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I figli del Fiume Giallo

 

recensione del film:
I FIGLI DEL FIUME GIALLO

Titolo originale:
Jianghu ernü.

Regia:
Jia Zhangke

Principali interpreti:
Zhao Tao, Liao Fan, Zheng Xu, Casper Liang, Feng Xiaogang,Yinan Diao, Yibai Zhang – 141 min. – Cina, Francia, Giappone 2018.

Un precedente: Still Life

Torna con questo film Jia Zhangke, l’importante regista che ci ha fatto conoscere le tragedie e le sofferenze seguite alla modernizzazione che aveva reso la Cina, in pochi anni, un paese sfigurato e irriconoscibile.

Preceduto da alcune opere meno note in occidente, nel 2006 Jia Zhangke era entrato nel mondo universale del cinema d’autore col suo bellissimo Still Life (Leone d’oro a Venezia), opera che mi sembra costituire la premessa dei suoi film successivi.
Vi si raccontava la sorte del bellissimo sito delle Tre Gole, sul fiume Yangtze, emblematica della sconvolgente trasformazione in atto: evacuata l’intera popolazione dell’antica Fengije per rendere possibile la costruzione della diga colossale, il paesaggio naturale, un tempo meta dei viaggiatori interni e di qualche turista, era stato sommerso: un immenso lago aveva inghiottito anche l’antico villaggio, con effetti ambientali catastrofici e con  gravissime ripercussioni sulla società e sui singoli individui, le cui sofferenze l’acqua non avrebbe facilmente cancellato.
Lo sgomento e l’incertezza per i processi che erano stati avviati e che ancora si dovevano concludere erano ben sintetizzati dall’ultima metaforica scena: un acrobata, in bilico su un cavo, tentava di raggiungere ciò che rimaneva degli antichi sobborghi in via di demolizione:

I figli del fiume giallo

Questo (girato dal 2017 e presentato a Cannes nel 2018) è il racconto crudele e struggente del definitivo disinganno: l’equilibrio fragilissimo tra il vecchio e il nuovo si era irreversibilmente frantumato; la “modernità” si era imposta con spaventosi costi umani e sociali.
Il film nasce con l’intento di ripercorrere la storia della Cina dal 2001 allorché stava per essere smantellato il sistema dell’economia comunista che aveva garantito a tutti sicurezza, lavoro e istruzione, generalizzando la povertà. La scelta del governo di introdurre massicce dosi di liberismo secondo i dettami del’accumulazione capitalistica, richiedeva di abbandonare gli investimenti nei settori meno produttivi ( i “rami secchi”), per dirottarli altrove. Stavano chiudendo, per questa ragione, le   miniere carbonifere della regione nordoccidentale dello Shanxi: sarebbe seguita la fine del sindacato, nonostante la volontà di resistere dei lavoratori. Agli abitanti più giovani della città di Datong si apriva la prospettiva di emigrare verso sud in cerca di lavoro; agli operai più vecchi, animati ancora da una decisa volontà di lottare e di resistere, non rimaneva che avviarsi verso una vecchiaia povera e quasi certamente minata dalla malattia polmonare dei minatori di carbone: il cancro, come era accaduto al padre di Qiao (grandissima  Zhao Tao) la protagonista del film, a lui molto legata.

La giovane amava Bin (Liao Fan), piccolo malavitoso, boss locale di un’organizzazione para-mafiosa che, nella latitanza degli organi istituzionalmente preposti alla difesa dei cittadini e alla mediazione fra i conflitti, tentava di imporre una forma primitiva di giustizia, secondo criteri che obbedivano a un codice d’onore interno.
Il potere di Bin era insidiato, però, da nuove e più aggressive manifestazioni di violenza senza regole e senza scrupoli: un sanguinoso assalto a colpi di spranga, da cui era uscito vivo solo grazie all’intervento di Qiao che lo aveva difeso sparando in aria, lo aveva dapprima mandato in galera per un anno e in seguito spinto a ricercare la propria strada nella nuova Cina del lusso e del potere, quella sorta nel lussuoso e prestigioso centro degli uffici finanziari di Fengije, ricostruito sulla grande diga, a ottomila chilometri da Datong… Qiao, invece, in galera era stata per cinque anni, senza più ricevere da lui né visite, né notizie.

La seconda parte del film: Qiao

Se la prima parte del film sembra muoversi tra la ricostruzione degli ambienti fumosi del gioco clandestino a Datong, controllato da Bin (con numerose citazioni da Scorsese) e l’accorata denuncia sociale alla Ken Loach, la seconda parte del film trova il suo centro nei viaggi di Qiao alla ricerca di Bin, che a sentire  le voci ricorrenti, cercava di evitarla, avendo intrecciato una storia con un’altra donna.
Qiao non si arrendeva con facilità: la sua promessa d’amore a Bin era impegnativa per il futuro e consolidata dall’atto di eroismo che aveva duramente pagato, come si conveniva a una donna innamorata.
Il suo spostarsi dal nord, per ottomila chilometri verso la diga delle Tre Gole è anche, come nei road movies, un racconto di peripezie e di avventure,

nonché un viaggio di formazione che la porterà a una più compiuta conoscenza di sé: si fa più dolorosa la delusione per la pusillanimità meschina di lui, che la sfugge, ma ritorna l’antica autostima e si fa strada con chiarezza l’esigenza di mantenere lucidamente la propria dignità e la fedeltà al sogno d’amore nel quale aveva creduto. Bin non la merita, questo lo sa bene, ma Qiao non può tradire se stessa in primo luogo, facendosi sedurre dal miraggio della ricchezza e dell’egoismo individualista: quando avrà ancora bisogno di lei, la ritroverà.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un film (da vedere sicuramente) che attraversa i generi, ripercorrendo più di quindici anni di storia cinese e offrendo alla nostra visione un’opera molto ricca di sfaccettature e fitta di corrispondenze interne: è un lungo percorso storico che si riflette nel dilatarsi degli spazi ampi del viaggio, è un mélo nel quale la tragedia personale di Qiao è un pallido riflesso della diaspora dolorosa di grandi masse di uomini e donne alla ricerca di lavoro e di maggiore sicurezza.

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I fratelli Sister

recensione del film:
I FRATELLI SISTER

Titolo originale
The Sisters Brothers

Regia:
Jacques Audiard

Principali interpreti:
John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed, Jóhannes Haukur Jóhannesson – 122 min. – Francia, Spagna, Romania, Belgio, USA 2018. –

…vanno combattuti tutti coloro che campano alle spalle del proletariato senza svolgere alcuna attività”. Si rende necessaria la solidarietà fra le classi produttive “…dei collaboratori e dei soci, dal più semplice manovale al più ricco industriale, all’ingegnere più illuminato(Henry de Saint Simon).

Oregon 1851
Due fratelli, Eli e Charlie Sister (rispettivamente John C. Reilly e Joaquin Phoenix), cacciatori di taglie, lavorano al soldo di un potentissimo ma misterioso signore locale, il “Commodoro”, per catturare e uccidere Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), geniale chimico di provenienza medio-orientale e anche seguace delle teorizzazioni saintsimoniane, costretto a fuggire dalla California e, al momento del film, desideroso di raggiungere  il Texas, dove, a Dallas, ha in mente di costruire il migliore dei mondi possibili, secondo la prospettiva indicata dal suo ideale ispiratore.
Egli, grazie ai propri studi, aveva scoperto il modo per trovare l’oro nei fiumi senza fatica e senza guerre, utilizzando  una sostanza chimica dalla formula segreta, capace di rendere luminoso, e perciò facilmente separabile dall’acqua, il prezioso metallo.
Sulle tracce di Warm era stato inviato, coll’incarico di carpirne i segreti, e successivamente di ucciderlo, anche il detective e avvocato John Morris (Jake Gyllenhaal), uomo di studi umanistici, che avrebbe instaurato con lui un ambiguo rapporto, affascinato dal suo progetto sociale e dalle sue conoscenze scientifiche: Warm, insomma, pur non essendo un criminale, era l’uomo più ricercato del momento perché la sua formula magica per trovare l’oro faceva gola a tutti i potenti del West.

Leone d’argento per la miglior regia, quest’ultima fatica di Jacques Audiard, magnificamente interpretata dai quattro protagonisti in stato di grazia, è ora nelle nostre sale ed è da vedere, poiché costituisce la testimonianza della versatilità di questo prestigioso regista, che ha tradotto per il cinema, su proposta dell’autore Patrick Dewitt, il romanzo Arrivano i Sisters. Il regista francese ha girato per la prima volta in inglese, sceneggiando con lo scrittore l’opera ispiratrice, avvalendosi inoltre del concorso dei capitali non piccoli di una produzione multinazionale, composta da Francia, Spagna, Romania, Belgio, U.S.A.
Come nei più famosi western di Sergio Leone, i luoghi che fanno da sfondo alla vicenda si trovano, per lo più, in territorio spagnolo (Aragona, Navarra), nonché, in questo caso, in Romania.
Audiard si è mosso rispettando la tradizione del genere, sia prediligendo i paesaggi aperti e selvaggi, gli spostamenti a cavallo, la febbre dell’oro, i momenti di dura e sgradevole violenza, sia includendo elementi di malinconica tristezza che evocano gli ultimi film di quella tradizione gloriosa, quelli che maggiormente hanno spiazzato e continuano a spiazzare le attese degli spettatori più fedeli, soprattutto per i temi “esistenziali” introdotti per i principali personaggi: Charlie, apparentemente il più motivato, è in realtà il più cupo e ombroso; Eli, apparentemente il più violento è in realtà sempre più riluttante a uccidere e come il fratello soffre per la nostalgia della casa e per la lontananza materna; Morris, tenuto all’obbedienza della legge, è sedotto, invece dall’utopia di Kermit Warm…
È presente in tutto il film una sorta di ironia indulgente nei confronti di quel mondo lontano che, nel veloce e irreversibile mutare del contesto storico, trasforma gli eroi individualisti di un tempo in picari avventurosi, un po’ donchisciotteschi, e che evidenzia come la fascinosa sicurezza scientistica e la fiducia nel progresso inarrestabile nascano da una pericolosa ignoranza circa gli effetti perversi della manipolazione della natura.

La caduta dell’Impero americano

recensione del film:
LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO

Titolo originale:
La Chute de l’Empire Américain

Regia:
Denys Arcand

Principali interpreti:
Alexandre Landry, Maripier Morin, Remy Girard, Louis Morissette, Maxim Roy, Pierre Curzi, Vincent Leclerc, Yan England, Anoulith Sintharaphone, Florence Longpré – 127 min. – Canada 2018.

Ritorna sugli schermi Denys Arcand, il grande regista del Canada francofono che ha lasciato nella mia memoria cinefila almeno due film molto amati: Il declino dell’impero americano (1986) e Le invasioni barbariche (2003), connotati entrambi dalla più acuta e corrosiva analisi, fra il serio e il faceto, delle finte trasgressioni degli intellettuali snob e anti-americani che meditano sul disincanto del dopo ’68.

L’Impero americano, il grande nemico di sempre, il cui egemone edonismo era stato oggetto di sarcastica irrisione in quegli indimenticabili film, ritorna, fin dal titolo, in quest’opera, nella quale sembra in via di rapida estinzione.
I nostri giorni, infatti, non sono più i tempi dell’edonismo: troppi i delusi rimasti soli a pagare le antiche follie, troppi anche i poveri, i disoccupati, gli emarginati; troppi i dolori e le sofferenze nel Quebec (e non solo) di oggi, in cui vive, frustrato e rassegnato Pierre-Paul Daoust (Alexandre Landry), il protagonista del film, giovane di intelligenza e cultura superiore alla media, brillantemente laureato in filosofia e in possesso di un altrettanto brillante dottorato post-laurea.

Povera, et nuda vai, Filosofia,
Dice la turba al vil guadagno intesa

Il nostro filosofo aveva misurato sulla propria esperienza quotidiana la verità eterna dei versi petrarcheschi: era stato costretto a sbarcare il lunario consegnando pacchi; era diventato l’onesto fattorino di una ditta di trasporti e si era convinto che il successo arridesse ormai solo agli imbecilli privi di cultura. Quel poco che gli restava del suo magro guadagno gli serviva per soccorrere i più poveri di lui, gli anziani soli e in miseria, gli homeless che lo stimavano, e che, diversamente da lui, apprezzavano i soldi.
Il suo sogno, un po’ bizzarro, di dedicarsi completamente alla causa nobile della lotta alla povertà aveva acquistato, improvvisamente e per puro caso, inaspettata concretezza.
Era accaduto infatti che, mentre si accingeva a consegnare un plico al supermercato, Pierrre-Paul fortunosamente si fosse trovato al centro di una guerra fra banditi rivali che si contendevano, a colpi d’arma da fuoco, l’enorme quantità di banconote, stipate in due borsoni lasciati cadere a terra nel parcheggio, dopo essersi colpiti a morte. Un segno del fato, per Pierre-Paul che non si era posto il problema della liceità morale di rubare ai ladri e aveva caricato i borsoni sul furgone della ditta trasportandoli a casa propria, intenzionato ad attuare il proprio piano di giustizia sociale.
Per lui, che poco conosceva i meccanismi dell’economia, occorrevano consulenti affidabili ed esperti: li avrebbe trovati nelle persone di Me Wilbrod Taschereau (Pierre Curzì), presidente di una banca etica, realisticamente disponibile…per fini morali, s’intende, alla ripulitura del denaro sporco, e di Sylvain Bigras  (Rémy Girard), malfattore espertissimo ed ex galeotto che in carcere si era laureato in Economia, disciplina utilissima (ben più della Filosofia) anche per gli affari ispirati ai più puri intendimenti.

L’accoppiata delle due vecchie volpi è preceduta dall’irrompere di un personaggio che racchiude il senso del film: Camille (Maripier Morin), meravigliosa escort che per sedurre Pierre-Paul e altri intellettuali frustrati, si fa chiamare Aspasia e cita Racine. Il loro ruolo decisivo solleva più di un dubbio sulla reale caduta dell’impero, che si ricostruisce, infatti, ancora una volta, sull’inganno, mantenendo il potere di un tempo, con una maggiore forza seduttiva, allontanando i propositi di palingenesi degli idealisti alla Pierre-Paul: non cambieranno il mondo, ma si sentiranno in pace con se stessi e la loro coscienza!

 

 

Quasi un teorema graffiante e impietoso: il vecchio Arcand ha colpito ancora facendoci anche amaramente divertire, con questo film consigliabile, interpretato dai magnifici Remy Girard e Pierre Curzì, i suoi invecchiati attori-feticcio.

 

Sofia

recensione del film:
SOFIA

Regia:
Meryem Benm’Barek

Principali interpreti:
Maha Alemi, Sarah Perles, Lubna Azabal, Faouzi Bensaïdi, Nadia Niazi, Hamza Khafif, Sara El, Mohamed Bousbaa, Mansour Badri, Nadia Benzakour – 85 min. – Francia, Qatar, Belgio 2018.

 

Sofia (Maha Alemi) ha vent’anni e vive in famiglia. È bruttina, ha l’aria perennemente imbronciata e da qualche tempo si sente poco bene, ciò che un po’ preoccupa i suoi genitori, tradizionalisti e benestanti, convinti che sicuramente, grazie alla sua ottima posizione sociale, farà un buon matrimonio. Nessuna donna, a quanto pare, in tutto il Marocco, può considerarsi davvero realizzata se non si sposa, neppure nella quasi europea Casablanca, dove abita. Non ha studiato, a differenza della cugina  Lena (Sarah Perles), che ha in animo di diventare medico come suo padre, il francese evoluto che si sta adoperando per coinvolgere i genitori di Sofia in un’operazione molto redditizia di carattere speculativo.

Qui arriva il primo colpo di scena del film: Sofia è incinta e sta terminando l’ottavo mese di gravidanza segretamente: nessuno ne è a conoscenza, neppure lei, che, come si dirà in seguito, ha rifiutato fin dall’inizio la propria gravidanza, negandone l’esistenza. Durante una riunione di famiglia, davanti al tavolo imbandito, il malessere di Sofia si rivela per quello che è: sta per partorire. Lo comprende Lena, che l’accompagna in tutta fretta all’ospedale, adducendo una scusa per tranquillizzare i convitati, ancora seduti a tavola.

Le cose si complicano subito: le leggi del Marocco prevedono il carcere, fino a un anno, per uomini e donne che hanno avuto rapporti sessuali fuori dal matrimonio; i controlli sono severi, negli ospedali i medici stanno attenti a non essere coinvolti in queste brutte storie e premono perché i colpevoli riparino la violazione della legge sposandosi, ciò che impone di rintracciare il “reo” e di celebrare le nozze quanto prima possibile.

Si impone la fine della segretezza: la famiglia viene informata e infine spunta il nome di Omar (Hamza Khafif), un “reo buon uomo” direbbe Manzoni, un poveraccio dei quartieri “bassi” di Casablanca che prima negando, poi ammettendo, acconsente di sposare Sofia, cogliendo, in tal modo, l’opportunità di riscattare dall’emarginazione e dalla miseria se stesso e la propria famiglia.

Più tardi arriverà, con la piena confessione di Sofia, il secondo colpo di scena, che non rivelerò e che ribaltando il primo racconto, mette in chiaro che
al di là delle intenzioni del legislatore, le leggi ispirate ai principi religiosi non solo non incrementano i comportamenti virtuosi dei cittadini, ma favoriscono sotterfugi e ipocrisie, impedendo che si sviluppi la normale dialettica degli interessi fra le classi sociali, fondamento delle società democratiche nel mondo contemporaneo.

 

Si tratta di un buon film, girato con cura e con la giusta suspence, che inaspettatamente ci svela una tragica commedia umana neppure lontanamente immaginata, perciò stesso di grande interesse. Anche in questo caso, tuttavia,  non ritengo questo film completamente convincente.
Riporto, a questo proposito, le esplicite dichiarazioni della regista, nata in Marocco, ma cresciuta ed educata in Belgio: “Con Sofia non ho voluto parlare specificatamente delle divisioni sociali che attraversano il Marocco, o della condizione femminile. Ho voluto semmai raccontare com’è il Paese oggi”.
Ne prendiamo atto e la ringraziamo, anche se sommessamente vorremmo farle notare che in questo modo si è limitata alla descrizione di quella realtà sociale, cosa buona e giusta, quando non si limiti alla sterile constatazione dei dati di fatto, ma diventi la fonte di conoscenza indispensabile per la trasformazione: “attirare l’attenzione nel presente così come è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”.
La citazione gramsciana diventa ovvia, soprattutto in presenza dell’elemento di speranza e di cambiamento costituito dal neonato, che, purtroppo, qui  si riduce a mera funzione narrativa, come viene fatto notare anche da J. S. Chauvin (Cahiers du Cinéma n. 157 del settembre 2018 pag. 29).
Pregevole per molti aspetti, dunque, il film appare quasi la paradossale e folkloristica rappresentazione di un’organizzazione sociale che ha elevato a sistema indistruttibile il malcostume e la corruzione diagante provocata dalla profonda disuguaglianza economica fra le classi, evidentemente di scarso interesse per Meryem Benm’Barek.
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Cafarnao-Caos e miracoli

recensione del film:
CAFARNAO-CAOS E MIRACOLI

Titolo originale:
Capharnaüm

Regia:
Nadine Labaki

Principali interpreti:
Zain Alrafeea, Yordanos Shifera, Boluwatife Treasure Bankole, Kawsar Al Haddad – 120 min. – Libano, USA 2018.

Capharnaüm è l’antica città della Galilea, da cui iniziò la predicazione di Gesù. Nei millenni il suo nome ha acquisito il significato di confuso bazar, senza regole, in cui tutto è acquistabile.

Nel Libano miserabile e caotico dei campi che accolgono milioni di rifugiati dal vicino Oriente e anche dal Corno d’Africa, la regista Nadine Labaki ambienta una parte della dolorosissima storia di Zain (Zain Alrafeea), un frugoletto dodicenne, intelligente e triste, figlio di profughi siriani insediati nei pressi di Beirut.
Zain compare in manette nell’aula del tribunale della capitale libanese: è in stato d’arresto, avendo ferito gravemente, con un coltello, l’uomo che aveva comprato dai genitori sua sorella Sahar, di soli undici anni, che invano egli aveva cercato di proteggere da lui. Sahar ne era morta poiché il suo corpo gracile e ancora infantile non aveva retto alla prima gravidanza. L’accoltellamento del cognato pedofilo era stata la vendetta di Zain, che ora, in tribunale, stava chiedendo giustizia per sé, denunciando quei genitori per il reato di averlo messo al mondo, col solo fine di ricevere i sussidi che l’alto numero dei figli garantisce ai profughi.
La stessa regista assume il ruolo di avvocato difensore del piccolo, a cui chiede di raccontare la propria storia.
Il film, pertanto, ripercorre a colpi di flashback la dolorosissima infanzia di Zain, la sua fuga dalla famiglia, il suo vagare incerto e pericoloso lungo le strade e i mercati in cui i profughi si mescolano ai libanesi, sempre pronti a lucrare sui loro bisogni e sulla loro disperazione.

Il mio giudizio su questo film è incerto: pur riconoscendone i pregi formali, ribadisco la mia avversione per i film ricattatori, che esibiscono il dolore senza ritegno, ingigantendolo col racconto del susseguirsi ininterrotto di sciagure che si abbattono sugli indifesi, soprattutto quando insopportabilmente i bambini, perfetti per commuovere, ne diventano i protagonisti. Le vicende sono sicuramente “storie vere”, forse addirittura al di sotto della realtà, in un mondo in cui tutto è merce, e in cui corpi e anime dei più deboli diventano oggetto di compravendita cinica, da parte di chi sfrutta senza scrupoli la disperazione degli uomini in fuga dalla fame, dalle persecuzioni politiche e dalla tortura, proprio là dove sono accolti in attesa degli aiuti umanitari.
Mi chiedo, tuttavia, per quale motivo, di fronte a questa dura realtà, Nadine Labaki, invece di denunciare le responsabilità politiche e storiche che l’hanno prodotta, si sia accontentata di una semplicistica rappresentazione sociologica, alla ricerca delle colpe individuali, mettendo inevitabilmente sullo stesso piano gli sfruttati e gli sfruttatori, le vittime e i carnefici.

 

 

Buona Pasqua a tutti voi

Paris nous appartient era il titolo del film di Jacques Rivette che inaugurò, all’inizio degli anni ’60, la stagione nuova del cinema francese, la Nouvelle Vague.


Cari Lettori,

ora ci sentiamo meglio, dopo il cuore in gola per quelle immagini: abbiamo davvero capito quanto profondamente Parigi ci appartiene.

Resto in tema, con i miei auguri: la breve clip che li accompagna è un estratto da Midnight in Paris di Woody Allen.
Anche a lui Parigi appartiene, con i suoi cliché, col suo fascino, con la sua cultura.

E ora, davvero, tanti cari auguri a tutti voi per una Pasqua serena con le persone che vi sono care. A presto!

L’uomo fedele

recensione del film:
L’UOMO FEDELE

Titolo originale:
L’Homme Fidèle

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Laetitia Casta, Lily-Rose Depp, Joseph Engel, Louis Garrel – 75 min. – Francia 2018.

Chi non ha visto questo film potrebbe immaginare che in casa Garrel si stia trasmettendo di padre in figlio la passione per l’indagine della fenomenologia amorosa, secondo il gusto del racconto morale cinematografico, nel solco della tradizione culturale, tutta francese, del conte philosophique. Il film, probabilmente, lo farà ricredere. 

I personaggi e i primi sei minuti del film

Una Parigi quasi da cartolina, con tanto di Tour Eiffel sorvolata rapidamente; l’avvicinarsi delle case dell’arrondissement abitato dalla media borghesia dei giovani in carriera: siamo alla scena introduttiva del film che ci offre la location del racconto, e, indirettamente, l’ambiente sociale in cui si svolgerà, quello dei protagonisti, che compaiono in medias res, alle prese con le operazioni quotidiane del dopo-risveglio.
Lui (Louis Garrel) è Abel, giovane giornalista che vive nella casa di Marianne, la donna che ama (Laetitia Casta). Si è appena alzato e ora sta preparandosi la colazione; lei, ancor mezzosvestita, lo raggiunge in cucina: è visibilmente imbarazzata e ha urgenza di parlargli per dirgli:

-di aspettare un figlio (sorriso radioso di Abel);
-che il figlio non è suo (il sorriso si spegne);
-che il figlio è di Paul (sguardo che si rabbuia: è il suo migliore amico)
-che con Paul ha fissato, nel rispetto della bigotta famiglia di lui, la data molto ravvicinata delle nozze;
-che dovrà pertanto andarsene al più presto perché quella casa diventerà il domicilio coniugale di lei e di Paul.

Di questo matrimonio senza storia, non sapremo altro, così come ignoreremo tutto di Paul, riferimento senza volto e senza identità, che per nove anni, ovvero fino alla sua morte improvvisa, era stato il marito di lei e il padre di Joseph (un piccolo ma bravissimo Joseph Engel).
Sono passati soltanto sei minuti: la situazione iniziale si è più volte ribaltata, costringendoci all’attesa guardinga di ciò che avverrà.
———
Si riposizionano i personaggi:
Abel, l’uomo fedele, è ora un giornalista affermato;
Marianne è ora la segretaria indispensabile di un giovane politico ambizioso e belloccio;
il figlio di Paul, Joseph, è un ragazzino sveglio e fantasioso, appassionato di film gialli e di storie poliziesche, che vorrebbe la mamma solo per sé.
Si sono visti tutti ai funerali di Paul; Abel e Marianna potrebbero ricominciare daccapo la loro storia di coppia, ma la gelosia di Joseph, terzo incomodo fra i due, di nuovo innamorati, lascia spazio a nuovi e imprevedibili sviluppi, mentre un nuovo personaggio ne insidia l’armonia ritrovata: è la giovanissima Eve (Lily-Rose Depp), sorella del defunto Paul, che, appena uscita dall’adolescenza, contende a Marianne l’amore di Abel, ancora una volta arrendevole e pronto ad andarsene, traslocando bagagli e ricordi da una casa all’altra, da una storia a un’altra, fedele soprattutto alla propria inerzia, per incapacità di scegliere e di amare davvero. Non racconterò altro, ma molto altro accadrà…il film è da vedere.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista e da Jean-Claude Carrière, proprio quello stesso degli ultimi film di Luis Buñuel, dà vita a questo grottesco e straniante film, corrosivo dei luoghi comuni, che, con una forte presa sull’attualità, ci presenta un ritratto impietoso dei giovani borghesi di oggi, inconcludenti, sotto l’apparente mitezza, come Abel, o crudeli, sotto l’apparente liberalità sentimentale, come Marianne; capricciosi, come Eve, ma in fondo tutti quanti incapaci di uscire da sé, di comprendere gli altri, privi di slanci ideali, stanchi e vecchi anche da giovani.
Pochi, ma molto bravi gli attori fra i quali spicca una Laetitia Casta davvero superba nei panni del personaggio ambiguo di Marianne e Louis Garrel, credibile Abel, ignavo bamboccione senza qualità.

Visages Villages

 

 

recensione del film:
VISAGES, VILLAGES

Regia:
JR, Agnès Varda

Documentario
– 90 min. – Francia 2017

Con questa recensione, concludo il ricordo di Agnès Varda, regista e protagonista, insieme al giovane artista JR, di questo eccezionale film, presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 2017 (e successivamente candidato all’Oscar del 2018).

Agnès non conosceva JR di persona, ma ne aveva ammirato l’attività di artista, noto nel mondo per le composizioni e le installazioni fondate sulle proprie gigantografie; allo stesso modo JR aveva  ammirato le creazioni di Agnès, senza conoscerla, eppure entrambi si erano più volte sfiorati negli ambienti degli artisti o nella vita quotidiana parigina. L’abboccamento era avvenuto nell’accogliente e storica dimora di Agnès in Rue Daguerre, base operativa del suo vecchio documentario Daguerréotypes (1976),dove “Agnès-la-Daguerréotypesse” viveva e lavorava da sempre.
Era stata sua figlia, Rosaria Varda, produttrice cinematografica, a organizzare il loro primo colloquio, dal quale era scaturito il progetto di Visages Villages, secondo le intenzioni iniziali un cortometraggio di soli dieci minuti.
In corso d’opera, tuttavia, dopo 18 mesi di lavorazione (una settimana ogni mese dedicata alle riprese e il resto del tempo all’elaborazione del materiale raccolto) il cortometraggio era diventato questo magnifico film di un’ora e mezza, ciò che aveva richiesto l’intervento di alcuni produttori, a integrazione della piccola ma importantissima somma iniziale, raccolta col crowldfunding, che ne aveva reso possibile il decollo.

Col suo caschetto di capelli bicolori, dunque, Agnès, classe 1928, si accingeva a mettersi in viaggio al  fianco di JR (il giovanotto inseparabile dai suoi occhiali scuri), classe 1983, sedendo accanto a lui, sul singolare e magico automezzo attrezzato per fotografare e per trasformare in pochi istanti qualsiasi fotografia in una stupefacente gigantografia, pronta per essere incollata sulla superficie destinata allo scopo, talvolta nell’intento di rianimare un luogo spento e insignificante; altre volte, invece, per far rivivere, nella bellezza dell’immagine, l’emozione che l’aveva originata.
Il film, dunque, è un on the road ricco di incontri, alla scoperta della Francia dei villaggi: quelli in cui molti vivono accettando le novità e i vantaggi della moderna rivoluzione informatica; quelli a rischio di estinzione, dove ancora sopravvivono gli ultimi custodi della memoria locale ignorata dalla globalizzazione, dove l’arrivo dei due artisti che ascoltano con interesse le antiche storie e i personali ricordi diventa l’emozionante occasione per far rivivere, col cinema e con le composizioni di JR, un po’ di quel passato che non si vuole cancellare.
Emerge inaspettatamente l’umanità dolente degli sconfitti che non cedono; si scoprono personaggi bizzarri e poetici, come il vecchio Pony, misantropo, orgoglioso e felice, che, senza aver letto Latouche, ha rifiutato il “progresso” in nome della bellezza dell’universo e di quella del riciclo.
Al richiamo della bellezza e dell’arte di JR tutti accorrono: la barista, ora immortalata sull’alto muro di una casa all’ingresso della città; le donne di Le Havre; i lavoratori di una fabbrica che produce, a ciclo continuo, acido cloridrico e che della loro presenza solidale lasciano sui muri un’indimenticabile testimonianza.
Qualche prezioso ricordo di Agnès trova spazio nel film: la visita alla tomba abbandonata e solitaria di Cartier-Bresson, la corsa (in carrozzella) al Louvre, nel ricordo di Godard; la gigantografia di Guy Bourdin sul bunker tedesco conficcato come una scultura contemporanea su una spiaggia sabbiosa della Manica, soggetta al vento e all’alta marea, immagine emblematica dell’intero film, che della precariètà di ogni  bellezza e di ogni ricordo fa uno dei temi centrali della narrazione.

Colpisce di quest’ opera la semplicità asciutta del racconto, emozionante sicuramente, mai lacrimoso, però, grazie all’attentissimo montaggio di Agnès, vera mente del film, convinta da sempre che un documentario non consista nella semplice addizione di sequenze interessanti, ma che debba essere costruito per guidare, con mano leggera, gli spettatori a riconoscere le emozioni vere, ripulite dalle sbavature patetiche sempre in agguato quando è in gioco la memoria di ciò che è stato, troppo spesso amara e dolorosa. A questo scopo si rivela utile anche la bella e pertinente colonna sonora originale di Matthieu Chedid.

Film memorabile di immagini, di storie, di parole e di musica: uno dei più belli di questi ultimi anni.

 

 

 

 

Cléo dalle 5 alle 7

recensione del film:
CLEO DALLE 5 ALLE 7

Titolo originale:
Cléo de 5 à 7

Regia:
Agnès Varda

Principali interpreti

Corinne Marchand, Antoine Bourseiller, Dominique Davray, Dorotée Blanck, Michel Legrand, José Louis de Villalonga. – 85 min. – Francia 1962.

Ad Agnès Varda, la splendida novantenne signora del cinema francese, grande regista e grande fotografa, scomparsa qualche giorno fa, dedico la recensione di questo suo bellissimo film, il primo uscito in Italia, cui farò seguire quella dell’ultimo, uscito nelle nostre sale un anno fa: Visages-VIllages.
È un tributo modestissimo, ma molto affettuoso, alle sue opere, che sempre mi hanno comunicato emozionanti riflessioni sul tempo che inesorabile passa, sullo sgomento per l’ineluttabilità della fine, insieme alla gioia di vivere, “fino all’ultimo respiro”, il grande e misterioso dono che è la nostra vita.

Florence, in arte Cléo (Corinne Marchand), è una giovane e bella donna, cantante radiofonica di successo, che si è recentemente sottoposta ad alcuni esami clinici di cui sta attendendo i risultati, in un crescendo di ansia e timore.
I tarocchi della cartomante, così come  le superstiziose precauzioni della sua segretaria-governante, le sembrano sinistri presagi dell’approssimarsi della morte e ingigantiscono nel suo cuore l’angosciosa attesa della diagnosi.
Il tempo del film accompagna, quasi esattamente, il tempo reale delle due ore pomeridiane (dalle 5 alle 7) che separano Cléo dall’incontro temuto col medico che si occupa di lei. Siamo a Parigi, in un giorno speciale: il primo giorno dell’estate.
Cléo, per la prima volta, ha voluto uscire da sola nella grande città, libera finalmente di vagare senza meta, guardandosi attorno, lontana da quella dimora un po’ rifugio e anche un po’ gabbia dorata, luogo delle carezze  e delle coccole che condivide con gli amici musicisti, la segretaria impicciona, l’amante che la trascura, i gatti che ne occupano ogni spazio morbido e caldo.
Con occhi nuovi, senza alcuna mediazione, Cléo vede nei luoghi abituali persone del tutto sconosciute: ascolta le loro storie, conosce il loro dolore, cerca e ritrova, infine, l’amica di sempre, che si guadagna da vivere posando in un laboratorio di scultura. Scopre che il giovane che vive con lei è un aspirante regista, che le mostra un breve film (una bella sorpresa: J. Luc Godard e Anna Karina fanno gli attori!).
Continuando nella sua passeggiata, Cléo arriva al Parco di Montsouris, dove incontra Antoine (Antoine Bourseiller), un ragazzo, militare in partenza per l’Algeria, non meno preoccupato di lei per il destino che lo attende… È l’incontro decisivo, che l’aiuterà finalmente ad affrontare la verità delle proprie condizioni di salute. Che cosa sarà di loro, non è dato sapere: si scriveranno, forse si rivedranno: si sono scambiati un bacio e l’indirizzo, ma nessuno può davvero prevedere il loro futuro.
La primavera se n’era andata con tutti i suoi fiori, per lasciare ai frutti succosi dell’estate la testimonianza della meravigliosa bellezza della vita nella sua maturità: forse era arrivato anche per Cléo il momento di abbandonare la sua vita di ragazzina viziata e protetta e di affrontare il futuro: la metamorfosi era arrivata proprio quando, al colmo dell’angoscia, aveva sentito l’urgenza di uscire dal bozzolo confortevole e di guardare finalmente fuori di sé, aprendosi al mondo e agli altri, senza illusioni, come tutti, ma decisa ad accettare le gioie e i dolori che la vita le avrebbe riservato.

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tócche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino…

Eugenio Montale – Ossi di seppia
(Mediterraneo – VI movimento Versi 1-6)

Peterloo

recensione del film:
PETERLOO

Regia:
Mike Leigh.

Principali interpreti:
Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith, David Bamber, Tim McInnerny, Teresa Mahoney, Nico Mirallegro, Karl Johnson, Leo Bill, Mark Ryan, Philip Jackson – 154 min. – Gran Bretagna 2018.

Quest’opera del grande regista britannico Mike Leigh, presentata a Venezia nel settembre scorso, ricostruisce, con estrema accuratezza, un fatto storico fra i più dolorosi della storia del Regno Unito: la spietata repressione del raduno pacifico della popolazione di Manchester, convenuta dalla città e dalle campagne il 16 agosto 1819 nella grande radura di Saint Peter’s Field a sostegno di uno sciopero operaio, forse il primo organizzato dopo che la rivoluzione industriale (nata proprio a Manchester) si era imposta, garantendo altissimi guadagni ai proprietari dei nuovi strumenti meccanici, ai cui ritmi erano tenuti ad adeguarsi i lavoratori inurbati, operai senza diritti, impegnati senza limiti di orario a far funzionare le macchine. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari, dopo le guerre napoleoniche, rendeva durissima la vita di ogni giorno, né era possibile in tempi di carestia dilagante ritornare alla terra, ormai esclusiva proprietà dei rentier che vivevano a Londra impegnandosi nelle feste, nelle chiacchiere di corte, nella discussione politica * La crisi economica colpiva duramente; lo scontento di grandi masse affamate e sfruttate era avvertito come una minaccia sovversiva dalla nobiltà, dal clero e dalla borghesia manifatturiera a cui diventava evidente che non sarebbe bastata la sconfitta militare dei Francesi per liberarsi dalla minaccia della rivoluzione. Una nuova coscienza solidaristica e libertaria si era diffusa, infatti, penetrando persino fra i politici più illuminati del Parlamento inglese, fra i professionisti e gli intellettuali. Fu uno di questi, il radicale Henry Hunt (Rory Kinnear), avvocato londinese, a prendere a cuore l’organizzazione dello sciopero, imponendo, non senza difficoltà, al movimento la propria visione non aggressiva e non violenta: una festa popolare senza provocazioni per evitare che la Guardia Nazionale, inviata dal governo di Londra, disperdesse la folla con i fucili, o a colpi di spada, o con le cariche di cavalleria. Non andò così, purtroppo: i canti e la festa si trasformarono in lutto e alla fine della giornata si contarono 15 morti e quasi mille feriti. Non era bastata a tenere lontana la violenza stragista neppure la presenza di cronisti e gazzettieri di molta parte dell’Europa e anche del continente americano che testimoniarono, nelle loro pagine, lo scandalo e la vergogna di quel massacro. Nacque allora il Manchester Guardian, oggi chiamato semplicemente The Guardian, che si sarebbe impegnato da allora a lottare per l’attuazione della riforma della rappresentanza parlamentare e per l’introduzione di una Carta dei dritti dei lavoratori. La strada era però ancora molto lunga… 

Il regista si preoccupa, nella prima parte del film, di contestualizzare lo svolgimento dei fatti, ricostruendo, con verità e senza fretta, gli ambienti in cui vivevano i lavoratori, le abitudini di alcune famiglie, le loro difficoltà. Allo stesso modo ci presenta le paure dei nuovi borghesi delle manifatture, presto alleati dei notabili locali più conservatori e dei preti, così come estende la sua indagine agli ambienti del governo, ai ministri parrucconi e decrepiti, e alla squallida corte del principe ereditario depravato e incapace.
Nella seconda parte, invece, assistiamo ai preparativi di quella giornata, agli accordi fra Hunt e i lavoratori più ascoltati e carismatici, oltre che alla manifestazione e alla tragedia sanguinosa che non risparmiò neppure i bambini.
Una bellissima fotografia accompagna il lungo racconto corale, che si sofferma soprattutto sul personaggio emblematico di Joseph (David Moorst), tornato a casa distrutto dopo la battaglia di Waterloo, quindi seguito dal suo lento reinserirsi in famiglia, fino alla sua fine drammatica, fra le vittime innocenti di quell’orribile giorno.
Tutto il film testimonia la volontà ferma del regista di rendere giustizia ai morti di allora, risvegliando la nostra pietà e rinfrescando la nostra memoria, soprattutto ora che la crisi sembra riproporre antiche paure e sbrigative quanto inutili soluzioni.
Ottime intenzioni, non sempre sufficienti, purtroppo, a vincere la noia di una rappresentazione molto prolissa, anche se di indubbio valore educativo: numerose sono state, ahimè, le uscite di sala prima del concludersi di questo film, pur molto atteso e sicuramente assai bello. Che peccato!

* Sulle condizioni storiche, sfondo del massacro, rievocate nel film, si possono avere notizie dettagliate QUI