L’atelier

recensione del film:
L’ATELIER

Regia:
Laurent Cantet

Principali interpreti:
Marina Foïs, Matthieu Lucci, Warda Rammach, Issam Talbi, Florian Beaujean, Mamadou Doumbia, Julien Souve, Mélissa Guilbert, Olivier Thouret, Charlie Barde – 114 min. – Francia 2017

Torna nelle nostre sale Laurent Cantet, con un film presentato a Cannes (a Un certain regard) lo scorso anno, che si presta, come sempre il suo cinema, a molte letture e che ha al suo centro, ancora una volta, il tema della scuola.  Questa è una scuola “anomala”, un laboratorio estivo di scrittura (l’atélier, per l’appunto), finanziato dal Comune di La Ciotat, nel sud occitano della Francia, con l’intento di offrire a un gruppo selezionato di ragazzi, fra i sedici e i diciott’anni, un modo intrigante e insolito per passare le vacanze: scrivere “collettivamente” un bel noir, da pubblicare alla fine del corso. Allo scopo il Comune aveva invitato una famosa “giallista” parigina, Olivia Dejazet (Marina Foïs), perchè coinvolgesse questi aspiranti scrittori in modo culturalmente significativo. Un workshop di scrittura, dunque, diverso dall’istituzione, meno formale, più libero in cui  l’insegnante padroneggiava un’eccellente tecnica di scrittura e gli studenti, tutti molto motivati,  avrebbero presto visto il risultato del loro impegno.
Naturamente le cose si sarebbero rivelate più complicate: esistevano profonde diversità di vedute fra gli studenti, mentre Olivia, insegnante di una sola estate, era poco disponibile ad accogliere le proposte più interessanti, magari discutibili, quasi volesse evitare che il noir deragliasse dai tranquilli binari della medietà, nella quale la maggioranza degli studenti sembrava riconoscersi. Le era sembrata molto buona e conciliante l’idea di Malika (Warda Rammach), di includere nel noir anche la storia di La Ciotat, negli anni ’80 al centro di combattive lotte operaie unitarie. I suoi cantieri navali erano stati chiusi all’improvviso, con conseguenze gravi per la popolazione, che in quei momenti aveva compreso le ragioni della solidarietà e dell’appartenenza di classe, ideali mai abbandonati  in seguito, costitutivi di un’orgogliosa identità collettiva multiculturale, che distingueva gli abitanti di quel luogo così come le strutture arrugginite del vecchio cantiere ne distinguevano lo Skyline.
Eppure, secondo Antoine (Matthieu Lucci), lo schivo e intelligentissimo studente del gruppo, le cose non stavano così: il mondo era cambiato, persino a La Ciotat, dove ora si stavano riutilizzando i vecchi cantieri per la manutenzione delle imbarcazioni più leggere, dalle piccole navi da trasporto agli yacht che stazionavano davanti alla baia, ora porto turistico. Il mondo intero, inoltre, era diverso: era cambiato il modo di lavorare, improponibile la vecchia solidarietà; il terrorismo internazionale creava nuove paure e lasciava affiorare sentimenti xenofobici, impensabili negli anni’80, le migrazioni intercontinentali costituivano una drammatica e preoccupante realtà. Richiamarsi a quei lontani fatti, per quanto nobili, significava essere fuori dal mondo e scrivere un romanzo vecchio, celebrativo e privo di verità. Antoine esponeva talvolta, con lucida coerenza queste sue meditazioni; più spesso preferiva le battute, le provocazioni che creavano malcontento, rancori, odio. Si verificava, durante le lezioni di scrittura, l’imbarazzante situazione contraddittoria in cui si trovano gli insegnanti meno esperti: la rimozione, fondata su un moralismo di maniera, di argomenti molto seri, che sarebbe utile e formativo meditare e discutere, accettando anche di rivedere i criteri con i quali si stava affrontando il rapporto fra finzione e realtà.
Lo scontro fra Olivia e Antoine, però, non riusciva a nascondere completamente l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda, ovvero la sottile ambiguità erotica del loro rapporto: che la scrittrice comprenda di avere davanti a sé l’allievo più intelligente del corso e che ne sia incuriosita e attratta, è fuor di dubbio, così come è indubbia la curiosità di Antoine nei confronti di lei, che osserva da lontano, fotografa di nascosto, coinvolge in una terribile fantasia sadica del tutto degna di un grande e anche un po’ velleitario creatore di noir!

Laurent Cantet ha aggiornato e infine realizzato, con questo film, il progetto che aveva ideato e tenuto in sospeso per circa vent’anni, aiutato nella sceneggiatura dall’amico regista Robin Campillo.
Che dire di questa sua ultima fatica? È un gran bel film, che pone dubbi e problemi di sicuro interesse, non tutti ugualmente sviluppati, cosicché si avverte infine quasi un senso di incompiutezza che è certamente un difetto. Resta, in ogni caso, un’opera di grande qualità, possibilmente da vedere.

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Gli amori di una bionda

recensione del film:
GLI AMORI DI UNA BIONDA

Titolo originale:
Lásky jedné plavovlávsky

Regia:
Milos Forman

Principali interpreti:
Jana Brejchová, Vlamidir Pucholt, 
Milada Jezkova, Josef Sebanek – 82 min. – Cecoslovacchia 1965.

Questo scritto è il mio piccolo e personale omaggio al grande regista scomparso nello stesso giorno della morte di Vittorio Taviani, il 13 aprile 2018.
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Milos Forman è molto noto a tutti per alcuni film, di produzione americana, fra i quali il magnifico Qualcuno volò sul nido del cuculo, e i cosiddetti “biografici” (il geniale Amadeus e il quasi altrettanto geniale, ma forse meno conosciuto, Man on the Moon). Di produzione anglo-americana è lo splendido Valmont, ispirato al romanzo libertino tardo-settecentesco Les Liaison Dangereuses (1782) di P. Choderlos de Laclos, mentre di produzione spagnola è L’ultimo Inquisitore, che divenne anche l’ultima opera da lui diretta (2006). Non tutti sanno, invece, che questo regista, nato in Cecoslovacchia nel 1932 e rimasto orfano molto presto (aveva perso nei campi di sterminio nazisti entrambi i genitori fra il 1943 e il 1944), era stato un cinefilo precocissimo che, dopo aver studiato alla facoltà di Cinematografia di Praga, si era segnalato sul piano internazionale per le innovazioni introdotte nei suoi due primi film: L’asso di picche (1963) e Gli amori di una bionda (1965). Questi due lungometraggi sono considerati emblematici della Nova Vlna, ovvero della Nuova Ondata dei cineasti praghesi che, come stava avvenenendo in Francia con la Nouvelle Vague, rivendicavano la necessità della ricerca di un nuovo linguaggio per il cinema, che fosse capace di narrare la casualità imprevedibile della vita attraverso l’uso più libero e disinvolto della macchina da presa, negli ambienti desueti della quotidianità delle donne e dei giovani, in famiglia e anche nei luoghi di lavoro, percorsi da scontento e inquietudini non ancora politici (il ’68 si stava appena profilando all’orizzonte), ma in aperto contrasto con l’ottimismo delle magnifiche sorti e progressive del realismo socialista.

Proprio su Gli amori di una bionda intendo soffermarmi, per più di una ragione: la prima è che è un film bellissimo; la seconda è che potrebbe essere conosciuto da qualcuno, essendo uscito nell’edizione restaurata dalla Cineteca di Bologna nel 2017 ed essendo stato presentato, per l’occasione, in qualche sala italiana e in parecchi festival estivi, nella sua versione originale; la terza è che, per chi lo desiderasse, dovrebbe essere relativamente facile vederlo su qualche piattaforma di streaming presente in rete.
Più che una storia, il film racconta gli stati d’animo di alcune ragazze che lavorano in un opificio in cui si fabbricano scarpe, in una località isolata e sperduta della Cecoslovacchia, che si chiama Zruc, circondata dai boschi, con soli due edifici oltre alla fabbrica delle calzature: la stazione ferroviaria e il dormitorio delle ragazze, dove, affastellate nei minuscoli spazi dei letti a castello, le giovani qualche volta litigano, ma più spesso si parlano e si abbandonano alle confidenze, ragionando d’amore, come le amiche di Silvia a Recanati: quella è l’età, quelli sono i sogni per il futuro, insopprimibili come la voglia di andarsene, di fuggire lontano da quel borgo selvaggio. Lo sa bene il direttore della fabbrica, che teme di non raggiungere gli obiettivi del piano quinquennale imposti dall’amministrazione comunista, avendo già sperimentato qualche fuga e qualche abbandono. Avrebbe cercato di risolvere la situazione concordando con le autorità militari, alquanto riluttanti, l’arrivo di un po’ di soldati nella zona: una festa danzante ben organizzata avrebbe favorito, secondo i suoi piani, la nascita degli amori e delle amicizie. C’era qualcosa di patetico e di velleitario in questo tentativo, che infatti era stato quasi fallimentare per la diffusa delusione delle ragazze del gruppo di Andula,la bionda del titolo (Jana Brejchová),, alquanto restia a creare legami con quei soldati, sia per la differenza di età, sia per il loro aspetto fisico un po’ troppo massiccio, sia per la goffaggine del loro comportamento. Andula, poi, è attratta dal bravo pianista della serata (Vladimir Pucholt), uno smilzo ventenne, da subito adocchiato, nella cui stanza, infatti, avrebbe trascorso la sua notte d’amore, fra finte ripulse, abbracci appassionati e promesse che non sarebbero state mantenute, come vedremo nell’ultima parte del film, quando la scena, spostandosi a Praga, ci introduce nella casa dove il bel musicista, impenitente dongiovanni, vive con i genitori (Milada Jezkova e Josef Sebanek), disillusi e logorati dalla ripetitività insensata della loro vita quotidiana.
Alla bionda Andula che lì lo aveva cercato e che, dietro la porta, tutto vede e sente le parole meschine, vili e preoccupate di quel terzetto familiare, versando amarissime lacrime, il regista affida il compito di mostrarci lo squallore di quella realtà, in una serie di bellissime e indimenticabili soggettive. I toni del disincanto e dell’ironia, che connotano una gran parte del film, si fanno più tristi e pietosi: nessun melodramma, ma la rappresentazione dolorosa della universale difficoltà di diventare adulti. 
Avviso ai naviganti:
La RAI propone il film QUI, in un’edizione d’antan, che contiene l’arbitraria doppia aggiunta musicale, all’inizio e alla fine del film, di una canzone cantata da Caterina Caselli che non esiste in originale. Grazioso omaggio molto kitsch della distribuzione di allora?

Sergio & Sergei – Il Professore e il Cosmonauta

recensione del film:
SERGIO & SERGEI – Il Professore e il Cosmonauta

Titolo originale:
Sergio & Sergei

Regia:
Ernesto Daranas

Principali interpreti:
Tomás Cao, Héctor Noas, Ron Perlman, Yuliet Cruz, Mario Guerra, Ana Gloria Buduén – 93 min. – Spagna, Cuba 2017.

Un po’ di storia
Nel 1991, quando  da due anni era crollato il muro di Berlino e si stava definendo il nuovo assetto geo-politico dell’Europa, nell’URSS Gorbaciov aveva gradualmente avviato alcune importanti riforme economiche (perestroika) all’insegna della trasparenza politica e amministrativa (glasnost). Non sarebbe riuscito nell’intento, però, poiché alla metà di agosto un tentativo di colpo di stato, respinto a  furor di popolo, aveva favorito l’ascesa di Eltsin, energico sostenitore dell’urgenza immediata di riforme liberali, dello scioglimento del PCUS e della fine dell’Unione Sovietica, che da allora si sarebbe chiamata Russia. Dal maggio del 1991, era stato lanciato nello spazio un astronauta, Sergej Konstantinovič Krikalëv, considerato da molti «l’ultimo cittadino dell’Unione Sovietica», dato che era rientrato in patria agitando la bandiera rossa con tanto di falce e martello, dopo che tra il 1991 e il 1992 aveva trascorso 311 giorni, 20 ore e 1 minuto a bordo della stazione spaziale Mir, mentre sulla Terra l’Unione Sovietica non esisteva più.(Fonti: Wikipedia).

Il film

Questi dati di realtà offrono al regista cubano Ernesto Daranas l’ispirazione per questo film che, rievocando quegli eventi, ripercorre la difficile situazione nella quale Cuba si era trovata, poiché l’isola caraibica, sottoposta a una serie di sanzioni internazionali, era riuscita a sopravvivere solo grazie agli aiuti dell’Unione Sovietica, che, com’era intuibile, probabilmente le sarebbero mancati o si sarebbero presto di molto ridotti.
Il film nasce da un progetto assai ambizioso del regista: quello di intrecciare alle vicende storiche dell’epoca, elementi autobiografici, legati ai suoi ricordi personali (all’Avana, nonostante il lavoro prestigioso, Daranas, come il protagonista del film, Sergio, era costretto a vivere distillando clandestinamente il rhum) ed elementi fantasiosi suggeriti dalla vicenda dell’astronauta Sergej Konstantinovič Krikalëv (che qui diventa il protagonista di un’avventura drammatica, la cui conclusione rimane incerta fino alla fine del film).
Sergio (Tomás Cao) era uno squattrinato professore di filosofia marxista all’Avana, radioamatore per hobby; Sergei (Héctor Noas) era invece il cosmonauta sovietico delle cui disavventure Sergio per caso era venuto a conoscenza attraverso le onde radio: la Russia di Eltzin lo aveva “dimenticato” nello spazio, perché l’operazione per il suo atterraggio sarebbe stata troppo costosa per il nuovo stato, che dopo i drammatici fatti dell’agosto ’91, era impegnato a risparmiare sulla spesa pubblica. La rete dei radioamatori, allertata da Sergio, avrebbe portato a conoscenza della NASA la storia del povero Sergei, quasi rassegnato al proprio terribile destino… In questo racconto non mancano gli aspetti dolorosi (la povertà dignitosa della madre di Sergio, che aveva venduto i ricordi di famiglia per procurare il latte alla nipotina), né quelli grotteschi (la sospettosa compagine del controspionaggio cubano che non vedeva di buon occhio l’attività di radioamatore di Sergio e che si era messa a spiarlo con zelo ottuso). Prevale però in tutto il film la leggerezza di una narrazione senza cattiveria, di un’ironia bonariamente umoristica, talvolta persino malinconica, né mancano le citazioni kubrickiane, per l’Odissea nello spazio di Sergei, accompagnata persino dalle note del valzer di Johan Strauss, che tolgono ogni dubbio sull’ispirazione cinefila del regista. Un piccolo film, quasi un gioiellino di intelligenza e di equilibrio narrativo.

Montparnasse – Femminile singolare

MONTPARNASSE-FEMMINILE SINGOLARE

Titolo originale:
Jeune femme

Regia:
Léonor Séraille

Principali interpreti:
Laetitia Dosch, Grégoire Monsaingeon, Souleymane Seye Ndiaye, Léonie Simaga, Nathalie Richard, Erika Sainte, Lila-Rose Gilberti, Audrey Bonnet, Marie Rémond, Julie Guio – 97 min. – Francia 2017

Questa è la storia di Paula (Laetitia Dosch), una giovane donna che ritorna a Parigi dal Messico, dove  per lungo tempo era vissuta col suo compagno, artista della fotografia. Al loro rientro, la rottura, per motivi che non ci vengono detti. La giovane regista spiega, infatti, nelle interviste rilasciate, che il suo intento non voleva essere quello di raccontare il passato della protagonista, cercando di spiegarne il presente, dacché preferiva tenersi lontana, in questo modo, dal tradizionale naturalismo della tranche de vie. A lei interessava, invece, mettere in scena una storia di donna che, non trovando più nel passato alcun punto di riferimento, fosse costretta a scegliere fra la disperazione (all’inizio del film Paula sembrava avviarsi su questa strada senza ritorno) e la ricerca delle ragioni della propria vita: si sarebbe trattato di un doloroso e non facile percorso, che tuttavia proprio la mancanza di vincoli affettivi o sentimentali avrebbe reso possibile, trasformando in opportunità ciò che aveva vissuto in un primo momento come una grave sconfitta. Paula avrebbe sperimentato la fatica di rinascere, inventandosi un’identità, creandosi nuove amicizie e nuove relazioni sociali,  scoprendo gli aspetti gratificanti di un lavoro inizialmente poco gradito, chiarendo a sé il proprio rapporto con l’amore e la maternità, vivendo, anche in modo contraddittorio, la propria libertà, che deve essere anche libertà di smentirsi e di cambiare idea.

Questo film, che in francese semplicemente si intitola Jeune femme, è dunque il ritratto di una donna che prende coscienza del proprio valore, percorrendo una strada in salita molto dolorosa e dura, fatta di ostacoli di ogni tipo, soprattutto in quella Parigi che, lontana anni luce dalla città dei lumi e della cultura che conosciamo, è diventata per Paula il luogo della solitudine estrema e dell’indifferenza diffusa. L’attrice protagonista, che ha portato anche sulle scene teatrali, opportunamente trasformandola in una successione di monologhi, la sceneggiatura di questo film, ha cercato davvero la piena identificazione con la protagonista, offrendo anche il proprio apporto creativo nei luoghi molteplici in cui matura la trasformazione della giovane Paula.

Mi pare utile spendere qualche parola sulla regista, Léonor Séraille, volto nuovo della cinematografia francese, da poco uscita dal FEMIS, la Scuola Nazionale francese di Cinema, fondata nel 1944 .
Con la sceneggiatura di questo film, L.S. aveva conseguito brillantemente il proprio diploma, senza immaginare, però, che il film sarebbe stato realizzato per davvero. Fu l’incontro con la produttrice Sandra de Fonseca, a cui il testo era piaciuto, a indirizzarla alla ricerca di un’attrice che lo interpretasse con convinzione, in modo che le fosse possibile sottoporre al CNC (Centre National du Cinema) il progetto indispensabile per ottenerne il sostegno economico, nonché  le indicazioni e i contatti più utili per girarlo e promuoverlo. Dopo un’
attentissima e severa selezione il film venne riconosciuto meritevole di essere pubblicamente sostenuto e promosso, proprio in tempo utile per essere ammesso al festival di Cannes nel 2017 (Un certain regard – Caméra d’or per la migliore opera prima). Ora è da noi, presente in poche sale (ma questo non pare strano), ma da vedere, perché è un film interessante e perché è giusto premiare l’organizzazione e l’impegno collettivo che lo hanno reso possibile.

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La fonte delle mie informazioni sulla nascita di questo film e sulla regista è l’intervista rilasciata da Léonor Séraille a Stéphane Delorme, contenuta nel numero 738 (novembre 2017) dei Cahiers du cinema, alle pagg. 48-50.

Mektoub, my love – Canto Uno

recensione del film:
MEKTOUB, MY LOVE – CANTO UNO

Titolo originale:
Mektoub Is Mektoub

Regia:
Abdellatif Kechiche

Principali interpreti:
Shain Boumedine, Ophélie Baufle, Salim Kechiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard – 180 min. – Francia 2017

Siamo nel 1994; da Parigi, dove studia, Amin (Shain Boumedine) torna, per le vacanze estive, a Sète il piccolo centro di pescatori sulla costa sud occidentale della Francia mediterranea, dove era cresciuto e dove ora avrebbe rivisto la madre e gli amici di sempre. Aveva abbandonato gli studi di medicina, a cui si era iscritto, e aveva trovato la propria strada nel cinema: a Parigi, in autunno, avrebbe ripreso gli studi, questa volta per diventare sceneggiatore. Di origine tunisina come la famiglia da cui proviene, pienamente integrata nella società francese della cittadina, Amin è un bel giovane sorridente, educato, forse timido. Lo vediamo salire con la sua bicicletta verso l’abitazione di Ophélie (Ophélie Baufle), l’amica di sempre, l’antica compagna dei giochi infantili, che ora si occupa degli allevamenti ovini dell’azienda di famiglia; lo vediamo suonare alla porta della sua casa e dopo un po’ gettare un’occhiata all’interno dalla fessura della tapparella. Con lui, da questo momento, diventiamo i testimoni di una bella scena d’amore bruscamente troncata (rimarrà l’unico sensuale e gioioso amplesso di tutto il film a cui  aveva dato l’avvio), nonché  di quell’estate a Sète, durante la quale i giovani che lì abitano, quelli che lì ritornano per poco tempo (come lui) e quelli che lì vanno in vacanza in cerca di amicizie, flirt e svago, ruotano attorno ai luoghi del divertimento di allora: i ristoranti alla moda, le discoteche, la spiaggia.

Alcuni riprendono, dunque, antiche abitudini e vecchie amicizie, mentre altri creano legami nuovi; nascono gli amori stagionali e le gelosie, seguite da baruffe e pettegolezzi che coinvolgono principalmente la coppia Ophélie-Tony (Salim Kechiouche). La bella Ophélie ha un fidanzato lontano,  in missione militare all’estero;  il suo legame con Tony è universalmente immaginato, ma è ben dissimulato dal suo accompagnarsi costante con Amin. Qual è il ruolo di Amin, bello e gentile, ammirato e forse desiderato da molte ragazze? Quale quello di Tony, che tutte corteggia? Quale quello delle donne e degli uomini che gestiscono i vecchi ristoranti di specialità magrebine, trasformati, in versione aggiornata, in ristoranti cinesi?
Questa pellicola non dà risposte e non racconta vicende: registra con affettuosa partecipazione l’estate bollente e giocosa dei ragazzi e soprattutto delle ragazze, di cui esalta l’irresistibile voglia di vivere,  enfatizzandone il corpo, con riprese ravvicinate che esprimono insieme un poetico desiderio e una malinconica lontananza. È un film che narra per significativi frammenti tra i quali emergono pagine di grande poesia, come quella dell’aggirarsi di Amin nell’ovile di Ophélia in attesa di fotografare, da vicino e alla sua altezza, una pecora, al momento del parto, che è di bellezza commovente per la compassione che sa trasmettere attraverso il corpo materno in travaglio e per lo stupefacente  miracolo della vita che vediamo farsi strada oltre il sangue e il dolore. Forse, il segreto dell’indubbia suggestione dell’intero film. è proprio nel permamere, al di lù delle cose raccontate, di questo atteggiamento commosso e meravigliato col quale Kechiche ci racconta la vita, nell’età in cui ancora, e soprattutto, si cerca se stessi, come ci dice il bellissimo finale, che a me è sembrato quasi felliniano.

Siamo di fronte a un ritratto del regista da giovane, dunque? Forse, anche se Kechiche non ha mai, giustamente, parlato di un aspetto autobiografico del film*, che ha un titolo misterioso in tre lingue e anche un doppio incipit multi-religioso: una citazione dal Corano e un’altra dalle Lettere di San Paolo, relative al rapporto fra Dio e la luce.
Sappiamo, che Mektoub è un’interiezione araba che allude al destino, che My love è l’espressione inglese forse più conosciuta al mondo, mentre Canto Uno, in italiano, lascia intendere che il film sia solo la prima parte di un’opera più complessa, una trilogia sul destino, stando al titolo. Secondo le scarne dichiarazioni del regista, sarebbe già completo il Canto Due, mentre il Canto Tre sarebbe in attesa di finanziatori. Restiamo in attesa e per il momento ci accontentiamo di questa affascinante prima parte che ha la considerevole durata di tre ore. Nessuna meraviglia per chi ricorda che il regista aveva raccontato La vita di Adele, palma d’oro a Cannes nel 2013, in 179 minuti, quasi che, col passare degli anni, si fosse accentuata in lui la tendenza a dilatare il racconto che spesso torna su se stesso, mantenendo molto alto il nostro coinvolgimento emotivo, grazie anche all’ottima direzione degli attori, ai meravigliosi colori della fotografia bellissima e alla magnifica colonna sonora che accompagna la visione. Nonostante tanta bellezza, espressa in modo così singolare, il film, presentato a Venezia nel settembre scorso, se n’è uscito a mani vuote. Non commento, perché mi mancano le parole! Vedetelo, finché sarà presente nelle sale!

*Ufficialmente, anzi, il film è ispirato a un romanzo di François Bégaudeau: La blessure, la vraie (Gallimard – 2011).

Le affinità elettive

recensione del film:
LE AFFINITÀ ELETTIVE

Regia:
Paolo e Vittorio Taviani

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Fabrizio Bentivoglio, Jean-Hugues Anglade, Marie Gillain, Massimo Popolizio, Consuelo Ciatti, Stefania Fuggetta –
98 min. – Italia 1996.

La trasposizione cinematografica di uno dei romanzi più impegnativi della letteratura europea, fra classicismo e romanticismo, benché abbia richiesto a Paolo e Vittorio Taviani alcuni tagli spericolati, nonché il sacrificio di non pochi personaggi importanti dell’opera famosa, si è secondo me rivelata una operazione riuscita. L’impresa era molto difficile, ciò di cui bisogna tener conto nella valutazione complessiva dell’opera.
I due registi, infatti, hanno saputo restituirci, nel linguaggio del cinema, un romanzo molto letterario e filosofico, nel quadro naturale del paesaggio toscano, ambiente assai diverso da quello tedesco che è più scuro e contrastato, percorso da piogge frequenti e illuminato da bagliori improvvisi.
Il titolo, che rimane quello del romanzo, ci riporta all’interesse presente in Goethe per la cultura scientifica del suo tempo e alla convinzione che i rapporti d’amore che portano al formarsi della coppia non sfuggano alle leggi naturali dell’affinità chimica fra gli elementi composti, instabili per natura, e con tendenza a scindersi negli elementi primari, destinati a legarsi inevitabilmente con altri elementi da cui sono irresistibilmente e fatalmente attratti.
Un determinismo ineluttabile perciò percorre la vicenda di Edoardo (Jean-Hugues Anglade) e Carlotta (Isabelle Huppert) diventati marito e moglie dopo che, essendosi amati in gioventù, avevano separato le loro strade per ritrovarsi casualmente, non più giovanissimi, entrambi vedovi dei precedenti matrimoni. Diversi nel carattere e nelle aspirazioni, Carlotta ed Edoardo ora vivevano grazie alle rendite dei terreni di lui, presso i quali, in un grande cascinale di campagna, avevano stabilito la propria abitazione. Ai progetti di Carlotta, razionalista e intenzionata a migliorare la qualità delle coltivazioni, Edoardo prestava un ascolto distratto, più interessato a promuovere una rete di rapporti d’amicizia nei quali l’amore reciproco si sarebbe arricchito e consolidato. L’arrivo di Ottone,l’architetto (Fabrizio Bentivoglio), fortemente voluto da Edoardo, e, di lì a poco, quello di Ottilia (Marie Gillain), la giovane e graziosa figlioccia di Carlotta, avrebbe destabilizzato, invece, il loro precario equilibrio di coppia. Da questo momento il film, percorrendo rapidamente le vicende del romanzo e seguendo l’allentarsi del legame dei due sposi, descrive il nascere dell’amore che, per affinità elettiva, avrebbe legato profondamente Edoardo e Ottilia, nonché Ottone e Carlotta, di cui, presto si sarebbe visto il frutto-monstre, poiché da quello strano incrociarsi delle passioni e del sentire sarebbe nato il figlio di Carlotta e di Edoardo, che nei capelli e nel volto avrebbe avuto le sembianze di Ottone e di Ottilia, gli amanti desiderati.

Il film è preceduto dalla scena memorabile dell’emersione dalle acque profonde del lago dell’antica statua di Venere, da millenni sottratta alla vista degli uomini, avviluppata dalle alghe e attraversata dalle migrazioni di miriadi di pesci, in un ribollire vitalistico, senza apparente senso. Grazie a questo incipit, i Taviani mostrano di aver conosciuto e meditato le stratificate interpretazioni del romanzo nel corso dei secoli, proiettandole sull’intero film, che è perciò non solo rappresentazione delle discussioni filosofiche sull’amore e sul matrimonio, o della morale laica in opposizione a quella religiosa, ma riflessione storicamente plausibile sulla necessità di separare la natura dalla sua rappresentazione artistica, e sullo stesso concetto di mimesi sul quale si era fondata ogni teorizzazione del classicismo. Il compito davvero improbo dei registi  era stato certamente reso possibile grazie anche alla “colta” interpretazione di tutti gli attori che avevano saputo rendere umanamente credibili i loro complessi e difficilissimi personaggi.

Ai lettori

Stiamo vivendo giorni terribili per la cultura, non solo cinematografica, in tutto il mondo.
La morte di Philip Roth ha aggiunto dolore a dolore: in meno di un mese, abbiamo perso tre grandi registi, come Milos Forman, Vittorio Taviani ed Ermanno Olmi. Intendo, attraverso questo blog, rendere loro omaggio impegnandomi nella recensione di alcuni loro film meno noti. Tornerò, al più presto anche nelle sale, da cui mi ha tenuta lomtana un fastidioso malanno (di stagiome) agli occhi. A presto.

Welcome to the Rileys

recensione del film:
WELCOME TO THE RILEYS

Regia:
Jake Scott

Principali interpreti:
Kristen Stewart, James Gandolfini, Melissa Leo, Lance E. Nichols, David Jensen, Kathy Lamkin, Michael Wozniak, Sharon Landry  – 110 min. – Gran Bretagna 2010.

 

È un bel film triste, seppure non privo, nell’aperto finale, di qualche barlume di speranza, Welcome to the Rileys, che racconta ancora una volta la difficoltà di elaborare il lutto gravissimo della perdita di un figlio. L’argomento è stato più volte trattato dal cinema, anche recentemente, con Tre manifesti a Ebbing, pellicola che torna alla mente vedendo questa, che la precede di parecchi anni, il cui avvio però è talmente simile da far pensare a coincidenze non del tutto casuali.
Era morta tra le fiamme, a soli quindici anni, una ragazzina che se n’era andata di casa una sera,  quasi fuggendo, dopo una accesa discussione con sua madre: mentre scorrono i titoli di testa, sullo schermo appare lo spaventoso rogo che aveva avvolto l’auto su cui viaggiava la giovinetta, infilatasi sotto un camion, nel tentativo di sottrarsi all’inseguimento dell’auto di sua madre, che intendeva riportarsela a casa.
Nulla sarebbe rimasto come prima, dopo quella tragedia: erano passati otto anni ma per Lois Riley (Melissa Leo), annichilita e schiacciata dal rimorso, la sua attività di pittrice, ogni  relazione sociale e la stessa vita di coppia avevano perso ogni senso: in attesa di morire continuava a tormentarsi, chiudendosi in casa e trascurando il marito, Doug Riley (James Gandolfini), uomo d’affari, con una vita sociale ricca, che ora non intendeva più seguirla nella sua disperazione senza fine. Uomo di profonda umanità, a New Orleans dove si trovava per un meeting di lavoro, aveva incontrato una giovanissima prostituta, Mallory (Kristen Stewart), sbandata, drogata e segnata da un passato di povertà culturale e materiale senza rimedio, e aveva considerato l’opportunità di aiutarla a ritrovare la propria dignità smarrita. Sarebbe stata per lui e, forse, anche per per Lois l’occasione per aprirsi nuovamente alla vita e all’amore che dopo la morte della figlia entrambi avevano drammaticamente ignorato. Una scommessa difficilississima, probabilmente senza prospettive, ma, intanto, il cinismo e l’indifferenza che Mallory riteneva indispensabili per difendersi dal dolore e dalle umiliazioni che non mancavano mai a una come lei, sembravano essersi attenuati, almeno un po’, quasi che la giovane, pur rivendicando la libertà delle proprie scelte, sapesse di poter contare sul loro saldo e disinteressato affetto…

Il film racconta, dunque, con linguaggio minimalista e asciutto, il dolore più atroce, ma allarga il proprio sguardo ai settori più marginali della società americana, alla solitudine profonda di chi ha dovuto  cavarsela, fin da piccolo, senza aiuto alcuno, per sopravvivere alla fame e alla miseria, circondato dall’indifferenza generale e dal disprezzo, come era accaduto a Mallory, orfana di madre a quattro anni e cresciuta senza affetti e senza solidarietà. I racconti della giovane prostituta sono tra le cose migliori di questa pellicola, e nella loro durezza difficilmente si dimenticano

Il film, che è appena arrivato in Italia dove è presente solo a Torino in un’ unica sala, è del 2010. Con tutto comodo e con tempi lunghissimi, finalmente qualcuno, fra gli appassionati di cinema, è riuscito a vederlo; è in preparazione, però, per tutti gli interessati il DVD, così come, a quanto ho capito, sarà disponibile a breve in streaming sulla piattaforma Netflix. Dal 2010, anno di uscita del film nel resto del mondo, sono accadute molte cose: nel 2013 il principale grande protagonista, James Gandolfini, ci ha lasciati, mentre Kristen Stewart, anche lei magnifica interprete, ha ulteriormente perfezionato le qualità di attrice, già eccellenti; con otto anni in più, inoltre, noi cinefili duri e puri ci stiamo quasi rassegnando alla chiusura delle sale e alla visione televisiva dei film, nonché alla conseguente perdita di quella magia silenziosa della visione che ci aveva fatto amare il cinema. Il disappunto cresce considerando che Welcome to the Rileys è non solo un buon film, ma ha collezionato alcuni riconoscimenti internazionali: al Sundance del 2010, nonché ai festival di Berlino e di Los Angeles (in concorso) in quello stesso anno.
Meglio se lo vedrete in sala, ma, in ogni caso, è un film da vedere!

A beautiful Day

recensione del film:
A BEAUTIFUL DAY

Titolo originale:
You Were Never Really Here

Regia:
Lynne Ramsay

Principali interpreti:

Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alessandro Nivola, Alex Manette, John Doman, Judith Roberts, Jason Babinsky, Frank Pando, Kate Easton, Madison Arnold – 95 min. – USA, Francia 2017

Dapprima aveva subìto la violenza di un padre arrogante e manesco fino al sadismo; poi quella barbarica e devastante delle guerre americane: con questa storia personale di paure, di odio e di sensi di colpa, Joe (Joaquin Phoenix) stava continuando a fare i conti, irrobustendo il proprio corpo per temprarlo al dolore più acuto, senza riuscire, però, a indurire il proprio cuore. Al suo ritorno dall’ultima campagna militare, reduce quasi miracolato dal destino, aveva ritrovato la madre (Judith Roberts), della cui sopravvivenza economica ora si prendeva cura volentieri, perché l’amava teneramente, ma aveva fatto fatica a riconciliarsi con se stesso, né gli era bastata l’assistenza psicologica che lo stato americano aveva assicurato a tutti i soldati che come lui avevano portato a casa la pelle. Le spaventose cicatrici disseminate sul suo corpo parevano perciò riflettere soprattutto i mali dell’anima, che si manifestavano durante la notte, percorsa da incubi e paure, dai tormenti che sempre lo riconducevano alle proprie terribili esperienze, in una così claustrofobica coazione a ricordare da togliere il fiato e anche la voglia di vivere. Si manteneva, adesso, con un’attività da investigatore e, all’occorrenza, da sicario professionale infallibile nel colpire e nell’occultarsi rapidamente, interessato soprattutto  a vendicare le vittime degli innumerevoli abusi che colpivano i più deboli. Dopo aver “punito” in modo atroce, su commissione, alcuni delitti sordidi, legati al sottobosco dei pedofili, Joe era stato contattato, perché fornisse la sua opera, da un esponente politico che stava contendendo a un rivale corrotto e vizioso, capo di un’organizzazione mafiosa per lo sfruttamento della prostituzione minorile, la carica di governatore. Costui infatti aveva sicuramente fra le mani Nina (Ekaterina Samsonov) l’irrequieta figlia adolescente, fuggita di casa. Il padre affranto gli affidava l’investigazione, nonché la punizione di tutti i colpevoli, dai manovali del crimine all’illustre organizzatore dello squallido giro di ninfette. Coinvolto in un dramma intessuto anche di trame politiche, Joe stava giocando, in realtà, la partita che avrebbe deciso in ogni caso della propria vita o della propria morte, che egli avrebbe affrontato senza viltà e senza compromessi.

Dopo aver presentato alquanto sommariamente le linee generali del quadro entro il quale si muove Joe, il protagonista del film, voglio aggiungere che si tratta sicuramente di un film molto autoriale della regista scozzese Lynne Ramsay, la stessa che nel 2011 aveva diretto il bellissimo e cupo …E ora parliamo di Kevin. A lei, dunque, dobbiamo ancora una volta la meditazione dolorosa sul male, sul suo insediarsi nell’uomo attraverso percorsi tortuosi e condizionamenti ambientali e sociali difficili da evitare e rimuovere. Del romanzo di Jonathan Ames, che dà il titolo alla versione originale del film, You Were Never Really Here, la regista ha scritto la sceneggiatura che, sebbene premiata dalla giuria di Cannes lo scorso anno, costituisce, a detta di molti critici (assai divisi nel merito), l’aspetto meno convincente del film, costruito più sulla fotografia che sulla scrittura. Grazie alla sua antica passione fotografica, la regista lavora infatti accostando e raccordando, con gusto sopraffino, colori e sfumature, cosicché raffredda in una spettacolare composizione visiva gli effetti splatter più truci e repellenti. Il colore del sangue diventa una sfumatura appena più cupa dei rossi tramonti di Manhattan mentre l’oscurità, puntinata dalle mille malferme luci della notte di NewYork, diventa lo sfondo degli incubi di Joe in cui realtà e immaginazione ossessivamente si alternano e si confondono in un dormiveglia insopportabilmente oppressivo, in cui il presente perde i propri contorni e lascia lo spazio alle allucinazioni e alle angosce. Lo spettatore stesso viene coinvolto in questo incerto susseguirsi di realtà e di immaginazione, ciò che comporta, alla fine del film, una notevole incertezza sulla consistenza verosimile di ciò che ha visto e soprattutto di ciò che ha capito. Non per nulla una parte della critica internazionale ha giudicato severamente questo film, nonostante alcuni pregi innegabili, come la colonna sonora azzeccatissima di Jonny Greenwood e l’interpretazione eccelsa di Joaquin Phoenix, irsuto e imbruttito come non mai, premiato con la Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile. Film abbondantemente citazionista ed evocativo di altro cinema (da Scorsese di Taxi driver all’ Anderson di The master, addirittura al Dillinger di Marco Ferreri chiaramente citato in una scena importante, in cui due cuscini che coprono un volto presentano l’inconfondibile traccia insanguinata dello sparo assassino). Che dire? I difetti rilevati ci sono, ma forse non sono sufficienti a dissuadere un cinefilo dal consigliarne la visione. Era migliore il film precedente, forse, ma questo è intrigante e anche un po’ insolito. Da vedere!

Doppio amore

recensione del film:
DOPPIO AMORE

Titolo originale:
L’amant double

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset, Myriam Boyer, Dominique Reymond, Fanny Sage, Jean-Édouard Bodziak, Antoin e de La Morinerie, Jean-Paul Muel – 110 min. – Francia 2017.

Chloé (Marine Vacth) era una giovane e fragile donna che viveva da sola, forse ossessionata da un oscuro passato familiare che la rendeva insicura e chiusa; sicuramente perseguitata da un dolore fisico lancinante che da sempre aveva accompagnato la sua vita e che la sua ginecologa aveva attribuito a un disturbo di origine psichica, raccomandandole di affidarsi a Paul Meyer (Jérémie Renier), giovane e stimato psicanalista. Poche sedute erano state sufficienti sia per farla sentire un po’ meglio, sia perché Paul si innamorasse di lei, ciò che aveva determinato la fine di un rapporto professionale ormai inammissibile e l’inizio della loro storia.
Chloé si era dunque trasferita col suo bel gattone certosino nell’appartamento di lui, all’ultimo piano di un moderno palazzo parigino e aveva iniziato la sua nuova vita, talvolta infastidita dalle intrusioni di un’anziana vicina di pianerottolo gattofila e impicciona. L’insoddisfazione per le lunghe assenze di Paul, impegnato nel suo lavoro, la difficoltà per l’insopportabile solitudine (acuita dalla ricomparsa del solito lancinante dolore) e per le attenzioni un po’ inquietanti della signora della porta accanto l’avevano indotta a trovarsi un’occupazione e a riprendere le sedute di psicanalisi, all’insaputa di lui, con un altro professionista. Aveva scelto di farsi curare da Louis Delord (lo stesso Jérémie Renier), nell’aspetto molto simile a Paul (scopriremo essere, infatti, il suo gemello malvagio), il cui ufficio era poco lontano dal museo di arte contemporanea, nel quale Chloé si era impiegata come sorvegliante di sala.
Da questo momento il film diventa un thriller molto teso, con momenti di forte erotismo, condotto con sobria e fredda eleganza dal regista.

François Ozon è visibilmente intrigato dalla suggestione che suscita la coppia dei gemelli Paul-Louis (che nel corso del film troverà un corrispettivo femminile nel palesarsi del comportamento schizofrenico di Chloé) e quindi dal tema del “doppio”, continuamente ribadito dalla presenza, nell’elegante scenografia, di miriadi di specchi che, moltiplicando l’immagine dei principali personaggi, evidenziano la dissociazione patologica della loro personalità.
Grazie, inoltre, alla sua ampia cultura cinefila, Ozon impreziosisce il racconto con continue e pertinenti citazioni da pellicole illustri, dal cui repertorio egli attinge a piene mani, avendo quel tema percorso tutte le epoche della storia della cultura e del cinema, fin dalle sue origini. Ispirandosi al “muto” Lo Studente di Praga – 1913 – , alle gemelle di Lo specchio scuro – 1946 –  alle più note opere di Lang, Hitckock, Polanski, De Palma, Cronenberg, pertanto, egli crea una trama di rimandi ben riconoscibili che, proprio per la loro evidenza, attenuano in parte la tensione e il mistero della pellicola, un po’ banalizzandola. Il film, perciò, pur essendo apprezzabile per il nitore e la classica compostezza delle immagini, che ne rende accettabile il contenuto piuttosto prevedibile e l’erotismo talvolta molto esplicito, nonché il raffinato gusto citazionista, non è, a mio avviso, tra i migliori del regista, sebbene realizzato con intelligenza e cura. La sua visione, in ogni caso, non annoia e, a tratti, può riservare qualche bella sorpresa.

L’amore secondo Isabelle

recensione del film:
L’AMORE SECONDO ISABELLA

regia:
Claire Denis

Titolo originale
Un beau soleil intérieur

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Xavier Beauvois, Philippe Katerine, Josiane Balasko, Sandrine Dumas, Nicolas Duvauchelle, Alex Descas, Laurent Grévill, Bruno Podalydès, Paul Blain, Valeria Bruni Tedeschi, Gérard Depardieu, Claire Tran – 94 min. – Francia 2017.

l’angoisse d’amour: elle est la crainte d’un deuil qui a déjà eu lieu, dès l’origine de l’amour, dès le moment où j’ai été ravi. Faudrait que quelqu’un puisse me dire : « Ne soyez plus angoissé, vous l’avez déjà perdu(e) »
(Roland Barthes – Fragments d’un discours amoureux – Agony – Edition du Seuil – Paris 1977 -pag. 38)

Come far durare l’amore, quello vero, nella sua più pura essenza è ciò che si chiede tormentosamente Isabelle (Juliette Binoche), bella donna di mezza età, nonché madre di una bambina di dieci anni (al momento del film, custodita dal suo ex marito). Pittrice affermata, Isabelle si realizza solo in parte nel suo lavoro creativo, che pure è proiezione di sé: frequenta l’ambiente dei critici e delle mostre, si muove tra intellettuali che l’ammirano e la corteggiano, ma di loro non sopporta lo snobismo supponente, lontanissimo dalla sua istintiva sensualità. Alla sua non verdissima età, mostra senza falsi pudori il proprio corpo ancora desiderabile con innocente carnalità: generose le sue scollature e ridottissime le sue minigonne; le piace danzare (anche da sola); le piace il buon cibo e, naturalmente, le piace l’amore. È in attesa di incontrare l’uomo che le si conceda senza riserve, senza retro-pensieri, capace di abbandonarsi con dolce smemoratezza, come lei. La sua vita amorosa, come comprendiamo già all’inizio del film, è un disastro, perché la passione e il desiderio si trasformano presto in un crudele gioco di potere ai suoi danni. Dal banchiere attempato (Xavier Beauvois), al giovane attore (Nicolas Duvauchelle), all’ex marito (Laurent Grévill), a Marc (Alex Descas), tutti si difendono da lei e dall’amore: hanno moglie, non vogliono soffrire, si negano, devono partire, non la coinvolgono nei loro progetti, si pentono di ciò che è stato… L’ attesa delle decisioni che non arrivano è una condizione di angoscia continua per lei, aggravata dalla percezione della propria solitudine senza scampo: se un incontro “giusto” sembra prospettarsi, ci penseranno i suoi amici intellettuali a metterla in guardia, a instillarle dubbi, a provocare la crisi. Si affiderà, infine, a un veggente (Gérard Depardieu), in un finale aperto di sorprendente ambiguità; ambivalenza e ambiguità connotano, del resto, l’intero film, oltre a tutti i suoi personaggi.
La regista, infatti, sembra aver costruito la sua ultima pellicola sul dicotomico oscillare fra la gioia e il dolore nel sentimento amoroso, contraddittorio in sé, nodo aggrovigliato di pulsioni ed emozioni, tanto ineffabile da rendere impossibile ogni comunicazione verbale. In uno dei film più parlati della Dénis, le parole degli amanti mostrano non solo la loro inadeguatezza, ma la loro equivoca interpretabilità, quando non la brutalità di un linguaggio adatto solo a definire il possesso, il ricatto e il denaro. La frammentarietà del film ne è un riflesso, ed è frutto di un montaggio volutamente spezzato, che presenta brandelli di storie nel loro farsi, o nel loro prevedibile concludersi, finché, nell’ultima e lunga scena, del tutto inaspettatamente, compare nei panni di un mago un po’ cialtrone e un po’ turbato un inedito e grande Depardieu.
Ispirato dichiaratamente ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, lettura amatissima dalla regista, capace di coinvolgerla fino alle lacrime*, Claire Dénis ha sceneggiato questo film insieme a Christine Angot, scrittrice di alcuni romanzi di contrastato successo e anche con l’attiva collaborazione di Juliette Binoche. Un lavoro a sei mani, la cui riuscita a me, ma non a tutti, è sembrata poco discutibile. Un film non facile, ma da vedere.

* (“c’est un livre […] qu’en le lisant je pleurais […] je comprenais exactement ce qui c’est l’agonie amoureuse […] ce n’est pas quelque chose dont on meurt, c’est un goût de son corp, de son âme…)
Intervista concessa a Jean Sébastien Chauvin e a Jean Philippe Tessé a Parigi il 29 giugno 2017 e pubblicata sul numero 736 dei Cahiers du Cinéma del settembre 2017 (pagg. 34-36).

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Chi è interessato può trovare QUI fra i documenti di questo blog un frammento dello spettacolo ispirato a Roland Barthes, dal titolo: “Nodi di un discorso amoroso” – scritto e recitato da Massimo Zordan e Marcello Verona, messo in scena dal Teatro dell’Elefante, Cagliari, 25 Aprile 2008 –

 

La casa sul mare

recensione del film:
LA CASA SUL MARE

Titolo originale:
La villa

Regia:
Robert Guédiguian

Principali interpreti:
Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Jacques Boudet, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin, Yann Trégouët, Geneviève Mnich, Fred Ulysse – 107 min. – Francia 2017.

Questo, che è un film bellissimo, di uno dei più grandi registi d’oltralpe viventi, è stato presentato lo scorso autunno a Venezia, dove non ha ottenuto alcun premio. No comment! Cercherò di analizzarlo, individuandone, senza troppo spoiler, i temi principali.

Armand, suo padre e i suoi fratelli

Dopo il malore, la vita del vecchio padre sembrava essersi bloccata in un limbo senza memoria e senza progetti nel quale, da un momento all’altro, egli aveva smarrito la coscienza, la parola, la mobilità e ogni autonomia: tutto era cambiato all’improvviso per lui e per Armand (Gérard Meylan), l’unico dei tre figli che gli era stato vicino sempre, nella bella casa in fondo alla calanque de Méjean, l’incantevole baia prossima a Marsiglia, che infatti si vedeva in lontananza, nelle limpide giornate invernali, quasi alla distanza di sicurezza sufficiente a impedire che la pace e la serenità del luogo, sovrastato dal viadotto dell’alta velocità, ne venissero disturbate. Méjean che non era mai stata fuori dal mondo, adesso era fortunatamente fuori dal caos convulso della vita di tutti.
Armand, che era vedovo da poco, aveva deciso di non abbandonare il suo vecchio in un istituto e di non tradirne la storia: intendeva portare avanti da solo il bel ristorante sotto casa (ideato, un tempo, per offrire ottima cucina di pesce a prezzi popolari), resistendo alle pressioni e alle proposte vantaggiose di acquisto che gli erano arrivate. Egli non poteva e soprattutto non voleva staccarsi da quell’ambiente e da quella memoria di solidarietà, né dai ricordi legati alla fede, limpida e generosa – forse un po’ utopica – nel comunismo prossimo venturo, che aveva ispirato tutta la vita del padre e dei suoi compagni di lotta, i pescatori del villaggio che in quel locale avevano trovato buon cibo, buon vino, prezzi bassi e un po’ di vita sociale.
Gli era necessario, però, incontrarsi con i suoi fratelli per definire, prima di ogni altra cosa, la sua quota di eredità paterna. Era già lì da qualche giorno Joseph (Jean-Pierre Darroussin), intellettuale comunista in crisi permanente, che, con un passato da operaio, era arrivato a insegnare all’università. Con lui, una giovane fidanzata, Berangère (Anaïs Demoustier), sua ex allieva, confusa e annoiata dai discorsi nostalgici sui vecchi tempi di Armand e di Joseph, il quale condivideva la tenacia quasi ingenua di Armand nel difendere l’antica diversità che lo legava al padre.
Stava arrivando, intanto, da Parigi, Angèle (Ariane Ascaride), che a Méjean non si era più vista da vent’anni, intenzionata a ripartire per Parigi al più presto. Per lei, che era stata una brava attrice teatrale e che ora lavorava nelle serie televisive, Méjean era legata al grande dolore per la morte della sua bimba di sette anni, la cui accidentalità non aveva mai voluto ammettere, convinta com’era della pesante responsabilità di suo padre.

Méjean e i suoi abitanti

Se, come ho detto, Marsiglia era abbastanza lontana, il mondo, al contrario, si era fatto sempre più vicino al villaggio: la globalizzazione e la rapidità delle connessioni, ben più dell’alta velocità, avevano favorito il diffondersi di un nuovo modo di pensare e di organizzare i rapporti umani; il pensiero unico stava appiattendo le culture e  mostrava, senza pietà, l’anacronismo delle posizioni ideali di Armand e di Joseph, nobili ma velleitarie e destinate, forse, ad altre  durissime sconfitte. La loro nostalgia del passato era un po’ patetica poiché si scontrava innanzitutto con la realtà indiscutibile del ridursi progressivo degli abitanti di Méjean: la crisi economica aveva portato lontano qualcuno di loro, o i loro figli; i pochi rimasti erano invecchiati, qualcuno era morto, qualcuno avrebbe preferito morire per non vedere la decadenza del proprio corpo e l’umiliazione della povertà. Era vivo però un giovane pescatore che di lì non si era mai mosso, in attesa di rivedere Angèle, che da bambino, molti anni prima, aveva ammirato mentre recitava in un teatro di Marsiglia: aveva studiato, aveva fondato una compagnia filodrammatica locale e, ostinatamente, aveva continuato a vivere di pesca, pensando a Claudel e a Brecht: prima o poi, quell’unica donna della sua vita sarebbe pur tornata e forse addirittura avrebbe apprezzato la sua lunga fedeltà!

In realtà il villaggio, con le sue case vuote o semi-vuote era al centro dell’attenzione di speculatori edilizi, pronti a farne un’attrazione per il turismo distratto dei nostri giorni; una sosta al ristorante, un selfie veloce, forse persino un breve soggiorno, poche ore o un paio di giorni, senza badare al prezzo: il trionfo dell’individualismo, l’orrore alle porte, la fine di ogni umana solidarietà, il tramonto dei sogni nobili e generosi del passato!

Nuovi arrivi a Méjean

Sarebbe invece, a sorpresa, venuto presto il momento di riprendere in mano le vecchie e logore bandiere rosse: magari non sarebbero servite alla rivoluzione, ma avrebbero indicato una strada percorribile e avrebbero ridato senso alla vita dei tre fratelli che sentivano di averlo smarrito; allo stesso modo sarebbero tornati utili gli abiti e i giocattoli della figlia di Angèle, rimasti per vent’anni nella sua stanzetta, perché Angèle non li aveva voluti portare con sé.
Nel porticciolo era naufragata rovinosamente un’imbarcazione col suo carico di clandestini nordafricani: molti morti erano stati ritrovati, ma qualche bambino si era salvato sicuramente: per questo la Gendarmerie aveva chiesto in giro notizie, e, anche nel ristorante, Armand e i suoi fratelli erano stati allertati…
Quei piccini, ripuliti, sfamati e rivestiti, però, non erano diversi dagli altri bambini e potevano, anzi, dovevano essere aiutati a superare, nel calore dell’accoglienza, le loro paure e a elaborare, col tempo, i loro lutti!
Con sobrietà pudica, senza retorica, senza insistere nel racconto particolareggiato del dolore, senza prediche inutili, scorre davanti agli occhi degli spettatori la grande tragedia dei nostri giorni, ben simboleggiata dall’immagine straziante delle due manine intrecciate che non vogliono separarsi, e che nessuno dovrà separare in futuro, se davvero si vuole la fine dell’odio  irrazionale e della paura insensata che sta avvelenando e distruggendo il nostro vecchio continente.

Un film molto bello, malinconico, ma non triste, aperto, con molte cautele, alla speranza, come non sempre accade  nei film di Guédiguian, interpretato dalla squadra dei suoi meravigliosi attori fra i quali, come sempre, si distingue la grandissima Arianne Ascaride. Dello stesso regista, avevo recensito anni fa La Ville est tranquille e Le nevi del Kilimangiaro.

Da vedere sicuramente!

Un grande vuoto, un dolore profondo.

 

Un grande vuoto; un dolore profondo.

 

 

 

Grazie a Vittorio Taviani, per gli indimenticabili film che ha lasciato nel mio cuore; grazie perché ha contribuito alla mia passione per il cinema, grazie, per l’umanità profonda e la cultura, che insieme a Paolo, ha profuso dal primo all’ultimo film.

 

 

 

Per ora lo ricordo così, con la piccola clip da un film che ho molto, molto amato: Kaos (1984).
La scena conclusiva del film (se ben ricordo) è l’incontro di Luigi Pirandello con la madre.

Aggiungo che Micromega on line ha pubblicato una vecchia intervista bellissima e lunga a Vittorio Taviani, per ricordarlo come appassionato uomo di cultura e di cinema. Merita una lettura|