Sorry, We Missed You

recensione del film:
SORRY, WE MISSED YOU

Regia:
Ken Loach

Principali interpreti:
Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor, Ross Brewster, Charlie Richmond – 100 min. – Gran Bretagna, Francia, Belgio 2019.

Sorry, We Missed You è un’espressione di cortesia che probabilmente conosciamo, almeno nella sua versione italiana: spiacenti, non vi abbiamo trovati! È esperienza diffusa che il nostro pacco sia arrivato fino a casa nostra e che ora a noi tocchi cercarlo perché il corriere non ci ha trovati. Il nostro stato d’animo indispettito ci suggerisce di non fare più acquisti on line, proposito che presto si vanifica di fronte alla mutata realtà: stanno scomparendo, uno dopo l’altro, i negozi sotto casa; si moltiplicano invece i furgoni degli addetti alla consegna, così come i motorini o i monopattini che sfrecciano veloci e quasi ci sfiorano, per recapitare pacchi, pacchetti e pacchettini con le merci di cui abbiamo fatto richiesta: effetti della globalizzazione e dell’accelerazione (?) impressa da Internet agli scambi commerciali. Questa è la quotidianità con cui facciamo i conti, della quale il vecchio Ken Loach si occupa in questo film, e lo fa come al solito mettendosi nei panni di chi lavora nei centri di smistamento delle merci che, trasportate dagli aeroporti, arrivano ai magazzini per essere separate e assegnate agli addetti che le  portano a destinazione, ovvero a noi.

Il lavoro

Si chiama Ricky Turner (Kris Hitchen) il lavoratore da troppo tempo disoccupato e ormai quarantenne, di cui seguiremo le peripezie. Aveva deciso di “automunirsi”, acquistando a rate  il furgone bianco per la consegna delle merci che gli avrebbe facilitato il nuovo impiego. Questo infatti richiedeva l’inserzionista, il padrone che non si chiama più così, ma che da padrone gli parla quando gli spiega che cosa dovrà fare. Il furbacchione, infatti, si limita a organizzare i trasporti di quelli come lui e anche di quanti, non disponendo di mezzo proprio, si mettono alle sue dirette dipendenze come lavoratori subordinati. Nonostante l’apparente differenza delle condizioni, però, quel lavoro è infernale per tutti, sfruttamento allo stato puro, senza garanzie e senza limiti d’orario, sempre spiati  dall’implacabile “telecomando” elettronico che registra tempi e spostamenti, e che impedisce soste, riposo e solidarietà di classe.

La famiglia

Un inferno per tutti sta diventando anche la vita delle famiglie. La cinepresa di Ken Loach segue ancora una volta Kriss, nella vita privata: ha una moglie, la dolce e paziente Abbie (Debbie Honeywood), che lavora occupandosi con rispettosa dedizione di anziani e malati, sacrificando il proprio tempo soprattutto sui mezzi pubblici: le rate del furgone rendono impossibile alla famiglia sostenere le spese per una seconda auto. I figli, adolescenti smarriti, soffrono, nel corpo e nell’anima, il disagio crescente di chi ha perso i riferimenti affettuosi ed è costretto a vivere senza l’amorosa fermezza dei genitori che aiuta a orientarsi nella vita.

 

 

Come si vede, il film non ci dice cose molto diverse da quelle che nei loro articoli ci comunicano i sociologi, che sono diventate, nella vulgata giornalistica, noiose ovvietà. Eppure, questo film non contiene ovvietà: si piange con i suoi infelici protagonisti, perché nelle riprese del grande Ken Loach essi sono uomini, donne e ragazzi veri nel loro dolore e nelle loro sofferenze, credibili nelle loro aspirazioni, sanguinanti nelle loro ferite, tumefatti per i continui colpi che ricevono. Il film diventa, perciò, ancora una volta, non solo una potentissima denuncia, ma una rappresentazione del nostro vivere e soffrire in un mondo sempre più ingiusto e sempre più indifferente. Ken Loach, l’ottantaduenne lucidissimo  nella sua disperazione,  ancora ci commuove ed è certamente, come spesso gli si rimprovera, uomo di parte nonché cineasta schierato. Aggiungerei che è un grande vecchio ancora appassionato per le sorti dell’umsanità, per nostra fortuna!