La vita invisibile di Euridice Guzmao

 

recensione del film:
LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMAO

Titolo originale:
A Vida Invisível

Regia:
Karim Aïnouz


Principali interpreti:
Carol Duarte, Júlia Stockler, Gregório Duvivier, Barbara Santos, Fernanda Montenegro, Flavia Gusmao.
– 139′ – Brasile 2019

La vicenda di questo originale e potentissimo mélo, è novecentesca (tra gli anni ’50 e ’60) e arriva, nell’ultima parte, ai nostri giorni. Ha lo sfondo suggestivo dello skyline di Rio de Janeiro, dominata dalla statua del Cristo Redentore, testimone in ogni tempo dell’identità religiosa dei suoi abitanti. Fra le colline alle spalle della città, povera e degradata, in cui si aggirava un’umanità miserrima, che si arrabattava fra illegalità e vizio pur di guadagnarsi la giornata, sorgevano le case e le ville delle persone “per bene”, la piccola e media borghesia cittadina, quella che aspirava a salire ai massimi livelli della gerarchia sociale e che disdegnava di mescolarsi con la “bassa gente” della metropoli. Lì si era fatta una casa anche la famiglia di Manoel (Antonio Fonseca), fornaio di recente immigrazione dal Portogallo, conservatore e autoritario. Viveva con la moglie anche troppo arrendevole e con le due figlie, diversissime nel carattere e nelle aspirazioni, spesso in lite, legate però dalla complicità molto speciale di tutte le sorelle.
La più grande, Guida (Julia Stockler), si sentiva soffocare in quella famiglia chiusa, era innamorata di un marinaio che incontrava di nascosto; la più giovane, Euridice (Carol Duarte), adorava la musica classica ed era appassionata pianista, col sogno di realizzarsi come concertista a Vienna. La famiglia la assecondava volentieri: una brava pianista e qualche bel pezzo suonato nella propria abitazione era un bel modo per avvicinare la società più influente; l’occasione per invitare persone anche solo di poco più ricche e più conosciute, adatte magari per sistemare Guida, ora in età da marito. Si sperava che un buon matrimonio l’avrebbe aiutata a mettere la testa a posto e a lasciare da parte insofferenze e ribellioni da adolescente.

Era invece accaduto che l’amore per il bel marinaio, infedele e bugiardo (come si conviene ai luoghi comuni), l’avesse aiutata a fare il passo decisivo della sua vita: era uscita da quella casa opprimente ed era stata costretta a trovare la propria strada, che non sempre a quei tempi (e per una donna) era piena di fiori: più facilmente era insidiosa e pericolosa.
Con la copertura riluttante di Euridice, dunque, Guida si era allontanata una sera dalla dimora paterna per un appuntamento furtivo, senza far ritorno all’ora convenuta con lei, che invano l’aveva attesa tutta la notte e che infine aveva compreso e ora la cercava, senza trovarla, un po’ consolandosi al pensiero che avesse appagato felicemente la sua ansia d’amore.
Guida, invece, era tornata a Rio e, con un bel pancione da donna incinta, si era presentata alla famiglia, ansiosa di essere accolta! Era sola e aveva ammesso l’errore e l’abbandono dell’uomo in cui aveva creduto. Cacciata e trattata da puttana, aveva dovuto arrangiarsi per sopravvivere con la  creaturina appena partorita e si era messa, infine, alla ricerca della sorella, che – le sembrava di avvertire – non l’aveva dimenticata.

Euridice se ne era andata, ma l’aveva fatto come si conviene a una ragazza per bene: aveva sposato un uomo appena un po’ più ricco di suo padre, un commerciante di farine prepotente e volgare, che non amava affatto, ma che, almeno a parole, aveva rispettato il suo amore per la musica. Anche lei, ora, cercava inutilmente notizie della sorella: Guida era stata cancellata dai genitori che infine l’avevano data per morta. Nessuna delle due, purtroppo, conosceva la verità di dolore che il destino aveva riservato all’altra. Non erano lontane e continuamente si sfioravano, ma senza riconoscersi: Guida immaginava Euridice ricca e felice concertista a Vienna, dove aveva in animo di recarsi per incontrarla. Le scriveva ogni giorno una lettera, che però, intercettata da quel padre spietato, non partiva e perciò rimaneva senza risposta.

Un ronzìo lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia i vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
E l’inferno è certo.

(Montale, Occasioni, Mottetti I,  9-13)

Vienna era lontana: il matrimonio e la prima gravidanza avevano intrappolato Euridice in un inferno senza uscita: la musica era ancora il suo sogno, ma una seconda gravidanza, del tutto indesiderata, l’aveva inchiodata definitivamente a quel ruolo di moglie e di madre, dal quale le non le sarebbe più stato possibile tirarsi fuori, cosicché, grazie alla solerte partecipazione di un medico, amico di quel marito, la povera Euridice, frastornata e vecchia, irriconoscibile (ora è Fernanda Montenegro l’attrice che splendidamente interpreta la sua triste vecchiaia) viveva nel Brasile di oggi sotto la speciale sorveglianza di un’attentissima equipe che la imbottiva di tranquillanti, in una lussuosa clinica privata, adeguata alla sua elevata condizione sociale…Ancora però, piangeva la sorella perduta e affannosamente cercava qualche sua traccia

…………………………  di nuovo il Fato crudele
mi chiama indietro, ed il sonno sommerge i miei occhi.
Addio; ormai m’ingoia una profonda notte
e tendo a te le mie mani invano, ahimè…

(Virgilio, Georgiche, IV, 489-492, trad. C. Saggio)

 

Non dirò altro su questo film bello e molto toccante, di considerevole complessità, capace, nonostante la lunghezza, di catilizzare l’attenzione degli spettatori che dai primi di settembre continuano ad affluire numerosi nelle sale che lo proiettano: si avvale, d’altra parte di un cast ottimo, in cui le attrici sono di inarrivabile e versatile bravura. È un film melodrammatico, ma è anche un originale film politico che ci parla dell’immobilità del Brasile dei nostri giorni, tornato all’inferno delle fiamme oscurantiste che un regime ottuso alimenta e purtroppo non solo metaforicamente.

Il film, secondo me, ripropone, con questi nuovi significati, il mito senza tempo del legame speciale di Euridice con la musica, a cui si riferiscono i versi di Virgilio che ho citato, autorizzata anche dall’origine greca di quel marito, Antenor, che porta il nome di un mitologico traditore. Opera altamente suggestiva,  premio Un Certain Regard 2019 a Cannes, accolto con favore (e qualche malumore, inevitabilmente) anche dalla critica .

Da vedere.

 

Grazie a Dio

recensione del film:
GRAZIE A DIO

Titolo originale:
Grâce à dieu

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Melvil Poupaud, Denis Ménochet, Swann Arlaud, Éric Caravaca, Francois Marthouret,
Bernard Verley, Martine Erhel, Josiane Balasko, François Chattot – 137 min.

Francia 2019.

Il grande scandalo della pedofilia nelle organizzazioni della chiesa cattolica e fra i suoi ministri non è nuovo nel cinema, né è estraneo al mio blog: Il caso Spotlight (che ricostruiva l’inchiesta difficile condotta sull’argomento fra mille ostacoli da un gruppo di giornalisti coraggiosi del Boston Globe) nel 2014 riceveva l’Oscar come miglior film; in quello stesso anno, era uscito Il Club, magnifico film di Pablo Larrain, che con diverso approccio raccontava la stessa realtà, nell’ambito geografico del Cile.

Il film di Ozon affronta ora in altro modo il triste argomento: il contesto è quello della Francia cattolica della diocesi di Lione agli inizi degli anni ’90; la storia è quella reale di uomini che, oggi, ormai adulti, vorrebbero impedire a padre Bernard Preynat, il parroco vizioso che con le sue laide insidie aveva turbato profondamente non solo la loro infanzia, ma la loro stessa vita, di continuare a fare violenza ai piccoli che gli erano stati nuovamente affidati, come se nulla fosse successo. La Chiesa, dopo averlo allontanato e destinato ad altri compiti, aveva creduto al suo ravvedimento e gli aveva concesso il perdono, mentre il cardinale di Lione Philippe Barbarin che molto si era adoperato per evitare lo scandalo pubblico, auspicava un’ipocrita “assoluzione” buonistica, che insabbiasse il dolore ed evitasse qualsiasi ricorso alla giustizia civile, del resto inutile, visto l’approssimarsi della scadenza dei termini legali per presentare denuncia.
L’aspetto più interessante del film è nella volontà tormentosa di ricostruzione del proprio vissuto, impossibile da rimuovere, da parte dei protagonisti della storia. Essi sono principalmente Alexandre (splendido Melvil Poupaud nei panni di un cattolico, padre di famiglia, che vorrebbe una chiesa più coraggiosa e trasparente); François (grande Dénis Menochet, nella parte di chi ha perso la fede e ora si batte con Alexander, con l’intento, diverso, di nuocere all’istituzione, non riformabile, nonostante le speranze e i progetti di molti cattolici generosi sognatori e inguaribili utopisti) e infine il fragile Emmanuel (sensibilissimo Swann Arlaud, efficace interprete dell’incerto e tormentato personaggio che aveva subito le ferite, non solo fisiche, più devastanti e dolorose, ansioso di dimenticare).

Nel 2014, coll’intento di raccogliere il maggior numero possibile di testimonianze degli abusati, Alexandre aveva fondato un’associazione virtuale: La parola liberata, che garantiva l’anonimato e la liberazione dalle angosce individuali attraverso il racconto e la scrittura, ma solo nel 2016, con la denuncia aperta alla libera stampa e alle reti televisive nazionali fu possibile dar voce ampia alla denuncia: l’affaire Barbarin aveva ora la risonanza nazionale e internazionale dovuta, cosicché, finalmente, si vedeva il papa impegnato ad affrontare lo scandalo con la giusta energia.

Il film, gran premio della giuria (Orso d’argento) al Festival di Berlino quest’anno, è delicato e pudico nel racconto di un dolore difficilmente risarcibile, ed è tuttavia fermissimo nella denuncia veritiera, che nel dipingere l’orrore di quei fatti, ha ben presente la necessità di evitare ulteriori ferite ai deboli, che come sempre in questi casi, difficilmente riescono a vincere i profondi sensi di colpa che li sconvolgono. Lo sanno bene le donne, che, da sempre oggetto di abusi e violenze,  molto spesso rinunciano persino a parlarne. Ce lo ricordano, in una scena indimenticabile, le lacrime di  Marie, la moglie di Alexandre, che solo con il fragilissimo Emmannuel, il più debole di tutti, trova il coraggio della sincerità: era solo una bambina, quando un vicino di casa l’aveva stuprata. E non era un prete…

È, come si sarà capito, un film da vedere.

La lunga estate calda

recensione del film:
LA LUNGA ESTATE CALDA

Titolo originale:
The Long Hot Summer

Regia:
Martin Ritt

Principali interpreti:
Paul Newman, Antony anne Woodward, Angela Lansbury,
Richard Anderson, Lee Remick.
– 115′ – USA 1958.

Burning, il film che ho recensito da poco, mi ha lasciato una profonda impressione e molte curiosità: questo nuovo post nasce per seguirne le principali suggestioni letterarie, oltre a quella esplicitamente dichiararata come fonte di ispirazione dal regista, ovvero il racconto di Murakami I granai bruciati.. Un altro importantissimo riferimento è all’opera di  William Faulkner, il romanziere prediletto da uno dei protagonisti della storia di quel film. Di granai bruciati si parla spesso, infatti, anche nelle opere dello scrittore americano: in molti racconti e nel bellissimo e importante romanzo Il borgo, ancora reperibile, per i tipi di Adelphi, che presenta la raffinata e imperdibile traduzione italiana di Cesare Pavese.

I grandi interpreti e la vicenda del film

Parlerò più avanti della faticosa realizzazione di questa bella pellicola, che naturalmente raccomando a chi non la conosce ancora.
Vi si raccontano le vicende di Ben Quick (un sensualissimo Paul Newman trentaduenne attore semi-sconosciuto con un passato teatrale e un solo film importante alle  spalle*) affiancato da  Antony Franciosa nella parte di Jody Varner  e da Orson Welles nella parte di  Bill Varner. Le attrici del film sono Joanne Woodward, Lee Remick e Angela Lansbury nei panni rispettivi di Clara Varner; Eula Varner; Minnie Littlejohn.
L’arrivo di Ben nel villaggio sul Mississipi dominato dal ricchissimo e potente Bill Varner era stato casuale: il giovanotto cercava un lavoro dopo essere stato espulso dal suo paese in seguito al processo per l’incendio che aveva distrutto un’azienda agricola, nel quale, senza prove, lo si riteneva implicato. Non avevano potuto condannarlo, ma l’intimazione ad andarsene era stata perentoria.
In cerca di una sistemazione, egli aveva accettato un passaggio sull’auto scoperta guidata da Clara, in viaggio con la cognata Eula, la moglie di Jody.
Eula è una graziosa donna, con molta voglia di vivere; su quel matrimonio, Bill aveva contato, sperando che al più presto una frotta di nipotini avrebbe garantito una sorta di eternità a lui e al suo patrimonio. Non era andata così: il neghittoso Jody si occupava poco degli affari di famiglia e ancor meno di quella bella moglie che ora si dedicava alle occupazioni più frivole, quasi per compensare l’anaffettività di quel marito.
Bill era testardo, però, e sperava, senza molto successo, che almeno Clara assumesse, sposandosi, la responsabilità di perpetuare la famiglia. La giovane, con i suoi ventitre anni ( troppi allora per una ragazza da marito nel profondo Sud americano) aveva un’alta stima di sé e non credeva che una donna come lei si realizzasse nel matrimonio, anche se pensava che Alan, il suo vicino di ottima e cristianissima famiglia, sarebbe diventato prima o poi suo marito, disdegnando le smancerie amorose, sconvenienti per lei e per lui, come, a suo avviso, per ogni altra coppia di persone colte ed educate. I progetti e i desideri di Bill, dunque, erano continuamente frustrati.

L’arrivo di Ben aveva alimentato in Bill il sogno di un possibile cambiamento di sua figlia: l’aperto richiamo sessuale di quel corpo bellissimo impudicamente esibito e il magnetismo dello sguardo fascinoso dello straniero, forse avrebbero prodotto il miracolo. Era stata una sorta di rischiosa scommessa l’accordo suggellato segretamentre fra loro: una ricchissima eredità in cambio di un matrimonio tutto da costruire, con un’accorta strategia; un’impresa non facile, fra imprevisti, drammi e rivelazioni che il finale del film, fra tragedia e commedia, racconta con qualche esagerazione.

La difficile nascita del film

Le notizie che riporto brevemente sono dedotte, principalmente, dalla sezione speciale del DVD in mio possesso in cui la scrittrice e studiosa Valentina Pattavina, dà conto delle proprie accurate ricerche in merito a questo film.

I diritti per la trasposizione cinematografica del romanzo di Faulkner, che ne divenne soggettista, vennero acquistati dal produttore Jerry Wald per la 20th Century Fox, mentre la sceneggiatura fu affidata alla coppia Irving Ravetch – Harriet Frank, Jr, marito e moglie, che abilmente misero insieme lo script attingendo al romanzo, soprattutto al suo terzo capitolo, The Long Summer, nonché in minor misura ad alcune parti di tre racconti brevi dello stesso autore.
Il compito del regista Martin Ritt**, già perseguitato politico, si rivelò subito molto difficile nonostante egli credesse nel progetto. Pesavano le incertezze per la scelta dell’attore protagonista nel ruolo di Ben Quick: Marlon Brando o Robert Mitchum o, infine, Paul Newman, giovane di ottima preparazione teatrale (proveniva dall’Actor’s Studio di New York), la cui ammiccante  sensualità gli era sembrata particolarmente adatta a conferire al film un decisivo imprinting erotico. Il personaggio di Jody, affidato ad Antony Franciosa, anch’egli attore dell’Actor’s Studio, rischiò di crollare per il nervosismo manesco dell’attore***, sempre pronto a pronto a minacciare tutti, regista compreso. Fu però Orson Welles, il grande Bill che, per volontà di Ritt, venne preferito a Edward G. Robinson, l’interprete che diede i più gravi problemi, durante le riprese e persino in fase di montaggio. Le sue ire erano soprattutto dirette contro i modi recitativi da Actor’s Studio di Newman, Franciosa e anche di Joanne Woodward: lo irritava la tecnica di immedesimazione che egli respingeva, invece, per dar luogo lucidamente a un personaggio che è insieme ironico e malinconico, recitato col forte accento strascicato e le espressioni gergali del profondo Sud, che, in fase di montaggio furono ritenute così poco comprensibili, da pensare a una qualche forma di doppiaggio. Per fortuna, per evitare i costi troppo alti, si mantenne il film com’era, cosicché oggi ci possiamo godere, in versione originale, un insolito e quanto mai amabile Orson Welles.

Il film fu girato dal settembre al dicembre del 1957, lungo il Mississipi, in un’estate umidissima e torrida, a sua volta fonte di ulteriore nervosismo. Solo nel marzo del 1958 fu possibile presentarlo agli spettatori in una sala di Baton Rouge, accolto immediatamente con grande favore dal pubblico che molto apprezzò l’accento locale di Bill e la storia dell’amore difficile fra Ben e Clara, accompagnata dalla bella canzone di Alex North, autore dell’intera colonna sonora.

Alla conclusione del film, Paul Newman sposò Joanne Woodward, poiché sul set – e sul serio – i due si erano innamorati. Il loro matrimonio durò cinquant’anni, fino alla morte di lui.

______________-

* Lassù qualcuno mi ama (aveva sostituito James Dean).

** da poco cancellato da una lista di proscrizione (siamo in clima di guerra fredda), per aver aderito a una sottoscrzione a favore della Cina comunista.

*** appena uscito di galera  per aver picchiato un fotografo in difesa della moglie, Shelley Winters

Manta Ray

recensione del film :
MANTA RAY

Titolo originale:
Kraben Rahu

Regia:
Phuttiphong Aroonpheng

Principali interpreti:
Wanlop Rungkumjad, Abhisit Hama, Rasmee Wayrana
– 105 min. – Tailandia, Francia, Cina 2018.

Sui nostri schermi, in poche sale, incontriamo questo titolo tailandese, premiato col suo regista a Venezia lo scorso anno (Sezione Orizzonti). Si tratta di un film interessante, trattandosi del primo lungometraggio firmato da un autore sconosciuto, che non è, esattamente parlando, un cineasta, ma un artista che all’università ha studiato arti visive.

Una foresta
Quest’opera, pertanto, pur essendo sicuramente accessibile a un vasto numero di spettatori, richiede la nostra disponibilità ad accogliere un linguaggio nuovo, talvolta un po’ criptico, un piccolo sforzo interpretativo favorito da qualche indizio che il regista dissemina a cominciare dall’incipit: la dedica al popolo Rohingya, ovvero agli uomini, alle donne, ai bambini in fuga dal Myammar (Birmania) per sfuggire alla “pulizia etnica” di cui sono vittime designate, diversi per appartenenza religiosa dagli intolleranti che li vogliono distruggere. Spesso I Rohingya* attraversano a nuoto un breve tratto del Pacifico, fra mille insidie e migliaia di perdite, per raggiungere le baie più nascoste della costa tailandese, in cerca di rifugio, nascondendosi fra le liane della foresta paludosa che si affaccia sulla costa. La foresta è al centro della narrazione del film, non solo perché è il passaggio obbligato per arrivare ai centri abitati, ma anche perché lì trovano sepoltura le vittime dell’ esodo straziante, che hanno visto interrompersi sogni e speranze di riscatto, ma che ora riappaiono sotto l’aspetto di danzanti punti luminosi e colorati, probabile significante della vitalità spezzata ancora in grado di  manifestarsi nell’oscurità boscosa, fra stagni e mangrovie.

Un giovane sui vent’anni (Abhisit Hama) gravemente ferito e muto è ritrovato da un biondo pescatore senza nome (Wanlop Rungkumjad) che se ne prende cura e infine lo guarisce e lo protegge, accogliendolo nella propria povera baracca di legno e dandogli il nome di un popolare cantante locale: Thongchai.

Thongchai segue ora, come un’ ombra, il proprio soccorritore: da lui apprende a vivere, a muoversi, a lavorare, ad apprezzare il cibo. Ha, inoltre, un presente e un nome; potrebbe forse avere un futuro…

L’improvvisa scomparsa del suo biondo compagno, che lo aveva messo al corrente dell’abbandono dell’amata propria moglie Saijai, coincide misteriosamente con l’inatteso ritorno della donna che se n’era andata; sarebbe stata lei ora a prendersi cura di Thongchai, ad assisterlo, a procurargli il cibo, a farlo diventare bello e biondo!
Le sorprese non finiscono qui, non ne parlerò, altrimenti non sorprenderebbero più.

Il film procede col suo tono favolistico, nell’alternarsi delle scomparse e degli improvvisi ritorni, per presentarci, alla fine, il grande cetaceo da cui prende il titolo: Manta Ray, ovvero l’animale che ha imparato con pazienza ad attendere il momento in cui potrà danzare nelle acque, avendo evitato i pericoli e i predatori, mimetizzato e appiattito sulla sabbia dei fondali oceanici: potente e insieme leggiadra metafora del ciclo inarrestabile della vita di ogni creatura, legata misteriosamente al dolore e alla morte, contro la quale le difese non possono che essere provvisorie.

Se è vero che nell’insieme la visione di questa pellicola lascia l’impressione di una certa incompiutezza, come se il regista volesse affidare agli spettatori l’impresa di completare il film con le associazioni che suscita l’indubbio fascino delle immagini misteriose e piene di grazia, è altrettanto vero che usciamo da questa visione continuando a ripensarci e a collegare, ciò che non sempre avviene dopo altre visioni, forse più coerenti, ma prive del magico potere incantatore di questa.

Da vedere, con l’augurio che le prossime opere di Phuttiphong Aroonpheng mantengano e sviluppino le promesse di questa prima performance.

La vérité

recensione del film:
LE VERITA’

Titolo originale:
La Vérité

Regia:
Kore’eda Hirokazu

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke, Clémentine Grenier, Manon Clavel,
Alain Libolt, Christian Crahay, Roger Van Hool, Ludivine Sagnier, Laurent Capelluto, Jackie Berroyer
– 107 min. – Francia 2019

Questa volta, alla chetichella, i titolisti italiani hanno superato se stessi, senza clamore…understatement. Il titolo francese, La verité è diventato Le verità, spoiler non richiesto e fuorviante, giacché suggerisce una discutibile interpretazione.

Presentato fuori concorso, come film d’apertura a Venezia quest’anno, l’ultima fatica del giapponese Kore’eda Hirokazu è ancora un ritratto di famiglia. Questa volta si tratta di una famiglia franco-americana, poiché La vérité è anche il primo film occidentale del regista, che lo ha girato interamente a Parigi, di cui egli coglie angoli nascosti che, poco lontani dai consueti notissimi percorsi, hanno il fascino cromatico dei giardini giapponesi d’autunno, malinconicamente allusivi del concludersi di una memorabile e intensa  stagione della vita della protagonista, Fabienne (Catherine Deneuve).
Attrice ammiratissima e amata dal pubblico, Fabienne aveva dedicato al cinema tutta se stessa, lasciando molte vittime sulla propria strada, dalla rivale, Sara, fantasma senza volto, presenza ossessiva nella memoria di sua figlia Lumir (Juliette Binoche) che le rimproverava di averla trascurata, agli uomini che l’avevano adorata, alcuni dei quali continuavano a viverle vicino, nonostante la spietata crudeltà dei tradimenti e degli abbandoni.

Le memorie- la verità

Fabienne aveva scritto e pubblicato un romanzo autobiografico, ponendosi, alle soglie dei sessant’anni, di nuovo al centro dell’attenzione generale: dei giornalisti in cerca di scoop sensazionali; della figlia Lumir, che dagli Stati Uniti, dopo il matrimonio con Hank (Ethan Hawke) non si era più fatta vedere; degli ex amanti dei cui servigi lei tranquillamente si sentiva autorizzata a profittare.
Quelle sue memorie romanzate però, stavano generando conflitti per l’ego spropositato dell’autrice di un racconto che troppe cose (e persone) ometteva, troppi fatti taceva o distorceva senza contraddittorio possibile. Erano le “sue” memorie, d’altra parte…

La villetta di Fabienne, ora, per festeggiare l’uscita di quelle pagine, si animava con l’arrivo di molti ospit: Pierre (Roger Van Hool), ex marito, padre di Lumir, convinto di poter vantare qualche diritto per l’uso del proprio nome in quel libro; Lumir, certa di chiarire finalmente le ragioni della morte di Sara, per lei, bambina, figura consolatoria, sostitutiva della madre sempre assente; la nipotina Charlotte (Clémentine Grenier), per conoscere davvero quella nonna un po’ strega e imparare da lei l’arte magica di trasformare il mondo assecondando gli umani desideri.

Le relazioni familiari, però, si erano complicate: Fabienne era impegnata a recitare se stessa sul set di un film in cui andava in scena un quasi- romanzo della propria vita, ovvero la storia di un rapporto immaginario fra sé e la madre, morta giovane, che dall’aldilà continuava a seguirla, e, mantenendo intatta la propria bellezza, la vedeva invecchiare, la comprendeva e la confortava.
Straordinaria e spiazzante inversione di ruoli: Sara, al posto suo e lei al posto di Lumir, a recitarne l’antica ossessione, non la verità, che continuava a essere quella di una madre appassionata del proprio lavoro, con poco tempo da dedicare a lei, perché la vita di tutti i grandi attori è un amore esclusivo e totalizzante, che non ammette distrazioni. Di quell’amore si può morire giovani, perché non tutti sono forti a sufficienza per sopportare i sacrifici nonché il destino di solitudine che li attende.

È questa la parte più originale dell’intero film, quella che permette al regista di dar voce e immagine alle proprie riflessioni sull’arte e sul cinema,  attraverso l’apporto di due fra le più grandi e straordinarie attrici del cinema francese, in stato di grazia, ineguagliabili nel conferire verità ed equilibrio ai diversi e intricati piani narrativi di questo film.

Non sfugge allo spettatore attento l’interesse del regista cinefilo per i maestri del cinema occidentale su cui egli  aveva formato il suo gusto e la sua poetica, cosicché, il film è anche un omaggio a  Bergman (Sinfonia d’autunno, ma anche Persona); a Fleming (il suo Mago di Oz del 1939 è apertamente citato); a Rohmer ( i colori e la malinconia del meraviglioso Racconto d’autunno) ad Assayas (Sils Maria, e Personal Shopper, soprattutto).

Gran bel film, girato con intelligente e ironica grazia, da vedere possibilmente in lingua originale.


Joker

recensione del film:

Joker

Regia:
Todd Phillips

Principali interpreti:
Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Marc Maron
– 122 min. – USA 2019

Todd Phillips era, fino a poco tempo fa, un regista noto soprattutto al pubblico televisivo e anche cinematografico dei più giovani, nonostante qualche piccola incursione nel documentario  per adulti, come Hated: GG Allin and the Murder Junkies (1993), non uscito in Italia, ma ora proiettato in qualche raro cineclub per far conoscere un po’ dei trascorsi cinematografici di chi aveva ricevuto da poco il prestigioso Leone d’oro veneziano.

Questo Joker sembra infatti nascere da una sfida tutta interna al mondo dell’intrattenimento televisivo e cinematografico: è possibile conciliare il mondo scanzonato ed eversivo dei ragazzi, per loro natura aperti alle ipotesi del più radicale cambiamento dell’ordine sociale, con quello serio (e anche un po’ dileggiato) degli adulti colti e schizzinosi che da quel mondo preferiscono tenersi lontani?

1981 – South Bronx ovvero Gotham City

Il film ha la sua collocazione nel South Bronx newyorkese, che viene identificato con Gotham City, la città immaginaria dell’universo dell’immondizia in cui sono ambientati i fumetti delle edizioni DC Comics, che illustrano le avventure dell’eroe “buono” Batman, del quale il perfido Joker è l’antagonista.
Ogni sera rientra a Gotham, dopo le fatiche della giornata, Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) uomo disturbato nella mente che vive con la madre Penny (Frances Conroy) nel South Bronx newyorkese. È povero, depresso cronico e cupo, ma convive dignitosamente con i suoi gravissimi problemi fino a quando, nel 1981, Ronald Reagan, diventato presidente degli Stati Uniti, per mantenere la demagogica promessa elettorale di abbassare le tasse, decide di tagliare le spese sociali, azzerando i servizi socio-sanitari indispensabili a lui, ossessivamente assediato da fantasmi e manie, a cui verranno negati i farmaci gratuiti nonché  la consulenza psicologica.
Il suo ruolo sociale un tempo era rispettato: vestiva da pagliaccio (era lui Joker) per divertire i bambini malati all’ospedale; ne usciva con la sua maschera e con quel vistoso costume portando in giro cartelloni pubblicitari, in attesa che arrivasse il suo momento, quello in cui avrebbe fatto il comico per davvero, in televisione come Murray Franklin (Robert de Niro) e tutti lo avrebbero riconosciuto e amato…Il suo sogno purtroppo, si saebbe scontrato presto con la disumanità che stava soffocando l’America di quegli anni: una generale Gotham City immersa ovunque dall’immondizia fangosa della crudeltà contro i più deboli, a cui non sarebbe rimasta che la ribellione anarcoide e irrazionale, facile pretesto per la repressione poliziesca in piena sintonia con la deriva reazionaria delle classi dirigenti.

Le dichiarazioni di Phoenix

Joaquin Phoenix ha dichiarato in numerose interviste, che si trovano facilmente sul Web, che mai si era sottoposto a una simile fatica, non solo fisica, ma culturale e intellettuale, per l’interpretazione di un film, essendo stata addirittura maniacale la cura con cui, insieme al regista, aveva impostato il proprio ruolo, la propria gestualità, il proprio comportamento. Allo stesso modo il film nel suo complesso era stato studiato nei particolari più minuti, con l’attenzione meticolosa di chi non intende lasciare proprio nulla al caso e all’improvvisazione.

Che dire? personalmente, al di là della ammirazione che non da oggi suscitano in me le interpretazioni di questo grande attore, il film, sicuramente urtante e disturbante, non mi ha suscitato gran commozione. Mi è sembrato al contrario un’operazione astutissima del regista che ha utilizzato le suggestioni di molti vecchi film per strizzar l’occhio agli spettatori in cerca d’autore di cui è chiarissimo indizio la presenza di Robert de Niro, nel ruolo del comico anchorman televisivo che ricalca quello di Jerry Lewis nel film Re per una notte che il grande Martin Scorsese aveva cominciato a girare proprio nel 1981 (guarda caso!) nel quale un giovane De Niro, nei panni di Rupert Pupkin ossessivamente convinto delle proprie straordinarie qualità comiche, aveva organizzato il rapimento del presentatore per sostituirsi a lui, fra le risate di un pubblico di facile contentatura (Re per una notte è la citazione più vistosa, quasi la falsariga su cui è costruito il film).

Il regista, però, non ha dimenticato neppure i giovanissimi nei confronti dei quali esprime,  con lo splendore della colorata e caotica rappresentazione della loro violenza con la maschera di Joker, una solidarietà sospetta, quasi assecondandone la volontà distruttiva, in vista di una palingenesi senza progetto che non può che alimentare la deriva reazionaria di cui Donald Trump (come già Ronald Reagan) sembra essere il più accreditato garante. Col pubblico giovane, inoltre, il dialogo è intessuto di episodi che hanno il solo scopo di spiegare agli adolescenti la dipendenza edipica di  Arthur, esemplificandola in una quantità di segmenti narrativi che appesantiscono la visione del film, dilatandone anche troppo la durata.

Per quanto mi riguarda, perciò, il regista ha vinto la sua sfida ambiziosa solo in parte: mille polemiche hanno accompagnato la premiazione veneziana, probabile frutto di un compromesso ingiusto per non scontentare una presidente di giuria che con le sue inqualificabili dichiarazioni aveva pregiudizialmente posto il proprio veto sull’ultimo film di Roman Polanski.
Questo spiega perché molti di noi (mi ci metto anch’io) amanti del grande cinema, e perciò di Polanski, hanno visto con riluttante diffidenza quest’opera, “ladra” di un onore, abusivamente conquistato.
Vero è, però, che un giudizio critico dovrebbe nascere da un’analisi il meno possibile emotiva, ma siamo umani e ci liberiamo con difficoltà dalle passioni che ci portiamo in cuore e che accompagnano la nostra vita.
Da vedere, in ogni caso.

C’era una volta… a Hollywood

recensione del film:
C’ERA UNA VOLTA… A HOLLYWOOD

Titolo originale:
Once Upon a Time in Hollywood

REGIA:
Quentin Tarantino

Principali interpreti:
Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley, Bruce Dern
– 161 min. – USA 2019.

Un anniversario (1969 – 2019)

Al suo nono film, Tarantino ricostruisce il 1969 di Hollywood, anno terribile per il cinema dopo le stragi* che ad agosto segnarono col sangue degli innocenti le sue strade, mentre tardivamente maturava la coscienza collettiva del tramonto di un’epoca.
Il vecchio cinema era finito, travolto e soppiantato dal trionfo della serialità del racconto televisivo gradito alla più vasta platea dei piccoli e medi borghesi che alla sera si chiudevano in casa per seguire le avventure dei loro personaggi preferiti. Nel semplicismo manicheo di un pubblico che non si poneva troppi problemi era il segreto del successo degli attori, che in questo modo, però, rimanevano per sempre legati al loro ruolo di buoni o di cattivi, senza alcuna speranza di mostrare in altro modo la loro ricca professionalità.

Un padrone, un servo e altre ingiustizie

All’inizio del film (e del 1969) il produttore Marvin Shwarz (l’eccellente e ironico Al Pacino) aveva spiegato a Rick Dalton, attore televisivo (un attonito e affranto Leonardo di Caprio) perché avrebbe dovuto mettersi il cuore in pace continuando per sempre a essere il cattivo, o, in alternativa, andarsene da Hollywood e girare a Roma, con Sergio Corbucci, uno o più film di non eccelsa qualità, ma di sicuro successo (i cosiddetti Spaghetti Western) rilanciandosi come grande attore.
Questo, infatti, Rick avreva fatto: insieme a Cliff (interpretato da Brad Pitt, questa volta davvero grande nel suo saggio e affettuoso disincanto), la sua inseparabile controfigura,  aveva preso l’aereo per Roma da cui sarebbe rientrato ad agosto con una immagine rinnovata di sé, tanti soldi e Francesca, (Lorenza Izzo), la moglie italiana…
Cliff è un personaggio singolare: si era lasciato alle spalle un passato oscuro e ancora molto chiacchierato, ma il suo “padrone” Rick lo aveva difeso in ogni occasione. Come uno strano Sancho Panza, egli seguiva Rick ovunque, non solo sul set: era il suo factotum durante la giornata, poi, la sera, tornava alla propria casa dove una fedelissima cagnolona lo attendeva sul divano per il rito del cibo (la scena ferocemente sarcastica verrà ribadita, con altro significato, nella drammatica ultima parte del film).

La società che si muoveva intorno ai divi e alle lore abitazioni era connotata da profonde differenze sociali a cui nessuno, in apparenza, faceva caso.
Sulla collina boscosa di Cielo Drive erano sorti alcuni villini di lusso, che, ben celati alla vista, garantivano tranquillità e privacy ai famosi attori e registi che li abitavano: fra questi Rick, che viveva da solo e che aveva scoperto, fra i suoi vicini, nientemeno che Roman Polanski, da poco sposo felice della giovane e bellissima Sharon Tate  (magnifica e struggente l’interpretazione di Margot Robbie).
A poche miglia, verso la pianura, nella zona della vecchia Hollywood, le costruzioni in disuso, le roulottes e i carri in legno dei vecchi Western erano utilizzati da homeless, come l’ex attore anziano George Spahn (Bruce Dern, che drammaticamente fingeva il sonno per non vedere la realtà) o da comunità di sedicenti hippy – come quella che faceva capo all’esaltato Charlie Manson – in cui convivevano promiscuamente vagabondi consumatori e spacciatori di spinelli all’LSD, ladruncoli e giovani sbandati, nonché molte donne, anche giovanissime, che si prostituivano e spennavano i malcapitati clienti.
Quel mondo marginale, apparentemente non comunicante con quello della collina era emblematico del declino dell’industria del vecchio cinema che, perdendo anche la memoria delle proprie glorie leggendarie, ne mostrava il carattere fittizio, sfondo mobile di un set sul quale andava in scena, ora, il disagio del vivere nei ruoli imposti senza rimedio possibile dalla povertà e dal degrado, ma anche dall’insofferenza ribellistica dei più giovani e delle ragazze che detestavano i valori convenzionali della famiglia.
Tarantino ci racconta la loro disperazione violenta, cui intreccia ellitticamente quella tragicomica della strana coppia del servo e del padrone, così come racconta con amabile empatia Sharon, in giro per la città mentre cerca i regali per Roman, o mentre scopre di essere diventata famosa grazie a un film quasi pornografico, di cui vede le locandine presso un cinema. Mescola realtà e invenzione, utilizzando, come sempre, la citazione e l’autocitazione in un gioco di rimandi e di specchi che diventano il materiale stesso del suo film**, fino all’inversione della realtà storica dell’ultima parte, ben preparata dalla precedente tipizzazione dei personaggi che per caso sono coinvolti in maggiore o minore misura dall’ottusa bestialità della tragedia.

la tragedia della notte più calda dell’anno, secondo Tarantino

È difficile pensare a Sharon Tate senza ricordare la tragedia che l’aveva stroncata a due settimane dal parto, col nascituro che portava in sé, mentre trepidante e fiduciosa sognava il suo futuro di madre e d’attrice, col pensiero costantemente rivolto al suo Roman, da qualche tempo a Londra per lavoro: anche per lui, sarebbe stata la fine di un sogno.

Tarantino ha mostrato, con la commossa ricostruzione dei suoi ultimi mesi, una tenerezza molto insolita nei suoi film, ma anche una grande pietà umana che mai diventa mélo, grazie all’ironia sempre molto presente anche nei momenti più difficili, anche nel momento della ferocia più insensata. Questo finale mi pare consacrarlo davvero come un grandissimo regista che sa parlare alle emozioni più profonde degli spettatori, anche capovolgendo la realtà storica, cosa possibile solo alla magia del cinema e dell’arte, che, come le nostre anime, è …della stessa materia di cui sono fatti i sogni…
Non per nulla le citazioni da Shakespeare sono indirettamente o direttamente presenti in tutto il film… Di questo, chi, come me, ha molto amato questa sua opera, non può che ringraziarlo

 

Ai lettori

Poiché amate il cinema, cari lettori che mi avete seguita fin qui, non fatevi prendere dallo sconforto per le quasi tre ore di quest’opera e non abbandonate la sala non appena compaiono i titoli di coda: Tarantino, forse per premiarvi, vi ha preparato un ulteriore, piccolo regalo!
Promettete, anzi, di non linciarmi se vi invito a rivedere questo film, così malinconico e amabile, nella sua versione in lingua originale, soprattutto se la vostra prima volta è stata nella versione italiana. Lo apprezzerete maggiormente, perché lo slang tipicamente californiano rivela la sua perfetta aderenza al racconto: ne è parte organica, come la bella colonna sonora; non si appiattisce nella trasposizione in un’altra lingua, perdendo il suo colore….Absit iniuria verbis: i nostri doppiatori hanno fatto miracoli, ma non IL MIRACOLO

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* Su questo episodio, uno dei più efferati e oscuri della storia americana del secolo scorso, ho trovato una interessante ricostruzione QUI

** Un bravissimo cinefilo ha riportato in un documentato articolo che trovate QUI il frutto della sua ricerca sulle più importanti citazioni del film. Vi invito a leggerlo perché ritengo sia indispensabile per capire la complessità del lavoro culturale di Tarantino.