Roma di Federico Fellini

recensione del film:
ROMA di Federico Fellini

Regia:
Federico Fellini

Principali interpreti:
Alvaro Vitali, Fiona Florence, Britta Barnes, Pia De Doses, Renato Giovannoli, Marne Maitland, Federico Fellini, Peter Gonzales Falcon, Galliano Sbarra, Libero Frissi, Mario Del Vago, Alfredo Adami, Gore Vidal, Anna Magnani, Elisa Mainardi, Feodor Chaliapin Jr., Loredana Martinez, Alessandro Quasimodo – 120 min. – Italia 1972.

Uscito nel 1972, ingiustamente in ombra a causa della maggiore popolarità dei bellissimi film successivi, questo capolavoro merita la più attenta visione: non è un’opera minore, 

Chi era nato a Rimini nel 1920, come Federico Fellini, aveva visto fin da bambino le rovine di Roma antica appena fuori dal Borgo* e aveva giocato fra le statue falsamente antiche volute dal regime in onore di Giulio Cesare e di Augusto. Più tardi avrebbe attraversato a piedi nudi il rigagnolo fatale, il Rubicone, con i compagni di scuola**, seguendo i passi del vecchio preside declamante la frase famosa durante una breve gita fuori porta, insieme all’insegnante e al prete.
Un’altisonante retorica politica – e religiosa dopo i Patti Lateranensi***– accompagnava martellante le normali attività scolastiche e dilagava persino al refettorio: ogni occasione era buona per riportare in vita i luoghi comuni latini, strumentalmente adattati alla mistica fascista e clericale, secondo la visione reazionaria che si andava imponendo dappertutto, spazzando via, con le buone o più spesso con le cattive, la fierezza laica e mazziniana di molti romagnoli. Le autorità scolastiche, insieme al prete che dirigeva l’istituto, educavano gli adolescenti alla devozione e ai sentimenti patriottici, mascherando ipocritamente, spesso senza riuscirci, i propri vizi privati, come era successo quando il prete aveva dimenticato fra gli sbiaditi fotogrammi della città eterna delle chiese e degli eroi, che stava proiettando, le immagini… osé di generose curve  femminili, accolte con festosa malizia dai giovani studenti, annoiati dai troppi discorsi.

Evocate con tenerezza commossa, emergono dal racconto le memorie delle domeniche in famiglia, quando si pranzava solo dopo aver ricevuto la benedizione papale di Piazza San Pietro, trasmessa dalla radio – enorme mobile presente nelle case borghesi – mentre il padre, fiero mazziniano, schiumava di rabbia – o dei pomeriggi festivi al cinema, con le imprese dei gladiatori antichi, seguite dal cinegiornale che alimentava il mito della città eterna con le “atletiche” immagini degli intrepidi che attraversavano cerchi infuocati.
Roma tornava ancora nei sogni dei ragazzini che accorrevano alla stazione per vedere la partenza di quel treno che nel 1931, infine, avrebbe f
atto arrivare nella capitale il ventunenne Federico Fellini (Peter Gonzales Falcon), alto e smilzo giovanotto, uscito dal liceo classico e aspirante giornalista, elegante nel suo vestito bianco.

Come la Rimini del Borgo, anche Roma diventa luogo del cuore e dell’immaginazione,  mito che trasfigura il vissuto grazie alla “simpatia” umana non diversa da quella di un tempo, vero dono dell’anima che un anno dopo l’uscita di questo film avrebbe ispirato al regista Amarcord (1973).
Ecco dunque rivivere le allegre tavolate delle trattorie all’aperto, le chiacchierate, l’ascolto sorridente; ecco la famiglia Palletta che nel grande palazzo in rovina aveva ricavato le stanze separate da lunghi corridoi; ecco i bambini capricciosi e adorabili; la  rispettabilità di facciata; le prostitute dei casini per i clienti di riguardo e quelle vecchie e malate che si aggirano di notte, lungo le viuzze malfamate; ecco l’avanspettacolo sguaiato dei guitti da strapazzo, dei cantanti che steccano e di quelli più raffinati; ecco la fronda contro la guerra che timidamente sembra ritrovare un po’ di voce quando i bombardamenti alleati smentiscono le ottimistiche previsioni.

Il film si sviluppa attraverso il continuo avvicendarsi non diacronico dei ricordi personali, confrontati col presente del boom economico che violentemente sfigura il volto della città, come ci viene detto nelle sequenze emblematiche del raccordo anulare che la circonda e che concorre,  insieme agli orribili casermoni in costruzione lungo il suo percorso, a disorientare chi l’aveva amata. Sono sequenze celeberrime, che, insieme a quelle degli scavi per la metropolitana, diventano il ritratto di una Roma così cambiata in pochissimi anni**** da non potersi più riconoscere: le belle sculture e le pitture antiche, ritrovate, non possono che corrompersi al primo contatto con l’aria che viene dal fondo delle gallerie; all’esterno delle quali  il traffico impazzisce e rende tutti più cattivi, più aggressivi, più disperati o, forse, più soli e disincantati, come sembra dire Anna Magnani nella fugace e  bellissima apparizione verso la conclusione del film.

L’edizione restaurata della Cineteca di Bologna ricupera per noi le parti che la censura dell’epoca aveva cancellato nell’edizione italiana del film. Riusciamo a vedere dunque l’agghiacciante sfilata di moda riservatissima (il pubblico era quello della nobiltà nera, in untuoso deliquio), dedicata agli abiti sacerdotali, presentata dalle sartorie più celebri della città.

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* Così i riminesi chiamavano la loro città agl’inizi degli anni ’30.

** All’epoca solo l’istruzione elementare era obbligatoria; la scuola media era privata.

*** Il Concordato sottoscritto fra stato italiano e chiesa cattolica l’11 febbraio 1929

**** La dolce vita è del 1960