La vita invisibile di Euridice Guzmao

 

recensione del film:
LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMAO

Titolo originale:
A Vida Invisível

Regia:
Karim Aïnouz


Principali interpreti:
Carol Duarte, Júlia Stockler, Gregório Duvivier, Barbara Santos, Fernanda Montenegro, Flavia Gusmao.
– 139′ – Brasile 2019

La vicenda di questo originale e potentissimo mélo, è novecentesca (tra gli anni ’50 e ’60) e arriva, nell’ultima parte, ai nostri giorni. Ha lo sfondo suggestivo dello skyline di Rio de Janeiro, dominata dalla statua del Cristo Redentore, testimone in ogni tempo dell’identità religiosa dei suoi abitanti. Fra le colline alle spalle della città, povera e degradata, in cui si aggirava un’umanità miserrima, che si arrabattava fra illegalità e vizio pur di guadagnarsi la giornata, sorgevano le case e le ville delle persone “per bene”, la piccola e media borghesia cittadina, quella che aspirava a salire ai massimi livelli della gerarchia sociale e che disdegnava di mescolarsi con la “bassa gente” della metropoli. Lì si era fatta una casa anche la famiglia di Manoel (Antonio Fonseca), fornaio di recente immigrazione dal Portogallo, conservatore e autoritario. Viveva con la moglie anche troppo arrendevole e con le due figlie, diversissime nel carattere e nelle aspirazioni, spesso in lite, legate però dalla complicità molto speciale di tutte le sorelle.
La più grande, Guida (Julia Stockler), si sentiva soffocare in quella famiglia chiusa, era innamorata di un marinaio che incontrava di nascosto; la più giovane, Euridice (Carol Duarte), adorava la musica classica ed era appassionata pianista, col sogno di realizzarsi come concertista a Vienna. La famiglia la assecondava volentieri: una brava pianista e qualche bel pezzo suonato nella propria abitazione era un bel modo per avvicinare la società più influente; l’occasione per invitare persone anche solo di poco più ricche e più conosciute, adatte magari per sistemare Guida, ora in età da marito. Si sperava che un buon matrimonio l’avrebbe aiutata a mettere la testa a posto e a lasciare da parte insofferenze e ribellioni da adolescente.

Era invece accaduto che l’amore per il bel marinaio, infedele e bugiardo (come si conviene ai luoghi comuni), l’avesse aiutata a fare il passo decisivo della sua vita: era uscita da quella casa opprimente ed era stata costretta a trovare la propria strada, che non sempre a quei tempi (e per una donna) era piena di fiori: più facilmente era insidiosa e pericolosa.
Con la copertura riluttante di Euridice, dunque, Guida si era allontanata una sera dalla dimora paterna per un appuntamento furtivo, senza far ritorno all’ora convenuta con lei, che invano l’aveva attesa tutta la notte e che infine aveva compreso e ora la cercava, senza trovarla, un po’ consolandosi al pensiero che avesse appagato felicemente la sua ansia d’amore.
Guida, invece, era tornata a Rio e, con un bel pancione da donna incinta, si era presentata alla famiglia, ansiosa di essere accolta! Era sola e aveva ammesso l’errore e l’abbandono dell’uomo in cui aveva creduto. Cacciata e trattata da puttana, aveva dovuto arrangiarsi per sopravvivere con la  creaturina appena partorita e si era messa, infine, alla ricerca della sorella, che – le sembrava di avvertire – non l’aveva dimenticata.

Euridice se ne era andata, ma l’aveva fatto come si conviene a una ragazza per bene: aveva sposato un uomo appena un po’ più ricco di suo padre, un commerciante di farine prepotente e volgare, che non amava affatto, ma che, almeno a parole, aveva rispettato il suo amore per la musica. Anche lei, ora, cercava inutilmente notizie della sorella: Guida era stata cancellata dai genitori che infine l’avevano data per morta. Nessuna delle due, purtroppo, conosceva la verità di dolore che il destino aveva riservato all’altra. Non erano lontane e continuamente si sfioravano, ma senza riconoscersi: Guida immaginava Euridice ricca e felice concertista a Vienna, dove aveva in animo di recarsi per incontrarla. Le scriveva ogni giorno una lettera, che però, intercettata da quel padre spietato, non partiva e perciò rimaneva senza risposta.

Un ronzìo lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia i vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
E l’inferno è certo.

(Montale, Occasioni, Mottetti I,  9-13)

Vienna era lontana: il matrimonio e la prima gravidanza avevano intrappolato Euridice in un inferno senza uscita: la musica era ancora il suo sogno, ma una seconda gravidanza, del tutto indesiderata, l’aveva inchiodata definitivamente a quel ruolo di moglie e di madre, dal quale le non le sarebbe più stato possibile tirarsi fuori, cosicché, grazie alla solerte partecipazione di un medico, amico di quel marito, la povera Euridice, frastornata e vecchia, irriconoscibile (ora è Fernanda Montenegro l’attrice che splendidamente interpreta la sua triste vecchiaia) viveva nel Brasile di oggi sotto la speciale sorveglianza di un’attentissima equipe che la imbottiva di tranquillanti, in una lussuosa clinica privata, adeguata alla sua elevata condizione sociale…Ancora però, piangeva la sorella perduta e affannosamente cercava qualche sua traccia

…………………………  di nuovo il Fato crudele
mi chiama indietro, ed il sonno sommerge i miei occhi.
Addio; ormai m’ingoia una profonda notte
e tendo a te le mie mani invano, ahimè…

(Virgilio, Georgiche, IV, 489-492, trad. C. Saggio)

 

Non dirò altro su questo film bello e molto toccante, di considerevole complessità, capace, nonostante la lunghezza, di catilizzare l’attenzione degli spettatori che dai primi di settembre continuano ad affluire numerosi nelle sale che lo proiettano: si avvale, d’altra parte di un cast ottimo, in cui le attrici sono di inarrivabile e versatile bravura. È un film melodrammatico, ma è anche un originale film politico che ci parla dell’immobilità del Brasile dei nostri giorni, tornato all’inferno delle fiamme oscurantiste che un regime ottuso alimenta e purtroppo non solo metaforicamente.

Il film, secondo me, ripropone, con questi nuovi significati, il mito senza tempo del legame speciale di Euridice con la musica, a cui si riferiscono i versi di Virgilio che ho citato, autorizzata anche dall’origine greca di quel marito, Antenor, che porta il nome di un mitologico traditore. Opera altamente suggestiva,  premio Un Certain Regard 2019 a Cannes, accolto con favore (e qualche malumore, inevitabilmente) anche dalla critica .

Da vedere.

 

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