Un lungo viaggio nella notte

recensione del film:
UN LUNGO VIAGGIO NELLA NOTTE

Titolo originale:
Long Day’s Journey Into Night

Regia:
Gan Bi

Principali interpreti:
Wei Tang, Sylvia Chang, Meng Li, Jue Huang, Yongzhong – 110 min. – Cina 2018

 

Gan Bi aveva meno di trent’anni quando presentò a Locarno, nel 2015, il suo primo film, Kaili Blues, che colpì molto favorevolmente la critica*, e che non è stato distribuito in Italia.
Questo è ìl suo secondo film che, come il precedente, si differenzia da quelli dei registi cinesi “politici”, ovvero dei più noti Jia ZhangkeBai Ri Yan Huo, per le importanti novità nel contenuto e nella forma che gli conferiscono un’insolita e potente suggestione.  Le immagini, ricchissime di colore, di luci smorzate e di ombre, celano un accurato studio degli effetti tridimensionali, nonché una sofisticata tecnologia, largamente utilizzata nella seconda parte della pellicola, nella quale  piccoli droni accompagnano gli spostamenti verticali della macchina durante un interminabile piano – sequenza, uno dei più lunghi mai visti al cinema.
Non è davvero poco, per un film che non è fantascientifico e non punta sugli effetti speciali.

Il film, infatti, è una recherche, dal sapore non  proustiano: è un’indagine nel mondo della memoria strettamente correlato alla dimensione onirica della percezione, nella quale quale i ricordi si confondono e passato e presente non si distinguono.
ll protagonista, Luo Hongwu (Jue Huang), che vorrebbe vederci chiaro, soprattutto per capire chi è e ritrovare una donna molto amata, è costretto  a confrontarsi con la dimensione storica del proprio passato dal sogno che lo riporta a a Kaili, non solo luogo della sua nascita, ma città antichissima che ha conservato le tracce di una civiltà remota, che non ha ancora del tutto perduto memoria di sé. Il suo ritorno, illuminato debolmente dalla luce delle candele, non gli offre alcuna chance di raggiungere lo scopo, poiché ogni possibilità di uscita, razionalmente governabile, da quel luogo, che solo parzialmente egli riconosce, è frustrata dalla sua stessa natura labirintica, dagli orologi senza lancette che non indicano il tempo, dagli specchi che non sempre rimandano immagini note, prolungando, forse senza fine, il buio della conoscenza.

Il ricupero del passato, ritenuto decisivo da Luo Hongwu è dunque un “viaggio”senza conclusione possibile, un obbligato “eterno ritorno” senza vie d’uscita nella dimensione senza tempo nella quale si confondono amori, affetti familiari, violenze e rivalità, verità e menzogne, dimensione onirica che non offre conoscenze realisticamente utilizzabili.

 

 

Il film ha caratteristiche di innegabile suggestione e diventa un’esperienza immersiva anche se, nella versione  delle sale italiane, non è dato l’uso del 3D, ciò che, a quanto pare, è avvenuto in altra parte del mondo e che comunque è parzialmente avvertibile grazie alla potenza suggestiva delle cupe e claustrofobiche immagini che scorrono davanti ai nostri occhi nel lunghissimo piano-sequenza che (non) conclude il film.

 

 

7 pensieri su “Un lungo viaggio nella notte

  1. Cara Lilli, condivido pienamente le tue osservazioni: è un film bellissimo e sorprendente, interessante proprio sul piano del rapporto fra soluzioni formali e tematiche.
    A questo riguardo, che ne dici della possibilità di leggerlo in chiave edipica? Non penso però tanto alla ricerca del padre, quanto (anzi soprattutto) della madre: la donna senza volto della foto. Il protagonista dice alla donna amata che gliela ricorda, all’inizio della loro relazione, e quell’inizio che ha a che fare con un assassinio. E poi ci sono i ricordi di quella stanza buia, piena d’acqua, all’interno della casa-labirinto… La simbologia dell’acqua è centrale in tutto il film, ma l’idea che rappresenti il grembo materno mi è venuta ripensando proprio al piano-sequenza finale, che anche secondo me “non conclude”, come hai scritto: forse perché riporta, circolarmente, all’inizio, alle origini, al di là di ogni possibile ricordo.

    Piace a 1 persona

    • Cara Bianca, tutte le letture, secondo me, sono possibili per un film come questo, perché il regista ha cultura ricchissima: certo il tema dell’acqua richiama il grembo materno, perciò è una possibilità che non escluderei, senza però irrigidire in uno schema le interpretazioni plausibili, ma tu non lo fai.
      Non so se si nota, ma io ho messo nella recensione un asterisco rosso che è un link in cui si parla di Kaili Blues, cioè del primo film di questo autore, a quanto pare imprescindibile per comprendere questo.
      Tutti i riferimenti cinematografici che a loro volta parrebbero possibili – in modo particolare a Wong Car Wai e a Tarkowski – anche in questo film, sono in realtà molto presenti in Kaili Blues, mentre avrebbero minore importanza in questo, che è più “cinese”, riconoscendo nell’antica città di Kaili la la tradizione buddista alla quale è legata l’infanzia del regista. Se ho ben capito l’articolo del critico che ho letto e riletto con molta attenzione prima di concludere questa, soppesando le parole a una a una. A questo punto l’acqua diventa riferimento alla madre, ma anche al luogo dove il suo “corpo fanciulletto giacque” (anche qui l’acqua!)… Una vertigine, come il film.
      Grazie! 🤗

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