momenti di grande cinema, e di grande commozione per tutti, particolarmente per quegli spettatori meno giovani che avrebbero voluto cambiare il mondo guardando anche a quel modello di socialismo…

Non fatevelo sfuggire, se potete.

The Reunion

recensione del film:
THE REUNION

Titolo originale:
Återträffen

Regia:
Anna Odell

Principali interpreti:
Anna Odell, Anders Berg, David Nordström [II], Erik Ehn, Fredrik Meyer – 90 min. – Svezia 2013.

Questa è un’opera “sperimentale”, girata, con intenti provocatori, dalla regista svedese Anna Odell, che ne è, oltre che l’interprete principale, la protagonista assoluta nel primo e nel secondo tempo.

Premessa
Il primo e il secondo tempo del film sono, in realtà, due film distinti. Il primo è un film di immaginazione: è la ricostruzione, tutta mentale, di una festa in cui si riuniscono vecchi compagni di classe di vent’anni prima; il secondo è il documentario che riporta fedelmente ciò che è avvenuto davvero, dopo l’uscita nelle sale svedesi di quel primo film.

Il primo tempo

C’erano tutti, meno lei, Anna Odell (nessuno l’aveva invitata), all’incontro dei compagni e delle compagne di classe, vent’anni dopo il diploma: un banchetto ben organizzato in quella scuola dai lunghissimi corridoi, pulitissimi e vuoti, spazi molto banali, sui cui muri nessuno aveva mai scritto o disegnato alcunché per lasciare una qualche traccia del proprio passaggio: nessuna trasgressione.
Il lungo piano sequenza che percorre uno di quei corridoi all’apertura del film è un tormentone che scandisce molti momenti del racconto. Non appare minaccioso quanto quello dell’Overlook Hotel, ma pone qualche interrogativo un po’ inquietante: possibile che gli ospiti adolescenti di quella scuola siano stati tutti così educati da non lasciare neppure la più piccola traccia della loro presenza su quei muri, pulitissimi e senza storia? Potrebbero aver accortamente dissimulato gli impulsi anarcoidi e aggressivi dell’età?
Anna Odell  sembra ipotizzare che anche oggi potrebbe ripetersi quello che avveniva vent’anni prima, quando ogni volontà trasgressiva degli studenti si indirizzava, con la tacita connivenza degli insegnanti e delle autorità scolastiche, verso bersagli più fragili dei muri dell’istituto, ovvero verso ragazzi e ragazze presi di mira e presto vittime del mobbing e del bullismo.
Era capitato a lei, insicura e timida, di essere l’obiettivo facile dei suoi compagni di classe, che l’avevano ferita profondamente, rendendola ancora più incerta: quegli stessi, che, adesso uomini e donne, avevano evitato di invitarla per non confrontare la propria vita insignificante con la sua, vita piena di una regista famosa e realizzata.
Tutto questo primo tempo del film è recitato da attori veri, che assecondano la sua interpretazione e la sua regia, a insaputa degli antichi e crudeli compagni di classe, sviluppando l’ipotesi della sua partecipazione, da guastafeste non invitata e di lì a poco  allontanata in malo modo, dall’incontro che lei aveva avvelenato con le proprie accuse, consumando la propria vendetta.

Il secondo tempo

Era stata cura di Anna Odell contattare ad uno ad uno i suoi vecchi compagni di scuola, accertarsi che avessero visto il film e invitarli a casa sua per far due chiacchiere con loro, che avrebbero potuto manifestare impressioni e opinioni in merito alla pellicola. Ora era dunque lei, in evidente condizioni di superiorità, a condurre il gioco crudele del gatto col topo, né la sua squisita gentilezza avrebbe potuto nascondere la realtà: finalmente cosciente del proprio valore, affermata e apprezzata, Anna era pronta non solo a guardare direttamente negli occhi gli uomini e le donne che l’avevano umiliata, ma anche a mettere in evidenza la meschinità della loro vita e dei loro progetti.

Se possibile questo secondo film appare persino più velenoso del primo, poichè maggiormente evidenzia come ciascuno dei carnefici di un tempo, chiuso nella propria mediocrità rispettabile, continui a sfuggire l’inevitabile resa dei conti, non tanto con lei, quanto con se stesso: la propria vita privata, semplice ma felice, diventa la maschera dietro la quale è possibile celare la propria sconfitta esistenziale.
Lo scacco di ciascuno diventa perciò quasi la metafora della sconfitta storica del tentativo più avanzato nel mondo occidentale di creare una società mite, inclusiva e protettiva dei più deboli, conciliando libertà individuale e giustizia, ma ignorando la natura dell’uomo, nel quale l’innata tendenza alla prevaricazione è molto difficile da contenere.

Nonostante le discutibili conclusioni a cui il film pare condurre gli spettatori, credo che quest’opera, tardivamente presentata nelle nostre sale (era uscita nel 2014), sia fra quelle più interessanti da ricuperare.