L’ufficiale e la spia

recensione del film:
L’UFFICIALE E LA SPIA

Ttolo originale:
J’accuse

Regia:
Roman Polanski

Principali interpreti:
Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois, Hervé Pierre,
Didier Sandre, Wladimir Yordanoff, Mathieu Amalric, Damien Bonnard, Eric Ruf, Melvil Poupaud, Olivier Gourmet
– 126 min. – USA 2019

Un quarto di secolo dopo la sconfitta di Sedan (1870), la Francia, costretta a cedere alla potenza tedesca una parte del suo territorio nord-orientale, attraversava un periodo di crisi economica e sociale di vaste proporzioni, nel dilagare delle proteste e della povertà, fra propositi revanscisti, nazionalismo crescente, ricerca di colpevoli…
Il clima era da caccia alle streghe, da nemico alle porte, mentre la coesione del tessuto sociale sembrava disgregarsi.
Tirava un’aria mefitica e irrespirabile per i socialisti, le minoranze, gli ebrei:  tutti presto indicati come responsabili della disfatta, in realtà comodi capri espiatori delle tensioni e dello scontento generale. In questo clima torbido ed eversivo di montante antisemitismo, nazionalismo e diffidenza istituzionale era nato L’affaire Dreyfus.

Il film ricostruisce la brutta vicenda di Alfred Dreyfus, l’ufficiale di artiglieria alsaziano di origine ebraica, processato, privato dei gradi e dell’onore militare e, infine, esiliato all’Île du Diable, nella Guyana francese, perché riconosciuto colpevole di alto tradimento, durante un processo-farsa, senza esibizione di prove.
Il romanzo recente (An Officer and a Spy) dello scrittore inglese Robert Harris, aveva fornito il soggetto per la bella sceneggiatura di Polanski e dello stesso romanziere da cui nasce la pellicola, ovvero il racconto di uno degli episodi più scabrosi della storia europea.

Il film si apre con il lunghissimo piano sequenza in cui scorrono lentamente i grigi edifici che affacciano sul cortile degli Invalides, presso l’Ecole Militaire di Parigi.
È la gelida mattina del 5 gennaio 1895: tutto era pronto per l’umiliazione pubblica della degradazione di Alfred Dreyfus (Louis Garrel), non lontano dalla scuola in cui aveva studiato. La camera che gli si avvicina ne presenta il volto pallidissimo, mentre ascolta, sull’attenti, le accuse infamanti di aver fornito informazioni delicatissime, attinenti ai segreti militari della repubblica francese, ai nemici tedeschi. La scena ricalca, con impressionante fedeltà, l’ illustrazione di un giornale dell’epoca, offrendoci, al contempo, qualcosa di più e di diverso: lo sguardo dell’innocente, schiacciato dalla mobilitazione imponente degli apparati militari (quel cortile maestoso ne è una bella metafora), è così doloroso e la sua protesta di innocenza è così dignitosa da turbare persino l’ufficiale che aveva eseguito con impeccabile freddezza l’operazione.

Si trattava del maggiore Marie Georges Picquart (un grandissimo e umanissimo Jean Dujardin), che era stato chiamato, subito dopo la “cerimonia”, a dirigere l’Ufficio Statistica dei servizi segreti, all’interno dell’Ecole Militaire, in sostituzione del moribondo ufficiale che ne aveva custodito i documenti. Tutta la prima parte del film procede realisticamente alla ricostruzione dell’ambiente chiuso e maleodorante della palazzina, sede di quell’ufficio, attraversata da corridoi bui e fumosi, frequentata da equivoci informatori, oltre che da ufficiali diffidenti e riluttanti a fornire al nuovo capo chiavi, documenti e notizie necessarie a quasiasi attività di controspionaggio, ciò che non sfugge a Picquart, che sulle informazioni al nemico egli  vorrebbe indagare, non essendo cessate neppure con l’allontanamento all’Isola del Diavolo, nella Guyana francese, del povero Dreyfus.
La sua indagine fa presto emergere alcune fondamentali verità:
– non è Dreyfus il vero informatore dei tedeschi, bensì Ferdinand Esterhazy, ufficiale dell’esercito francese, puttaniere e oberato dai debiti
– è crescente l’ostilità dello stato maggiore dell’esercito e del governo in carica nei confronti dell’inchiesta
– è l’onesto Picquart il nuovo nemico, ora: lo si pedina, lo si minaccia velatamente, si organizza una campagna diffamatoria nei suoi confronti, costringendolo, infine, al passo decisivo, all’incontro con la stampa, con alcuni prestigiosi intellettuali fra i quali Emile Zola e con Clémenceau, deputato di opposizione, per rendere pubblico lo scandaloso processo a Dreyfus.

J’accuse è il famoso titolo dell’editoriale di Zola sul quotidiano L’Aurore che diffonde rapidamente a Parigi i nomi e i cognomi di quanti, dai politici, agli uomini dei Servizi Segreti e dello stato maggiore, ai giudici, si erano fatti complici dell’ingiustizia senza perseguire i corrotti e i veri colpevoli di tradimento. La vicenda non si era ancora chiusa: altro dolore attendeva molti innocenti onesti, come Picquart, incarcerato quale complice di una fantomatica internazionale ebraica, o come Pauline (Emmanuelle Seigner), la sua amante, sposata, cui vengono tolti i figli.
Un po’ di luce, però, era penetrata nel buio di quelle stanze e molte delle bugie erano state smascherate…
Non intendo svelare altri sviluppi del film.

Il film è un coinvolgente e appassionante racconto classico di detection che si trasforma in una tesa storia di spie e di complotti, ed è particolarmente affascinante grazie anche alla fotografia bellissima, dal colore leggermente sbiadito e annebbiato, che porta con sé i segni del tempo senza cancellarne la verità, ovvero la sua faccia corrotta e impresentabile: l’oscura dimensione della Belle Epoque.
I registri del racconto sono quelli dell’indignazione, del dolore, dell’ironia che sottolinea i comportamenti ridicoli e contraddittori di un mondo vecchio, incapace di resistere alla mortifera tentazione di chiudersi al mondo, incosciente di trascinare con sé, alla rovina, l’intero paese.
Non solo una raffinata e accurata illustrazione del passato, perciò, ma un invito potentissimo a non dimenticare che le peggiori ingiustizie nascono dall’odio e dal pregiudizio alimentati dal disagio sociale e dall’incertezza del futuro, terreno di elezione per demagoghi e cialtroni di ogni tempo, anche del nostro.

Col gran premio della giuria (Leone d’argento), la Rassegna d’Arte Cinematografica veneziana di settembre ha trovato un compromesso al ribasso per chiudere l’imbarazzante parentesi delle dichiarazioni sciagurate di una presidente di giuria indegna di ricoprire la carica prestigiosa che, incautamente, le era stata affidata. Questo film, tra i più grandi film politici di Polanski, era da Leone d’oro: il pubblico attentissimo, silenzioso e commosso, che ha affollato le sale torinesi in questi giorni, lo ha capito benissimo.

* Con Roman Polanski Robert Harris aveva già sceneggiato un altro film politico (L’uomo nell’ombra – 2010) 

 

La belle époque

recensione del film:
LA BELLE EPOQUE

Regia:
Nicolas Bedos

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi, Denis Podalydès, Michaël Cohen, Jeanne Arènes, Bertrand Poncet, Bruno Raffaelli (II), Lizzie Brocheré, Thomas Scimeca, Christiane Millet – 110 min. – Francia 2019.

È di questi giorni l’uscita di La belle époque, film pregevolissimo del francese Nicolas Bedos, regista al suo secondo lungometraggio: il precedente, Un amore sopra le righe era stato in sala nella primavera dello scorso 2018, ma se n’erano accorti in pochi. Per fortuna il suo DVD è reperibile sul mercato nazionale e, a quanto ne so, Sky lo distribuisce in streaming. Peccato averlo perso su grande schermo.

Si erano conosciuti in un bar di Lione (LA BELLE EPOQUE era il nome esibito sull’ insegna) Marianne (Fanny Ardant), a quei tempi bellissima e seducente nella sua bizzarria e Victor (Daniel Auteuil), amante della bellezza, dell’arte e abile ritrattista. Era stato, per entrambi, attrazione immediata e amore a prima vista.
Aspirante disegnatore, lui, aspirante psicologa lei, si erano trasferiti a Parigi, dove lei si era laureata e dove ciascuno di loro si sarebbe realizzato nel lavoro agognato.
Si erano sposati ed era stato un bel matrimonio da cui era nato un figlio, ora affermato professionista.

L’arrivo della grafica computerizzata, seguita dall’affermarsi della riproduzione seriale di disegni anonimi e tutti uguali, nella ricerca di facile sensazionalismo, avevano messo in crisi il povero Victor, artista-artigiano, a cui era passata persino la voglia di disegnare: né aveva provato a reagire sfruttando le opportunità offerte dalle novità tecnologiche.
Marianne, forse per aiutarlo a superare le difficoltà, o forse perché stanca della sua apatia rinunciataria, aveva preso a strapazzarlo, a tradirlo, a umiliarlo, fino a cacciarlo di casa. Sarebbe stato quel loro unico figlio ad aiutarlo, presentandolo all’amico Antoine (l’intelligente e fascinoso Guillaume Canet), che – come dirò limitando all’indispensabile lo spoiler – è, nel corso del film l’originale e involontario deus ex machina che permette a  Victor di ritrovare l’autostima necessaria per continuare a vivere e a sperare.

Il personaggio di Antoine nella struttura narrativa del film

La storia di un grande amore che si logora non è un argomento nuovo nel cinema (neppure nella vita): difficile perciò renderlo appassionante catturando l’interesse di chi guarda.
Nicolas Bedos, che ha sceneggiato oltre che diretto il film, è riuscito nel miracolo e ha raccontato una vicenda, che è quasi un luogo comune, in modo appassionante, creando il personaggio inconsueto di Antoine, uomo nevrastenico, innamorato molto geloso di Margot (Doria Tillier), ma anche imprenditore col fiuto per gli affari: aveva inventato, con successo, il mestiere un po’ strano, dell’intrattenitore che ripristina, con cura quasi filologica, “eventi” storici, destinati ai ricconi che vorrebbero togliersi lo sfizio di vivere per un giorno, o per qualche ora, nel periodo storico che hanno sempre sognato. Finzione, dunque, imitazione un po’ kitsch del passato: negli Studios di Antoine, transitavano, infatti, attori vestiti da antichi legionari, cavalieri medioevali, colonialisti e schiavi, persino nazisti che avrebbero procurato brividi insoliti ai signori e alle dame sfaccendati che non sapevano come passare il tempo. Storia antica, ma, per un amico, Antoine avrebbe fatto l’eccezione di ricostruire, a prezzi stracciati, la Lione di quarantacinque anni fa (maggio ’74) e di riprodurre sulla scena, il bar (La belle époque) dell’incontro fra Marianne (interpretata da Margot)  e Victor.

Tra finzione e realtà, fra illusioni rinnovate e delusioni in agguato, questa esperienza sarebbe servita a ritrovare, catarticamente, la voglia di vivere e a rimettere insieme la coppia di un tempo?
Se vi ho incuriositi, come spero, lo scoprirete vedendo questo francesissimo, delizioso film, scritto molto bene, montato con audace ed ellittica eleganza e recitato da dio. Non è un capolavoro? Non lo so, ma certo è un bel film, presentato, fuori concorso, a Cannes quest’anno.

The Irishman

recensione del film.
THE IRISHMAN

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Ray Romano, Bobby Cannavale, Anna Paquin, Stephen Graham, Stephanie Kurtzuba, Jack Huston
– 209 min. – USA 2019.

The Irishman è Frank Sheeran, l’irlandese sicario della mafia che abitava a Filadelfia (magnifico Robert de Niro). All’inizio del film, in una casa di riposo per anziani, racconta la propria vita a un prete cattolico, che raccoglie le confessioni dei ricoverati soprattutto di quelli rimasti soli, senza l’amore di nessuno.
Era stata una vita movimentata quella di Frank: dapprima soldato (fanteria) dell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale; sbarcato ad Anzio, egli aveva percorso la nostra penisola dal sud al Nord e aveva anche imparato ad apprezzare la nostra cucina e la nostra lingua: buon viatico per Russ Bufalino (eccezionale interpretazione di Joe Pesci), boss della mafia italo-americana, che aveva casualmente incrociato sulla strada.
Era andata così: il suo camion, che trasportava carne fresca per le macellerie e i ristoranti, si era bloccato all’improvviso. Russ, mai visto prima, si era avvicinato, aveva individuato e riparato il guasto, senza nulla volere in cambio. Ci sarebbero stati molti altri incontri, ma fin dal secondo Russ aveva capito che ne sarebbe nato un indistruttibile sodalizio poiché entrambi erano davvero Goodfellas, bravi ragazzi prestati al crimine, ma buoni e leali reciprocamente. Così come lo era, d’altra parte, Jimmy Hoffa (bravissimo l’ottantenne Al Pacino, al suo primo film con Scorsese), il potentissimo boss del sindacato degli autisti, ottimo oratore e trascinatore di folle: aveva sostenuto l’elezione di Kennedy, ma era successivamente passato a sostenere i repubblicani, dopo il fallimento dell’impresa che avrebbe dovuto “restituire” ai biscazzieri cubani l’isola finita nelle mani di quel comunista di Fidel Castro…

Un terzetto di bravi ragazzi alleati per la vita: Jmmy, inoltre, molto apprezzava la semplicità sincera della piccola Peggy, una delle figlie di Frank, poiché nell’ingenua intelligenza della bimba, riconosceva la genuinità  e il candore, che in fondo avevano animato la sua vita di sindacalista idealista, che avrebbe voluto cambiare il mondo.
La storia dei tre uomini, che è storia di mafia e di sangue, era organizzata con una leale divisione dei compiti: gli omicidi erano sempre affidati a Frank (la guerra gli aveva insegnato a uccidere “su commissione“, avrebbe detto al suo confessore), il cui macabro soprannome, l’imbianchino alludeva alle tracce lasciate sui muri dalle vittime che aveva ucciso a bruciapelo, con tecnica infallibile.
È anche storia di processi, di avvocati, di galera che per loro è luogo di incontri, di gare di cucina, di solidarietà, ma anche di minacce e aggressioni, di ferocia e di altri delitti, che si svolge parallelamente alla torbida storia dei misteri americani degli ultimi cinquant’anni, delle loro istituzioni garantiste ma politicamente profondamente colluse, troppo, per scoperchiare il pericolosissimo vaso di Pandora della verità.

Jimmy, ufficialmente, sarebbe misteriosamente scomparso senza lasciare tracce di sé, Russ sarebbe morto di morte naturale e Frank avrebbe portato da solo, alla fine della vita, il fardello terrribile dei suoi crimini, mantenendo per sempre la promessa di silenzio, ma mettendone a parte il ministro di Dio, accompagnato da una speranza di perdono che richiede, anche la presa di coscienza dei lutti provocati, del dolore, del male.
Peggy, che aveva capito tutto, non avrebbe più voluto vederlo; ai giovani, che non sapevano nulla, nulla interessava…
Una storia terribile e bellissima, crudele ma tenera e struggente, con grandissimi pregi cinematografici: delle stupefacenti interpretazioni dei tre mitici attori ho detto.
Mi dilungherò ancora un poco per parlare di due fondamentali aspetti tecnici del film: quella del ringiovanimento degli attori, ottenuto con una nuovissima tecnica digitale in post produzione, con effetti pienamente convincenti (almeno così mi sono apparsi durante la mia seconda visione del film); quella dell’alternarsi tra passato e presente, seguendo la tecnica della dissolvenza incrociata, come era da attendersi dalla collaborazione di Thelma Schoonmaker, storica addetta al montaggio dei più famosi film di Scorsese, fedelissima interprete del grande maestro, una delle più grandi montatrici della storia del cinema.

Cercate di vedere questo grande capolavoro, senza spaventarvi per la sua durata. Vi ripagherà largamente del piccolo sacrificio.
Lo troverete ancora in molti cinema e, dal 27 di questo mese, su Netflix, doppiato nella nostra lingua. Consiglio come sempre la versione originale.

Parasite

recensione del film:
PARASITE

Regia:
Bong Joon-ho

Principali interpreti:
Song Kang-ho, Sun-kyun Lee, Yeo-jeong Jo, Choi Woo-Sik, Park So-dam, Hyae Jin Chang – 132′ . Corea del sud, 2019.

Bong Joon-ho è tornato a girare nel Sud della Corea e ha presentato questo amarissimo film a Cannes, dove ha vinto la Palma d’oro nel maggio di quest’anno.
Quest’ultimo suo lavoro ha fatto molto discutere e ha diviso critica e pubblico, come sempre accade quando l’invenzione cinematografica propone situazioni e immagini che ci disturbano e ci angosciano, come in questo caso in cui anche a noi occidentali il regista indirizza l’invito a rispondere con urgenza alle angosce degli altri abitanti del pianeta per i quali costumi e tradizioni da secoli consolidati sono stati spazzati via nel giro di pochissimi anni dal rapidissimo affermarsi del libero mercato e della tecnologia.
I comportamenti umani sembrano ovunque dominati dalla perversa convinzione reazionaria, diventata purtroppo anche comune sentire, che il mondo dell’ingiustizia e del degrado in cui viviamo non sia che la conseguenza inevitabile della condizione “naturale” dell’umanità e che, perciò questo mondo ingiusto sia anche l’unico possibile.
Questo si pensa anche all’interno delle due famiglie protagoniste del film: quella dei Kim che vivono a Seul nella più nera miseria e quella dei Park, i più ricchi della città, che emblematicamente rappresentano la tragi-commedia universale dei nostri giorni: null’altro li accomuna se non la fede condivisa nel denaro e nel capitalismo che, permettendone l’accumulo, rende più facile la vita e più semplice la risoluzione di ogni problema.

I Kim e i Park

I primi vivono nella zona più degradata della della capitale sud-coreana, in fondo a una strada in discesa, sbarrata dalla loro casa, che abitano in quattro. Il poco denaro che riescono a guadagnare, piegando il cartone per il trasporto delle pizze, non basta a saldare completamente i loro debiti, ma serve a mala pena per non morire di fame. Di lì, nessuno di loro esce volentieri: gli altri non devono conoscere la loro povertà vergognosa, socialmente interdetta. Dall’isolamento li salva lo smartphone, uno a testa per tenersi aggiornati sulle cose del mondo. È ben vero che non sempre è facile connettersi, soprattutto  se le bollette telefoniche non si sono pagate… in questo caso non resta che affollarsi attorno al W.C., dove il segnale arriva.
La casa riceve un po’ di luce da una finestrella in alto, che dà sulla strada; troppo spesso, però, nelle vicinanze, qualcuno in cerca di privacy se ne arriva per far pipì, ciò che rende oltremodo sgradevole quell’abitare, simile al vivere oscuro degli insetti parassiti che sbucano da ogni lato e manifestano, con la loro presenza, il degrado dell’intera famiglia dei Kim, che si affannano, con qualche successo a cancellarne le tracce.
Della loro condizione, però, tutti loro si portano addosso un segno che non si può nascondere: l’odore, schifoso e insopportabile, almeno a sentire le parole dei ricchissimi Park, nella cui dimora lussuosa, per effetto di una quasi miracolosa raccomandazione, era stato dapprima accolto, come ripetitore di lingua inglese, il figlio, seguito quasi subito dalla sorella, che, sotto le mentite spoglie di una conoscenza lontana, si sarebbe dedicata ai disegni del piccolo di casa; qualche tempo dopo entrambi i genitori, senza tradire alcuna parentela, li avrebbero seguiti.
Il profondo mutare della loro vita, le ricchezze che cominciavano ad affluire nelle loro tasche, la convinzione di trovarsi ormai fuori dalla deriva sociale, a cui sembravano destinati, non erano stati però sufficienti a cancellare quell’odore di miseria che li rendeva diversi dai loro padroni riconoscibili alla finezza dell’olfatto di Mister Park che l’aveva definito schifoso, ma sensualissimo ed eccitante…I Park ora non avrebbero potuto fare a meno di loro, ognuno dei quali, in modo diverso, era diventato indispensabile all’organizzazione perfetta della casa e della famiglia: la madre era l’insostituibile addetta alla gestione della casa, mentre il padre era l’autista di fiducia, sempre disponibile. Il loro ingresso nella bellissima casa di vetro dei padroni era stato sottilmente intelligente e non violento: senza rivendicazioni, senza sindacati, senza rabbia e, soprattutto – importantissimo per gli ultra liberisti coniugi Park – senza stato, burocrazia, carta bollata e scuola: per questo la coppia si era affidata volentieri ai nuovi arrivati, alla superficiali conoscenze dei due ragazzi, all’iniziativa della madre, alla finta devozione del padre: lui e lei ben lieti che nessuno chiedesse di essere assunto secondo le procedure regolari che gli stati, di solito, prevedono a garanzia di tutti.
Sarebbe arrivata per tutti, però, ricchi e poveri, il momento della verità, la dolorosa resa dei conti e della riflessione inevitabile sui parassiti e sui parassitati…
Qui mi fermo senza altro rivelare per non togliere a chi lo vedrà (spero che saranno molti) il piacere della sorpresa, poiché le svolte del film, costruite con intelligenza tagliente e surreale, quasi bunueliana, accompagnano la visione, con l’esattezza di un teorema, fino allo spiazzante e tragi-comico finale.

Mi è parso che il regista, con questo film, di fronte alla rapidità con cui il modello egemonico del capitalismo occidentale si è diffuso nell’intero pianeta stravolgendo antichi valori umani e azzerando le culture solidaristiche, senza che qualche voce si levasse per mitigarne almeno la disumanità, inviti noi tutti a ripensare al futuro impegnando le nostre energie e la comune razionalità alla ricerca di vie d’uscita, abbandonando le illusioni ottimistiche circa una presunta naturale bontà dell’uomo, che qualcuno avrebbe stoltamente deviato, ma anche senza rimpiangere i vecchi tempi ormai improponibili.
Bong Joon-ho ci ha detto, dunque, con questa sua ultima fatica, che è ora di reagire, prima che la tragedia, non solo ambientale, ci travolga definitivamente, senza scampo per nessuno.

 

 

L’età giovane

recensione del film:
L’ETA’GIOVANE

Titolo originale:
Le Jeune Ahmed

Regia:
Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

Principali interpreti:
Idir Ben Addi, Olivier Bonnaud, Myriem Akheddiou, Victoria Bluck, Claire Bodson,Othmane Moumen, Amine Hamidou, Madeleine Baudot, Marc Zinga – 84 min. – Belgio 2019

Diventare uomo è probabilmente difficile per il tredicenne Ahmed (Idir Ben Addi), cresciuto senza padre e senza  modelli maschili di riferimento, in una famiglia di immigrazione marocchina ormai alla trerza generazione, ben integrata nella realtà sociale della città belga in cui risiede. Per lui né la dedizione senza riserve dell’affettuosissima madre (Claire Bodson), nè le attenzioni della ventenne sorella che lavora e ha un innamorato, e neppure la solidarietà del fratellino, che sogna di diventare calciatore, riescono a soddisfare l’ossessiva ricerca di risposte rassicuranti sulla propria identità e sul senso della vita che lo attende. Il suo riferimento più forte è il cugino, eroe-martire, ovvero il terrorista che ha sfidato la morte auto-immolandosi per la causa jhadista. L’Imam Youssof (Othmane Moumen) il maestro della scuola islamica che frequenta, coccolandolo e ascoltandolo, ne rintuzza le insicurezze e suggella, servendosi del fascino poetico della rivelazione coranica, precetti e norme di comportamento, fondandoli sull ‘inappellabile principio di autorità della fonte di ispirazione divina. Sul fragile Ahmed le conseguenze non si faranno attendere: non solo le donne di famiglia, ma anche la psicologa, le insegnanti, e persino la ragazzina che lo corteggia con insistenza sarebbero diventate, ai suoi occhi, temibili emanazioni delle tentazioni di Satana; evidente manifestazione del male, da respingere, ridurre all’obbedienza e da umiliare; in qualche caso da uccidere…

Vi son de’ momenti in cui l’animo, particolarmente de’ giovani, è disposto in maniera che ogni poco d’istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un’apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno.*
Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con timido rispetto, son quelli appunto che l’astuzia interessata spia attentamente, e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda.*

 

Sempre attenti al racconto della realtà, incarnandola nei personaggi che vivono contraddittoriamente e spesso in solitudine i drammi dei nostri giorni, i Fratelli Dardenne, questa volta si affidano alla narrazione di una fatto di strettissima attualità, descrivendo con asciutta evidenza la deriva molto pericolosa, che potrebbe diventare una tragedia, di un adolescente indottrinato e fanatizzato da un fondamentalista religioso.
I due registi, tuttavia, evitano gli accenti mélo di un finale che potrebbe aprirsi alla speranza e al perdono, lasciando agli spettatori immaginare i possibili sviluppi della vicenda.
Gli attori, per lo più non professionisti, rendono, con accenti di verità, del tutto plausibile una storia che diventa a poco a poco un teso noir, soprattutto nell’ultima parte.

Premiato a Cannes, quest’anno, con la Palma per la miglior regia, il film è da vedere.

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*(A. Manzoni, I promessi sposi, X -incipit-, 1840)

The Irishman – Comunicazione

THE IRISHMAN

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Ray Romano, Bobby Cannavale, Anna Paquin, Stephen Graham, Stephanie Kurtzuba, Jack Huston
– 209 min. – USA 2019.

 

Credo di fare cosa utile a chi ama il cinema, soprattutto se firmato da MARTIN SCORSESE, fornire qualche informazione circa la distribuzione del film, che è nelle sale italiane (QUESTE), stando ai comunicati  ufficiali, dal 4 al 6 novembre 2019.
Se aumenterà il numero delle sale, e anche quello dei giorni in cui si potrà vedere nei nostri cinema, al momento non è dato sapere.

THE IRISHMAN sarà invece in visione streaming sulla Piattaforma di Netflix a partire dal prossimo 27 novembre.

Prevedo di pubblicare la sua recensione nei prossimi giorni.

Posso anticipare che è un film bellissimo, che vale certamente la pena di vedere.

Miserere

recensione del film:
MISERERE

Titolo originale:
Pity

Regia:
Babis Makridis

Principali interpreti:
Yannis Drakopoulos, Evi Saoulidou, Nota Tserniafski, Makis Papadimitriou, Georgina Chryskioti – 97 min. – Grecia, Polonia 2018.

Babis Macridis è il regista greco di questo lungometraggio, il secondo per lui. Più giovane e perciò meno noto di Avranas o Lanthimos, i suoi conterranei e pestiferi colleghi, condivide con loro la predilezione per il racconto nerissimo e grottesco delle insensate contraddizioni in cui l’umanità si dibatte senza scampo: non per caso per entrambi i suoi film si è avvalso della sceneggiatura di Efthimis Filippou, storico sceneggiatore di Lanthimos, da Kynodontas a Il Sacrificio del cervo sacro.
Al centro del suo racconto è la pietà, come dice il titolo originale, Pity, complesso sentimento strettamente legato alla compassione, che presuppone una partecipazione emotiva al dolore altrui, ovvero una disponibilità a soffrire insieme a chi soffre. Il guaio è che pietà e compassione si sono dileguate dalle società occidentali che hanno cancellato il dolore e la morte (roba da perdenti) e di conseguenza è svanito il rispetto per la sofferenza altrui ridotta, neppur sempre, all’ipocrisia convenzionale del bon ton.

Accade dunque al nostro protagonista senza nome (interpretato da Yannis Drakoupolos) affermato avvocato, di vivere nell’attesa della morte di sua moglie (Evi Saoulidou), da tempo  in coma irreversibile, vittima di un imprevedibile incidente, che l’aveva distrutta ancor giovane, lasciando nella tristezza anche un vivace figlioletto e una cagnetta affettuosa. L’apparente mobilitazione solidale della vicina di casa, di un vecchio amico e dei premurosi commercianti crea una rete protettiva fittizia ma confortevole intorno a lui e al bambino, inevitabilmente destinata a lacerarsi quando, inatteso, arriva il miracolo: la povera donna torna alla vita. Un vero peccato, per lui, che ormai viveva così bene, nella sua maschera di uomo dolente e triste, da non volersene separare, a costo di creare artificialmente le condizioni per continuare a suscitare la compunta pietà del suo prossimo che lo faceva star bene e che dava senso alla propria vita. Con cura agghiacciante e meticolosa egli, dunque, avrebbe eliminato a uno a uno gli affetti della vita che gli impedivano di sentirsi al centro dell’attenzione degli altri. il finale riserva una ironica sorpresa!

 

Le dichiarazioni del regista, sottolineando l’ammirazione per l’umorismo graffiante di Jacques Tati, nonché per l’impassibilità misteriosa di Buster Keaton, costituiscono un importante viatico, per l’interpretazione di questo film che è tra i più disturbanti. Attraverso l’abile costruzione del progressivo slittare del protagonista verso i tortuosi percorsi di un inquietante e distruttivo nihilismo, Makridis comunica la sua critica corrosiva dei rapporti sociali e della loro disumanità. Egli utilizza, a questo scopo, un attore bravissimo nella sua allucinata e immobile fissità, che diventa il grottesco emblema dell’uomo senza passioni e senza desideri, che, pur in presenza del limpido paesaggio ellenico, non  sa trarne pace e armonia, ma anzi volontariamente ne cancella i colori e ogni bellezza:

Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
Fuga de’greggi sbigottiti, o d’alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell’onda
.
(Leopardi, Ultimo canto di Saffo, 14-18)