La forma dell’acqua



recensione del film:
LA FORMA DELL’ACQUA

Titolo originale:
The Shape of Water

Regia:
Guillermo Del Toro

Principali interpreti:
Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, Octavia Spencer – 119 min. – USA 2017

A me, colpevolmente all’oscuro dei trascorsi cinematografci di Guillermo Del Toro, questo film ha detto davvero poco, essendomi sembrato l’ennesima versione, sotto mentite spoglie, della favola antica della Bella e della Bestia.

Dopo il “muto” del 1920, con la regia di Umberto Fracchia, fu il film di Jean Cocteau del 1946, La Bella e la Bestia, a iniziare la lunga serie delle belle e delle bestie, che, con altri titoli e con variazioni e contaminazioni da altre fiabe, è arrivata fino ai nostri giorni, per il grande schermo e anche per gli schermi televisivi. Dall’antica fiaba originaria (Amore e Psiche dall’Asino d’oro di Apuleio) molta strada è stata percorsa, ma la malìa di quel racconto e delle sue implicazioni simboliche sembra aver attraversato i tempi incantando ancora. Nella premessa che Jean Cocteau aveva anteposto al proprio film si trova forse il segreto di questo fascino permanente: a molti piace ritornare, nel buio della sala, all’infantile e ingenua disposizione d’animo grazie alla quale, senza sforzo, si crede all’incredibile, ci si abbandona ai sogni e, immaginando che il Bene, incarnato in alcuni personaggi, sconfigga il Male, incarnato in altri, si accoglie la narrazione con grande candore, la razionalità essendo riservata, semmai, al dopo, all’analisi degli strumenti utilizzati per dar vita a un racconto ricco di effetti (talvolta anche di effettacci) sbalorditivi per il loro realismo, o all’abilità narrativa, al montaggio… La favola bella, insomma, deve illudere!

Guglielmo del Toro, a quanto ho appreso, colloca le fiabe dei suoi film in uno scenario storico preciso: così era avvenuto nelle opere precedenti, così  avviene ora  per questo ultimo lavoro.
Ambientato nel Maryland degli anni sessanta in piena guerra fredda, quando dopo il lancio del primo uomo nello spazio da parte dell’URSS, gli scienziati americani progettavano una risposta spettacolare che offuscasse la memoria di quel successo, il film narra che allo scopo si pensava di utilizzare un uomo-pesce, creatura marina “mostruosa” ma intelligente, che era stato catturato in Amazzonia e, successivamente, imprigionato a Baltimora.
L’infelice creatura, in condizioni ai limiti della sopravvivenza, in un laboratorio acquatico sotterraneo, subiva sul proprio corpo squamoso e bellissimo (?) i test più crudeli che permettessero di capire se in futuro avrebbe potuto essere inviato nello spazio, colmando il gap con l’Unione Sovietica. Lo seguiva un medico, spia russa in incognito, a contatto continuo con altri spioni. Della sua esistenza nessun altro cittadino americano era informato, con l’eccezione delle due donne addette alla pulizia dei locali: Elisa e Zelda, amica, confidente e… interprete di Elisa, donna muta che si esprimeva a segni. Le accomunava una solidarietà profonda: Zelda (Octavia Spencer), nera di pelle, mal sopportava il razzismo dell’America pre-kennediana, oltre che il vetero-maschilismo di un marito ottuso; Elisa (Sally Hawkins) reagiva alla solitudine (alla quale il mutismo l’avrebbe condannata) col lavoro, con la fiducia nel futuro e con l’amicizia di Zelda e di un vicino di casa omosessuale, Giles, emarginato e, a sua volta, solo e povero, nonostante le ottime qualità di disegnatore pubblicitario.
Presa da meraviglia pietosa per lo strano uomo prigioniero che tutti i giorni emergeva in catene dalla vasca del laboratorio, Elisa se ne era innamorata perdutamente e, con l’aiuto di Zelda, era riuscita a trascinarlo segretamente fuori dal sotterraneo carcere e a vivere con lui per qualche tempo, trasformando anche la propria abitazione in una vasca tracimante enormi quantità d’acqua sui locali del cinema sottostante. Mi limito a far notare la metafora un po’ ovvia (l’acqua profumata dalla storia d’amore, di cui Elisa è muta protagonista, che piove sul cinema) senza raccontare altro, per non togliere a chi mi legge il gusto della visione, che può risultare gradevole per la sua accuratezza: bei colori, bella musica, buona sceneggiatura e anche per la misura con cui il regista è riuscito a contenere il manicheismo della lotta fra i buoni (Elisa, il suo vicino di casa Giles, ovvero Richard Jenkins, e Zelda) e i cattivi (i guerrafondai di entrambi i fronti), introducendo un cattivo, ma non troppo, nella figura tormentata del medico-spia (Michael Stuhlbarg). Travestito da mostro buono è l’attore Doug Jones, ricoperto da una corazza in plastica finemente cesellata e impreziosita: molto kitsch. Non mi ha convinta fino in fondo, ma il film è da vedere, almeno per curiosità. Se qualcuno ricorda il film di Cocteau, lo dimentichi, per evitare un paragone troppo impietoso e forse ingiusto!

 

Leone d’oro della Mostra del cinema veneziana dello scorso settembre e candidato con ben tredici Nomination all’Oscar (un po’ sopravvalutato?), è ora nelle nostre sale.

 

Annunci

Bande à part


recensione del film .
BANDE À PART

Regia:
Jean-Luc Godard

Principali interpreti:
Anna Karina, Claude Brasseur, Sami Frey, Louisa Colpeyn, Chantal Darget – 95 min. – Francia 1964.

È arrivato finalmente anche in Italia questo Godard del 1964, nell’edizione restaurata e proposta da Movies Inspired. Forse diventerà un DVD, accessibile agli appassionati che non saranno riusciti a vederlo: per ora la sua presenza nelle sale è alquanto limitata, ma ove possibile, la sua visione è raccomandabile per l’eccezionale qualità delle riprese e anche perché alcune scene avrebbero ispirato nei decenni successivi molto cinema, da Bertolucci  a Tarantino: un film minore (davvero?) che avrebbe lasciato un segno nella storia del cinema.

Rinunciando al colore e riducendo al minimo i costi grazie all’estrema semplicità della messa in scena e alla partecipazione di Anna Karina, sua moglie, protagonista col nome di Odile, Godard aveva tentato di rifarsi delle spese ingenti sostenute l’anno prima (1963) per Le Mépris (Il Disprezzo), costato una fortuna*.
Siamo a Parigi, lungo la tangenziale che porta, costeggiando la Senna, alla prima periferia, grigia e squallida, ma molto autentica, con i suoi bar, gli edifici scrostati e privi di decoro, la varia umanità che la percorre in auto o in bicicletta.

Sono senza arte né parte Franz (Samy Frey), belloccio e disincantato e Arthur (Claude Brasseur), “intellettuale” che si presenta come Arthur Rimbaud e ruba i libri, ovvero i due amici che, a bordo di una vecchia Simca cabriolet, si preparano a realizzare il colpo grosso che hanno in mente, l’occasione di sistemarsi, senza rischi, per il resto della vita, senza dover lavorare, pronti a salpare, dopo, per altri lidi al di là dell’Oceano, fuori dal raggio d’azione della polizia francese.
Piccoli balordi, diversi nell’aspetto e nel carattere, i due, insieme a  Odile (la ragazzina che aveva seguito con Franz le lezioni della scuola d’inglese e che ora sembra attratta da Arthur), si accingono a entrare nella villa di una ricca signora, per mettere le mani su un ingente malloppo, neppure troppo nascosto,  della cui esistenza lei aveva imprudentemente parlato con Franz e che ora li avrebbe seguiti nella realizzazione del goffo e rischioso  progetto criminale, che involontariamente era stata lei a ispirare.
Dico subito che non vedremo un gangster movie, all’americana, perché a Godard interessa poco cogliere gli sviluppi di quel proposito: gli preme, invece, rappresentarlo direttamente nel suo divenire, a confronto con gli imprevisti del caso, fra le mille perplessità di Odile, le discussioni e i piccoli litigi dentro e fuori quell’auto, gli incontri fortuiti lungo la strada, le occasioni per ballare e per divertirsi tutti e tre, dimenticando per un po’ le ragioni del viaggio e i presentimenti cupi che continuano a turbare soprattutto la ragazza e in qualche misura anche Arthur, uomo cupo e pessimista, lontano dal cinismo razionale e incosciente di Franz.

Scorre davanti ai nostri occhi, in presa diretta, la realtà parigina dell’epoca, e anche quella, molto universale, dei tre giovani, un po’ scombinati e, come molti loro coetanei, pieni di sogni, di speranze; innamorati non sempre sul serio. La voce del regista, fuori campo, sembra invitarci a  considerare il non detto delle immagini  ricordandoci, con molta ironia (e soprattutto senza giudizi morali) la finzione della narrazione cinematografica.
Alcune scene si imprimono nella nostra memoria e non l’abbandonano: quella del ballo a tre (che cita Truffaut in modo del tutto originale):

quella della fuga attraverso il Louvre

che Bertolucci avrebbe rifatto a colori, quasi identica nel suo The Dreamer; quella delle alterne esitazioni di Odile dentro il bar, luogo in cui un minuto di silenzio sospende magicamente il fluire delle immagini, ma non la nostra attenzione.

Film affascinante veloce e coinvolgente, pieno di svolte e di sorprese: tutti gli appassionati di cinema dovrebbero conoscerlo.
———————-

* per gli attori famosi che erano stati ingaggiati, per la presenza di Fritz Lang e delle numerose comparse utilizzate nel suo film dentro al film; per le spese esorbitanti della location di Villa Malaparte a Capri.

 

C’est la vie – Prendila come viene


recensione del film:
C’EST LA VIE-PRENDILA COME VIENE

Titolo originale:
Le sens de la fête

Regia:
Eric Toledano, Olivier Nakache

Principali interpreti:
Jean-Pierre Bacri, Jean-Paul Rouve, Gilles Lellouche, Vincent Macaigne, Eye Haidara, Suzanne Clément, Alban Ivanov, Kévin Azaïs, Judith Chemla, Yves Heck, Hélène Vincent, Jackee Toto – 117 min. – Francia 2017

Una lezione di stile e di gusto dai nostri cugini francesi, con questo film leggero, divertente, mai volgare, candidato a una decina di premi César, il prestigioso “Oscar” d’oltralpe. Una bella commedia, che a poco a poco diventa la metafora dei conflitti e delle tensioni presenti nella società, difficili, ma non impossibili da comporre e da governare. Come i film precedenti dei due registi (e sceneggiatori), Quasi amici e Samba, anche questo è una commedia, ma a differenza di quelli, appare più compatto e convincente, forse anche per l’eccezionale qualità delle performance attoriali, particolarmente di quella di  Jean-Pierre Bacri, grandissimo e umanissimo nel personaggio di Max Angely, che sembra quasi guidare l’intero cast verso l’equilibrio interpretativo  necessario a evitare che una commedia acuta e divertente si trasformi in una farsa sopra le righe, triviale e insopportabile. Qualsiasi riferimento a certi troppo osannati cineasti di casa nostra non è affatto casuale: hanno davvero molto da imparare da questo film.
Ricco di riferimenti cinefili* dai film di (e con) Agnès Jaouy (da Il gusto degli altri, mi era sembrata addirittura tratta interamente la prima scena, ma mi ero probabilmente ingannata), alle pellicole più famose sul tema delle feste e delle difficoltà della loro perfetta riuscita: sopra ogni altra Hollywood Party (1968).
La vicenda è quella della difficile organizzazione di una festa di matrimonio, per la realizzazione della quale era stato firmato un contratto fra il futuro sposo e Max Angely (Bacri), un “Wedding Planner” assai esperto, ma costretto a ricorrere, per contenere i costi, a uno staff composto da conoscenti, disoccupati, spesso frustrati per la loro condizione di lavoratori eternamente irregolari e non sempre molto educati nei modi e nel linguaggio.
In questo caso, purtroppo, le pretese del committente erano molto alte: castello seicentesco come sfondo; il suo giardino come luogo del banchetto; i camerieri in polpe e parrucche d’epoca; i piatti raffinati; un’orchestra con repertorio classico; un fotografo di prim’ordine; un bianco aerostato, manovrato a terra, sul quale, dopo il discorso, lo sposo si sarebbe librato nei cieli notturni dell’Ile de France. Un’apoteosi autocelebrativa, insomma, più volte sul punto di diventare una catastrofe per i numerosi incidenti di percorso, sempre a fatica contenuti e rintuzzati dall’ottimo e paziente Max, vero eroe della serata, schivo nella sua modestia, ma dotato di alto senso di responsabiltà in vista di raggiungere l’obiettivo della perfetta riuscita, nonché del carisma sufficiente a non farsi sfuggire di mano la situazione sempre più aggrovigliata e complessa.

Il film procede velocemente con un sostenuto e vivacissimo ritmo narrativo, pieno di sorprese e di svolte imprevedibili, offrendoci uno spettacolo molto bello anche dal punto di vista visivo, senza scivolare nella faciloneria degli effetti comici a buon mercato. Proprio per rispettare  questa sua comicità lieve, ho voluto riprodurre, su questa mia pagina, la locandina e il trailer originale. C’est la vie è un titolo grottesco per un film in cui la casualità è per quanto possibile controllata dalla volontà e dallo spirito collaborativo di tutti, proprio per evitare di “prendere come viene ” la vita.

* non manca, in verità, un riferimento teatrale a Beaumarchais e al suo Le Mariage de Figaro.

Da vedere.

Il Post


recensione del film:
IL POST

Titolo originale:
The Post

Regia:
Steven Spielberg

Principali interpreti:
Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Matthew Rhys – 118 min. – USA 2017

Anche questo film è candidato all’Oscar, e ha alte probabilità di portarselo a casa, non tanto per le sue qualità (che pure ci sono), quanto per il tema che affronta, molto caro all’opinione pubblica liberal e politically correct degli USA e dell’Academy. In questa ultima fatica di Steven Spielberg si parla, infatti, dei rischi che aveva corso la libera stampa negli Usa nel 1971 (Presidenza Nixon), dopo gli arroganti tentativi di imbavagliarla, quando erano state pubblicate dal New York Times alcune pagine blindate dei Servizi Segreti (Pentagon Papers) che permettevano di vedere chiaramente attraverso quale rete di menzogne e  manipolazioni per circa trent’anni (dal 1943!) si fosse celato all’opinione pubblica il coinvolgimento militare degli USA nelle operazioni di guerra in Indocina (la guerra del Vietnam).
Quattro presidenti americani di ogni fede politica, repubblicani (Eisenhower) e democratici (Truman, Kennedy, Johnson), non solo non avevano mai detto la verità al Paese, ma avevano fatto credere che la vittoria contro i vietcong, ovvero contro gli abominevoli comunisti, fosse imminente, cercando in tal modo di giustificare l’incremento sempre maggiore di risorse economiche e umane (“escalation”) destinate dai loro governi all’infernale tritacarne di quella guerra, nonostante le disfatte militari e la morte dei soldati, non solo volontari ormai, fossero triste realtà quotidiana.

Dopo una rapida ricostruzione degli antefatti del racconto, Steven Spielberg, con la consumata esperienza che tutti gli riconosciamo, entra nel vivo dell’argomento del film inserendo nel quadro generale di quegli anni la crisi di una testata giornalistica a diffusione locale, a quel tempo: il Washington Post. Il quotidiano era di proprietà della famiglia Mayer, la cui ultima erede, Katherine (Meryl Streep), aveva deciso, fra mille esitazioni, di salvarlo dal fallimento più che probabile, quotandolo in borsa. Si rendeva necessario, ora, un ottimo avvio, tale da rilanciarne le vendite, per le quali sarebbero tornate utili, forse, le migliaia di pagine secretate del Pentagono che un ex addetto ai servizi era riuscito a far arrivare al direttore del “Post”, Ben Bradlee (Tom Hanks), sorvolando sul velocissimo stop decretato dal tribunale federale al giornale concorrente, il N.Y.Times, che prontamente era ricorso alla Suprema Corte.
Non era facile decidere il da farsi, in primo luogo per la difficoltà dei tempi stretti per riordinare quelle pagine giunte alla rinfusa (per rendere meno facili i controlli) e successivamente affidarle ai tipografi per la composizione, quindi alle rotative e ai distributori, in vista dell’uscita del giornale; in secondo luogo perché si aggiungeva il rischio, molto concreto, che le banche, che avevano appoggiato la quotazione in borsa del Post, ora ritirassero i capitali lasciando Katherine, ovvero la proprietà, nei guai.

Spielberg affronta con grande cura questi due critici aspetti della questione, soffermandosi (è tra le cose migliori del film) sulla mobilitazione collettiva, contro il tempo, dei giornalisti e dei dipendenti del Post, ognuno dei quali, nella casa di Ben, offriva la propria collaborazione al lavoro di squadra, permettendo l’uscita dell’articolo in tempo utile, mentre la moglie di Ben e la sua bimba si davano da fare per assicurare a quegli ingombranti ospiti il necessario per dissetarli e per nutrirli: pagine assai belle in cui si coglie davvero la straordinaria capacità del regista di riportare le imprese, per quanto eroiche e disperate, alla semplicità della vita quotidiana, quella delle persone comuni, senza la cui partecipazione affettuosa nessuna impresa “eroica” avrebbe significato.

Allo stesso modo, il regista permette di ricordare che Katherine non era solo la donna perfetta nell’organizzare feste e ricevimenti dalle parti della Casa Bianca: aveva compreso (sia pure con quell’ansia e quei patemi d’animo che la responsabilità, come proprietaria del quotidiano, le  faceva avvertire con profonda sofferenza), che era troppo importante in quel gravissimo momento non tirarsi indietro, nell’interesse di tutto il paese, nonostante la rabbia di Nixon e nonostante i suoi ultimi colpi di coda , prima di essere travolto dallo scandalo del Watergate (1972), di cui nel finale del film si colgono le prime avvisaglie. Il ricorso alla Suprema Corte, avrebbe suggellato, con una esemplare sentenza nel pieno rispetto della lettera costituzionale, l’intangibilità della libera stampa e l’illegalità di ogni divieto di pubblicare i Pentagon Papers.

Il film, scritto in tutta fretta, subito dopo l’elezione di Trump, che ne è l’obiettivo polemico, pur con i suoi meriti democratici e con la pulizia di una narrazione molto classica, degna del regista, non raggiunge, a mio modestissimo avviso, l’eccellenza dell’antico Tutti gli uomini del Presidente, il bellissimo film di  Alan J. Pakula, che nel 1976 aveva raccontato, guadagnandosi l’Oscar, il Watergate,  e che aveva appena accennato alla vicenda del Post, che si colloca, infatti, nel tempo appena precedente lo scandalo.

Dire che Meryl Streep è brava,  così come il suo collega Tom Hanks, sembrerebbe superfluo, così come sembra ovvio consigliare la visione del film, che ha da insegnare molto anche oggi, a chi ha a cuore la democrazia, fermo restando che l’utilità di questo lavoro non lo colloca automaticamente fra le cose migliori di questo grande regista.

Chiamami col tuo nome


recensione del film:
CHIAMAMI COL TUO NOME

Titolo originale:
Call me by your name

Regia:
Luca Guadagnino

Principali interpreti:
Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel – 132 min. – Italia, Francia, USA, Brasile 2017

Ci volevano quattro candidature all’Oscar perché la distribuzione italiana si accorgesse di questo miracoloso lavoro di Luca Guadagnino, regista di origine palermitana, di fama internazionale, molto stimato all’estero ma poco presente nelle nostre sale. Il suo film è un vero gioiello; era stato presentato un anno fa alla Berlinale, in una sezione speciale, ma qui da noi nessuno se ne era accorto, anche se da allora aveva raccolto prestigiose attestazioni di stima e riconoscimenti, fino alle ultime molto clamorose nomination ai Golden Globes e agli Oscar.

__________________________________________

Il film è per alcuni aspetti molto semplice: è il racconto dell’amore estivo di un adolescente, in vacanza con la famiglia in un imprecisato luogo del nord Italia, inevitabilmente destinato a durare “l’espace d’un matin”. Si chiama Elio ( Timothée Chalamet), il protagonista; nel 1983, anno in cui viene collocata la vicenda del film, ha diciassette anni e comincia a radere i suoi primi baffi; il suo corpo è ancora molto esile, ma sta mutando, accompagnato da qualche segnale fisico di disagio: sangue dal naso, vomito… quasi corrispettivo metaforico delle incertezze tormentose sulla propria sessualità, nonché delle normali piccole insofferenze nei confronti del mondo degli adulti, di quei genitori (Michael Stuhlbarg, Amira Casar) così affettuosi da sembrare soffocanti, ma in realtà attentissimi, con impercettibile discrezione, ai suoi problemi: di questo vero e grande privilegio, insieme a Elio, infine, avremo tutti noi spettatori piena coscienza.

Durante la sua vacanza dorata, nell’avita casa di campagna, Elio legge, si vede con la sua amica Marzia (Esther Garrel) a cui dona le poesie di Antonia Pozzi, oppure scrive musica, suona la chitarra e il pianoforte, sul quale si diverte a variare le …Variazioni Goldberg di Bach, occupazioni impegnative che rivelano non solo interessi culturali che oggi sembrano insoliti per quell’età, ma anche un back-ground familiare neppure allora molto diffuso. La sua è una famiglia ebraica, in cui si parlano più lingue  (la madre è americana e di studi francesi) e la cultura è di casa: il padre, che insegna all’università, è un archeologo che ospita in estate giovani studenti stranieri, dottorandi che arrivano per soggiornare sei settimane, al fine di perfezionare la loro tesi, lavorando sul campo e imparando da lui.

Il 1983, accennato anche da una discussione a tavola fra amici che commentano gli ultimi significativi avvenimenti, è l’anno dell’arrivo dello studente Oliver (Armie Hammer), un giovane americano di ventiquattro anni, anch’egli di famiglia ebraica, la cui bellezza sportiva e sensuale ricorda quasi la bellezza suggestiva delle sculture antiche, riemerse come copie ellenistiche nei pressi di Sirmione dalle profondità del lago di Garda
L’acqua, da sempre ricca di significati culturali e simbolici, ha molto spazio nel film: è il lago dell’emersione dall’oscurità degli antichi reperti, è nei fontanili che diventano piscine per i tuffi; è nelle fontane delle cittadine intorno alla casa di campagna, è il bicchiere che disseta, offerto dalla contadina che sbuccia le verdure sulla soglia di casa, è quella che sgorga impetuosa nelle cascate che scendono dalle Alpi Orobie, alimentando i corsi d’acqua della valle, teatro dell’amore nascente di Elio per Oliver, la cui fascinosa bellezza oltre ad aver acceso le fantasie di molte ragazze, aveva colpito Elio. Non era stato facile, però, arrivare a lui, per il senso di responsabilità che gli veniva dalla sua età più matura e anche per il timore di deludere e di ferire quel tenero e fragile ragazzo innamorato lasciandosi invischiare in una passione senza futuro.
Il loro lento avvicinarsi, la gioia dei primi approcci, la tenerezza dolce e il reciproco desiderio impetuoso sono raccontati con delicatezza e grazia inarrivabili e giungono rapidamente alla nostra emotività, facendoci seguire con partecipazione pietosa gli sviluppi di quell’amore nascosto ma profondo che avrà inaspettatamente modo di manifestarsi per soli due giorni in un’esperienza di gioia vera e totale, importantissima per il futuro di entrambi, che hanno imparato a darsi l’uno all’altro, uscendo da sé e dalle proprie paure.

Il film è ricchissimo di riferimenti culturali: ad Antonia Pozzi, la grande poetessa novecentesca, legata a quel paesaggio alpino nel quale aveva cercato la morte; alla pittura di Renoir; alla cinematografia di Bernardo Bertolucci, grande narratore di paesaggi padani (Novecento) e di turbamenti giovanili (The Dreamers, Io ballo da sola, Io e te) nonché a quella degli interni borghesi viscontiani. Il film si presenta, tuttavia, molto compatto, grazie anche alla bellissima sceneggiatura che il regista ha condiviso con James Ivory, il vecchio regista, dal romanzo di André Aciman edito da Guanda qualche anno fa  e opportunamente ristampato e oggi reperibile. Da vedere !

Nuit de juin! Dix-sept ans! – On se laisse griser.
La sève est du champagne et vous monte à la tête…
On divague; on se sent aux lèvres un baiser
Qui palpite là, comme une petite bête…
(Arthur Rimbaud)*

______________________________________

*Fra i documenti del blog, se volete, potete trovare l’intera poesia di Rimbaud, che si intitola Roman (Romanza), nonché la sua traduzione.

_______________________________________

Sulle ragioni che hanno spinto Luca Guadagnino a produrre e creare i suoi film per l’estero prima che per l’Italia raccomando la lettura della più che istruttiva intervista che la giornalista Cristina Battocletti gli aveva fatto il 9 febbraio2017 per Il Sole 24 Ore. L’intervista è preceduta da alcune notizie sulla Berlinale che si possono tranquillamente ignorare e viene subito dopo il trailer, in lingua originale, di questo film.

 

In Bruges-La coscienza dell’assassino


recensione del film:
IN BRUGES-LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO

Regia:
Martin McDonagh

Principali interpreti:
Brendan Gleeson, Colin Farrell, Ralph Fiennes, Jérémie Renier, Clémence Poésy,Ciarán Hinds, Thekla Reuten, Jordan Prentice, Zeljko Ivanek, Elizabeth Berrington, Rudy Blomme, Olivier Bonjour, Mark Donovan, Ann Elsley, Jean-Marc Favorin, Eric Godon – 101 min. – Gran Bretagna, Belgio 2008.

La mia valutazione molto positiva di Tre manifesti a Ebbing- Missouri mi ha spinta a rivedere e ad analizzare i due lungometraggi precedenti del regista.

In Bruges-La coscienza dell’assassino, presentato nelle nostre sale nel maggio del 2008, ebbe un notevole successo di pubblico: costituiva per gli spettatori del cinema il primo incontro con Martin McDonagh, l’inglese di origini irlandesi affermato soprattutto come regista teatrale, molto apprezzato nel Regno Unito e in altri paesi anglofoni. Alla sua uscita, questa sua pellicola aveva destato in molti di noi un’ottima impressione, anche per lo scenario nel quale si ambientava la vicenda raccontata: una Bruges incantevole, insolita nel cinema e anche negli itinerari del nostro turismo, nonostante la qualità del suo assetto urbanistico, dei suoi palazzi gotici e tardo-gotici, dei suoi monumenti, nonché delle opere custodite nei suoi musei.
Il film, però, non era solo una bella cartolina da Bruges, anche se questo aspetto non andrebbe sottovalutato, per la dichiarata volontà del regista, che, innamorato della città, aveva voluto utilizzarne vie, canali, ponti, chiese e piazze quali sfondi straordinari del suo racconto (persino l’allora sindaco della città aveva trovato una collocazione secondaria fra i personaggi); quella pellicola è. infatti, la nerissima storia di una coppia di killer professionali, Ken (Brendan Gleeson)  e Ray (Colin Farrell), che lì avevano dovuto rifugiarsi dopo l’ultima loro sciagurata impresa londinese.
Era accaduto che gli spari del fucile di Ray avessero ucciso un prete in chiesa (come gli era stato ordinato), ma che avessero anche causato la morte di un bambino in preghiera, celato alla vista dal massiccio corpo dell’assassinato. I due complici, cui la polizia stava dando la caccia in conseguenza dell’orribile misfatto, avrebbero dovuto starsene lontani da Londra per un po’ di tempo, seguendo le indicazioni di Harry (Ralph Fiennes), il boss, che per il momento aveva deciso che raggiungessero Bruges. Per Ray, al suo primo omicidio, il battesimo del fuoco si era trasformato in un’imprevista tragedia; col rimorso nel cuore aveva seguito mal volentieri Ken in terra fiamminga, sperando di rientrare, quanto prima, sul suolo britannico….

In Bruges, però, non si limita alla cronaca, umoristicamente narrata, della fuga dei due malfattori: è il racconto di un soggiorno inquieto e strano, che Harry, uomo nevrotico e crudele aveva imposto, dal suo cottage, ai due malavitosi, segregandoli in una stanza d’albergo, in attesa di… Godot, ovvero di una sua telefonata. Per questa ragione, nel corso del film non si vedono molte scene movimentate, come ci si attenderebbe: quelle poche di solito nascono dal nervosismo di Ray, che se ne va in giro, col suo onnipresente senso di colpa, attraverso la città, i suoi bar e i suoi locali equivoci alla ricerca di avventure e di “paradisi artificiali” che ne plachino la rabbia e il rimorso. Egli lascia che sia Ken, più adulto e più maturo di lui, a scoprire la vecchia città, per lui decisamente poco attraente. Seguiremo, perciò nel corso del film, a fasi alterne, il percorso dei due personaggi, che non sempre si comportano da pacifici cittadini, perché, anche in questo fascinoso angolo di mondo, le occasioni per venire alle mani non mancano… Alla fine, però, inseguimenti movimentati, sparatorie e fughe rocambolesche compenseranno ampiamente chi se le aspettava fin dall’inizio.
Il film è sorprendentemente, invece, anche una meditazione semi-seria sul passato e sul suo lascito contraddittorio fatto di dolore, di saggezza e di bellezza, che potrebbe aiutarci ad accettare i nostri errori e le nostre contraddizioni: parrebbe quasi un racconto di formazione. Potrebbe esserlo, in qualche misura, se consideriamo separatamente i due personaggi protagonisti: Ken appare pacificato e rasserenato (ha elaborato il lutto per la morte violenta della moglie amatissima), poiché la bellezza della città gli ha offerto, forse, la chance che cercava per comprendere il senso della vita, grazie all’incanto suggestivo degli angoli segreti, all’ampio panorama dall’alto delle torri, alla visione del cigno bellissimo che emerge dalle acque scure e anche alle riflessioni sull’inquietante trittico di Jeronymus Bosch. Ray è un personaggio più restio ad accettare se stesso e a meditare: è impulsivo, violento e rozzo, ma è ancora molto giovane e una seconda chance probabilmente arriverà anche per lui, aiutato dall’amore di una donna, che il finale, aperto, del film lascerebbe intuire.

Pur nella diversità dell’intreccio, ritengo che sia i percorsi accidentati e talvolta inverosimili attraverso i quali si fa strada un filo di speranza, sia il tema dell’attesa (inutile?), sia le ultime scene del film che rendono esplicita l’dea della “seconda chance” ci portino a Ebbing, insieme ai modi “pulp” del racconto che scorre davanti ai nostri occhi e alla nostra mente.

 

Tre manifesti a Ebbing, Missouri


recensione del film:
TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Titolo originale:
Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

Regia:
Martin McDonagh

Principali interpreti:
Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, Lucas Hedges, Zeljko Ivanek, Caleb Landry Jones, Clarke Peters, Samara Weaving, John Hawkes, Peter Dinklage, Kathryn Newton, Kerry Condon – 115 min. – USA – Gran Bretagna 2017

Pronto per gli Oscar, dopo i molti e quasi unanimi apprezzamenti della critica e del pubblico.

Di che cosa parla

Erano passati sette mesi dalla notte in cui Angela Hayes, uscita di casa sbattendo la porta, furiosa con Mildred, era stata aggredita, violentata con ferocia inaudita e lasciata morire tra le fiamme e le sofferenze più atroci. Il crimine era avvenuto lungo la strada poco frequentata che conduceva a Ebbing, oscura cittadina del Missouri. Sette mesi tremendi per Mildred, sua madre, che quella sera le aveva negato l’uso della propria auto, nella speranza che quella figlia riottosa se ne stesse finalmente a casa, almeno per una volta, lontana dalle pessime amicizie che la stavano rovinando. Angela, purtroppo, aveva accettato la sfida materna ed era uscita a piedi, incontrando per strada i propri sadici aguzzini. Al dolore della madre, ovviamente terribile, si aggiungeva, per colmo di strazio, il più profondo senso di colpa che, forse, sarebbe stato meno acuto se le indagini non si fossero bloccate troppo presto senza alcun risultato. Mildred (Frances McDormand) ne attribuiva la responsabilità al modo superficiale con cui l’ufficio di polizia le aveva condotte, e in particolare allo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), che insieme al suo vice razzista e picchiatore di neri, Jason Dixon (Sam Rockwell), dirigeva quell’ufficio.

Tre Manifesti

Per forzare la ripresa delle indagini, Mildred aveva deciso di affiggere tre manifesti che, piazzati lungo la strada verso Ebbing, riportassero alla memoria di tutti  il fatto atroce, informando clamorosamente l’opinione pubblica che nulla era scaturito dall’inchiesta finora condotta, chiedendone conto allo sceriffo Bill. La decisione di Mildred era stata a lungo meditata e preparata con cura affinché fosse legalmente inattaccabile ed economicamente sostenibile anche da lei, che, abbandonata dal marito (affaccendato amante di una fanciulla giovanissima), doveva provvedere, con le magre entrate della sua botteguccia di souvenir e cianfrusaglie, oltre che a sopravvivere, anche a far vivere e studiare il figlio più piccolo, silenzioso testimone dell’ultima violenta scenata fra la madre e la sorella.
Aveva avuto ragione, infine: del caso si parlava di nuovo, grazie alla sua denuncia; l’arrivo della televisione lo stava testimoniando. Mildred non aveva previsto, però, che l’effetto mediatico l’avrebbe presto travolta con straordinaria violenza.
La popolazione di Ebbing non era spregiudicata come quella delle grandi metropoli del nord degli States: era legata alle proprie istituzioni, laiche o religiose, che ne rassicuravano perbenismo e ipocrisia; era quella dell’America profonda, dei bianchi che ancora non avevano accettato la conclusione della Guerra Civile e che continuavano a rimpiangere i vecchi tempi della schiavitù oltre che dell’apartheid, sospettosi di ogni novità e forse speranzosi di riportare indietro l’estensione ai neri dei diritti civili.
Attaccata dai suoi concittadini e dalla polizia, Mildred non si era persa d’animo, però, e aveva deciso di continuare la propria lotta rispondendo, colpo su colpo, a qualsiasi tentativo di intorbidare le acque per occultare, ancora una volta, la verità…
Siamo agli inizi del film e qui si ferma la mia narrazione, nella convinzione che i suoi sviluppi, ricchi di sorprese e di colpi di scena, vadano visti e gustati senza conoscerne prima le svolte narrative.

Il  film
Il film, nonostante le tragiche premesse, rivela da subito la sua connotazione prevalentemente  umoristica, come se il contenuto doloroso fosse filtrato dallo sguardo razionale e curioso di un narratore “pulp”, capace di cogliere gli aspetti grotteschi dei comportamenti diffusi fra i cittadini di Ebbing, luogo inventato, ma quanto mai “vero”, in diversa misura, in ciascun luogo del pianeta, microcosmo emblematico delle paure immaginarie e profonde di tutti noi, ma anche delle aspirazioni comuni  ai valori della solidarietà e dell’umana comprensione. Nessuno è completamente buono, o completamente perfido, in questo film: le angosce spesso impediscono ai numerosi personaggi di vedere e di accettare l’altro (e persino se stessi) nella sua peculiare diversità, che sia nero, omosessuale o nano. Non per nulla la parola “amore”, nel suo significato universale, è contenuta più volte anche ironicamente nelle raccomandazioni estreme dello sceriffo Bill, che solo in punto di morte, ne aveva riconosciuto la fondamentale importanza, nella vita e nel lavoro. La stessa figura di Mildred, personaggio positivo, verso cui, grazie anche alla sublime interpretazione di Frances McDormand, va tutta la nostra più profonda partecipazione emotiva, non è priva di aspetti violenti e vendicativi: nessuno, come  si sa, è perfetto, ma tutti dovrebbero perfezionare la propria sensibilità, per comprendere il dolore degli altri e finalmente condividerlo.

Il film è opera dalla sceneggiatura impeccabile, molto precisa nel disegno dei personaggi e delle loro interrelazioni, velocemente delineate con pochi asciutti tratti sufficienti a rendere vivo e credibile il complesso quadro umano e ambientale della vicenda. Film, dunque, da vedere sicuramente del quale vorrei ricordare, oltre alla ricchezza delle situazioni umane che offre alla nostra interpretazione, la grandezza degli attori, che affiancano l’eccezionale Mildred di Francis Mc Dormand, senza sfigurare, dal primo all’ultimo.

———————————————

Martin McDonagh, (nato a Londra nel 1970 da genitori irlandesi), il regista che ha sceneggiato e diretto questo film, è molto noto anche come regista e autore teatrale nell’intero Regno Unito, dove la sua vasta produzione è stata apprezzata ovunque e ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti. Il suo esordio nel mondo del cinema è relativamente recente: nel 2006 aveva diretto il suo primo lungometraggio, che non era passato inosservato e che molti di noi avevano visto e apprezzato: In Bruges- La coscienza dell’assassino; mentre del 2012 è 7 Psicopatici, il suo secondo “giallo”, poco conosciuto da queste parti.

Corpo e anima


recensione del film:
CORPO E ANIMA

Titolo originale:
A teströl és a lélekröl

Regia:
Ildikò Enyedi

Principali interpreti:
Morcsányi Géza, Alexandra Borbély, Ervin Nagy, Pál Mácsai, Júlia Nyakó – 116 min. – Ungheria 2017

Orso d’oro a Berlino nel febbraio 2017, è ora presente nelle nostre sale questo film ungherese firmato da una regista alla sua prima opera. Si tratta di un film molto interessante e anche originale e insolito, sia per il tema affrontato, sia, soprattutto, per il modo del racconto, che a poco a poco ci introduce nel mondo in cui si muovono i due protagonisti, Mària (Alexandra Borbély) ed Endre (Morcsányi Géza, attore non professionista, poiché nella vita fa l’editore e l’organizzatore culturale).
Dopo ampie e bellissime riprese che descrivono lo sfondo naturale del film: una foresta innevata e abitata da un cervo e da una cerbiatta che la percorrono, incontrandosi a tratti o allontanandosi senza mai perdersi di vista, la regista ci mostra, quasi in opposizione, un mattatoio, dove animali non liberi vengono portati per essere uccisi e destinati all’alimentazione umana. Qui le riprese non indugiano troppo sulle sofferenze dei vitelli e dei bovini destinati al macello, se non in modo allusivo, sufficiente, però, a farci temere davvero il peggio: la macchina insiste, invece, sul sangue e sulle operazioni di pulizia meticolose che seguono la mattanza, per tornare ancora sui cervi in libertà negli ampi spazi della foresta.
Questa prima parte del film, le cui corrispondenze simboliche comprenderemo più tardi, occupa una tempo considerevole dei 116 minuti complessivi della pellicola e potrebbe far pensare a un decollo lento e difficile del racconto, che è la storia, infatti, di un difficile amore fra i due principali personaggi: Mària ed Endre. Endre è un uomo di mezza età ed è il responsabile del mattatoio: dirige dall’ultimo piano gli acquisti, le assunzioni e i licenziamenti, ma non disdegna di pranzare insieme agli altri, per essere tenuto al corrente dei problemi aziendali. Raccoglie, perciò, molte confidenze, pur essendo chiuso e alquanto scontroso; ha un braccio paralizzato, ma cerca di dissimularlo, forse conseguente alla somatizzazione di angosce e dolori che appartengono a un passato da dimenticare, che lo ha reso cupo e taciturno.
Mària è stata appena assunta come responsabile del controllo di qualità. È una biondina giovane, dai lineamenti fini e delicati, ossessionata meticolosamente dalle regole e dalla loro scrupolosa applicazione. Vorrebbe passare inosservata, perciò veste male, quasi per nascondere dentro abiti informi e incolori la propria graziosa femminilità; cerca, altresì, di evitare chiacchiere e confidenze e soprattutto ogni contatto fisico di cui ha orrore; in mensa per questa ragione si tiene lontana da tutti, anche se non può evitare che il suo capo, Endre, cerchi di sapere qualcosa di lei. Il loro lento e dolorosissimo avvicinarsi è l’oggetto del film; il tramite fra loro è una psicologa, interpellata per risolvere un problema aziendale, che scopre, incredula, che entrambi, di notte sognano la stessa scena: sono diventati rispettivamente un cervo e una cerbiatta che, nella foresta innevata, si seguono, si avvicinano, si allontanano, si annusano, insomma … si corteggiano! Gli sviluppi della vicenda, che ovviamente non dirò, sono complessi, poiché per entrambi è difficile, e anche molto doloroso, abbandonare le rigide regole che si sono auto-imposti e riconoscere, al di là delle gabbie in cui sono volontariamente rinchiusi, le esigenze del corpo e dell’amore.
La regista, con ironia lieve e con molta delicata grazia, affronta il racconto di un’attrazione impossibile ma prepotente, poiché davvero troppo a lungo erano stati compressi e ignorati i naturali impulsi del corpo e della vita.
Un bel film, che, nonostante l’inizio un po’ faticoso, ripaga gli spettatori con le sue svolte sorprendenti, con la bellezza delle immagini e con la credibile recitazione dei protagonisti. Da vedere.

 […] tra noi già da lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta: pensa allo spirito e appunto, volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo, senza avvedersi che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo spirito.
(da: Dialogo di Tristano e un amico – G.Leopardi – Operette morali)

P.S. Mi viene fatto notare che la bravissima regista di questo film non è affatto alla sua prima opera, ma che ha un passato cinematografico importante, trattandosi ” della più grande regista donna ungherese, che di riconoscimenti ne ha avuti a decine”.
Se la persona che me l’ha comunicato avesse evitato contumelie e insolenze, avrei pubblicato per intero il suo commento.
In ogni caso, prendendo atto della mia imprecisa comunicazione ai lettori, mi cospargo il capo di cenere, ma non modifico di una sola virgola il mio giudizio positivo del film!

50 primavere


recensione del film
50 PRIMAVERE

Titolo originale:
Aurore

Regia:
Blandine Lenoir

Principali interpreti:
Agnès Jaoui, Thibault de Montalembert, Pascale Arbillot, Sarah Suco, Lou Roy-Lecollinet, Nicolas Chupin, Rachel Farmane, Laurie Bordesoules, Juliette Vieux Peccate, Armand Paul Jean – 89 min. – Francia 2017

Aurore è il titolo originale francese di questo film, nome proprio della protagonista e, si direbbe, metafora allusiva  dello schiudersi di un nuovo giorno per lei (è la grandissima Agnès Jaoui), che sta per compiere cinquant’anni. È ben altra cosa il titolo italiano, 50 primavere, che introducendo un eufemismo scherzoso, diventa fuorviante e alquanto crudele, lasciando trasparire una generica resistenza, tutta femminile, al naturale processo di invecchiamento. Alla stessa logica sembra ispirarsi il trailer che solo in versione italiana allinea, uno dopo l’altro, tutti gli episodi più ridanciani a supporto di un titolo siffatto.

Aurore vive sull’Atlantico, a La Rochelle, l’antica cittadella dei giansenisti; è provata dalla fatica e dai sacrifici: è separata dal marito e affronta la vita dividendosi fra il lavoro, dequalificato ed eternamente precario, le amiche e le due figlie, di cui la più grande sta per renderla nonna. Per occuparsi di lei, quand’era ancora una giovane studentessa, Aurore aveva interrotto gli studi, dando l’addio al sogno di realizzare le proprie aspirazioni professionali. Ora, sulla soglia dei cinquant’anni, il suo corpo si sta appesantendo, arrivano i guai della menopausa e, forse per la prima volta, prova la sensazione di  sentirsi vecchia, sola, quasi povera ed è scontenta.
È il momento di tirare i remi in barca? La voglia di vivere e di farsi valere è ancora forte, la voglia di dare e di ricevere amore e tenerezza non l’abbandona, ma il bilancio complessivo della propria vita non le appare soddisfacente: non ha finito gli studi; ha svolto i lavori più umili; si è sposata senza amore e senza dimenticare l’uomo che era stato la grande passione della propria giovinezza focosa, Totoche (un magnifico e fascinoso Thibault de Montalembert) che, tornato dall’Indocina dove aveva svolto il servizio militare, non aveva più voluto continuare la sua storia con lei che l’aveva tradito. Ora Totoche è un medico affermato, che casualmente Aurore ritroverà ancora una volta sulla propria strada…

Questo film delinea il ritratto molto interessante e attento di una donna, illuminando aspetti poco raccontati del disagio femminile nel momento più delicato, forse, dell’intera esistenza, acuito dalla percezione della propria inadeguatezza profonda nei confronti della vita di oggi, e di chi ne accetta  la disumana spietatezza, preoccupandosi esclusivamente di sé. I numerosi richiami a film anche recenti (Io, Daniel Blake o La legge del mercato), perciò, raccontando lo smarrimento di tutti gli sventurati che, da un giorno all’altro, sono senza lavoro o perdono il diritto alla pensione, e avvertono in pericolo la loro stessa dignità personale, sono squarci di realtà che testimoniano la volontà della regista, Blandine Lenoir, di raccontare non solo con i toni della commedia la crisi di Aurore, personaggio complesso, a tratti dolente, a tratti gioioso, più spesso auto-ironico. Una commedia molto amara, solo apparentemente ridanciana e leggera.
Da vedere.

L’insulto


recensione del film:
L’INSULTO

Titolo originale:
L’insulte

Regia:
Ziad Doueiri

Principali interpreti:
Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salameh, Diamand Bou Abboud, Talal Jurdi, Julia Kassar, Rifaat Torbey, Carlos Chahine – 113 min. – Libano 2017.

Accolto con molto successo a Venezia, quest’anno, dove è valso la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’attore Kamel El Basha, questo film è stato accolto molto meno entusiasticamente in Libano, dove, nel tentativo di bloccarne l’uscita, si è pensato bene di arrestare il regista, con l’accusa di tradimento, per aver girato alcune scene del suo precedente film (The Attack) in Israele! Storie di ordinaria intolleranza e censura che non si vorrebbero mai leggere, segnale inquietante di una situazione oscura, ancora lontana dall’essere pacificata.
Oggetto del film è il racconto di un episodio incredibile in cui si era trovato coinvolto, qualche anno fa, il regista Ziad Doueiri e che trova la sua spiegazione nella situazione del Libano, luogo di conflitti fra gli autoctoni cristiani maroniti e i rifugiati musulmani palestinesi.
La vicenda
Si tratta di una vicenda complicata, anche se nasce da un fatto moilto banale: un insulto rivolto da Yasser (Kamel El Basha), operaio palestinese, a Toni (Adel Karam), cristiano maronita, durante una discussione a proposito del tubo dell’acqua che, sporgendo dal balcone di Toni, aveva costretto Yasser a una doccia fuori programma. Erano volate parole grosse: Toni aveva non solo insultato Yasser (che si era offerto di sistemare gratuitamente quel tubo), ma lo aveva gravemente provocato con il suo razzismo sprezzante, cosicché Yasser lo aveva colpito e steso a terra. Ne era nata una vicenda giudiziaria: nonostante il tentativo di conciliazione, portato avanti dalle compagne dei due uomini in lite, il processo in tribunale era diventato inevitabile.
Toni pretendeva almeno le scuse; Yasser non intendeva porgerle. Al di là dell’apparente banalità, si delineava una questione molto seria, perché avveniva in un contesto, quello libanese, in cui  intolleranza e odio etnico nei confronti degli immigrati della Palestina dilagavano: accusati  di ogni colpa, i Palestinesi erano odiati perchè, secondo il partito della destra cristiana, la facevano da padroni in una terra che non era la loro. Bashir Gemayel, il presidente libanese assassinato in un attentato (1982), continuava a infiammare gli animi con i suoi discorsi, che, registrati, venivano trasmessi dalle televisioni in appoggio alle posizioni di quel partito.
Il caso giudiziario
Il racconto, dopo un esordio che ci offre vivaci scorci della vita nei quartieri di Beirut in via di ricostruzione, diventa presto la cronaca di un processo nelle aule del tribunale portato avanti (per conto di Toni), da un un principe del foro, che non aveva mai perso una causa, a cui si opponeva (per conto di Yasser) una giovane e graziosa collega, che scopriremo essere sua figlia. Assistiamo, perciò, a un processo che affronta molti problemi, oltre che quello strettamente giudiziario, poichè presto sarebbe diventato anche un caso politico, uno scontro fra padre e figlia per ragioni ideali, una inusitata forma di scontro generazionale, nonché, infine, una riflessione sulla storia del Libano, sulle colpe e sul perdono fondato sulla conoscenza della storia.
Il film
In poco più di due ore, dunque, il film ci presenta una vicenda non semplice, riuscendo a creare un’atmosfera di curiosità e di attesa negli spettatori, indicativa della buona sceneggiatura che unifica, quasi sempre, un racconto a rischio di eccessiva frammentazione. Nella seconda parte del film, tuttavia, l’introduzione di un tema molto importante, come quello della storia del Libano e della necessità di conoscerla, prima di giudicare, diventa non solo un’occasione per far luce su ciò che era stato, (che richiederebbe un altro film, però!), ma anche un modo per uscire dal processo, da vero vincitore morale, per quell’avvocato, al quale sarebbe stato possibile anche pareggiare i conti con sua figlia, sorprendendo e commuovendo anche lei.
Il film, nel suo complesso, è indiscutibilmente condotto con grande abilità ed è anche molto utile per comprendere uno dei più aggrovigliati nodi politici che, a due passi dal nostro paese, contribuisce a rendere quanto mai precaria la situazione mediorientale già travagliata di per sé. Tutto il racconto nella prima parte del film, inoltre, chiarisce in modo quasi didattico quanto le parole d’odio siano pericolose poiché feriscono profondamente, penetrando nei cuori, suscitando emozioni spropositate e innescando reazioni sproporzionate, oltre che desiderio di vendetta.
Questi pregi del film, tuttavia, costituiscono, a mio avviso, anche i suoi difetti, poiché troppe storie si infilano, come le matrioske, l’una nell’altra e, per quanto ben sviluppate dall’attentissimo regista, non sempre trovano la sintesi narrativa necessaria.
In ogni caso, un film da vedere, candidato all’Oscar come migliore film straniero, insieme a Loveless, The Square e Happy end… Non paragonabile, secondo me, a queste stelle di prima grandezza, ma certo, per la sua correttezza politica, favorito.