I figli del Fiume Giallo

 

recensione del film:
I FIGLI DEL FIUME GIALLO

Titolo originale:
Jianghu ernü.

Regia:
Jia Zhangke

Principali interpreti:
Zhao Tao, Liao Fan, Zheng Xu, Casper Liang, Feng Xiaogang,Yinan Diao, Yibai Zhang – 141 min. – Cina, Francia, Giappone 2018.

Un precedente: Still Life

Torna con questo film Jia Zhangke, l’importante regista che ci ha fatto conoscere le tragedie e le sofferenze seguite alla modernizzazione che aveva reso la Cina, in pochi anni, un paese sfigurato e irriconoscibile.

Preceduto da alcune opere meno note in occidente, nel 2006 Jia Zhangke era entrato nel mondo universale del cinema d’autore col suo bellissimo Still Life (Leone d’oro a Venezia), opera che mi sembra costituire la premessa dei suoi film successivi.
Vi si raccontava la sorte del bellissimo sito delle Tre Gole, sul fiume Yangtze, emblematica della sconvolgente trasformazione in atto: evacuata l’intera popolazione dell’antica Fengije per rendere possibile la costruzione della diga colossale, il paesaggio naturale, un tempo meta dei viaggiatori interni e di qualche turista, era stato sommerso: un immenso lago aveva inghiottito anche l’antico villaggio, con effetti ambientali catastrofici e con  gravissime ripercussioni sulla società e sui singoli individui, le cui sofferenze l’acqua non avrebbe facilmente cancellato.
Lo sgomento e l’incertezza per i processi che erano stati avviati e che ancora si dovevano concludere erano ben sintetizzati dall’ultima metaforica scena: un acrobata, in bilico su un cavo, tentava di raggiungere ciò che rimaneva degli antichi sobborghi in via di demolizione:

I figli del fiume giallo

Questo (girato dal 2017 e presentato a Cannes nel 2018) è il racconto crudele e struggente del definitivo disinganno: l’equilibrio fragilissimo tra il vecchio e il nuovo si era irreversibilmente frantumato; la “modernità” si era imposta con spaventosi costi umani e sociali.
Il film nasce con l’intento di ripercorrere la storia della Cina dal 2001 allorché stava per essere smantellato il sistema dell’economia comunista che aveva garantito a tutti sicurezza, lavoro e istruzione, generalizzando la povertà. La scelta del governo di introdurre massicce dosi di liberismo secondo i dettami del’accumulazione capitalistica, richiedeva di abbandonare gli investimenti nei settori meno produttivi ( i “rami secchi”), per dirottarli altrove. Stavano chiudendo, per questa ragione, le   miniere carbonifere della regione nordoccidentale dello Shanxi: sarebbe seguita la fine del sindacato, nonostante la volontà di resistere dei lavoratori. Agli abitanti più giovani della città di Datong si apriva la prospettiva di emigrare verso sud in cerca di lavoro; agli operai più vecchi, animati ancora da una decisa volontà di lottare e di resistere, non rimaneva che avviarsi verso una vecchiaia povera e quasi certamente minata dalla malattia polmonare dei minatori di carbone: il cancro, come era accaduto al padre di Qiao (grandissima  Zhao Tao) la protagonista del film, a lui molto legata.

La giovane amava Bin (Liao Fan), piccolo malavitoso, boss locale di un’organizzazione para-mafiosa che, nella latitanza degli organi istituzionalmente preposti alla difesa dei cittadini e alla mediazione fra i conflitti, tentava di imporre una forma primitiva di giustizia, secondo criteri che obbedivano a un codice d’onore interno.
Il potere di Bin era insidiato, però, da nuove e più aggressive manifestazioni di violenza senza regole e senza scrupoli: un sanguinoso assalto a colpi di spranga, da cui era uscito vivo solo grazie all’intervento di Qiao che lo aveva difeso sparando in aria, lo aveva dapprima mandato in galera per un anno e in seguito spinto a ricercare la propria strada nella nuova Cina del lusso e del potere, quella sorta nel lussuoso e prestigioso centro degli uffici finanziari di Fengije, ricostruito sulla grande diga, a ottomila chilometri da Datong… Qiao, invece, in galera era stata per cinque anni, senza più ricevere da lui né visite, né notizie.

La seconda parte del film: Qiao

Se la prima parte del film sembra muoversi tra la ricostruzione degli ambienti fumosi del gioco clandestino a Datong, controllato da Bin (con numerose citazioni da Scorsese) e l’accorata denuncia sociale alla Ken Loach, la seconda parte del film trova il suo centro nei viaggi di Qiao alla ricerca di Bin, che a sentire  le voci ricorrenti, cercava di evitarla, avendo intrecciato una storia con un’altra donna.
Qiao non si arrendeva con facilità: la sua promessa d’amore a Bin era impegnativa per il futuro e consolidata dall’atto di eroismo che aveva duramente pagato, come si conveniva a una donna innamorata.
Il suo spostarsi dal nord, per ottomila chilometri verso la diga delle Tre Gole è anche, come nei road movies, un racconto di peripezie e di avventure,

nonché un viaggio di formazione che la porterà a una più compiuta conoscenza di sé: si fa più dolorosa la delusione per la pusillanimità meschina di lui, che la sfugge, ma ritorna l’antica autostima e si fa strada con chiarezza l’esigenza di mantenere lucidamente la propria dignità e la fedeltà al sogno d’amore nel quale aveva creduto. Bin non la merita, questo lo sa bene, ma Qiao non può tradire se stessa in primo luogo, facendosi sedurre dal miraggio della ricchezza e dell’egoismo individualista: quando avrà ancora bisogno di lei, la ritroverà.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un film (da vedere sicuramente) che attraversa i generi, ripercorrendo più di quindici anni di storia cinese e offrendo alla nostra visione un’opera molto ricca di sfaccettature e fitta di corrispondenze interne: è un lungo percorso storico che si riflette nel dilatarsi degli spazi ampi del viaggio, è un mélo nel quale la tragedia personale di Qiao è un pallido riflesso della diaspora dolorosa di grandi masse di uomini e donne alla ricerca di lavoro e di maggiore sicurezza.

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10 pensieri su “I figli del Fiume Giallo

  1. Ho visto domenica questo film. Sono riuscita a trovare un cinema che trasmette film fuori dal circuito delle grandi sale. E nonostante la pioggia torrenziale sono andata. A Mantova. E sono molto contenta di averlo visto.
    L’impatto che ha l’evoluzione della Cina sulla vita delle persone lo vediamo su Bin e Qiao. Una commistione di tradizione e modernità che ci sembra un tantino kitsch. Certo la figura di lei è bella nella sua fierezza e determinazione. Quella di lui più miseria. Figurine minuscole nella grandezza della Cina che soccombono o sopravvivono. Ma sempre con una espressione così contenuta dei sentimenti, delle emozioni, che a noi occidentali sembra quasi irreale.

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    • Grazie, Gina. Il film vale davvero qualche disagio! Su questo blog trovi anche la recensione di due film meno recenti del regista: Al di là delle montagne e Il tocco del peccato che varrebbe la pena di ricuperare, così come Still Life, che nel 2006 non avevo recensito per mancanza di blog e che ora mi sono rivista due volte, prima di scrivere. Come potrai capire, questa è stata una recensione meditata e faticosa.Un affettuoso saluto, Gina.🤗

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      • Sì, non deve essere stato facile recensire questo film. Sia per la distanza culturale e quindi la fatica a comprendere i significati del contesto (che tu dai delineato molto bene per il passaggio politico e sociale), sia perché il rischio è quello di appiattirsi su una storia d’amore. Ho apprezzato molto la tua introduzione con il film precedente di questo regista, Still Life, perché hai fornito la cornice necessaria per comprendere lo svolgimento del discorso del film. Un abbraccio

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        • Eppure, il racconto è limpidissimo, quasi classico. La storia e di grande complessità ma è resa con chiarezza e semplicità, come i precedenti che ti ho indicato. Credo di conoscere bene il regista, che non è molto prolifico. Mi manca la visione di un suo lungometraggio, che è reperibile sul mercato internazionale su Amazon, nella versione francese: Plaisirs inconnus. Lo ordinerò sicuramente, nella speranza di riceverlo senza inutili attese. 😌

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            • Aspettavo a vedere se recensivi questo film e volevo leggere le tue considerazioni. Sono stata accontentata 😊
              La domenica prima, sempre nello stesso cinema, sono andata a vedere ‘Ancora un giorno’. Ne scrivo a breve. L’hai visto?

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              • Non l’ho visto, perché tendo a escludere alcune tipologie di film: i film italiani prima di ogni altro, quindi nell’ordine le animazioni; le cosiddette storie vere; i documentari e le biografie. Lo so che ho torto, ma il mio rapporto col cinema è molto personale: ai film non chiedo la descrizione della realtà, per la quale esistono fior di giornalisti che raccontano benissimo, ma la rappresentazione del mondo emozionale ed estetico dei registi: la loro peculiare “verità”, quindi. Ho visto invece, e sto preparando la recensione, l’ultimo film di Almodovar, che considero meraviglioso. A presto. 🤗

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                • Se non fosse stato per mia figlia Leda, la minore, non l’avrei preso in considerazione. Ma lei è amante e conoscitrice della cultura portoghese e dei processi di decolonizzazione di Angola ecc. E di Kapuściński, l’autore del libro dal quale è stato tratto il film. Et voilà!
                  Per quanto riguarda Almodovar… un altro amore! Per cui aspetterò la tua recensione

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  2. Spero di pubblicarla presto: un film molto emozionante e commovente: si sono commossi i critici a Cannes e gli spettatori a Torino! Grandissimo narratore, Almodovar, grande amore anche per me! Qui la difficoltà è nel far decantare le emozioni. Buona notte, Gina.

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