BUON 2020

Buon 2020 a tutti!
Sorridiamo con la coppia eccezionale degli attori – che vi lascio riconoscere –  diretti dal grande Mario Monicelli

 

A presto.

 

The Farewell-Una bugia buona

recensione del film:
THE FAREWELL – UNA BUGIA BUONA

Titolo originale:
The Farewell

Regia:
Lulu Wang

Principali interpreti:
Zhao Shuzhen, Awkwafina, X Mayo, Lu Hong (I), Kong Lin, Tzi Ma, Diana Lin, Gil Perez-Abraham, Ines Laimins, Jim Liu, Aoi Mizuhara- 98 min. – USA, Cina 2019.

Mentire non sempre è cosa riprovevole: alcune menzogne possono persino allungare la vita! È uno dei messaggi che ci lascia questo bel film, secondo lungometraggio di Lulu Wang, regista cinese, ora cittadina americana, che ha forti legami con la terra delle sue origini e con quella parte della famiglia che è là e intende rimanerci.

In quest’opera, presentata con successo al Sundance Film Festival, la regista racconta un’esperienza vissuta, distaccandosene in parte: quel tanto che occorre per non rendere facilmente riconoscibili le persone reali che profondamente ama; si ringiovanisce di molto, perciò, e diventa la trentenne Billi che un po’ le rassomiglia e che è interpretata dalla rapper Awkwafina.

Newyorkese di origine cinese, come i suoi genitori, Billi, non diversamente dai suoi coetanei, ha trovato un lavoro precario per una paga così bassa che non riesce neppure a garantirsi l’indipendenza dalla famiglia, con la quale non vive più: non ha un buon rapporto con la madre che, pienamente americanizzata, le attribuisce ogni responsabilità per l’incerta condizione in cui si trova: non ha grinta; non è intraprendente..

Billi vuole molto bene alla nonna paterna, l’ultra ottuagenaria Nai Nai (Zhao Shuzhen), che, dopo averla allevata, era tornata nella sua Cina lasciandole l’indelebile ricordo della speciale tenerezza solidale che da sempre lega i nonni ai nipotini che hanno viziato e fatto crescere, accettandone capricci e difetti senza riserve.
Per la saggia Nai Nai, che vive serenamente la propria vecchiaia, e che sente spesso anche Billi (per lei si era convertita allo Smartphone), si sta sta avvicinando ora il triste momento del commiato dal mondo. Sembra, infatti, che non le resti molto da vivere: un brutto tumore ai polmoni, inarrestabile nella sua progressione, sta indebolendo le sue forze mentre l’inevitabile calvario delle terapie che le si prospettano mobilita tutti i parenti, compresi gli “americani”, che lasciano le loro abituali occupazioni per “proteggerla” dalla verità della malattia: la paura sicuramente la aggraverebbe.

Billi è combattuta fra l’esigenza di rinnovare, con la sua presenza, l’amore di un tempo, e quella, tutta americana, di essere sincera con lei, ma la sua ostinata voglia di verità rimane isolata: un po’ per volta comprenderà che la sua visione del mondo nasce dall’antropocentrismo della cultura occidentale, dalla convinzione che ogni uomo sia dominatore della natura e padrone della propria vita, e che a ognuno perciò tocchi decidere di sé e del proprio futuro, ingaggiando, come Antonius, il cavaliere bergmaniano, una sfida perdente con la morte.
Ogni cinese, invece, sa da sempre che la morte non è che il naturale ritorno a quel grembo materno che è la terra, che dà la vita e che se la riprende per riproporla in altra forma, ad altri esseri viventi, nell’incessante e ciclico alternarsi della vita e della morte.
Le immagini del film accompagnano il trascorrere del tempo con dolcezza, mentre le inimicizie e le incomprensioni si compongono nel ricordo di chi è stato e che tutti sentono ancora vicino.
Una bella lezione di serenità che può aiutarci a vivere meglio.

Uno dei film più profondamente “natalizi” che mi sia capitato di vedere.

Ritratto della giovane in fiamme

recensione del film:
RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

Titolo originale:
Portait de la jeune fille en feu

Regia:
Céline Sciamma


Principali interpreti:
Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel – 119 min. – Francia 2019.

 

La premessa

La vicenda è raccontata da Marianne (Noemi Merlant), che insegna, in una scuola di pittura, l’arte del ritratto. È lei, sollecitata da una studentessa, a evocare, mentalmente, come in un grande flashback, la vicenda che qualche decennio prima (1770) le aveva ispirato un dipinto dal titolo La jeune fille en feu.
Mi soffermo sull’innegabile suggestione di questo titolo, quasi proustiano, perché mi pare contenere in sé una chiave di lettura del film, come se la regista, che lo ha diretto e sceneggiato, ci avvisasse con un po’ di malizia dell’operazione “artificiosa” che sta per mettere in scena: il ricupero memoriale  di una storia indicibile, se non sul piano dell’arte, irrealizzabile nella realtà, riferita a un brevissimo arco temporale, collocata, però, in un tempo storico che precede di più di un secolo Å l’ombre des jeunes filles en fleur (1918).
Si tratta, anche in questo caso, di una recherche, ovvero della ricostruzione, sul filo della memoria di Marianne, di un episodio amoroso (breve), fondamentale snodo nella sua vita, ma importante anche nella vita di due altre donne: Heloïse (Adèle Haenel) e Sophie (Luàna Bajrami). Tutte e tre le donne, improvvisamente libere oltre ogni speranza, avvertono coscientemente con quanta semplicità e facilità il gentil sesso potrebbe vivere in perfetto equilibrio fra anima e corpo, ovvero allo stato di natura, che pare coincidere con lo stato di grazia indispensabile per la felicità.
A questo punto il riferimento (per quanto non esplicito, anzi maliziosamente mascherato sotto le mentite spoglie di Ovidio e del mito di Orfeo ed Euridice) è inevitabilmente Rousseau, richiamato oltre che dalla visione positiva della natura, anche dai nomi di Heloïse (Julie ou la Nouvelle Heloïse è il suo romanzo protoromantico del 1780) e di Sophie (Emile – 1762 – è il suo romanzo pedagogico, sull’educazione ideale, secondo natura e secondo la loro naturale diversità, di un bambino, Emile e di una bambina, Sophie, futuri capostipiti ideali di una nuova discendenza, educata secondo natura e secondo ragione).
Si delinea in questo modo il carattere di teorema del film, i cui presupposti sono in parte letterari (Proust) e in parte filosofici grazie alla onnipresenza rousseauiana nei nomi dei personaggi e sullo sfondo dell’intero racconto di Marianne.

La ricostruzione di Marianne, sul filo della memoria

Nel 1770, Marianne approdava sulla costa bretone, dopo che il suo bagaglio da pittrice  era caduto nelle acque minacciose dell’Atlantico in tempesta, costringendola a un tuffo fuori programma per ricuperarlo, mentre il barcaiolo e il corriere che la accompagnavano a destinazione, continuavano a remare iperterriti e indifferenti. Affaticata e infreddolita, pertanto, Marianna raggiungeva, risalendo la falaise, il grande castello del quale sarebbe stata ospite per svolgere l’incarico segreto per il quale una ricca vedova  (Valeria Golino) l’aveva assunta: ritrarre la giovane figlia Heloïse, appena uscita dal convento. Era diventata lei la figlia da marito, dopo che l’altra figlia era morta, forse per suicidio. C’era un buon partito per lei, a Milano, che attendeva il suo ritratto per decidere se quel suo aspetto fosse di proprio gradimento. Nessuno prendeva neppure in considerazione che lei non lo volesse, men che meno che lei non volesse sposarsi.
Marianne, costretta a nascondere le ragioni della propria presenza, avrebbe a lungo studiato e osservato Heloise, accompagnandola nelle lunghe passeggiate sulla riva dell’oceano. nel tentativo di coglierne, attraverso le espressioni del volto e degli occhi l’anima che le sfuggiva.  Un’assenza improvvisa della madre, partita per pochi giorni alla volta di Milano, permetteva finalmente lo svelamento dell’indicibile: l’emergere del desiderio d’amore che infuocava la giovane Heloïse e la scoperta di sé di Marianne, mentre il personaggio di Sophie, la serva fedele e saggia, dall’animo gentile, riceveva da Marianne e da Sophie l’aiuto per interrompere senza rischi una gravidanza indesiderata…

Il tema dell’amore fra donne non disgiunto dal quello della solidarietà sororale ha trovato in questo film una rappresentazione raffinata e rigorosa, talvolta un po’ fredda, come si conviene a un teorema, ricco anche di molte citazioni cinefile: Lezioni di piano di Jane Campion in primo luogo, cui sembra ricollegarsi per la presenza del tema dell’arte e dell’artista e per  il gusto romantico della corrispondenza tumultuosa fra il paesaggio e gli stati d’animo, presente anche nel bellissimo La donna del tenente francese di Karel Reisz. Mi sarei aspettata, dopo aver letto molte recensioni sul web, soprattutto maschili, una certa dose di erotismo, che invece mi è sembrato del tutto assente, forse travolto da una ricerca della bellezza un po’ fine a se stessa.

Impressioni di una qualche forzatura ideologica e programmatica, in un film per altro molto contenuto negli sviluppi mélo, mi indurrebbero a rivederlo in lingua originale.

 

Il film, accolto in genere molto bene da critica e pubblico, si pone, per l’eccezionale numero di premi e nomination che fino a questo momento ha ottenuto (e che riporto qui di seguito),tra i più forti candidati agli Oscar del prossimo anno.
Sopravvalutato? Io credo di sì, ma è un film da vedere tenendo presente, mai come in questo caso, la soggettività del mio giudizio!

_________________________________

Premi (fonte: mymovies.it):

– Migliore sceneggiatura Festival di Cannes 2019

– Migliore sceneggiatore europeo a Céline Sciamma European Film Awards 2019

Nomination

Golden Globes 2020:
– Migliore film straniero

European Film Awards 2019
– Miglior regista europeo Céline Sciamma
– Miglior attrice europea Noémie Merlant;Adèle Haenel
– Miglior sceneggiatore europeo Céline Sciamma

Critics Choice Award 2020
– Migliore Film straniero

Independent Spirit Awards 2020
– Migliore film straniero

Dio è donna e si chiama Petrunya

recensione del film:
DIO È DONNA E SI CHIAMA PETRUNIA

Titolo originale:
Gospod postoi, imeto i’ e Petrunija

Regia:
Teona Strugar Mitevska

Principali interpreti:
Zorica Nusheva, Labina Mitevska, Simeon Moni Damevski, Suad Begovski, Stefan Vujisic, Violeta Sapkovska, Petar Mircevski, Andrijana Kolevska, Nikola Kumev, Bajrush Mjaku – 100 min. – Macedonia, Belgio, Slovenia, Croazia, Francia 2019

La cittadina di Stip, dove si svolgono i fatti raccontati dal film, è un importante centro dello stato di Macedonia (sorto dalle rovine della ex Jugoslavia), punto di riferimento economico dei territori limitrofi, nonché sede universitaria per le scienze tecniche e commerciali. Annualmente, dopo la festa dell’Epifania, vi si svolge una processione: la folla dei fedeli, a maggioranza cristiano-ortodossa, segue il suo pope accompagnato dalle autorità politiche locali. Si tratta di una manifestazione di religiosità a cui si mescolano elementi di fideismo superstizioso e di ribalda esibizione muscolare: i maschi della zona gareggiano per impadronirsi del bel crocifisso ligneo finemente scolpito, gettato in fiume, alla fine dell’evento, dal pope medesimo: porterà fortuna e felicità per tutto l’anno a chi prima lo afferra.

L’episodio raccontato dal film e, a quanto sembra, ispirato a un fatto di cronaca, ci rappresenta lo scorrere lento della processione e l’arrivo al ponte da cui la croce benedetta sarebbe stata lanciata; ci fa ascoltare le parole di circostanza del religioso e delle autorità, senza nasconderci l’impazienza dei maschi palestrati che avrebbero voluto in fretta lanciarsi nel fiume gelido per impadronirsi dell’oggetto miracoloso. Si era imbattuta in questa folla eterogenea una giovane donna, che stava tornando a casa dopo essersi presentata, senza successo a un colloquio per ottenere un lavoro: anche lei aveva bisogno di fortuna e di felicità! Si era gettata, perciò, in acqua e aveva afferrato l’ambito premio, sotto gli occhi increduli di tutti e fra le proteste dei concorrenti, gonfi di rabbia e di muscoli, che per settimane si erano allenati per vincere e che ora si sentivano defraudati da chi non aveva alcun diritto di partecipare: era una donna, infatti, ciò che non era mai accaduto; era perciò stesso una puttana, era sicuramente una ladra; peggio, era una ladra sacrilega, era il diavolo in persona…era Petrunya!
Invano, di fronte al crescere degli insulti feroci, il pope aveva tentato di difenderla: qualcuno aveva chiamato la polizia che, per sottrarre la poveretta al linciaggio, l’aveva trasportata al locale commissariato, dove in un ambiguo oscillare fra rassicurazioni e minacce, era stata trattenuta per molte ore, nel vano tentativo di ottenere da lei quella benedetta croce.
L’interesse per gli sviluppi della vicenda era diventato molto grande e aveva coinvolto anche i due inviati televisivi, che, già sul posto per una breve cronaca di routine, avevano ora in mano lo scoop della loro vita: esisteva ancora un po’ di medioevo in un paese che ora, libero e indipendente, si riteneva europeo.  La coraggiosa giornalista (Labina Mitevska)  indotta a rimanere sul posto per ambizione professionale, avrebbe di lì a poco da sola preso a cuore la vicenda di Petrunya, che del suo sostegno e anche della sua comprensione aveva davvero bisogno.

 

Accolto molto bene all’ultima Berlinale – dove la regista è conosciuta e stimata per aver presentato  in passato due altri lungometraggi – questo film è stato apprezzato recentemente anche al TFF. Si segnala infatti per lo stile preciso e asciutto col quale è raccontata la storia dolorosa di una giovane dalla difficile vita familiare.

Petrunyia, trentaduenne non bella e anche un po’ sovrappeso, desidera ascolto e comprensione e vorrebbe invano mettere a frutto i suoi studi (una laurea in storia all’Università di Skopje, poco considerata dalle sue parti) e reagisce agli insuccessi chiudendosi in sé, tormentata dalla vergogna e dalla paura. Disoccupata, come la maggior parte dei suoi coetanei, non è abbastanza desiderabile per trovare qualsiasi altro lavoro:  non ti scoperei si era appena sentita dire dal direttore di un laboratorio di sartoria a cui chiedeva impiego…

Il film è la denuncia molto ferma non solo dell’ingiustizia e della discriminazione sessista, ma della ferocia profonda e quasi animalesca con la quale la popolazione maschile della Macedonia, sostenuta dai politici più conservatori e da una chiesa priva di coraggio innovativo continua ad aggrapparsi ai propri miserabili privilegi persino in uno stato che vanta una costituzione attenta alla difesa delle pari opportunità e dei diritti civili.

Visione sicuramente consigliabile.

Storia di un matrimonio

recensione del film:
STORIA DI UN MATRIMONIO

Titolo originale:
Marriage Story

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Scarlett Johansson, Adam Driver, Laura Dern, Merritt Wever, Azhy Robertson,
Ray Liotta, Julie Hagerty, Mark O’Brien

– 136 min. – USA 2019.

Una breve premessa: anche questo film, come potete vedere dalla locandina e dal trailer è distribuito da Netflix sulla propria piattaforma. Come era accaduto per The Irish Man, qualche sala cinematografica lo sta proiettando, in lingua originale, con sottotitoli italiani. A questa visione in sala si riferisce il mio commento.

Non è facile dare un giudizio su questo film, che è la crudelissima analisi di un difficile rapporto di coppia. Lei, Nicole (Scarlett Johansson) – nata e vissuta a Los Angeles – è un’attrice che vorrebbe affermarsi; lui – “più newyorkese di qualsiasi altro newyorkese” – è Charlie (Adam Driver), regista e scrittore teatrale in cerca di pubblico e, a sua volta, di affermazione.
Li vediamo mentre stanno descrivendo, separatamente, le qualità più amabili e i difetti più odiosi dei rispettivi partner: l’esercizio fa parte della terapia di coppia che i due, sul punto di separarsi, hanno tentato per non precipitare la decisione dolorosa che dovranno prendere. Dalle rispettive parole, accompagnate dalle immagini dei numerosi flashback, comprendiamo che il loro era stato un bel matrimonio d’amore e che entrambi preferirebbero farlo durare, non solo perché hanno un bambino che inevitabilmente ne soffrirà, ma soprattutto perché l’antica fiamma era dura da estinguere. Era ancora più difficile, tuttavia, conciliare l’esigenza di vivere a Los Angeles – la sola città in cui Nicole, nel suo ambiente e con le giuste conoscenze, avrebbe potuto affermarsi –  con quella, irrinunciabile per lui, di vivere a New York, la città più europea degli Stati Uniti, in cui le sue pièces teatrali avrebbero avuto un po’ di futuro e sperabilmente parecchi spettatori appassionati.

L’accordo, date queste premesse, non era stato possibile, per la gioia degli avvocati matrimonialisti (una dura e precisa Laura Dern per Nicole; un abile e flessibile Ray Liotta per Charlie), che con spietato e lucido realismo avevano prospettato le conseguenze dei comportamenti più ragionevoli e umani di fronte alle giurie dei tribunali civili americani che sempre applicano freddamente le leggi, incuranti dell’umanità, del sentire e del soffrire delle coppie in crisi, ma attente esclusivamente al presunto interesse dei minori, certificato, in questo caso, con precisione burocratica da un’osservatrice esterna, che aveva passato una giornata con padre e figlio, senza parlare e senza dar segni di comprendere.

Questo film mi ha ricordato Lo stravagante mondo di Greenberg , dello stesso regista per l’amabile velleitarismo del personaggio di Charlie, e, soprattutto, per la rappresentazione delle nevrosi di chi fatica a integrarsi nel mondo di oggi, che come vediamo è interessato esclusivamente a produrre e a fare i soldi, cosicché riacquista attualità la profezia inquieta di Bertrand Russell (Matrimonio e morale – traduzione di Gianna Tornabuoni – Milano, Longanesi & C. , 1966):
“Sarebbe pazzesco, sebbene in certi casi possa essere tragicamente eroico, sacrificare la carriera all’amore, ma è ugualmente pazzesco, e niente affatto eroico, sacrificare l’amore alla carriera. Nondimeno ciò avviene, e avviene inevitabilmente in una società organizzata sulla base della lotta universale per il denaro.”

Il film si fa seguire con interesse, coinvolgendo lo spettatore grazie all’abilità con la quale il regista traduce il proprio script, molto letterario e fitto di dialoghi, in sequenze visive spesso brevi, ma ben collegate da un montaggio spezzato e nervoso, che pienamente asseconda l’inquietudine e la solitudine di lui, nonchè con i sensi di colpa di lei, la quale, giustamente, ma col nodo alla gola, rivendica il diritto a essere se stessa.

Consigliabile la visione (possibilmente in sala e in lingua originale)

 

 

Un giorno di pioggia a New York (e qualche estemporanea riflessione)

recensione del film:
UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK

Titolo originale:
A Rainy Day in New York

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Timothée Chalamet, Elle Fanning, Selena Gomez, Jude Law, Diego Luna, Liev Schreiber, Annaleigh Ashford, Rebecca Hall, Cherry Jones, Will Rogers (II), Kelly Rohrbach, Suki Waterhouse – 92 min. – USA – 2019.

 

Il pleure dans mon coeur
Comme il pleut sur la ville …

Il Woody Allen dei film più amabili è tornato a raccontare la vita, gli amori e le bizzarre storie dei suoi anti-eroi e ancora una volta mette in scena, con grazia impareggiabile, la tragicommedia quotidiana delle nevrosi, delle ansie, dei sogni e anche delle insensatezze che attraversano i loro (nostri) percorsi. Lo  sfondo è ancora l’amatissima e meravigliosa New York, che Woody ci ha fatto amare, ancor prima di conoscere e che forse non sarebbe così cara al nostro cuore senza i suoi film.

È una New York adorabile e piovosa quella che accoglie i due ragazzi innamorati che arrivano dall’Arizona. Lui è Gatsby (Timothé Chalamet) ed è nativo della Grande Mela, da cui si è allontanato per sottrarsi alla madre che non sopporta; lei è Ashleigh (Elle Fanning), figlia di un banchiere, nonché studentessa diligente che sogna una carriera da giornalista anche se si accontenta, per ora, di lavorare al giornalino del College: è a Manhattan per intervistare un famoso regista, forse il trampolino di lancio che stava aspettando.

Gatsby, come lei, è di famiglia ricca, ciò che lo induce a non preoccuparsi troppo del futuro: è carino, un po’ tormentato, non ama misurarsi con la realtà (ha rimosso, perciò, il conflitto con la madre); studia poco, ma legge molto; ascolta musica di qualità e gli piace sfidare il caso, giocando a poker: ha guadagnato migliaia di dollari in men che non si dica, che spenderà  a New York naturalmente con lei, prima e dopo l’intervista al famoso cineasta.

Le farà scoprire la grande metropoli in the rain, sotto quel vitale scrosciare dell’acqua che sente così suo, che pare aiutarlo a trovare se stesso, a riconciliarsi col passato e forse a trovarne il senso: un segnale positivo.
Manhattan, invece, avrebbe inaspettatamente separato i loro percorsi: il giro in carrozza, alla scoperta degli aspetti romantici della più bella città del mondo, Gatsby non lo avrebbe fatto con Ashleigh, ora lontana da lui, alle prese con un regista in crisi creativa, uno sceneggiatore (Jude Law) geloso della moglie e un attore tanto bello e famoso da far perdere la testa alle ragazze non troppo accorte…

Molte le sorprese del film, imprevedibili le svolte, né manca, come nelle fiabe il momento dell’agnizione, di cui non posso dir altro se non che è un grande momento di verità.

È un film da vedere: la bella strenna natalizia di un Woody Allen in piena forma, come non si vedeva da tempo. Per fortuna lo troviamo nelle sale italiane e quasi ovunque in Europa.
Sembra incredibile, ma negli USA, dove  è nato ed è stato girato, non può essere visto: Amazon, che l’aveva prodotto e avrebbe dovuto organizzarne la distribuzione, ne ha bloccato l’uscita in sala.

Qualcuno, rispolverando, in un clima isterico da caccia alle streghe, una storia di 25 anni fa, per la quale il regista aveva già ottenuto l’assoluzione giudiziaria, ha fatto terra bruciata intorno a lui con questi effetti devastanti:
– Amazon ha ritirato il film da tutto il mercato americano (sembra che si sia salvata dal flagello solo Cuba)
– gli attori hanno incredibilmente preso le distanze da lui, promettendo che mai e poi mai avrebbero ancora lavorato per i suoi film

L’immediato contrattacco di Woody Allen ha permesso al regista di distribuire, almeno in Europa, la sua ultima fatica, per altro immediatamente soggetta al tentativo di boicottaggio organizzato dalle insopportabili talebane del Me too.

Siccome è mia intenzione continuare a occuparmi di cinema, invito chi vuol conoscere meglio questa storia di ordinaria intolleranza, a leggere QUI.

Per quanto mi riguarda rivendico il diritto di giudicare un autore solo per le sue opere, che naturalmente pretendo di vedere, perché i prodotti della cultura e dell’arte devono essere diffusi e l’artista dev’essere libero di creare e farsi conoscere. Valeva per Benvenuto Cellini, per Caravaggio; per Solgenitsin e per Shostakovich: ora deve valere per Polanski e per Woody Allen.
Buona visione!