I ponti di Sarajevo


recensione del film:
I ponti di Sarajevo

Titolo originale:
Les ponts de Sarajevo

Registi:
Ursula Meier, Aida Begic, Leonardo Di Costanzo, Jean-Luc Godard, Kamen Kalev, Isild le Besco, Sergei Loznitsa, Vincenzo Marra, Vladimir Perisic, Cristi Puiu, Marc Recha, Angela Schanelec, Teresa Villaverde

– 114 min. – Francia, Italia, Svizzera, Bosnia-Herzegovina, Bulgaria, Germania, Portogallo 2014

Alla ricerca degli introvabili film di Cristi Puiu, mi sono imbattuta in questo DVD, che del bravissimo regista di SieraNevada contiene un breve “corto”: il suo, insieme ad altri dodici, è il contributo a una riflessione collettiva di tredici cineasti europei sulla Prima guerra mondiale, a distanza di un secolo dal suo inizio (1914 – 2014).

Il film, presentato con successo nel 2014 al Festival di Cannes, nasce dal progetto, coordinato da  Jean-Michel Frodon, di creare un lavoro in cui opere diverse  rappresentassero, dialogando fra loro, i due aspetti della città di Sarajevo: quello dell’utopia, che era sembrata possibile, della convivenza pacifica fra uomini “diversi ” e quello della tragedia di una guerra civile che era sembrata incredibile. All’inizio del secolo in quella città era maturata la cospirazione di alcuni intellettuali contro l’occupazione austriaca e lì, il 28 giugno del 1914, era stato compiuto l’attentato di Gavrilo Princip contro l’arciduca Francesco Ferdinando, erede del trono imperiale asburgico, ciò che aveva innescato l’immediata dichiarazione di guerra austriaca e, nel giro di pochi giorni, la  prima guerra mondiale. Ci ricorda il film che furono massacrati 19 milioni di uomini, in Europa, nel corso di quella guerra atroce, sacrificati sull’altare del nazionalismo. Dopo quella carneficina, mugugni revanchisti pericolosamente accompagnandosi alla xenofobia e all’antisemitismo attraversarono il vecchio continente, né cessarono dopo la seconda guerra mondiale: perdurarono, anzi, fino a esplodere alla fine del secolo, quando si disgregò la Jugoslavia. La bellissima Sarajevo, città pacificata in cui etnie, religioni e culture diverse avevano provato con successo  a convivere pacificamente, fu travolta e assediata (1992) dai serbi sostenitori della purezza etnica. Dapprima essi ne colpirono i simboli più antichi e prestigiosi, come l’antica biblioteca (venne incendiata e  distrutta una delle più importanti e rare raccolte di testi antichi ebraici e musulmani) che fu solo in parte salvata dal coraggio degli abitanti; dal 1993 agli abitanti assediati vennero tagliati i rifornimenti alimentari e l’acqua. Solo dopo  l’Accordo di Dayton (1995), ebbe fine lo strazio della città, ma non terminarono  le sofferenze dei sopravvissuti che ancora portavano in sé le tracce delle ferite più profonde e dei lutti, che avevano colpito quasi ogni famiglia.

A vent’anni di distanza, dunque il film a episodi sulla città ci offre importanti spunti di meditazione, pur nel diverso spessore, anche artistico, dei diversi contributi. Certamente, fra tutti, Jean-Luc Godard offre il “corto” più prestigioso e innovativo, che, per altro, riprende e prosegue il suo breve racconto su Sarajevo del 1993 Je vous salue, Sarajevo; così come  certamente è grandissimo il piano-sequenza di Cristi Puiu, che con graffiante ironia ci parla del pregiudizio xenofobico e razzista onnipresente (e ridotto, addirittura a  senso comune)  là dove meno te l’aspetteresti e nel tempo meno adatto (la vigilia di Natale). Altrettanto eccezionale è la qualità del racconto di Ursula Meier: una pallone ricuperato dal piccolo Buju tra le fittissime tombe del cimitero musulmano che un improvvisato campo di calcio separa dal cimitero cristiano.

Riconosciuto lo spicco considerevole di questi tre episodi sugli altri, tengo tuttavia a sottolineare che il diverso approccio di ogni regista e soprattutto l’intento umanitario del film nel suo complesso rendono ingiusta qualsiasi classificazione, perché, come sottolinea lo spagnolo Marc Recha nel suo episodio rivolgendosi, con voce fuori campo, al giovane Zan,  “tu non sai niente”, “tu non hai visto niente”, adattando, al contesto diverso, le parole ricorrenti famose di Hiroshima mon amour.
Il tempo passa, infatti, e sbiadisce la memoria dei più anziani, mentre le nuove generazioni che per loro fortuna non hanno visto, non sanno davvero niente e hanno bisogno urgente che, anche attraverso film come questo, arrivino loro, insieme alle emozioni che qui non mancano, le informazioni utili a risparmiare in futuro altri strazi e altri dolori così terribili.
Un aspetto non secondario del film è dato dalle  bellissime sequenze animate (realizzate da François Schuiten e Luís da Matta Almeida) che collegano i singoli episodi fra loro: due mani si cercano e si incontrano per formare, fra mille difficoltà, un ponte sulla città.

 

Lady Macbeth


recensione del film:
LADY MACHBETH

Regia:
William Oldroyd

Principali interpreti:
Florence Pugh, Cosmo Jarvis, Paul Hilton, Naomi Ackie, Christopher Fairbank, Golda Rosheuvel, Anton Palmer, Rebecca Manley – 89 min. – Regno Unito 2016.

Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk è il racconto russo (1865) di Nikolaj Semënovič Leskov che ha ispirato questo film, il primo di William Oldroyd, apprezzatissimo regista teatrale londinese. Se però consideriamo complessivamente quest’opera, che il regista ambienta negli anni vittoriani, possiamo trovarvi temi o suggestioni da altri famosi romanzi di quello stesso periodo, quali, ad esempio, Lady Chatterley Lover di D.H. Lawrence e Thérèse Raquin di Emile Zola. La tragedia di Shakespeare, ça va sans dire, è sullo sfondo: sintesi di millenarie superstizioni misogine, che collegano alla “tentazione” sessuale, per sua natura diabolica e incarnata dal corpo femminile, una presunta sottomissione maschile al volere e al potere delle donne.

Si chiamava Katherine ed era poco più di un’adolescente la bella ragazza che aveva sposato, senza averlo scelto, Alexander, un nobile, proprietario insieme al padre (che viveva con lui) di un cupo castello della campagna scozzese, attraversata dai venti tempestosi e gelidi delle Highlands. Il padre, desideroso che la proprietà passasse nelle mani di un erede, aveva condotto col padre di lei una trattativa mercantile, quasi una compravendita, per concludere quel matrimonio che, non diversamente da altri a quei tempi, imponeva alle donne la sottomissione al maschio di casa  e gravidanze a ripetizione, secondo la volontà non discutibile del marito-padrone.

L’oltraggiosa indifferenza di Alexander per Katherine si era manifestata con arroganza fin dalla notte delle loro nozze,  fallimentare per lui e umiliante per lei. In futuro, egli, pur non apprezzando le grazie della giovane moglie, si sarebbe preoccupato soprattutto di contenerne la vitalità prorompente, imponendole una clausura pressoché totale, di cui si rendevano garanti suo padre e l’autorità religiosa di quel territorio, un prete attentissimo a salvaguardarne la virtù. Era accaduto, però, che suocero e marito avessero dovuto abbandonare per un po’ la proprietà alla volta di Londra e che Katherine, umiliata e offesa, nonché carica di odio, si fosse trovata all’improvviso libera, nella condizione ideale per il clamoroso tradimento che avrebbe dato una svolta decisiva alla sua vita. Un incontro inatteso con il mondo degli stallieri e dei lavoratori di casa, impegnati a torturare sadicamente l’ancella nera, addetta ai servizi della sua persona, aveva acceso la sua rabbia sdegnosa e, insieme, la sua curiosità. Aveva assistito a una scena sordida che l’aveva turbata profondamente, combattuta fra l’orrore sincero per quella manifestazione erotica brutale  e la curiosità per la sensualità sfrenata di quegli uomini. Di lì a poco le sue contraddittorie emozioni avrebbero trovato una risposta proprio tra le braccia di Sebastian, il palafreniere che durante quell’episodio si era maggiormente distinto per  la selvaggia ferocia.

Sarebbe arrivato ben presto, per lei, il momento della resa dei conti: dapprima aveva sopportato le allusioni del prete, poi aveva udito, con apparente rassegnazione, le pesanti insinuazioni del suocero che, tornato al castello, era intenzionato a farle pagare l’adulterio che gli era stato riferito; infine, aveva dovuto subire, ma solo fino a un certo punto, le ingiurie insolenti del marito, accompagnate dal suo disprezzo insopportabile. Katherine, novella Lady Macbeth, si sarebbe liberata di entrambi col delitto, senza i rimorsi, che,  come nella tragedia shakespeariana, avrebbero tormentato solo la coscienza di lui, Sebastian, il suo principale complice, ma anche colui che per origine e classe sociale era destinato fin dall’inizio a soccombere.

I cupi e terribili sviluppi successivi, che non intendo rivelare, permettono a Katherine di rafforzare la propria posizione di potere, ora che, dopo la morte del marito e del suocero, è rimasta l’unica proprietaria del castello e che usurpatori inattesi e molto agguerriti stanno insidiando il suo futuro e soprattutto quello del figlio (che è di Sebastian) che sente crescere in sé.  A reclamare la propria parte nel diritto di successione è, sorprendentemente, un altro figlio, di colore, ciò che introduce risonanze di bruciante e quasi anacronistica attualità in un film girato nei severi abiti vittoriani e negli ambienti austeri di quella dimora, privandolo definitivamente del compiacimento romantico di molti film inglesi in costume.
La messa in scena, quanto mai scarna, ricostruisce la severità drammatica del castello e la tristezza violenta del paesaggio del Nord Est scozzese, sfondi che riflettono in modo molto pertinente l’essenza profonda del personaggio di Katherine, spesso ripresa con i primi piani che ne sottolineano di volta in volta la solitudine, la determinazione, la grandezza sinistra. Grandissima è l’attrice (Florence Pugh) che la interpreta, perfettamente a proprio agio in ogni momento del film.

Film da vedere, soprattutto da chi non teme i violenti pugni allo stomaco che arrivano un po’ per volta, senza pietà!

 

Sieranevada


recensione del film:
SIERANEVADA

Regia:
Cristi Puiu

Principali interpreti:
Mimi Branescu, Judith State, Bogdan Dumitrache, Dana Dogaru, Sorin Medeleni, Ana Ciontea, Mirela Apostu, Eugenia Bosânceanu, Ilona Brezoianu, Ioana Craciunescu, Valer Dellakeza, Aristita Diamandi, Simona Ghita, Marin Grigore – 173 min. – Francia, Romania, Bosnia-Herzegovina 2016.

Il curioso titolo di questo film non allude in alcun modo al suo contenuto, che non è, infatti, né il remake di un western famoso, né un documentario sui monti  spagnoli, per parlare dei quali non si è forse badato troppo all’ortografia. È, invece, un significante senza significato, perché così ha voluto il regista, il rumeno Cristi Puiu, per impedirne, in tal modo, una qualsiasi arbitraria traduzione.
Se invece ci addentriamo nell’analisi di questo straordinario film, ci rendiamo conto che il “nonsense” del titolo potrebbe diventare la chiave di lettura dell’intero svolgersi, dalla prima all’ultima scena, del racconto, che per questa ragione ha richiamato alla mia memoria almeno due grandi film di Luis Buñuel: L’angelo sterminatore e Il fascino discreto della borghesia, fra i quali (nonostante l’innegabile diversità) credo vada cercato il suo precedente illustre, ben più che in Parenti serpenti di Monicelli che pure gli è stato accostato.

Ci troviamo nella Romania del 2014: lo apprendiamo dal notiziario trasmesso, nel corso del film, da un televisore acceso, che parla della strage al Charlie Hebdo, di tre giorni prima. In un alloggio di Bucarest sta per essere celebrata la solenne cerimonia di commemorazione funebre del capofamiglia, morto da quaranta giorni, ma, secondo la tradizione, anima in pena in attesa di trovare la propria pace grazie al rito di commiato, che sarà celebrato dal pope. Tutto è predisposto: la tavola imbandita per il pranzo di famiglia; la stanza con l’abito buono del morto che dovrà essere benedetto e successivamente indossato da uno degli eredi; la cucina in cui alcune donne si avvicendano per la preparazione di qualche tramezzino, visto che il pope è in viaggio ed è in ritardo. Un po’ alla volta, intanto, arrivano gli invitati, dai figli, ai nipoti, ai fratelli, ai cognati in un mescolarsi confuso che all’inizio ci spiazza, perché, in tanto caotico succedersi degli arrivi è difficile comprendere quali siano i rapporti di parentela. Si comprende invece, quasi subito, che questi non sono così importanti: al regista interessa invece delineare i tipi umani protagonisti ora patetici, ora comici, ora grotteschi di ciò che accade in quell’alloggio, gremito di mobili, cibi e suppellettili, oltre che di persone, claustrofobico ambiente nel quale si passa il tempo in attesa che la cerimonia si compia e ci si metta a tavola. Il film è dunque girato quasi esclusivamente in quell’ interno, con la tecnica del piano-sequenza che segue parole e accadimenti da una stanza all’altra. Gli ospiti si spostano;  i battenti delle porte si aprono e si chiudono; le donne più anziane stanno intorno alla vedova, che è malata, fa la calza prende le medicine e dispensa consigli; le più giovani sono in cucina; una vecchia zia, che con Ceausescu aveva conosciuto tempi migliori, con un bianco colbacco si aggira fra i gruppi degli ospiti rimpiangendo i tempi del socialismo reale, quando tutti (e lei sicuramente) stavano meglio, la società era più giusta e ai giovani si trasmetteva cultura, ideali e buona creanza… Gli uomini, invece, si lasciano coinvolgere da un barbuto giovanotto che si muove su Internet, dai cui siti gli arrivano le terrificanti notizie del complotto internazionale che dall’11 settembre a Charlie Hebdo sta avvolgendo il pianeta in una spirale di terrore. Lary, il figlio maggiore del defunto, ex medico che ora vende farmaci per guadagnare di più, se la ride del socialismo reale e dei complotti e aspetta che torni dalla spesa al Carrefour la moglie, delusa dal matrimonio e dal comportamento del marito. Arrivano poi due ospiti poco graditi: una giovane figlia, trasgressiva e impresentabile, che accompagna in quella casa un’amica ubriaca (o drogata?), che dorme e vomita a intermittenza, nonché un uomo di mezza età, marito di una delle donne, grossolano nei modi e nel linguaggio. All’arrivo del pope, nei paramenti del lutto, la famiglia sembra ricomporsi, per sbandare subito dopo, nell’ attesa del pranzo, continuamente scandita da incidenti di varia natura: l’abito del morto è fuori misura; una sarta che se ne vorrebbe andare, è costretta a ripararlo in fretta e furia, per non parlare di quella camicia che fra spilli e piegoline, infine viene indossata; si sveglia la neonata, che beatamente aveva ignorato il trambusto e il pope, ma che ora reclamava il suo biberon  che andava scaldato, mentre diventano acute le tensioni fra i suoi giovani genitori; arriva la moglie di Lary, ma le occorre aiuto, perché non riesce a difendersi dai minacciosi energumeni che bloccano i movimenti della sua auto. Usciamo, allora, insieme a Lary,  finalmente fuori dalla babele di quell’alloggio e respiriamo, per la seconda volta (la prima era stata all’inizio del film), l’aria gelida di una Bucarest invernale, in cui i rissosi inquilini di un caseggiato ricoprono di insulti e contumelie i due coniugi che a stento riescono a liberarsi di loro e a trovare un parcheggio. Finalmente sono soli; finalmente, nel silenzio del loro improvviso isolamento, trovano il coraggio per confessarsi tradimenti e incomprensioni, per dirsi cioè le cose che in fondo entrambi conoscevano ma sulle quali preferivano fingere di nulla. Non era rimasto, però, molto tempo per riflettere e recriminare. Si era fatto tardi e occorreva salire in quell’alloggio dove tutti li aspettavano per mangiare. Qualcuno avrà avuto ancora fame?

Il film si svolge dunque fra due momenti “esterni”, all’inizio e al termine di quella tremenda giornata, che offrono il desolato e significativo ritratto di una città caotica, rumorosa e senza regole, di cui gli abitanti con i loro comportamenti strampalati, spesso incivili e arroganti non sono che un rassomigliante prodotto: sempre in affanno, con i nervi a fior di pelle, condannati a vivere insensatamente alla perenne ricerca di denaro, in base al quale soltanto in Romania come dappertutto si misura il successo e il prestigio. Sembra essersi emblematicamente compiuta, nell’Est del comunismo dei satrapi, la transizione insidiosa verso i “valori” di un occidente europeo tanto ammirato, quanto, a sua volta in profondissima crisi di ideali e di valori. Le tre ore del film volano, tanto è vicino anche a noi il racconto del nonsenso di quelle vite, e l’inquietudine per quella crisi. Da vedere!

All’ombra delle donne


recensione del film:
ALL’OMBRA DELLE DONNE

Titolo originale:
L’ombre des femmes

Regia:
Philippe Garrel

Principali interpreti:
Clotilde Courau, Stanislas Merhar, Lena Paugam, Vimala Pons, Mounir Margoum, Antoinette Moya, Thérèse Quentin, Jean Pommier – 73 min. – Francia 2015

Pierre (Stanislas Merhar) e Manon (Clotilde Courau) vivono a Parigi, sono sposati  e si amano. Lui è un cineasta con molte ambizioni che non ha ancora avuto modo di farsi apprezzare; lei è una donna ricca di cultura e di talento, che ha rinunciato a realizzare se stessa per stare vicina a lui e incoraggiarne i progetti, aiutandolo nel montaggio dei film. Vivono poveramente in un vecchio appartamento, vessati da un padrone di casa che li minaccia di sfratto se non si prenderanno maggiore cura dell’ alloggio. In prospettiva, però, il progetto di un bel documentario sembra schiudere ai due un avvenire più sereno: raccoglieranno le memorie, mai ascoltate finora, di un vecchio partigiano francese,  per ricostruire i giorni della Resistenza a Parigi, lavoro particolarmente significativo oggi, quando il ricordo di quell’epoca si fa lontano e diventa sempre più sbiadito.
Il loro matrimonio perfetto, però, viene messo ben presto alla prova: da un incontro casuale con una bella stagista di nome Elisabeth (Lena Paugam), nasce inattesa, infatti, l’avventura erotica di Pierre, che da subito chiarisce crudelmente alla donna la natura necessariamente clandestina dei loro incontri: è sposato, ama sua moglie e non intende lasciarla per lei.
Lui, lei, l’altra. ovvero il triangolo amoroso vecchio quanto il mondo, dunque? Non proprio: grazie al prezioso suggerimento dell’amico e co-sceneggiatore  Jean-Claude Carrière (proprio lo stesso di molti indimenticabili film di Buñuel), il regista oppone all’asimmetria del tradimento di Pierre, il tradimento di Manon, mettendo in scena i riflessi che si accendono nell’animo di lui e interrogandosi sulle loro conseguenze nel rapporto d’amore e di complicità che lo legava a lei.
Come sempre nei film minimalisti di Garrel, bastano alcuni particolari della vita quotidiana dei suoi personaggi per evocare potentemente la “situazione” da cui nasce il racconto, che, anche in questo caso, come nel precedente Jalousie, è l’indagine su una coppia che sta per entrare in crisi, questa volta per l’irrazionale presunzione maschilista di Pierre e per l’intuito infallibile di Manon che le permette di cogliere dai più piccoli indizi il suo tradimento. Senza scenate e senza drammi, Manon cede pertanto alle lusinghe di un uomo innamorato di lei…

Una vicenda dolorosa ma abbastanza risaputa d’amore e di gelosia diventa ora l’occasione per confrontare due diverse visioni dell’amore e nello stesso tempo per comprendere quanto possa costare  sul piano delle emozioni, ma anche su quello delle rinunce, un rapporto di coppia, che non è mai perfetto, ma che richiede continui adattamenti e compromessi, proprio come (lo scopriremo alla fine) quel film sulla Resistenza a Parigi che si può buttare via (o no?) dopo che si è chiarita l’impostura del sedicente ex partigiano.
Anche questa volta, in soli 73 minuti, con un prezioso bianco e nero, Garrel sviluppa il suo “teorema” catturando la nostra attenzione partecipe, con grande poesia e semplicità, lasciando alla voce fuori campo del figlio Louis i commenti saggiamente ironici sull’avvicendarsi dei fatti.
Da vedere sicuramente: purtroppo, per il momento, è presente solo a Torino!

Cuori puri


 

recensione del film:
CUORI PURI

Regia:
Roberto De Paolis

Principali interpreti:
Selene Caramazza, Simone Liberati, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce, Antonella Attili, Federico Pacifici, Isabella Delle Monache – 114 min. – Italia 2017.

 

Stefano (un grandissimo Simone Liberati) era vicino ai suoi venticinque anni e forse stava per lasciarsi alle spalle un durissimo passato, grazie al lavoro precario che, nelle sue intenzioni, avrebbe  dovuto permettergli di mantenersi, sia pure modestamente. Era stato assunto per tenere in ordine e sorvegliare il parcheggio di un discount della periferia romana: le auto non dovevano subire furti, né ammaccarsi per le continue irruzioni dei monelli stranieri (rom e non solo) che giocavano al pallone dall’altra parte della strada, dove sorgeva il campo che li ospitava. Essi sconfinavano, spesso e volentieri, però, oltre le reti di protezione dell’area del supermercato, ciò che non rendeva semplici, anche se ce la metteva tutta, i suoi compiti: qualche volta allora si lasciava trasportare dall’ira e reagiva con violenza, scatenando risse non certamente utili a sé, né alla fama del discount e neppure alle auto parcheggiate.
Altre volte, invece, avendo ben conosciuto la durezza della vita, si lasciava prendere dalla compassione, come era successo quando aveva lasciato fuggire una ladruncola dallo sguardo disperato, sbucata chissà da dove, e acciuffata dopo un lungo inseguimento, mentre stava portandosi via un cellulare di scarso valore, nel  bellissimo piano-sequenza con il quale si apre il film. Della storia di lui e di quella di lei, che si chiamava Agnese (una eccellente Selene Caramazza) ed era appena diciassettenne, gli spettatori conosceranno a poco a poco alcuni particolari, sufficienti per comprendere il presente difficilissimo di entrambi, e per immaginare un futuro probabilmente chiuso a qualsiasi prospettiva di riscatto, nonostante la tenera storia d’amore che presto sarebbe nata fra loro, e che sarebbe diventata anche una storia di reciproca solidarietà.
Sul presente di Stefano pesava, infatti, una famiglia impoverita, ora anche sfrattata e buttata letteralmente sulla strada, che si stava rivolgendo a lui, che ne era fuggito molto giovane non sopportando i maltrattamenti del padre violento e fannullone; sul presente di Agnese pesavano invece i sensi di colpa indotti dalle intelligenti e persuasive parole del suo parroco (Stefano Fresi), apparentemente di larghe vedute, e purtroppo resi più tormentosi da sua madre, donna della media borghesia romana (Barbora Bobulova), che sembrava amabile ed evoluta, ma che in realtà era ossessionata dal timore che la figlia non arrivasse vergine al matrimonio. Il regista segue da vicino, con la macchina a mano, con delicatezza e trepidazione, la loro storia tenerissima; il suo intrecciarsi con i condizionamenti impossibili da rimuovere; il suo trasformarsi quasi inevitabile in una vicenda cupa e disperata, regalandoci un gran bel film,duro ed essenziale, evitando di farne un insopportabile mélo e, meritoriamente, di ridurlo a descrizione sociologica. Egli si accontenta, invece, di inserire organicamente nel racconto, con notevole e realistica efficacia, i personaggi di una Roma di borgata, profondamente vera e attuale, terreno di coltura di un pericoloso malcontento xenofobo e di una delinquenza organizzata, pronta a cogliere le situazioni disperate per trarne il profitto più infame.

Presentato con successo all’ultima rassegna di Cannes, nella sezione Quinzaine des réalizateurs, il film è visibile in un buon numero di sale italiane. Da non perdere!

Una vita


recensione del film:
UNA VITA

Titolo originale :
Une vie

Regia:
Stéphane Brizé

Principali interpreti:
Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Yolande Moreau, Swann Arlaud, Nina Meurisse, Olivier Perrier, Clotilde Hesme, Alain Beigel, Finnegan Oldfield, Lucette Beudin, Jérôme Lanne – 119 min. – Francia, Belgio 2016

“Pour être fidèle, il faut trahir”… “L’adaptation est une bataille contre la littérature” (Stéphan Brizé)

Non era stato sicuramente facile* per il regista Stéphan Brizé ricavare dal lungo e articolato romanzo di Guy de Maupassant, che portava nel cuore fin dalla prima lettura di venti anni prima, questo bellissimo film, ovvero la storia di Jeanne Le Perthuis des Vauds, che, uscita dal collegio a soli 17 anni nel 1819, era rientrata nella dimora di famiglia in Normandia in attesa di prendere marito.
La vicenda, in breve
I genitori di Jeanne erano nobili e vivevano con semplicità delle rendite agricole delle loro proprietà. Essi, pur cercando di coinvolgerla nella gestione della casa, compredevano che un adeguato matrimonio con un giovane del suo rango avrebbe potuto vincere la sua noia per la vita in campagna, senza nulla togliere al prestigio della casata. Fu così che Jeanne sposò Julien de Lamare, giovane barone squattrinato, dal cui fascino era stata subito sedotta. Quell’apparente matrimonio d’amore presto si era rivelato però molto deludente: arrogante nei modi, pieno di pretese, avaro oltre misura, Julien era anche un impenitente sciupa-femmine che passava con disinvoltura dallo squallore “medioevale” degli amori ancillari, alla trasgressione con la signora “per bene” che col marito frequentava la loro casa, ciò che fu all’origine della sua tragica morte precoce. Da quell’amore così imperfetto, tuttavia, era nato Paul, dal quale, in seguito, purtroppo, sarebbero arrivate nuove e cocenti delusioni per Jeanne.
La realizzazione del film e il rapporto col romanzo
Tutta la vicenda, di cui ho dato sommariamente conto, parrebbe dunque ridursi alla successione delle sventure di Jeanne, ovvero di una donna che, come tante altre, aveva cercato la propria felicità nell’ amore e che invece aveva dovuto sopportare umiliazioni e tradimenti, invischiata in una rete di rapporti sociali nei quali della volontà femminile nessuno si preoccupava: quasi il soggetto ideale di un mélo non molto originale o di una storia in costume, evocativa di tempi tramontati. Il film però non è né un lacrimoso mélo, né una storia in costume, grazie alla profonda adesione allo spirito del romanzo da cui prende le mosse, nel quale il personaggio di  Jeanne  non subisce gli eventi non sempre felici della sua esistenza, ma li vive guidata costantemente dalla bussola dei propri ingenui ideali, che, nonostante le sconfitte, riesce a mantenere intatti fino all’ultimo giorno e che le permettono di prendere le distanze dall’ipocrisia e dalla menzogna del mondo che la circonda, e di accettare serenamente ciò che di buono e di meno buono lo scorrere del tempo riserva a lei come a tutti.
Il film però presenta, rispetto al romanzo, uno svolgimento originale e autonomo grazie al quale evita l’appiattimento della narrazione che sarebbe stato quasi inevitabile in una trasposizione troppo strettamente fedele della vicenda. Il regista (le cui dichiarazioni in proposito ho posto nell’incipit di questa recensione), per evitare di trasformare questa sua pellicola in una storia in costume, ha dovuto tradire il romanzo amatissimo di Maupassant, non solo sfrondandolo e privandolo (fra mille esitazioni), di alcuni personaggi importanti, per contenerne la durata, ma anche cambiandone il punto di vista e di conseguenza la struttura temporale. Il film infatti acquista movimento e ci coinvolge proprio evitando la diacronia della narrazione e utilizzando invece gli strumenti tipicamente cinematografici del flashback e del flashfoward, ignorando successione lineare dei fatti per ricondurli tutti e sempre alla soggettività di Jeanne, alle associazioni di volta in volta stabilite dalla sua mente, al suo modo di viverli e di interpretarli, alle sue aspettative e alle sue illusioni. A questo scopo egli si è servito anche del desueto formato 4:3 che gli ha permesso di girare, avvicinandosi direttamente con la camera a mano al volto della sua eroina, ricavandone i primi piani che ne enfatizzano oltre che gli stati d’animo gioiosi o dolorosi, i dubbi, le oscillazioni e infine la fiducia nella vita e negli altri. Ne è risultata una elaborata e raffinatissima pellicola, che si è avvalsa della grande e perfetta interpretazione di Judith Chemla, determinante per la riuscita di questo non facile personaggio, nonché di quella di tutti gli altri attori, molto bravi e ben diretti.

Il film era stato presentato al Festival veneziano dell’autunno scorso, dove aveva ottenuto un buon successo di critica e di pubblico.

Dello stesso regista il pubblico italiano potrebbe ricordare, forse, un altro film (meno bello, secondo me), che a Cannes nel 2015 era valso a Vincent Lindon la Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile: La legge del mercato; anche in questo caso, la storia di un eroe solitario che aveva tenuto ferma la volontà di mantenere puri e incontaminati gli ideali della propria vita.

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*Sulle difficoltà della trasposizione, dal grandissimo e amatissimo romanzo al film, il regista non ha fatto mancare le interviste, quasi per giustificare il tradimento di un testo molto bello e molto conosciuto, almeno in terra di Francia. Molte di queste interviste meriterebbero qualche meditazione non solo  perché aiutano a capire la genesi di questo film ma perché offrono un contributo anche teorico a sostegno dell’autonomia dei film che ricavano il proprio soggetto dalle opere della letteratura. Capita spesso di leggere valutazioni fondate sul preconcetto che essendo il cinema un’arte minore rispetto alla letteratura, qualsiasi giudizio sulle opere tratte da racconti o da romanzi di grande importanza non può che derivare dalla loro fedeltà alla fonte che le ha ispirate. A questa infondata convinzione va ricondotta anche l’affermazione molto diffusa (ne è il corollario) che prima di vedere un film tratto da un romanzo sarebbe meglio conoscere il romanzo stesso, sottintendendo che solo in questo modo sia possibile dire se il film sia più o meno riuscito (ovvero se l’imitazione sia stata sufficientemente fedele). Un film è un film; un romanzo è un romanzo; una parafrasi resta una parafrasi ovvero un esercizio un po’ pedantesco, del tutto inutile al buon cinema: meglio farsene una ragione!

QUI potete trovare, se siete interessati, la sintesi tradotta in italiano di una lunga intervista rilasciata dal regista al sito francese AlloCiné

Ritratto di famiglia con tempesta


recensione del film:
RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

Titolo originale:
After the Storm

Regia:
Kore’eda Hirokazu

Principali interpreti:
Hiroshi Abe, Kirin Kiki, Yôko Maki, Rirî Furankî, Sôsuke Ikematsu, Satomi Kobayashi, Isao Hashizume, Taiyô Yoshizawa – 117 min. – Giappone 2016.

Il “cuore” di questo bellissimo film del regista giapponese Kore’eda Hirokazu è il modesto appartamento della periferia di Tokio in cui vive la sua vecchiaia Yushiku (Kirin Kiki), che, nonostante l’età e gli acciacchi, non intende rinunciare al ruolo che il destino sembrava averle riservato: essere l’affettuoso e caldo riferimento dei propri cari in difficoltà, come era avvenuto in passato, quando aveva accettato di ridurre al minimo le proprie esigenze, per continuare ad amare un marito sprecone e dissipatore del patrimonio familiare. Che il giovane Ryota (Hiroshi Abe), uno dei due figli di Yushiku, avesse ereditato numerosi difetti di quel padre pareva cosa evidente alla vecchia madre, che ben rivedeva in lui lo stesso candore incosciente, nonché la stessa attitudine alla menzogna e alla fuga dalle proprie responsabilità. Un vero peccato, però, perché Ryota stava dissipando in tal modo anche quelle doti non comuni che fin da piccolo aveva manifestato: il suo grande talento di narratore grazie al quale aveva ottenuto, al suo primo romanzo, fama e successo. Dopo, purtroppo, non aveva più scritto alcunché ed era vissuto nella vana attesa che qualche editore si occupasse di lui. Aveva preso moglie ed era diventato padre, ma, privo di ispirazione, sembrava aver abbandonato la scrittura: all’inizio del film lo vediamo, nelle vesti improbabilissime di investigatore privato, vivere con pochi quattrini in tasca, travolto da un giro di scommesse e incapace di provvedere all’assegno mensile dovuto alla moglie (che si era separata) per il mantenimento del figlio. Kyoko (Yôko Maki), la moglie molto bella e molto amata, infatti, aveva invano sperato che provvedesse ai bisogni del piccolo Shingo con un lavoro regolare: stanca di aspettare, ora voleva il divorzio e progettava un nuovo matrimonio, intendendo rendergli sempre più brevi e penosi gli incontri che una sola volta al mese egli aveva col suo bambino, ormai di dieci anni.

Un tornado di straordinaria violenza lo aveva colto nella piccola casa materna, mentre Kyoko ne voleva uscire per riportarsi a casa il piccino. Per entrambi quel caldo riparo era stato un provvidenziale rifugio dalla violenza degli elementi naturali, e grazie alla saggezza di Yushiku, era diventato l’occasione  per un lungo confronto durante il quale i rispettivi torti e le rispettive ragioni avevano avuto modo di ridefinirsi (anche se non credo di annullarsi), così come il flusso di  tenerezza e d’amore fra Ryota e il suo bambino aveva ritrovato il suo giusto percorso.

Ancora una volta, il regista giapponese affronta il tema dei padri e dei figli (come  nel suo bellissimo Father and Son – 2015), indagando con classica asciuttezza e senza compiacimenti sentimentali nelle contraddizioni di un uomo velleitario e incapace di diventare adulto, ma determinato almeno a ricuperare, attraverso il rapporto col suo bambino, la parte migliore di sé, ponendo un freno perciò alla deriva della propria vita. Perfetto nel ruolo di Ryota, il bellissimo Hiroshi Abe si rivela capace di alternare, nella sua interpretazione, all’impassibile indifferenza dell’uomo sconfitto dalla vita e dai propri errori, la dolcezza tenera del padre amoroso che ha ritrovato attraverso il rapporto col figlio, il senso profondo della propria esistenza.

Non aggiungo altro: il film è molto bello e da vedere sicuramente. Come al solito, lamento  il grottesco titolo italiano che ha trasformato After the Storm, in Ritratto di Famglia con tempesta! Ma perché?

Palindromes


recensione del film:
PALINDROMES

Regia:
Todd Solondz

Principali interpreti:
Ellen Barkin, Jennifer Jason Leigh, Stephen Adly Guirgis, Richard Masur, Debra Monk Drammatico, durata 100 min. – USA 2004.

In un momento particolarmente avaro di buoni film, per fortuna alcune sale della mia città ripropongono qualche bella pellicola magari non proprio recentissima.

Questa di Todd Solondz del 2004, non era mai arrivata in Italia (se non direttamente su DVD in lingua originale con sottotitoli), ciò che ovviamente ne aveva limitato la diffusione. Ieri, però, il cinema Massimo – Museo del cinema di Torino, per la gioia dei cinefili, l’ha presentata come si conviene, ovvero su grande schermo, con i sottotitoli in italiano, quasi a completare la visione di altri bei film, proiettati negli ultimi mesi, che, visti nel loro complesso, aiutano a comprendere la mentalità americana. Sembra esistere, infatti, un modo di pensare che percorre tutta la storia degli Stati Uniti fin dalle loro più lontane origini, di cui sono individuabili le tracce e le componenti culturali, anche grazie al cinema, oltre che alla letteratura e alle altre arti.
In questo sostanziale permanere nel tempo di una immutabile Weltanschauung è anche la spiegazione del curioso titolo di questo film: Palindromes, allusivo della particolarità che hanno certi nomi (o frasi) di rimanere identici, indipendentemente dal modo della lettura, da sinistra o da destra. Se si considera questo aspetto, del resto più volte esplicitato nel corso del film, allora dobbiamo pensare che il film altro non sia che una gigantesca metafora della storia della mentalità americana, immutata dai primi decenni del 1600, quando a bordo del Mayflower i Padri Pellegrini, approdando a Cape Cod, portavano con sé la fiducia di veder sorgere nel nuovo mondo quel perfetto ordine sociale e morale, ispirato da Dio, ormai impossibile da realizzare nella terra d’origine.
Era nato con questo indelebile imprinting, dunque, lo stato “perfetto”, guidato da uomini che, per seguire la parola di Dio, avevano individuato, di volta in volta, i nemici del Bene, da espungere senza pietà, come accade nel film, in cui la protagonista, Aviva (il palindromo!), porta con sé, nonostante i mutamenti dell’aspetto, evidenziati anche attraverso il cambiamento plurimo delle attrici che ne interpretano la storia in momenti diversi, la traccia indelebile di ossessioni che mai l’avrebbero abbandonata, in nome delle quali lei stessa sarebbe diventata spietata, sulla strada del Bene. Individuare il nemico (il Male) e perseguitarlo è infatti il compito che sente di dover realizzare Aviva, da quando abbandona la famiglia, a quando vi rientra dopo un viaggio che non ha mutato il suo modo di vedere il mondo, neppure quando è del tutto evidente che alle proprie aspirazioni non può corrispondere la realtà. Attraverso un percorso originale e molto disturbante il regista in questo suo lavoro del 2004 opera un vistoso capovolgimento dell’ottimismo presente in due capolavori del cinema americano del passato entrati nella leggenda (e recentemente riproposti dal Museo del cinema), ampiamente e sarcasticamente citati: La Morte corre sul fiume e Freaks. Accade perciò che alla favola bella dell’accoglienza disinteressata e ospitale di Rachel Cooper (La Morte corre sul fiume), che si prende cura dei bambini in fuga dall’orco, Solondz opponga l’ipocrita ospitalità di Miss Sunshine, nella cui casa trovano rifugio creature emarginate, reiette e deformi che vengono indottrinate secondo la manichea parola di un Dio di cui devono realizzare, con piena convinzione, gli ordini e i precetti, interpretati in esclusiva da lei e dal marito, in combutta con loschi individui. I poveri ospiti della casa sperduta di Miss Sunshine diventano in questo modo mostruosi esecutori di un progetto davvero diabolico finalizzato a eliminare i nemici (fino all’omicidio “giusto”) e a raccogliere denaro attraverso spettacoli televisivi da loro recitati, suonati, cantati e danzati (il richiamo a Freaks è evidentissimo), naturalmente per il “bene” di tutti.

Un breve cenno alla storia, senza troppo spoiler!
Aviva è un’adolescente che rivela, fin dalle prime scene, lo scopo a cui sente di dover dedicare la propria vita: diventare madre di tanti bei bambini, poiché di null’altro le importa. Sarebbe riuscita nell’intento, al suo primo tentativo, con un ragazzino nerd, figlio di amici di famiglia, se i suoi genitori, molto middle class-polticamente corretti, ma sostanzialmente violenti, non la costringessero ad abortire in una clinica di lusso in cui la poveretta sarebbe stata sottoposta a un’inopinata isterectomia. Sarà l’inizio per lei di una fuga, un lungo viaggio in cui, per realizzare il suo progetto, si imbatterà in una serie di personaggi poco raccomandabili, fino all’incontro con Miss Sunshine, fondamentalista cristiana-protestante, organizzatrice di spedizioni punitive contro i medici che praticano gli aborti, contro i pedofili e contro le prostitute, ovvero contro il Male finalmente individuato.

Magnifici gli attori di un film che non definirei cinico, come molti fanno, ma ironico in modo molto graffiante e cattivo, di un regista indipendente e poco noto, apprezzato in Europa, soprattutto nei Festival, ma male distribuito in Italia (che strano, eh!) che merita invece davvero di essere conosciuto. Questo suo lavoro si colloca fra altri suoi non dissimili fra i quali, il bellissimo Happiness (1998) e il magnifico Perdona e dimentica (2009), del quale QUI potete leggere una mia recensione di sette anni fa.

Il DVD di questo film (e anche quello degli altri due che ho citato) si trova in lingua originale e sottotitolato, anche sul mercato italiano.

A casa nostra


recensione del film:
A CASA NOSTRA

Titolo originale:
Chez nous

Regia:
Lucas Belvaux

Principali interpreti:
Émilie Dequenne, André Dussollier, Guillaume Gouix, Catherine Jacob, Anne Marivin, Patrick Descamps, Charlotte Talpaert, Mateo Debaets, Evelyne El Garby Klaï – 117 min. – Francia, Belgio 2017.

Pas son genre, arrivato in Italia nel 2015 col grottesco titolo Sarà il mio tipo? e altri discorsi sull’amore, era un buon film di Lucas Belvaux del 2014, il ritratto di una bella parrucchiera di Arras che si era innamorata dell’uomo sbagliato e che, avendone preso atto, aveva deciso, fra molte sofferenze, di chiudere la sua storia con lui.
A casa nostra (che correttamente traduce il titolo originale Chez nous), dello stesso regista, in apparenza non si discosta molto dal film precedente: anche se non è Arras, è pur sempre la provincia profonda della Francia settentrionale il teatro delle vicende della protagonista Pauline, che non fa la parrucchiera, ma l’infermiera a domicilio, si innamora dell’uomo sbagliato, e per di più ha il volto della stessa attrice: Émilie Dequenne. Questo film, tuttavia, non è la seconda puntata del precedente, poiché le vicende amorose e familiari della graziosa Pauline si collocano nel contesto esplicitamente politico della Francia alla vigilia di quest’ultima tornata elettorale, quella che ha visto protagonista il Front National di Marine Le Pen. Il regista, qui è la novità del film, pur presentandoci la difficile condizione delle famiglie per lo più operaie che stanno pagando il prezzo della de-industrializzazione, non si ferma al dato sociologico, ma ci racconta come la destra francese più radicale abbia cercato di inserirsi nella crisi ripulendo la propria immagine violenta e razzista grazie alla candidatura di persone per bene, magari un po’ ingenue come Pauline, nelle elezioni locali, per rendersi popolare e presentabile agli occhi degli elettori. Nel film Marine non si chiama Marine, bensì Agnès (Catherine Jacob); il Front non si chiama Front, bensì Bloc, ma i personaggi sono perfettamente riconoscibili, non solo per la somiglianza dell’aspetto e dei modi, ma per i discorsi che nascondono, sotto le mentite spoglie di un senso comune accettabile per molti, i vecchi veleni di un razzismo che non è mai scomparso del tutto. Il regista mette in evidenza, attraverso il racconto doloroso dell’avventura di Pauline, le ragioni per cui certe operazioni di maquillage siano strumentali a un disegno feroce di cui pochi conoscono esattamente i contorni, ma che ha sicuramente nel passato nazista il suo riferimento e ci dice anche per quale motivo ogni ripulitura sia impossibile, quando troppi scheletri nell’armadio diventano facile strumento di ricatto.

Il film è costruito bene e, pur presentando alcuni evidenti squilibri, si lascia seguire con interesse, sia perché le preoccupazioni politiche per le sorti della Francia sono le preoccupazioni di tutti i democratici, sia perché i personaggi sono credibili, ben disegnati e ben interpretati, dalla Dequenne, ai personaggi maschili di André Dussollier (il medico che, con la faccia pulita e i modi gentili, è l’anima nera che ha organizzato la candidatura a sindaco di Pauline), di Guillaume Gouix (l’innamorato sbagliato di Pauline, il neonazista che non le ha detto la verità) e di Patrick Descamps, il padre di Pauline, comunista e sindacalista duro e puro amareggiato e incredulo per le scelte politiche della figlia, a cui evidentemente non aveva saputo comunicare credibilmente i propri valori.

Naturalmente non vi dico come finisce, ma vi invito a vedere questo film.

 

Certain Women


recensione del film:
CERTAIN WOMEN

Regia:
Kelly Reichardt

Principali interpreti:
Michelle Williams, Laura Dern, Kristen Stewart, Jared Harris, James LeGros, Lily Gladstone, René Auberjonois, John Getz, Ashlie Atkinson, James Jordan, Matt McTighe, Edelen McWilliams, Sara Rodier, Gabriel Clark – 107 min. – USA

Il Montana costituisce lo sfondo paesaggistico molto ampio di questo bellissimo film: una sterminata pianura, ai piedi delle alte cime innevate quasi tutto l’anno, attraversata da una ferrovia su cui viaggiano i treni che trasportano le merci. Siamo nei pressi della città di Livingston, un tempo probabilmente più densamente abitata: i pionieri che l’avevano fondata, avevano creato anche la scuola, ora ridotta a un ammasso di pietre che giacciono, inutilizzate, nella proprietà di un vecchio solitario possidente (René Auberjonois). Finita, dunque, nella grande periferia dell’ agglomerato urbano, quell’antica scuola diventa quasi un segnale del progressivo impoverimento, anche culturale, di Livingston, di cui sono testimonianza, d’altra parte, gli edifici anonimi del suo centro ora a prevalente vocazione terziaria: i supermercati, i ristoranti, i locali alla moda, nei quali le sole tracce del passato sono ravvisabili nell’esibizione, venata di esotismo, di variopinti “pellirossa” per il divertimento facile dei residenti e dei turisti di passaggio.

La regista Kelly Reichardt, ispirandosi liberamente a tre storie della scrittrice Maile Meloy, ci racconta la vita di alcune donne; minime storie di donne dei nostri giorni, che a Livingston o nei suoi dintorni vivono o lavorano, arrabattandosi fra le mille difficoltà dovute alla crisi che sta travolgendo, insieme al Montana, anche il nostro mondo.
Le loro storie, anche se trattate separatamente, talvolta si sfiorano e sono, in ogni caso, unificate dal colore malinconico della fotografia, dalla coerenza stilistica del film, che è la struggente e sommessa narrazione delle loro solitudini dolorose, di cui è evidente metafora l’immagine ricorrente del vetro che riflette il paesaggio bellissimo e che separa drammaticamente gli abitanti, uomini e, soprattutto, donne. Laura, Gina, Elizabeth e Jamie, le eroine del film, sono tutte, infatti, per le ragioni più diverse, donne sole, intelligenti, poco stimate, poco ascoltate, poco amate.

Laura
ha il bel volto lynchano di Laura Dern ed è l’avvocato che aveva dovuto misurarsi col caso difficile di un cliente che, non essendosi lasciato consigliare da lei (in fondo era solo una donna), col proprio irresponsabile e avventato comportamento si era cacciato nei più seri guai. Era stata lei ad affrontarlo, sola  e disarmata, mandata a trattare con lui la resa e la liberazione di un ostaggio, mentre squadre di poliziotti, armati fino ai denti, aspettavano poco lontano la fine dell’operazione! Nessuno di loro aveva voluto correre il rischio. Né il ritorno a casa, dove l’attendeva l’unico suo vero affetto, il suo labrador fedele, sarebbe stata davvero la fine di quell’ incubo, poiché a quell’uomo sciocco ora era rimasta l’unica certezza della sua disponibilità ad ascoltarlo, periodicamente, nel parlatorio del carcere.

Gina
è la magnifica Michelle Williams, al suo terzo film con la regista, ed è forse il personaggio più drammatico. Non lavora, ed è perciò completamente assorbita dai suoi compiti di moglie e di madre a cui sacrifica la propria indipendenza. Il marito, oltre che fedifrago (è l’amante di Laura, con la quale condivide lo studio di avvocato), è un uomo inetto, incapace di assumere le proprie responsabilità di padre e di marito: preferisce assecondare i capricci della figlia adolescente, poco disposta ad ascoltare la madre, a cui tocca, dunque,  “far la parte della cattiva”, e a cui tocca anche trattare col vicino, l’acquisto di quella partita di pietre “storiche”dell’antica scuola, così da dare alla nuova casa dei loro progetti, radici nella storia e nella cultura di Livingston. La sua totale dipendenza dal ruolo di moglie e di madre non le impedisce però di sentire e soffrire il peso di una solitudine, senza rimedio né consolazione possibile.

Elizabeth e Jamie
Elizabeth, una “nervosa” e perfetta Kristen Stewart, è una giovane fresca di studi giuridici, ma non ha potuto terminare l’Università per la necessità di lavorare, a qualsiasi costo, dopo la morte del padre. Non volendo abbandonare del tutto i propri progetti, ha  accettato  di insegnare diritto, senza compenso, in un corso serale per adulti. Assiste casualmente alla lezione Jamie (interpretata da Lily Gladstone attrice straordinaria, arrivata al film direttamente da una riserva di nativi americani).  Jamie lavora tutto il santo giorno in un ranch, che sorge quasi ai piedi della catena montuosa, ma alla sera, talvolta, si concede una piccola pausa a Livingston. Aveva notato l’assembramento degli adulti davanti ai locali destinati alle lezioni serali ed era entrata anche lei, insieme a loro, ma si era sentita circondata da una diffidenza pesantissima, cosicché si era sistemata nell’ultimo banco: sempre duri a morire i pregiudizi dei bianchi! Eppure, alla fine della lezione, affascinata e incantata dai modi di Elizabeth, aveva trovato il coraggio di avvicinarsi e parlarle: avrebbe cenato con lei e da lei avrebbe saputo dei suoi studi interrotti e delle sue speranze di riprenderli. Per Jamie si era trattato di uscire, finalmente, dal proprio isolamento: le cene insieme a lei si sarebbero ripetute, ma per qualche settimana soltanto, perché Elizabeth era riuscita finalmente a laurearsi e a trovare un lavoro precario, ovviamente, nello studio legale del marito di Gina e di Laura. Una imprevista e bellissima sorpresa, però, avrebbe suggellato l’ultima cena in comune fra le due donne: come un antico palafreniere medioevale, Jaime avrebbe fatto salire sulla groppa di uno dei suoi meravigliosi cavalli Elizabeth, per riaccompagnarla, dopo la cena, all’auto che l’avrebbe riportata in città. Scena stupefacente e straordinaria, malinconico commiato fra due donne che avevano provato (o forse era solo Jamie?) a comunicare fra loro.

Film incredibilmente bello, che temo, non verrà visto da molti spettatori in Italia. Personalmente sono riuscita a vederlo al cinema Massimo di Torino (Museo del cinema), che lo ripeterà per pochi spettacoli ancora, in lingua originale sottotitolato. Che peccato! Possibile che questo film eccezionale, miglior film nel 2016 al BFI London Film Festival,non trovi un distributore coraggioso che lo diffonda nel nostro paese? Questa recensione vuole essere anche un invito, per quanto poco ascoltato, a considerarne l’opportunità.

La tenerezza



recensione del film:
LA TENEREZZA

Regia:
Gianni Amelio

Principali interpreti:
Renato Carpentieri, Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti,Greta Scacchi, Arturo Muselli, Giuseppe Zeno, Maria Nazionale, Enzo Casertano – 103 min. – Italia 2017.

Gianni Amelio è tornato sul set  per raccontare una storia napoletana che, con molta libertà, si ispira al romanzo La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone.
Lorenzo, un vecchio signore già famoso (o, meglio, famigerato, come egli stesso si definisce) avvocato civilista, ha passato la vita nelle aule del tribunale di Napoli, per difendere, assecondandone la volontà truffaldina, gli “interessi” dei clienti delle compagnie di assicurazione.
Aveva moglie e figli, ma li aveva abbandonati senza troppi scrupoli per vivere una storia con Assunta (Maria Nazionale), a sua volta improvvisamente abbandonata per fare ritorno a casa dopo molti anni. Adesso è vedovo ed è solo, perché i figli, Elena (Giovanna Mezzogiorno) e Saverio (Arturo Muselli) non gliel’avevano perdonata e, anche ora, da adulti, provano poco affetto per quel padre che si era eclissato senza più interessarsi di loro.
Lorenzo, all’inizio del racconto, aveva avuto un infarto ed era in ospedale alle prese con flebo e cateteri, ovvero con la triste routine terapeutica di quel luogo un po’ troppo costrittivo per il suo carattere bizzarro e anarcoide: se ne sarebbe liberato presto, strappando via rabbiosamente le lunghe cannule che imbrigliavano il suo corpo e se ne sarebbe tornato nella sua casa vuota, riprendendo a fumare compulsivamente.
Il rientro sarebbe stato pieno di sorprese: Fabio, ingenere del nord-est italiano (Elio Germano), si era sistemato con la moglie Michela (Micaela Ramazzotti) e i due figlioletti in un appartamento attiguo al suo. Siamo in un palazzo, bello e degradato, come il circostante centro storico napoletano che del suo nobile passato esibisce ancora qualche traccia. Con la famiglia di Fabio, quasi subito sarebbe nata una cordiale amicizia, cementata dalla dolcezza semplice di Michela e dall’attenzione affettuosa del vecchio Lorenzo per i due piccoli, con i quali egli era riuscito a stabilire un ricco dialogo, fatto di indulgente tenerezza. Quasi irriconoscibile, venuta meno l’impazienza e l’insofferenza del soggiorno in ospedale (e di tutta la vita), era diventato adesso il suo comportamento, che rivelava un’insolita disposizione dell’animo, come se una mitezza dolce, sconosciuta, stesse impadronendosi di lui, ora più incline a riflettere sul proprio passato, senza rinnegarlo, però, anzi, orgogliosamente rivendicandolo.
Un drammatico e inatteso fatto di sangue, coinvolgendo di lì a poco la famiglia dei suoi vicini, era sembrato concludere la stagione più felice dei suoi anni da vecchio. Probabilmente, tuttavia, avrebbe potuto ricuperare l’affetto di quei figli ai quali in passato si era negato, soprattutto di Elena, la più incline al perdono, madre del nipotino molto amato, grazie al quale, forse, Lorenzo avrebbe riannodato i legami con ciò che gli era rimasto della famiglia. Gli occorreva sciogliere la durezza orgogliosa del suo cuore e lasciare alla tenerezza mite e indifesa lo spazio necessario, finalmente! Non sarebbe stato facile, ma ci avrebbe provato!

Amelio ci racconta una storia interessante e ci presenta alcuni caratteri umani ben disegnati, il più convincente dei quali è certamente quello di Lorenzo, superbamente interpretato da un grande Renato Carpentieri, tanto più umanamente vero quanto più determinato nel difendere il proprio passato del quale non intendeva rendere conto, né ai figli, né all’antica amante, che inopinatamente aveva voluto rivedere. In questa spigolosa testardaggine, in questa pervicace ostinazione è riconoscibile la sua grande fragilità, non avendo il coraggio e la forza d’animo necessari per ammettere il proprio bisogno di tenerezza, ovvero per riconoscere i propri errori. Detto ciò, il film non è immune da difetti, il primo dei quali è l’affastellarsi di personaggi promettenti, ma non altrettanto umanamente indagati: quello della contraddittoria Elena e del fratello Saverio, ma soprattutto quello di Fabio, benissimo interpretato da Elio Germano, la cui depressione, la nevrosi che avrebbe fatto scaturire la tragedia, era meritevole di un’attenzione maggiore. Tutto il film è inoltre molto parlato, mentre gli gioverebbe una maggiore sobrietà, la sublime secchezza, che, ad esempio, aveva saputo usare, lavorando in sottrazione, il grande Kenneth Lonergan, in Manchester by the sea, alla quale ho pensato mentre scorrevano insieme alle immagini le troppe parole di questo film, che, va detto, però, in ogni caso, è notevole nel desolante e desolato panorama del nostro strampalato cinema. Eccellente, ma forse è superfluo dirlo, la fotografia di Luca Bigazzi, nel ritrarre una Napoli oscura e difficile, lontana dai cliché turistici del sole e del mare che luccica.

Personal Shopper


 

recensione del film:
PERSONAL SHOPPER

Regia:
Olivier Assayas

Principali interpreti:
Kristen Stewart, Lars Eidinger, Anders Danielsen Lie, Nora von Waldstätten, Sigrid Bouaziz, David Bowles – 105 min. – Francia 2016.

Maureen (Kristen Stewart) è una giovane americana che fa un lavoro insolito: è personal shopper (ovvero si occupa degli acquisti di lusso) per conto di Kyra, attrice famosa, che nel racconto compare così fugacemente, da non essere in alcun modo individuabile come volto del film.
Nel suo spostarsi fra le capitali europee del lusso e del prestigio, Londra e Parigi, Maureen porta con sé (come sempre accade quando si viaggia), i problemi che la turbano e sui quali non smette di interrogarsi. La sua breve vita era stata di recente sconvolta dalla perdita del proprio fratello gemello, Lewis, portato via da un’improvvisa crisi cardiaca, esito di una malformazione congenita presente anche in lei, né la medicina, le aveva spiegato granché di quella morte, così come non le aveva chiarito perché quel difetto al cuore, comune a entrambi, non avesse stroncato anche lei, ora alle prese con un lutto difficile, e con un senso di vuoto che era, soprattutto, un vuoto di identità.

Con quel suo fratello speciale, Maureen aveva condiviso una particolare e acuta sensibilità “medianica”, ovvero l’attitudine a cogliere segnali che sembravano provenire da un altrove, a cui nessuno dei due attribuiva carattere trascendente: erano visioni, presenze, rumori, quasi epifanie di una vita altra, fenomeni ignorati dalla scienza ufficiale, ma ben presenti forse anche ora, quando, durante i suoi viaggi,  la giovane cercava di individuare affannosamente le tracce di quella presenza che non poteva averla abbandonata. Forse i segnali erano quelli dell’ interlocutore misterioso della chat che la stava seguendo ovunque; o forse si trovavano in quella casa della periferia parigina infestata da fantasmi rumorosi e cattivi, o forse in quell’angosciosa e lieve epifania danzante di un ectoplasma che era apparso dietro le tende del suo albergo nel deserto di una città nordafricana. Forse, invece, queste presenze non erano altro che le proiezioni della sua mente che cercava di dare un senso agli elementi slegati della sua esperienza che non sembrava averne alcuno, o delle sue angosciose ricerche di segnali non equivoci che tardavano ad arrivare, poiché elaborare un lutto può richiedere molto tempo, mentre non è sufficiente appellarsi alla razionalità per superare le lacerazioni e il senso irreparabile di insicurezza e di vuoto che la morte improvvisa di una persona cara lascia a chi sopravvive.

Il regista affronta, con una singolare mescolanza dei generi cinematografici e anche delle tradizioni culturali europee e americane, il tema della perdita e del senso della vita, con una operazione non priva di rischi, il primo dei quali era quello di cadere nel ridicolo dell’esoterismo grossolano dei film di fantasmi. Non sempre, probabilmente, è bastato al regista il rigore della narrazione, pur presente e apprezzabile soprattutto nella prima parte del film, per evitarlo del tutto: certe immagini di materializzazione degli ectoplasmi, personalmente, mi sono sembrate ingenue e fastidiose.
Allo stesso modo non mi hanno convinta del tutto né l’evocazione “in costume” dell’esilio americano di Victor Hugo, né l’inserimento di trame cruente e delittuose in un film che contiene in sè sufficienti elementi di tensione per lo spettatore. Si è trattato, in ogni caso, di un esperimento registico interessante, che non ha meritato, secondo me, le denigrazioni di cui è stato fatto oggetto a Cannes lo scorso anno, che la giuria ha in parte compensato con l’attribuzione della Palma d’argento ad Assayas per la miglior regia. Ottima l’interpretazione di Kristen Stewart, grazie alla quale il personaggio di Maureen è risultato umanamente credibile nella sua tenera fragilità.