Roma di Federico Fellini

recensione del film:
ROMA di Federico Fellini

Regia:
Federico Fellini

Principali interpreti:
Alvaro Vitali, Fiona Florence, Britta Barnes, Pia De Doses, Renato Giovannoli, Marne Maitland, Federico Fellini, Peter Gonzales Falcon, Galliano Sbarra, Libero Frissi, Mario Del Vago, Alfredo Adami, Gore Vidal, Anna Magnani, Elisa Mainardi, Feodor Chaliapin Jr., Loredana Martinez, Alessandro Quasimodo – 120 min. – Italia 1972.

Uscito nel 1972, ingiustamente in ombra a causa della maggiore popolarità dei bellissimi film successivi, questo capolavoro merita la più attenta visione: non è un’opera minore, 

Chi era nato a Rimini nel 1920, come Federico Fellini, aveva visto fin da bambino le rovine di Roma antica appena fuori dal Borgo* e aveva giocato fra le statue falsamente antiche volute dal regime in onore di Giulio Cesare e di Augusto. Più tardi avrebbe attraversato a piedi nudi il rigagnolo fatale, il Rubicone, con i compagni di scuola**, seguendo i passi del vecchio preside declamante la frase famosa durante una breve gita fuori porta, insieme all’insegnante e al prete.
Un’altisonante retorica politica – e religiosa dopo i Patti Lateranensi***– accompagnava martellante le normali attività scolastiche e dilagava persino al refettorio: ogni occasione era buona per riportare in vita i luoghi comuni latini, strumentalmente adattati alla mistica fascista e clericale, secondo la visione reazionaria che si andava imponendo dappertutto, spazzando via, con le buone o più spesso con le cattive, la fierezza laica e mazziniana di molti romagnoli. Le autorità scolastiche, insieme al prete che dirigeva l’istituto, educavano gli adolescenti alla devozione e ai sentimenti patriottici, mascherando ipocritamente, spesso senza riuscirci, i propri vizi privati, come era successo quando il prete aveva dimenticato fra gli sbiaditi fotogrammi della città eterna delle chiese e degli eroi, che stava proiettando, le immagini… osé di generose curve  femminili, accolte con festosa malizia dai giovani studenti, annoiati dai troppi discorsi.

Evocate con tenerezza commossa, emergono dal racconto le memorie delle domeniche in famiglia, quando si pranzava solo dopo aver ricevuto la benedizione papale di Piazza San Pietro, trasmessa dalla radio – enorme mobile presente nelle case borghesi – mentre il padre, fiero mazziniano, schiumava di rabbia – o dei pomeriggi festivi al cinema, con le imprese dei gladiatori antichi, seguite dal cinegiornale che alimentava il mito della città eterna con le “atletiche” immagini degli intrepidi che attraversavano cerchi infuocati.
Roma tornava ancora nei sogni dei ragazzini che accorrevano alla stazione per vedere la partenza di quel treno che nel 1931, infine, avrebbe f
atto arrivare nella capitale il ventunenne Federico Fellini (Peter Gonzales Falcon), alto e smilzo giovanotto, uscito dal liceo classico e aspirante giornalista, elegante nel suo vestito bianco.

Come la Rimini del Borgo, anche Roma diventa luogo del cuore e dell’immaginazione,  mito che trasfigura il vissuto grazie alla “simpatia” umana non diversa da quella di un tempo, vero dono dell’anima che un anno dopo l’uscita di questo film avrebbe ispirato al regista Amarcord (1973).
Ecco dunque rivivere le allegre tavolate delle trattorie all’aperto, le chiacchierate, l’ascolto sorridente; ecco la famiglia Palletta che nel grande palazzo in rovina aveva ricavato le stanze separate da lunghi corridoi; ecco i bambini capricciosi e adorabili; la  rispettabilità di facciata; le prostitute dei casini per i clienti di riguardo e quelle vecchie e malate che si aggirano di notte, lungo le viuzze malfamate; ecco l’avanspettacolo sguaiato dei guitti da strapazzo, dei cantanti che steccano e di quelli più raffinati; ecco la fronda contro la guerra che timidamente sembra ritrovare un po’ di voce quando i bombardamenti alleati smentiscono le ottimistiche previsioni.

Il film si sviluppa attraverso il continuo avvicendarsi non diacronico dei ricordi personali, confrontati col presente del boom economico che violentemente sfigura il volto della città, come ci viene detto nelle sequenze emblematiche del raccordo anulare che la circonda e che concorre,  insieme agli orribili casermoni in costruzione lungo il suo percorso, a disorientare chi l’aveva amata. Sono sequenze celeberrime, che, insieme a quelle degli scavi per la metropolitana, diventano il ritratto di una Roma così cambiata in pochissimi anni**** da non potersi più riconoscere: le belle sculture e le pitture antiche, ritrovate, non possono che corrompersi al primo contatto con l’aria che viene dal fondo delle gallerie; all’esterno delle quali  il traffico impazzisce e rende tutti più cattivi, più aggressivi, più disperati o, forse, più soli e disincantati, come sembra dire Anna Magnani nella fugace e  bellissima apparizione verso la conclusione del film.

L’edizione restaurata della Cineteca di Bologna ricupera per noi le parti che la censura dell’epoca aveva cancellato nell’edizione italiana del film. Riusciamo a vedere dunque l’agghiacciante sfilata di moda riservatissima (il pubblico era quello della nobiltà nera, in untuoso deliquio), dedicata agli abiti sacerdotali, presentata dalle sartorie più celebri della città.

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* Così i riminesi chiamavano la loro città agl’inizi degli anni ’30.

** All’epoca solo l’istruzione elementare era obbligatoria; la scuola media era privata.

*** Il Concordato sottoscritto fra stato italiano e chiesa cattolica l’11 febbraio 1929

**** La dolce vita è del 1960

Il lago delle oche selvatiche

recensione del film:
IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE

 

Regia:
Yi’nan Diao

Titolo originale:
Nan Fang Che Zhan De Ju Hui

Titolo internazionale:
The Wild Goose Lake

Principali interpreti:
Hugh Hu, Lun-Mei Kwei, Liao Fan, Regina Wan, Liang Qi – 113 min. – Cina 2019. –

Le notizie che troverete nell’articolo e che possono servire a comprendere il film, non tra i più facili, provengono da alcune  interviste al regista Yi’nan Diao (se ne trovano molte sul Web), e anche dai Cahiers du Cinema (n°761 del dicembre 2019, pag.64-65).

Yi’nan Diao, come altri cineasti cinesi e come l’amico JiaZan-Ke*, è tra i maggiori esponenti di una nuova cinematografia di grande suggestione, che intende raccontare la realtà della Cina di oggi utilizzando le tecniche e i generi, che in occidente hanno fatto la storia della settima arte, e inserendo nelle  rappresentazioni del paese, che sta rapidamente cambiando, elementi della tradizione storica locale – dall’organizzazione difensiva para-mafiosa del Jang-hu, alla prostituzione – nonché della  raffinata tradizione figurativa dell’antichità  cinese.

 

Dalla famigerata città di Wu-han prende le mosse questo film, girato e terminato quando ancora del corona-virus non si parlava: è stato presentato, infatti, in concorso all’ultimo festival di Cannes nello scorso maggio.
Da tempo il regista – che aveva girato precedentemente un bellissimo e originale giallo** con occhio attento ai noir europei e americani degli anni ’40 – desiderava realizzare un film sulle rive del lago nei pressi di Wu-han, megalopoli cinese, capitale di una vasta regione che, nonostante i suoi 130 moderni grattacieli con vista sul lago e sulla pianura, non era riuscita a cancellare il degrado delle umide periferie, eternamente piovose, labirinti di viuzze e vicoli che incrociandosi, rendono facile nascondersi e far perdere le proprie tracce: luoghi adatti alla guerra per bande in cui alcuni clan malavitosi si fronteggiano per la spartizione delle zone pià adatte ai furti di moto.

Si tratta di un film, perciò, a lungo vagheggiato, che sarebbe rimasto allo stato di progetto se un fatto di cronaca nera, avvenuto da quelle parti, non lo avesse fatto riemergere nella memoria del regista, che si adopera per trovare i necessari finanziamenti, arrivati finalmente grazie alla sinergia di produttori cinesi e internazionali, e al prestigio di cui gode in tutto il mondo, oltre che nella sua Cina.

Questo è ancora un noir ed è la storia di un fascinoso balordo Zenong Zhou (Hugh Hu) ricercato per aver ucciso un uomo della polizia, sul quale pende una taglia piuttosto allettante, ciò che lo condanna, inevitabilmente a morire e che lo rende diffidente e cauto negli spostamenti, ostile alle confidenze e ai rapporti umani. Da un incontro, ambiguo, con la giovane prostituta che gli offre rifugio e protezione, ha inizio l’ odissea che il film ci racconta fra flashback e presente, fra realtà e sogno. Nulla svelerò.

È un’opera che di Yi’nan Diao porta l’inconfondibile firma, raggiungendo i risultati più astratti di sempre: gli elementi realistici trascolorano, le ferite sanguinanti diventano eleganti disegni, le atrocità più efferate perdono la loro consistenza nel buio dei notturni in cui si moltiplicano le sfumature dei blu e dei neri e in cui le sole luci tremolanti e indefinite dei neon e dei fari perdono la capacità di illuminare.
Ciò, però, non significa che perdano la loro verità: questo è l’aspetto più sorprendente, perché dopo la visione di questo film ci accorgiamo che l’eleganza della forma non riesce a celare l’orrore di una società nella quale in nome del denaro, supremo valore, si accetta lo spaccio della droga, la prostituzione senza riscatto, l’omicidio perpetrato dai teppisti di strada, la malavita, lo sperdimento di sé, l’omertà e la corruzione diffusa che inghiotte, quasi ridicolizzandole, le luci catarifrangenti delle belle scarpe sportive, indossate dalle guardie e dai ladri, nonché le bianche e buffe “ali” che ricoprono con eleganza il capo delle donne che si vendono. Nessun altro regista, prima di Yi’nan Diao, aveva reso con tanta evidenza l’annullarsi dell’uomo negli oggetti del desiderio, testimonianza della catastrofe drammatica di un grande paese che sta perdendo se stesso.

* prestigioso regista di grandi film, come Still Life, Il tocco del peccato, Al di là delle montagne, I figli del fiume giallo 

**il bellissimo Fuochi d’artificio in pieno giorno

 

Alice e il sindaco

recensione del film:
ALICE E IL SINDACO

Titolo originale:
Alice et le maire

Regia:
Nicolas Pariser

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier, Nora Hamzawi, Léonie Simaga, Antoine Reinartz, Maud Wyler, Alexandre Steiger, Pascal Reneric, Thomas Rortais, Thomas Chabrol – 103 min. – Francia 2019

Dopo tanta sociologia, la politica torna al cinema con questo bel film francese di Nicolas Pariser, che cerca di coniugare la migliore tradizione del pensiero politico della sinistra con il conte philosophique, caro alla cultura d’Oltralpe.
Il regista, già studente alla Sorbonne, tra i migliori discepoli di Eric Rohmer*, si sofferma, in questo suo secondo lungometraggio, sull’eterno problema del rapporto fra le teorizzazioni ideali – non necessariamente utopiche, che orientano le scelte politiche – e la prassi ovvero l’agire politico di chi per cambiare il mondo deve non solo conoscerlo, ma individuare gli obiettivi intermedi realizzabili col massimo consenso possibile in uno stato democratico, evitando il doppio rischio che il pensiero si lasci sedurre dall’eccesso di astrattezza e che la prassi si riduca al piccolo cabotaggio dei provvedimenti hic et nunc, senza alcuna considerazione per la storia del passato e senza prospettive per il futuro.
Il sindaco di Lione Paul Théraneau (magnifico Fabrice Luchini) in crisi di idee sembra rappresentare la generale difficoltà di quei politici che “ci hanno provato”, per dirla con il Gorbaciov di Herzog, con onestà e con buon successo, promuovendo e realizzando importanti progetti di grande valore sociale, ma che ora si sentono spiazzati dalla tecnologia.
Egli, infatti, pur mantenendosi fedele agli ideali democratici e socialisti che ne avevano guidato le realizzazioni, avverte l’esigenza di risposte nuove, per le quali gli mancano le idee, forse l’immaginazione, forse, come dirà Alice, (incarnata benissimo da Anaïs Demoustier) la modestia.
Alice insegna letteratura e di filosofia, dopo essersi laureata brillantemente a Oxford. Al suo prestigioso curriculum di ricercatrice sono andate le preferenze dello staff del povero Théraneau svuotato e in affanno, che confessa la propria inadeguatezza a far fronte alla  frenesia delle giornate sempre più affollate di impegni, di spostamenti, di discorsi. Potrebbe essere lei la persona giusta per aiutarlo: è giovane a sufficienza per orientarsi fra le trasformazioni post-moderne e ha cultura da vendere per valutarne i rischi e le  contraddizioni.
Lo seguirà, pertanto, ovunque nel corso della giornata, soprattutto ora che, in mancanza di meglio, il sindaco si è lasciato trascinare nell’impresa folle di coordinare un evento molto impegnativo e solenne: Lione 2520, la celebrazione, cioè, dei 2500 anni dalla fondazione della città, voluta fortemente dalle banche che, finanziandone il progetto, intendono trasformarlo in un affare utile ai soci, sia pure qualificandolo culturalmente e socialmente, in previsione di nuove assunzioni e della creazione di molti nuovi posti di lavoro.

 

Il film, come si vede, sviluppa temi di strettissima attualità, raccontando benissimo l’incepparsi della politica tradizionale, il crescere delle ambizioni personali e di rivalità invidiose all’interno del gruppo di collaboratori che vedrebbe bene la corsa di Théraneau  all’Eliseo per succedere a lui, snaturando completamente le ragioni ideali delle sue scelte.

Nello stesso tempo, diventano ai nostri occhi sempre più chiare le ragioni dello smarrimento di un uomo che alla politica si era dedicato completamente e che non ritrova nella realtà post- moderna la spinta a proseguire. Alla lettura delle Rêveries rousseauiane, forse, il sindaco dovrebbe sostituire quella melvilliana del negarsi all’impegno di Barthélby, lo scrivano**, come infine gli suggerirà amabilmente e con un po’ di ironia Alice, durante il loro ultimo incontro.

Particolarmente apprezzabile che il regista abbia evitato sia il racconto psicologico, sia il mélo sentimentale, sia il sarcasmo feroce a cui i riti della politica si sarebbero prestati, sia il qualunquismo dei populisti fai-da-te, mantenendo alla sua opera il carattere rigoroso del racconto filosofico, amaro e talvolta doloroso, che ci induce a riflettere sul disincanto dell’oggi, profondissimo per chi ha militato con onestà e passione, come il sindaco, ma difficile da affrontare anche per chi, come Alice, si affaccia sul presente col privilegio di saperlo analizzare e comprendere, ma non trova risposte per viverlo da protagonista.

*il film, e la scelta dell’interprete Fabrice Luchini sono un chiarissimo riferimento-omaggio a L’Arbre, le Maire et la Médiathèque che Rohmer girò nel 1993. 

** Melville è anche il nome del cardinale che, durante il conclave  che lo aveva eletto papa, fugge per sottrarsi a un compito per il quale non si sente adeguato.
Il riferimento è a Nanni Moretti e ad Habemus papam, ed è il regista stesso ad ammetterlo nel corso di un intervista concessa a Nicolas Azalbert e Stéphane Delorme il 5 settembre 2019 (Cahiers du Cinéma n° 759 dell’ottobre 2019).

Herzog incontra Gorbaciov

recensione del film:
HERZOG INCONTRA GORBACIOV

Titolo originale:
Meeting Gorbachev

Regia:
Werner Herzog, Andre Singer

documentario – Gran Bretagna, USA, Germania 2018.

Un gran bel documentario questo che purtroppo ha poca visibilità in Italia. Questo mio breve commento vuole essere un invito a vederlo, prima che sparisca dalle nostre sale. È l’intervista, condotta in tre tempi, dal grande regista tedesco Werner Herzog e dal famoso documentarista britannico Andre Singer a Mikhail Gorbaciov, l’uomo che aveva introdotto nel sistema dell’economia sovietica le riforme della Perestroika e nella politica del suo paese il principio della Glasnost, ovvero qualche elemento di libero mercato nell’economia ingessata dalla burocrazia, nonché qualche elemento di trasparenza e di controllo nei confronti di un potere politico imbalsamato nell’immobilismo più asfittico e chiuso ostinatamente a ogni forma di confronto.

Alla morte di Breznev, (1982) dopo il susseguirsi grottesco di leader vecchi e malati, finalmente il giovane Gorbaciov era diventato il nuovo segretario del Comitato centrale del Partito comunista sovietico (1985) nonché capo del governo, assumendo insieme alla straordinaria responsabilità nei confronti del proprio paese, l’immagine carismatica di un leader che, venendo incontro alle attese del mondo, diventava simbolo delle speranze dell’umanità, in vista di una pace duratura e senza confini, fino al 1991, quando un colpo di stato della vecchia guardia aveva messo fine al sogno, aprendo in Europa e nel mondo la strada a molti dei processi disgregativi ancor oggi in atto.

È un film costruito grazie al montaggio sapientissimo che alterna le interviste, i ricordi storici e le malinconiche rimembranze personali di un uomo malato e vecchio, ma ancora giovane nel cuore e lucidissimo nell’analisi politica, in cui – tra vecchie fotografie, giornalistiche presenze e immagini di repertorio che avevano fatto il giro del mondo – rivediamo, con i grandi di quegli anni*, anche i tempi delle nostre illusioni, che sarebbe un bene per tutti se non andranno smarrite e  diventassero oggetto di conoscenza delle giovani generazioni.
Oggi, quando si va perdendo troppa memoria storica, questo film può aiutare davvero l’umanità disorientata e distratta a riflettere su quel passato e anche sugli errori di chi… ci aveva provato, generosamente. Come lui, che lo dirà alla fine della bellissima lunga chiacchierata, ma anche come noi che altrettanto generosamente avevamo creduto a quella politica e che ostinatamente continuiamo a credere e a sperare.

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*fra gli altri: Ronald Reagan, durante la sua presidenza degli USA, il sindacalista polacco Lech Walesa, ex leader di Solidarność e presidente della Polonia, ed Helmut Kohl, artefice dell’unificazione tedesca dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 e Margaret Thatcher.

Che sia un film da vedere, dunque, ça va sans dire.

Richard Jewell

 

recensione del film:
RICHARD JEWELL

Regia:
Clint Eastwood.

Principali interpreti:
Sam Rockwell, Kathy Bates, Jon Hamm, Olivia Wilde, Paul Walter Hauser Dexter Tillis, Wayne Duvall – 129 min. – USA  2019.

Ultima fatica dell’infaticabile Clint, quasi novantenne, che ormai dirige a occhi chiusi, mettendo la sua invidiabile esperienza di cineasta, il suo gusto infallibilmente sobrio, al servizio del suo credo civile: l’amore per gli Stati Uniti, e per i valori della Costituzione americana, che da sempre garantisce la libertà di tutti i cittadini, nonostante le deviazioni interessate di governanti, magistrati, uomini della polizia e dell’esercito, che come tutti gli altri possono errare e peccare, ma che, infine, sono tenuti ad esserle fedeli e a rispettarla.

Rassomiglia all’altro suo eroe, Sully *  Richard Jewell (Paul Walter Hauser) il generoso protagonista del film che era nel servizio d’ordine ad Atlanta, durante le Olimpiadi estive (1996), quando, di sorveglianza al Centennial Park il 27 luglio, aveva sventato un gravissimo attentato terroristico, che senza la sua vigilanza e la sua iniziativa coraggiosa avrebbe prodotto una strage.
Il vero terrorista, tale Eric Rudolph, aveva continuato a muoversi negli Stati Uniti del tutto indisturbato, mettendo ancora a segno tre attentati prima di essere individuato e arrestato, ma gli uomini della polizia locale e dell’FBI, nell’intento di assicurarsi encomi e promozioni, avevano cercato addossare la responsabilità del reato, al più presto – con l’aiuto della TV e della stampa locale e nazionale – proprio a Richard, il reo buon uomo, che nel giro di due giorni era stato trasformato da eroe a traditore un po’ squilibrato, che aveva agito allo scopo di mettersi in mostra.

Meno ottuso di quanto la polizia avesse creduto, il povero Richard, da sempre bullizzato, per la sua obesità (veniva chiamato Omino Michelin), legatissimo alla madre, e anche collezionista di armi, aveva intuito un po’ tardivamente la trappola della polizia e aveva nominato il proprio avvocato nella persona di Watson Bryant (magnifico Sam Rockwell), un po’ pigro e un po’ dandy, ma fermamente convinto dell’innocenza del suo assistito che, infatti, sarebbe stato scagionato dopo qualche mese per mancanza di prove.
In ogni caso, determinante per la sua piena riabilitazione, agli occhi dell’opinione pubblica, sarebbe stato l’appello accorato di sua madre (Kathy Bates) in Tv, diretto a Bill Clinton, allora presidente, che con tutta la forza dell’amore per quell’unico, straordinario figlio (oh, my boy aveva esclamato fra sé quando le era arrivata la notizia dell’impresa eroica di Richard) onesto e buono come ogni vero americano, aveva reclamato piena giustizia, per tornare a vivere nella dignitosa semplicità di sempre, 

Ancora una volta Clint, utilizzando la vasta gamma di registri narrativi che padroneggia come pochi altri, alterna il racconto asciutto e cronachistico del dramma di Richard, con il racconto amaro delle oscure trame dei potenti per fini inconfessabili, impedendo lo scadere nel mélo grazie alla vigile ironia tanto più tagliente quanto più chiara appare la sproporzione fra l’enormità dell’accusa e le povere cose sequestrate nella modesta casa materna di Richard, dove persino i Tupperware di plastica, di uso casalingo, vengono portati via solennemente, come elementi probatori. Indimenticabili ed esilaranti scene, così come quelle della loro restituzione!

Non ha dubbi, dunque, il vecchio Clint di vivere nel migliore dei mondi possibili: basta attendere con paziente serenità che la verità si faccia strada. Purtroppo, com’è naturale, il mondo perfetto disegnato dalla più perfetta delle Costituzioni si scontra con la meschinità incorreggibile dell’animo umano! Non è colpa di Clint se gli uomini sono così.

Un film da vedere.

*il valoroso pilota che aveva portato in salvo 155 persone con una rischiosa manovra nelle acque gelate dell’Hudson, animato esclusivamente dal senso del dovere

JoJo Rabbit

recensione del film:
JOJO RABBIT

Regia:
Taika Waititi

Principali interpreti:
Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Taika Waititi, Rebel Wilson, Sam Rockwell,
Scarlett Johansson, Archie Yates
– 108 min. – Germania 2019

Un insolito film questo, firmato da un regista neozelandese semi-sconosciuto, mahori per discendenza paterna ed ebreo-russo per discendenza materna, che ci ha dato un film spiazzante e persino un po’ lezioso (all’inizio può essere irritante) su un argomento duro e difficile quale la fine della seconda guerra mondiale nell’est tedesco, quando il terzo Reich stava perdendo i pezzi, ma non era ancora rassegnato alla sconfitta e intensificava la propaganda reclutando nei suoi ranghi persino i bambini, indottrinandoli e fidelizzandoli nel modo più strumentale, convincendoli di essere i più puri rappresentanti della privilegiata razza ariana, che presto avrebbe dominato il pianeta, spazzando via ogni altra impura presenza.
Allettati col dono di piccole armi, giocattoli micidiali, esaltati dall’orgogliosa e stolta propaganda filo-nazista, i piccoli venivano esercitati alla guerra, al disprezzo della vita attraverso tecniche ripugnanti, che appellandosi alla crudeltà incosciente propria dei bambini, cercavano di temprarli all’insensibilità di fronte al dolore e alla sofferenza dei più deboli e dei più indifesi.
La prima parte del film si sofferma a lungo su quest’aspetto che forse avrebbe richiesto una maggiore sintesi, aggiungendo, per di più, la presenza dello stesso Hitler, interpretato dallo stesso regista, visione fantasiosa, prodotto della mente del piccolo Jojo (Roman Griffin Davis), il protagonista biondo e riccioluto che non ha più visto il padre ufficiale e neppure la sorella ed e rimasto solo con la mamma, Rosie (meravigliosa Scarlett Johansson).
Rosie è una madre amorosa e paziente: sa che l’orribile guerrra che ha distrutto la sua famiglia, privandola del marito e dell’altra figlia adolescente, ha le ore contate e che Jojo è troppo piccolo e ingenuo per capire chi siano davvero i nazisti che lo stanno indottrinando; sa che ha bisogno di lei e del suo ascolto attento ed è pronta ad aspettare che maturi in lui il frutto dell’educazione che lei gli ha trasmesso, senza prediche o sermoni moraleggianti, ma coll’amore.

Gli cela prudentemente, invece, di aver accolto negli scantinati della loro grande casa Elsa (Thomasin McKenzie), piccola ebrea sola e disperata che accudisce e protegge, ben conscia dei rischi per lei, che infatti non avrebbe tardato a pagare molto cara la sua generosità solidale.

Questa parte del film è raccontata molto bene, ed è la più coinvolgente ed emozionante, poiché, senza celare l’efferatezza orrenda dei nazisti ormai allo sbando, offre alla nostra meditazione alcune pagine sublimi, che ci parlano della continuità degli affetti più profondi, anche oltre la morte, del tramandarsi dei gesti dell’amore, i  più semplici e anche i più banali, come quello dell’allacciare le scarpe…, potentissima metafora della persistenza salvifica della memoria che attraversa tutto il film dall’inizio alla fine (come comprenderemo), senza stemperarne la durezza.

Film sicuramente da vedere e, io credo, da offrire alla riflessione dei più giovani, proprio per l’inattesa singolarità del racconto. Non un capolavoro, tuttavia accreditato a più di un premio la notte degli Oscar.

Lo sceicco bianco

recensione del film:
LO SCEICCO BIANCO

Regia:
Federico Fellini

Principali interpreti:
Leopoldo Trieste, Alberto Sordi, Giulietta Masina, Brunella Bovo, Gina Mascetti,
Lilia Landi, Ernesto Almirante, Fanny Marchiò, Enzo Maggio, Ettore Maria Margadonna, Antonio Acqua, Ugo Attanasio, Jole Silvani, Mimo Billi – 86′. – Italia 1952

Federico Fellini, forse il regista più grande del nostro cinema, era nato a Rimini il 20 gennaio 1920, un secolo fa.
Su questo blog, nel mio piccolo, intendo ricordarlo per quanto possibile degnamente, con qualche recensione che si aggiunge a quelle, già presenti, di La dolce vita (1960) e Amarcord (1973), nella speranza di invitare alla conoscenza delle sue opere. Oggi è possibile vederne cinque in edizione restaurata dalla Cineteca di Bologna nelle sale che si stanno organizzando in proposito. Molte altre saranno disponibili anche sui canali televisivi pubblici o privati, sulle piattaforme delo streaming o attraverso i supporti (DVD o BluRay), fermo restando che vederle al cinema, nelle sale per le quali Fellini le aveva volute, è la migliore di tutte le opzioni possibili.

 

 

LO SCEICCO BIANCO

Uscì nel 1952: era il primo film girato interamente dal giovane Federico che nel 1951 era stato co-regista di Luci del varietà, insieme ad Alberto Lattuada, dopo qualche esperienza da sceneggiatore per Rossellini e per Germi.

Il soggetto di Lo sceicco bianco, per la verità, era stato ideato da Michelangelo Antonioni che, successivamente, lo aveva abbandonato nelle mani del produttore, (il che di frequente avveniva), in attesa di uno sceneggiatore e di un regista. Fellini aveva letto lo script, l’aveva ritenuto interessante e aveva accettato di occuparsene, purché gli si garantisse il pieno controllo di tutte le fasi della lavorazione, anticipando di una decina d’anni le richieste dei più grandi registi internazionali che, dalla seconda metà degli anni ’60, rivendicarono a sé il diritto all’intera responsabilità realizzativa dei loro film.

I personaggi  e il racconto

La storia è quella di due sposini, arrivati in treno a Roma dalla Calabria nel 1950, l’Anno Santo, in occasione del quale il Papa aveva previsto udienze straordinarie per le coppie dei giovani sposi in viaggio di nozze.
Fu così che Ivan e Wanda Cavalli (rispettivamente Leopoldo Trieste e Brunella Bovo) iniziarono nella città eterna la loro luna di miele e insieme la loro … separazione, forse la prima, o forse l’unica…Non è dato saperlo.

Wanda, inopinatamente, aveva abbandonato Ivan con uno stratagemma, per un’avventura che nelle intenzioni avrebbe dovuto durare poco più di un’ora, ma che si era protratta fino al giorno dopo. Aveva, infatti, voluto vedere e conoscere da vicino l’uomo che aveva acceso la sua ingenua immaginazione: lo sceicco bianco, al secolo Fernando Rivoli (interpretato dal giovane Alberto Sordi), eroe di un popolare fotoromanzo, all’epoca molto letto dalle ragazze alfabetizzate della piccola borghesia che alla lettura dei fumetti si affidavano per evadere dalla realtà paesana alquanto monotona e priva di attrattive, allettate da un mondo altro, perfetto ma inesistente, che offriva elementi di facile identificazione sentimentale.
Con ingenua trepidazione, eludendo la sorveglianza possessiva del marito, era uscita di corsa dall’albergo e si era avventurata per le strade di Roma che stava per celebrare una festa civile, portando con sé il regalo che aveva preparato per il suo sceicco (gli aveva già indirizzato tre lettere, sempre ricevendone risposta): un ritratto che lei stessa avea disegnato e firmato con lo pseudonimo Bambola Appassionata.

 Ivan non si era accorto di nulla: stanco del lungo viaggio in treno, si era addormentato, né si sarebbe svegliato senza il concitato bussare della cameriera: l’acqua calda del bagno, di cui Wanda aveva fatto richiesta, era traboccata (nella fretta di fuggire la sciagurata non aveva chiuso il rubinetto…).

Si precisano a poco a poco, nel corso del racconto, i tratti caratteristici del giovane sposo, che, all’inizio del film, appare anche troppo presuntuoso e vanaglorioso, emblematicamente rappresentativo dell’uomo del Sud di media cultura classica, convinto di avere, perciò stesso, diritto a un posto prestigioso nella pubblica amministrazione e anche alla carriera in vista di un futuro come politico democristiano: la sua famiglia, nella sua propaggine romana, e uno zio, impiegato in Vaticano, erano la garanzia di queste aspirazioni ambiziose; Ivan era anche convinto del diritto alla proprietà di Wanda, a cui avrebbe voluto insegnare a vivere secondo la stereotipata divisione dei ruoli della famiglia tradizionale.
In realtà Ivan era fragile e disorientato almeno quanto lei: due giovani inesperti entrambi, sperduti nel mondo caotico e volgare della capitale nell’immediato dopoguerra, popolata di uomini e donne apparentemente accoglienti, ma in realtà avidi, capaci di alternare cinismo e falsa condiscendenza, pur di accaparrarsi qualche mancia, o qualche favore.

Il film segue in parallelo le avventure di entrambi, prigionieri, anche se in modo diverso, di un’identità fittizia, e invischiati, senza volere in un tourbillon di eventi che li travolgono, privandoli di ogni capacità reattiva.

Fellini disegna perfettamente i due provinciali sperduti, attraverso scene che, tra lo scherzoso e il pietoso, ne definiscono il comportamento.
Di lui vorrei ricordare lo smarrimento durante la sfilata dei bersaglieri; la sosta al ristorante, costretto a recitare contro voglia una sua vecchia poesia d’amore e ad ascoltare i due menestrelli che per lui cantano un’insensata canzone; la presenza all’opera (il Don Giovanni, che Fellini riprende – con allusione maliziosa alle vicissitudini di Wanda – nel momento della seduzione di Zerlina: Vorrei e non vorrei…); l’inevitabile e dolorosamente comica denuncia alla polizia e, infine, l’incontro con le due prostitute romane (indimenticabile la Cabiria di Giulietta Masina), alla debole luce della luna.

Di lei vorrei ricordare l’incantamento per l’incontro con Marilena Alba Vellardi, la segretaria dello sceicco, attraverso la quale passava la corrispondenza per lui, che non la leggeva; lo stupore per la sfilata delle odalische e delle comparse; lo smarrimento per la direzione del fumetto da parte di un regista che urla e sbraita, maltrattando gli attori; la meraviglia per l’arrivo in altalena dello sceicco (scena davvero magistrale per la sintesi, tutta felliniana, dell’epifania favolosa con la reale volgarità dell’uomo (superbo Alberto Sordi, all’inizio di carriera); il compiacimento di essere con lui mentre le ammiratrici sono in cerca di un autografo; la solitudine disperata.

Il film si avvale della bellissima colonna sonora di Nino Rota: chi l’ascolta noterà le analogie con la musica delle opere felliniane che seguiranno.

Cercate di non perderlo.

La ragazza d’autunno

recensione del film:
LA RAGAZZA D’AUTUNNO

Titolo originale:
Dylda

Regia:
Kantemir Balagov

Principali interpreti:
Viktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Andrey Bykov, Igor Shirokov, Konstantin Balakirev, Kseniya Kutepova, Olga Dragunova, Timofey Glazkov, Alyona Kuchkova, Veniamin Kac, Denis Kozinets, Alisa Oleynik, Dmitri Belkin, Lyudmila Motornaya, Anastasiya Khmelinina – 134 min. – Russia 2019.

È arrivato in sala l’attesissimo secondo film di Kantemir Balagov, regista del bellissimo Tesnota, ora reperibile in DVD.
Nato nel 1991 e cresciuto alla scuola di A. Sokurov, l’enfant prodige ha imparato perfettamente a maneggiare gli strumenti del suo lavoro e questa volta ci ha raccontato, con impassibile distacco, alcune storie terribili dell’immediato dopoguerra (1945) a Leningrado, quando i nazisti se n’erano finalmente andati ed era consentito sperare che con la pace sarebbero tornate le condizioni della normalità quotidiana, per riprendere a vivere. Ai sopravvissuti si richiedevano però cure urgenti: a quelli, che erano rimasti e avevano patito la fame e il freddo resistendo per eroismo o per disperazione; a quelli che erano tornati dal fronte e che portavano nel corpo e nella mente i segni incancellabili dell’orrore più feroce e che ora, in ospedale, ricevevano le attenzioni e, quando possibile, le cure del medico e delle infermiere pietose e premurose, che tuttavia dovevano misurarsi con la scarsità dei farmaci, dei disinfettanti, dei bendaggi e persino dell’acqua, poiché il ritorno alla normalità non era questione di ore, ma di giorni e talvolta di mesi: tutto scarseggiava, persino i cani, che gli abitanti avevano sacrificato per sopravvivere.

Questo film, ispirato al romanzo La guerra non ha un volto di donna, della scrittrice Premio Nobel Svetlana Alexievich, tuttavia, non è un film sui reduci, o sui disperati che hanno perso in guerra i loro affetti, ma è una storia di donne, un racconto molto complesso e molto personale del regista che scava nel dolore femminile, spiegandone le ragioni:
Mi interessa il destino delle donne e, in particolare, di quelle che hanno combattuto nella seconda guerra mondiale […], la guerra che ha visto in assoluto la più massiccia partecipazione da parte delle donne. Come autore, mi interessa trovare una risposta alla domanda: cosa succede a una persona che la natura ha previsto per creare la vita, dopo essere sopravvissuta alle prove della guerra?

Era tornata dal fronte Masha (Vasilisa Perelygina), che a Leningrado aveva incontrato l’amica Iya (Viktoria Miroshnichenko), arruolata come lei nell’esercito, con compiti di “supporto”, eufemismo per nascondere la prostituzione organizzata dallo stato sovietico a sostegno delle truppe. Iya, detta la Spilungona (Dylda) o Giraffa per l’altezza spropositata, era presto tornata alla vita civile, ovvero a condividere con gli assediati la fame e il freddo, avendo manifestato la propria inidoneità all'”attività di supporto” nella forma di una transitoria epilessia che ne bloccava, all’improvviso, i movimenti. A lei, Masha aveva affidato Paska, il piccolo che aveva quasi miracolosamente partorito, fra un aborto e l’altro, perennemente a rischio in quella zona di guerra.

Al suo ritorno, Paska non c’era più e Iya si era assunta la responsabilità di quella scomparsa, accettando di risarcire l’amica con una maternità “per procura”, che avrebbe restituito a entrambe una ragione per vivere, allontanando i sensi di colpa e le umiliazioni accumulate nel passato e anche nel presente, quando tutti i nodi erano venuti al pettine e la disperazione era sembrata impadronirsi inesorabilmente delle loro giovani vite.

È un film sull’amicizia femminile, perciò, sugli sguardi e sui gesti della com-passione e della pietà, che si esprime senza parole, con i tempi lunghi necessari a lasciare intendere  l’indicibile; a confessare l’inconfessabile, a esprimere con timido pudore un’ambivalenza erotica che non può o non vuole palesarsi.
Sono anche altri i temi nascosti sotto il “velame de li versi strani” e sono tutti molto moderni: l’estrema pietà dell’eutanasia di fronte al dolore inutile e senza rimedio; le ingiustizie di classe e i privilegi di chi non ha dovuto sacrificare il proprio cane per nutrirsi; le lunghe code per un lavoro; l’ottusità dei burocrati; il permanere di un’arcaica cultura maschile che confina le donne e anche i “diversi” a un ruolo di perenne subalternità.
Dal film, che sembrerebbe molto triste, emerge invece la voglia di vivere dei personaggi, che sentono di nuovo in sé l’impulso a superare il momento più critico. Tutto questo diventa credibile grazie alla sinergia che si stabilisce fra le bravissime protagoniste, la volontà del regista di evitare un film “storico” per parlare con il linguaggio universale del sentire, espresso con asciutta e scarna sobrietà, lontana dal mélo e anche con i colori raffinati e caldi della splendida fotografia e dei bellissimi costumi.

Sorry, We Missed You

recensione del film:
SORRY, WE MISSED YOU

Regia:
Ken Loach

Principali interpreti:
Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor, Ross Brewster, Charlie Richmond – 100 min. – Gran Bretagna, Francia, Belgio 2019.

Sorry, We Missed You è un’espressione di cortesia che probabilmente conosciamo, almeno nella sua versione italiana: spiacenti, non vi abbiamo trovati! È esperienza diffusa che il nostro pacco sia arrivato fino a casa nostra e che ora a noi tocchi cercarlo perché il corriere non ci ha trovati. Il nostro stato d’animo indispettito ci suggerisce di non fare più acquisti on line, proposito che presto si vanifica di fronte alla mutata realtà: stanno scomparendo, uno dopo l’altro, i negozi sotto casa; si moltiplicano invece i furgoni degli addetti alla consegna, così come i motorini o i monopattini che sfrecciano veloci e quasi ci sfiorano, per recapitare pacchi, pacchetti e pacchettini con le merci di cui abbiamo fatto richiesta: effetti della globalizzazione e dell’accelerazione (?) impressa da Internet agli scambi commerciali. Questa è la quotidianità con cui facciamo i conti, della quale il vecchio Ken Loach si occupa in questo film, e lo fa come al solito mettendosi nei panni di chi lavora nei centri di smistamento delle merci che, trasportate dagli aeroporti, arrivano ai magazzini per essere separate e assegnate agli addetti che le  portano a destinazione, ovvero a noi.

Il lavoro

Si chiama Ricky Turner (Kris Hitchen) il lavoratore da troppo tempo disoccupato e ormai quarantenne, di cui seguiremo le peripezie. Aveva deciso di “automunirsi”, acquistando a rate  il furgone bianco per la consegna delle merci che gli avrebbe facilitato il nuovo impiego. Questo infatti richiedeva l’inserzionista, il padrone che non si chiama più così, ma che da padrone gli parla quando gli spiega che cosa dovrà fare. Il furbacchione, infatti, si limita a organizzare i trasporti di quelli come lui e anche di quanti, non disponendo di mezzo proprio, si mettono alle sue dirette dipendenze come lavoratori subordinati. Nonostante l’apparente differenza delle condizioni, però, quel lavoro è infernale per tutti, sfruttamento allo stato puro, senza garanzie e senza limiti d’orario, sempre spiati  dall’implacabile “telecomando” elettronico che registra tempi e spostamenti, e che impedisce soste, riposo e solidarietà di classe.

La famiglia

Un inferno per tutti sta diventando anche la vita delle famiglie. La cinepresa di Ken Loach segue ancora una volta Kriss, nella vita privata: ha una moglie, la dolce e paziente Abbie (Debbie Honeywood), che lavora occupandosi con rispettosa dedizione di anziani e malati, sacrificando il proprio tempo soprattutto sui mezzi pubblici: le rate del furgone rendono impossibile alla famiglia sostenere le spese per una seconda auto. I figli, adolescenti smarriti, soffrono, nel corpo e nell’anima, il disagio crescente di chi ha perso i riferimenti affettuosi ed è costretto a vivere senza l’amorosa fermezza dei genitori che aiuta a orientarsi nella vita.

 

 

Come si vede, il film non ci dice cose molto diverse da quelle che nei loro articoli ci comunicano i sociologi, che sono diventate, nella vulgata giornalistica, noiose ovvietà. Eppure, questo film non contiene ovvietà: si piange con i suoi infelici protagonisti, perché nelle riprese del grande Ken Loach essi sono uomini, donne e ragazzi veri nel loro dolore e nelle loro sofferenze, credibili nelle loro aspirazioni, sanguinanti nelle loro ferite, tumefatti per i continui colpi che ricevono. Il film diventa, perciò, ancora una volta, non solo una potentissima denuncia, ma una rappresentazione del nostro vivere e soffrire in un mondo sempre più ingiusto e sempre più indifferente. Ken Loach, l’ottantaduenne lucidissimo  nella sua disperazione,  ancora ci commuove ed è certamente, come spesso gli si rimprovera, uomo di parte nonché cineasta schierato. Aggiungerei che è un grande vecchio ancora appassionato per le sorti dell’umsanità, per nostra fortuna!

Il mistero Henri Pick

recensione sel film:
IL MISTERO HENRI PICK

Titolo originale:
Le mystère Henri Pick

Regia:
Rémi Bezançon

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Camille Cottin, Alice Isaaz, Bastien Bouillon, Josiane Stoléru,
Astrid Whettnall, Marc Fraize, Hanna Schygulla, Marie-Christine Orry, Vincent Winterhalter
-100 min. – Francia, Belgio 2019.

Jean Michel Rouche (che ha il volto di Fabrice Luhini) era, prima di essere licenziato dalla TV, il critico letterario più popolare di Francia, almeno quanto Fred Koskas (Bastien Bouillon) era l’aspirante scrittore più sfortunato.

Jean Michel conduceva una seguitissima trasmissione della TV francese per promuovere i libri degli scrittori-fai-da-te  (quelli che vorrebbero essere pubblicati); Fred Koskas era uno dei molti scrittori rifiutati (quelli che gli editori non pubblicano, anche perché non li leggono).
La vicenda*, intricata e intrigante, si svolge tra Parigi, sede del canale televisivo dedicato agli aspiranti scrittori e la Bretagna della regione di Finistère, dove una sala della biblioteca pubblica di Crozon ospita nelle apposite cartelline i dattiloscritti dei libri mai pubblicati. Lì era finito il romanzo di Henry Pick, Les Dernières Heures d’une histoire d’amour, racconto della fine di una storia d’amore, che procede parallelamente a quello delle ultime ore dello scrittore AlexanderPushkin.

Henry Pick, morto da due anni, l’aveva scritto di nascosto, all’insaputa dei familiari più stretti e dei suoi vicini, che lo ritenevano un bravissimo e sopraffino intenditore di farine e di pizze, ignorando che avesse una doppia vita fatta di studi e di cultura russa. Il suo manoscritto segreto, conservato a Crozon, era stato scoperto e pubblicato per merito di Daphné Despero (Alice Isaaz), talent scout di un editore, ed era diventato un caso letterario di cui tutta la Francia dei lettori e dei critici discuteva animatamente.
Jean Michel Rouche si era giocato la carriera televisiva proprio per aver messo in dubbio pubblicamente, forte della sua credibilità, l’identità dell’autore, pizzaiolo davvero singolare! Il licenziamento e la ritrovata libertà di giudizio, lo avevano spronato all’indagine su quello strano romanzo e alla minuziosa ricostruzione delle circostanze che ne avevano permesso la fortuna letteraria…

Il film, dunque, segue la detection di Jean Michel e diventa un thriller condotto con la tensione sufficiente a coinvolgere la nostra curiosità, imparando qualcosa anche sulle strategie che inducono l’industria culturale a promuovere o a rifiutare la pubblicazione di un’opera letteraria.

È un discreto film, non un capolavoro, ma merita una visione, per la bella performance di Fabrice Luchini, insuperabile nel ruolo dell’intellettuale disincantato e un po’ cinico e anche per la presenza inattesa della sempre bella Hanna Schygulla, che dignitosamente e amabilmente sa mostrare l’avanzare dell’età.

 

 

* ispirata al romanzo di David Foenkinos che ha lo stesso titolo del film.