La notte


recensione del film.
LA NOTTE

Regia:
Michelangelo Antonioni

Principali interpreti:
Jeanne Moreau, Monica Vitti, Marcello Mastroianni, Bernhard Wicki, Vincenzo Corbella – 122 min. – Italia 1961

 

Sono presenti nel film, interpretando se stessi:
Valentino Bompiani, Salvatore Quasimodo, Ottiero Ottieri, Giansiro Ferrata, nonché un giovanissimo e silenzioso (!) Umberto Eco senza barba e con molti capelli e il musicista Giorgio Gaslini, autore della colonna sonora del film.

La faticosa giornata si concludeva, al termine della notte, nel parco della lussuosa villa Gherardini, mentre le ultime note del concerto di Giorgio Gaslini accompagnavano gli ultimi ospiti della serata, quelli che tirano tardi dopo la festa.  Era arrivato il momento dell’inevitabile verità per Giovanni (Marcello Mastroianni) e Lidia (Jeanne Moreau), coppia in  crisi: da qualche ora lei aveva tentato di parlargli, poiché della la fine del loro matrimonio, ormai privo di prospettive e di ogni slancio amoroso, era pienamente cosciente, così come era certa che lui non sentisse la sua stessa necessità, poiché la coscienza dello sfacelo non gli era altrettanto dolorosa.

Lidia lo aveva sposato perché lo amava: glielo avrebbe ricordato al termine di quella festa, evocando il proprio passato di ragazza ricca e viziata, priva di interessi culturali, amata da Tommaso (Bernhard Wicki), saggista e scrittore dal cuore appassionato e suo insegnante di letteratura, che si era limitato ad adorarla, rispettandone la scelta di sposare l’amico Giovanni, anch’egli scrittore e intellettuale, brillante e un po’ vanesio, che l’aveva conquistata parlandole molto e soprattutto di sé.

Che cosa non avesse funzionato nel loro matrimonio non è importante sapere: Antonioni, infatti, non intende scavare in quella direzione; si sofferma piuttosto sulla fenomenologia di un legame che, sebbene logorato dal tempo e dalla noia, proseguiva senza scosse, proprio perché Giovanni, disincantato e lucido, accettava, bene dissimulando, con cortese eleganza, l’esaurirsi dell’interesse per lei, assorbito, dalla curiosità per i veloci cambiamenti che, nella vivace Milano da poco ricostruita dopo i disastri della guerra, richiedevano a lui (e ad altri intellettuali come lui), la disponibilità a rimettere in gioco proprio ruolo sociale, evitando di ripiegarsi su di sé nell’inutile tentativo di ricuperare il tempo passato.

La loro giornata era cominciata con la visita a Tommaso, morente all’ospedale, a cui
Giovanni aveva portato il proprio ultimo libro, prima dell’uscita ufficiale, prevista per il giorno stesso, quando, nel grande spazio dedicato, di lì a poco Valentino Bompiani, gli avrebbe consegnato la copia numero uno, fra brindisi, discorsi, autografi, e  inevitabili pettegolezzi…
Lidia se ne era allontanata presto, sconvolta per le condizioni di Tommaso e aveva cercato invano, nel corso di un lungo girovagare lungo le vie della città e nei vicini dintorni, le tracce del tempo perduto, tentando di riconoscere, nella degradata condizione di alcune periferie, ora approdo di binari interrotti fra le erbacce disseccate, di equivoche avventure sessuali, di violenza sguaiata, i luoghi degli incontri amorosi con Giovanni…

Al suo rientro a casa,  le premure distratte di lui ne avevano confermato la lontananza emotiva, rendendo urgente il chiarimento fra loro, rinviato dapprima per la sosta in un locale notturno (due ballerini contorsionisti* abilmente incantano il pubblico) e, infine, per la partecipazione alla festa dei Gherardini: il ricco industriale padrone di casa (Vincenzo Corbella) che, con la moglie e una folla di invitati, stava celebrando la prima corsa vittoriosa di Volfango, il bel cavallino della figlia Valentina (Monica Vitti).

Qui si ferma la mia sinossi, volendo evitare ogni ulteriore spoiler.

Ho cercato di delineare, pertanto, la principale vicenda del film, senza per altro rispettarne la diacronia: i limiti della mia presentazione sono connessi alla difficoltà di dare di questo film una lettura unitaria. Ho parlato di fenomenologia della crisi di un matrimonio, aggiungendo che Antonioni colloca quella crisi nel secondo dopoguerra novecentesco, tumultuoso groviglio di nuove opportunità, ma anche epoca dell’impietoso disvelarsi di inconsistenti e antiche certezze, che i due protagonisti del film osservano con interesse, nell’ambiguità delle rispettive scelte, dopo essersi diversamente confrontati col tabù generalizzato della morte, inevitabile esito della vita.
La scelta di lei, ovvero quella di ancorarsi a valori che non hanno più spazio non può che produrre solitudine e inutili rimpianti, ma il vacillare annaspante di lui la dice lunga sulla natura illusoria della ricchezza e del denaro, nuovi idoli pronti a cancellare dubbi e problemi, appannaggio, secondo il Gherardini-pensiero, di pochi intellettuali che vorrebbero resistere alle lusinghe degli industriali come lui,”illuminati”, che promettono alti salari e indipendenza…
Peccato che nelle loro case “l’area del dollaro” trovi spazio allegramente anche sotto le gonne delle signore e che la violenza degli spari di Hemingway, contro gli intrusi ricconi che vorrebbero visitarlo nella sua casa cubana, diventi significativa metafora di una società in cui ciascuno è chiamato ai propri compiti senza mettere in discussione i valori e le gerarchie prodotte dalla selezione “naturale” delle competenze.

Tutto il film, solitamente definito come il secondo della “trilogia dell’incomunicabilità”, dopo L’avventura e prima di L’eclisse, è una riflessione sui problemi che la coscienza del nulla solleva nella cultura contemporanea, non a caso trattati in un’altra trilogia, quella letteraria di Hermann Broch: I Sonnambuli, il libro composto dai tre romanzi che Valentina legge e annota solitaria mentre lontano da lei e dalle sue aspirazioni la folla festeggia Volfango, fra panini e vini pregiati, tuffi in piscina e inutili ostentazioni di ricchezza e di pseudo-cultura.

Raccontato con impassibile freddezza, il film lascia spazio alla nostra compassione, quella pietà che ne riscalda il finale, non diversamente da L’avventura.

*la presenza di Salvatore Quasimodo, nella sede di Valentino Bompiani, è una suggestione culturale molto forte del film, probabilmente all’origine dello spettacolo dei contorsionisti del locale notturno:

Quasi un epigramma (di Salvatore Quasimodo):

Il contorsionista nel bar, melanconico e zingaro, si alza di colpo da un angolo e invita a un rapido spettacolo. Si toglie la giacca e nel maglione rosso curva la schiena a rovescio e afferra come un cane un fazzoletto sporco con la bocca. Ripete per due volte il ponte scamiciato e poi si inchina sul suo piatto di plastica. Augura con gli occhi di furetto un bel colpo alla Sisal e scompare.
La civiltà dell’atomo è al suo vertice.

 

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