La caduta dell’Impero americano

recensione del film:
LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO

Titolo originale:
La Chute de l’Empire Américain

Regia:
Denys Arcand

Principali interpreti:
Alexandre Landry, Maripier Morin, Remy Girard, Louis Morissette, Maxim Roy, Pierre Curzi, Vincent Leclerc, Yan England, Anoulith Sintharaphone, Florence Longpré – 127 min. – Canada 2018.

Ritorna sugli schermi Denys Arcand, il grande regista del Canada francofono che ha lasciato nella mia memoria cinefila almeno due film molto amati: Il declino dell’impero americano (1986) e Le invasioni barbariche (2003), connotati entrambi dalla più acuta e corrosiva analisi, fra il serio e il faceto, delle finte trasgressioni degli intellettuali snob e anti-americani che meditano sul disincanto del dopo ’68.

L’Impero americano, il grande nemico di sempre, il cui egemone edonismo era stato oggetto di sarcastica irrisione in quegli indimenticabili film, ritorna, fin dal titolo, in quest’opera, nella quale sembra in via di rapida estinzione.
I nostri giorni, infatti, non sono più i tempi dell’edonismo: troppi i delusi rimasti soli a pagare le antiche follie, troppi anche i poveri, i disoccupati, gli emarginati; troppi i dolori e le sofferenze nel Quebec (e non solo) di oggi, in cui vive, frustrato e rassegnato Pierre-Paul Daoust (Alexandre Landry), il protagonista del film, giovane di intelligenza e cultura superiore alla media, brillantemente laureato in filosofia e in possesso di un altrettanto brillante dottorato post-laurea.

Povera, et nuda vai, Filosofia,
Dice la turba al vil guadagno intesa

Il nostro filosofo aveva misurato sulla propria esperienza quotidiana la verità eterna dei versi petrarcheschi: era stato costretto a sbarcare il lunario consegnando pacchi; era diventato l’onesto fattorino di una ditta di trasporti e si era convinto che il successo arridesse ormai solo agli imbecilli privi di cultura. Quel poco che gli restava del suo magro guadagno gli serviva per soccorrere i più poveri di lui, gli anziani soli e in miseria, gli homeless che lo stimavano, e che, diversamente da lui, apprezzavano i soldi.
Il suo sogno, un po’ bizzarro, di dedicarsi completamente alla causa nobile della lotta alla povertà aveva acquistato, improvvisamente e per puro caso, inaspettata concretezza.
Era accaduto infatti che, mentre si accingeva a consegnare un plico al supermercato, Pierrre-Paul fortunosamente si fosse trovato al centro di una guerra fra banditi rivali che si contendevano, a colpi d’arma da fuoco, l’enorme quantità di banconote, stipate in due borsoni lasciati cadere a terra nel parcheggio, dopo essersi colpiti a morte. Un segno del fato, per Pierre-Paul che non si era posto il problema della liceità morale di rubare ai ladri e aveva caricato i borsoni sul furgone della ditta trasportandoli a casa propria, intenzionato ad attuare il proprio piano di giustizia sociale.
Per lui, che poco conosceva i meccanismi dell’economia, occorrevano consulenti affidabili ed esperti: li avrebbe trovati nelle persone di Me Wilbrod Taschereau (Pierre Curzì), presidente di una banca etica, realisticamente disponibile…per fini morali, s’intende, alla ripulitura del denaro sporco, e di Sylvain Bigras  (Rémy Girard), malfattore espertissimo ed ex galeotto che in carcere si era laureato in Economia, disciplina utilissima (ben più della Filosofia) anche per gli affari ispirati ai più puri intendimenti.

L’accoppiata delle due vecchie volpi è preceduta dall’irrompere di un personaggio che racchiude il senso del film: Camille (Maripier Morin), meravigliosa escort che per sedurre Pierre-Paul e altri intellettuali frustrati, si fa chiamare Aspasia e cita Racine. Il loro ruolo decisivo solleva più di un dubbio sulla reale caduta dell’impero, che si ricostruisce, infatti, ancora una volta, sull’inganno, mantenendo il potere di un tempo, con una maggiore forza seduttiva, allontanando i propositi di palingenesi degli idealisti alla Pierre-Paul: non cambieranno il mondo, ma si sentiranno in pace con se stessi e la loro coscienza!

 

 

Quasi un teorema graffiante e impietoso: il vecchio Arcand ha colpito ancora facendoci anche amaramente divertire, con questo film consigliabile, interpretato dai magnifici Remy Girard e Pierre Curzì, i suoi invecchiati attori-feticcio.

 

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Sofia

recensione del film:
SOFIA

Regia:
Meryem Benm’Barek

Principali interpreti:
Maha Alemi, Sarah Perles, Lubna Azabal, Faouzi Bensaïdi, Nadia Niazi, Hamza Khafif, Sara El, Mohamed Bousbaa, Mansour Badri, Nadia Benzakour – 85 min. – Francia, Qatar, Belgio 2018.

 

Sofia (Maha Alemi) ha vent’anni e vive in famiglia. È bruttina, ha l’aria perennemente imbronciata e da qualche tempo si sente poco bene, ciò che un po’ preoccupa i suoi genitori, tradizionalisti e benestanti, convinti che sicuramente, grazie alla sua ottima posizione sociale, farà un buon matrimonio. Nessuna donna, a quanto pare, in tutto il Marocco, può considerarsi davvero realizzata se non si sposa, neppure nella quasi europea Casablanca, dove abita. Non ha studiato, a differenza della cugina  Lena (Sarah Perles), che ha in animo di diventare medico come suo padre, il francese evoluto che si sta adoperando per coinvolgere i genitori di Sofia in un’operazione molto redditizia di carattere speculativo.

Qui arriva il primo colpo di scena del film: Sofia è incinta e sta terminando l’ottavo mese di gravidanza segretamente: nessuno ne è a conoscenza, neppure lei, che, come si dirà in seguito, ha rifiutato fin dall’inizio la propria gravidanza, negandone l’esistenza. Durante una riunione di famiglia, davanti al tavolo imbandito, il malessere di Sofia si rivela per quello che è: sta per partorire. Lo comprende Lena, che l’accompagna in tutta fretta all’ospedale, adducendo una scusa per tranquillizzare i convitati, ancora seduti a tavola.

Le cose si complicano subito: le leggi del Marocco prevedono il carcere, fino a un anno, per uomini e donne che hanno avuto rapporti sessuali fuori dal matrimonio; i controlli sono severi, negli ospedali i medici stanno attenti a non essere coinvolti in queste brutte storie e premono perché i colpevoli riparino la violazione della legge sposandosi, ciò che impone di rintracciare il “reo” e di celebrare le nozze quanto prima possibile.

Si impone la fine della segretezza: la famiglia viene informata e infine spunta il nome di Omar (Hamza Khafif), un “reo buon uomo” direbbe Manzoni, un poveraccio dei quartieri “bassi” di Casablanca che prima negando, poi ammettendo, acconsente di sposare Sofia, cogliendo, in tal modo, l’opportunità di riscattare dall’emarginazione e dalla miseria se stesso e la propria famiglia.

Più tardi arriverà, con la piena confessione di Sofia, il secondo colpo di scena, che non rivelerò e che ribaltando il primo racconto, mette in chiaro che
al di là delle intenzioni del legislatore, le leggi ispirate ai principi religiosi non solo non incrementano i comportamenti virtuosi dei cittadini, ma favoriscono sotterfugi e ipocrisie, impedendo che si sviluppi la normale dialettica degli interessi fra le classi sociali, fondamento delle società democratiche nel mondo contemporaneo.

 

Si tratta di un buon film, girato con cura e con la giusta suspence, che inaspettatamente ci svela una tragica commedia umana neppure lontanamente immaginata, perciò stesso di grande interesse. Anche in questo caso, tuttavia,  non ritengo questo film completamente convincente.
Riporto, a questo proposito, le esplicite dichiarazioni della regista, nata in Marocco, ma cresciuta ed educata in Belgio: “Con Sofia non ho voluto parlare specificatamente delle divisioni sociali che attraversano il Marocco, o della condizione femminile. Ho voluto semmai raccontare com’è il Paese oggi”.
Ne prendiamo atto e la ringraziamo, anche se sommessamente vorremmo farle notare che in questo modo si è limitata alla descrizione di quella realtà sociale, cosa buona e giusta, quando non si limiti alla sterile constatazione dei dati di fatto, ma diventi la fonte di conoscenza indispensabile per la trasformazione: “attirare l’attenzione nel presente così come è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”.
La citazione gramsciana diventa ovvia, soprattutto in presenza dell’elemento di speranza e di cambiamento costituito dal neonato, che, purtroppo, qui  si riduce a mera funzione narrativa, come viene fatto notare anche da J. S. Chauvin (Cahiers du Cinéma n. 157 del settembre 2018 pag. 29).
Pregevole per molti aspetti, dunque, il film appare quasi la paradossale e folkloristica rappresentazione di un’organizzazione sociale che ha elevato a sistema indistruttibile il malcostume e la corruzione diagante provocata dalla profonda disuguaglianza economica fra le classi, evidentemente di scarso interesse per Meryem Benm’Barek.
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Cafarnao-Caos e miracoli

recensione del film:
CAFARNAO-CAOS E MIRACOLI

Titolo originale:
Capharnaüm

Regia:
Nadine Labaki

Principali interpreti:
Zain Alrafeea, Yordanos Shifera, Boluwatife Treasure Bankole, Kawsar Al Haddad – 120 min. – Libano, USA 2018.

Capharnaüm è l’antica città della Galilea, da cui iniziò la predicazione di Gesù. Nei millenni il suo nome ha acquisito il significato di confuso bazar, senza regole, in cui tutto è acquistabile.

Nel Libano miserabile e caotico dei campi che accolgono milioni di rifugiati dal vicino Oriente e anche dal Corno d’Africa, la regista Nadine Labaki ambienta una parte della dolorosissima storia di Zain (Zain Alrafeea), un frugoletto dodicenne, intelligente e triste, figlio di profughi siriani insediati nei pressi di Beirut.
Zain compare in manette nell’aula del tribunale della capitale libanese: è in stato d’arresto, avendo ferito gravemente, con un coltello, l’uomo che aveva comprato dai genitori sua sorella Sahar, di soli undici anni, che invano egli aveva cercato di proteggere da lui. Sahar ne era morta poiché il suo corpo gracile e ancora infantile non aveva retto alla prima gravidanza. L’accoltellamento del cognato pedofilo era stata la vendetta di Zain, che ora, in tribunale, stava chiedendo giustizia per sé, denunciando quei genitori per il reato di averlo messo al mondo, col solo fine di ricevere i sussidi che l’alto numero dei figli garantisce ai profughi.
La stessa regista assume il ruolo di avvocato difensore del piccolo, a cui chiede di raccontare la propria storia.
Il film, pertanto, ripercorre a colpi di flashback la dolorosissima infanzia di Zain, la sua fuga dalla famiglia, il suo vagare incerto e pericoloso lungo le strade e i mercati in cui i profughi si mescolano ai libanesi, sempre pronti a lucrare sui loro bisogni e sulla loro disperazione.

Il mio giudizio su questo film è incerto: pur riconoscendone i pregi formali, ribadisco la mia avversione per i film ricattatori, che esibiscono il dolore senza ritegno, ingigantendolo col racconto del susseguirsi ininterrotto di sciagure che si abbattono sugli indifesi, soprattutto quando insopportabilmente i bambini, perfetti per commuovere, ne diventano i protagonisti. Le vicende sono sicuramente “storie vere”, forse addirittura al di sotto della realtà, in un mondo in cui tutto è merce, e in cui corpi e anime dei più deboli diventano oggetto di compravendita cinica, da parte di chi sfrutta senza scrupoli la disperazione degli uomini in fuga dalla fame, dalle persecuzioni politiche e dalla tortura, proprio là dove sono accolti in attesa degli aiuti umanitari.
Mi chiedo, tuttavia, per quale motivo, di fronte a questa dura realtà, Nadine Labaki, invece di denunciare le responsabilità politiche e storiche che l’hanno prodotta, si sia accontentata di una semplicistica rappresentazione sociologica, alla ricerca delle colpe individuali, mettendo inevitabilmente sullo stesso piano gli sfruttati e gli sfruttatori, le vittime e i carnefici.

 

 

Buona Pasqua a tutti voi

Paris nous appartient era il titolo del film di Jacques Rivette che inaugurò, all’inizio degli anni ’60, la stagione nuova del cinema francese, la Nouvelle Vague.


Cari Lettori,

ora ci sentiamo meglio, dopo il cuore in gola per quelle immagini: abbiamo davvero capito quanto profondamente Parigi ci appartiene.

Resto in tema, con i miei auguri: la breve clip che li accompagna è un estratto da Midnight in Paris di Woody Allen.
Anche a lui Parigi appartiene, con i suoi cliché, col suo fascino, con la sua cultura.

E ora, davvero, tanti cari auguri a tutti voi per una Pasqua serena con le persone che vi sono care. A presto!

L’uomo fedele

recensione del film:
L’UOMO FEDELE

Titolo originale:
L’Homme Fidèle

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Laetitia Casta, Lily-Rose Depp, Joseph Engel, Louis Garrel – 75 min. – Francia 2018.

Chi non ha visto questo film potrebbe immaginare che in casa Garrel si stia trasmettendo di padre in figlio la passione per l’indagine della fenomenologia amorosa, secondo il gusto del racconto morale cinematografico, nel solco della tradizione culturale, tutta francese, del conte philosophique. Il film, probabilmente, lo farà ricredere. 

I personaggi e i primi sei minuti del film

Una Parigi quasi da cartolina, con tanto di Tour Eiffel sorvolata rapidamente; l’avvicinarsi delle case dell’arrondissement abitato dalla media borghesia dei giovani in carriera: siamo alla scena introduttiva del film che ci offre la location del racconto, e, indirettamente, l’ambiente sociale in cui si svolgerà, quello dei protagonisti, che compaiono in medias res, alle prese con le operazioni quotidiane del dopo-risveglio.
Lui (Louis Garrel) è Abel, giovane giornalista che vive nella casa di Marianne, la donna che ama (Laetitia Casta). Si è appena alzato e ora sta preparandosi la colazione; lei, ancor mezzosvestita, lo raggiunge in cucina: è visibilmente imbarazzata e ha urgenza di parlargli per dirgli:

-di aspettare un figlio (sorriso radioso di Abel);
-che il figlio non è suo (il sorriso si spegne);
-che il figlio è di Paul (sguardo che si rabbuia: è il suo migliore amico)
-che con Paul ha fissato, nel rispetto della bigotta famiglia di lui, la data molto ravvicinata delle nozze;
-che dovrà pertanto andarsene al più presto perché quella casa diventerà il domicilio coniugale di lei e di Paul.

Di questo matrimonio senza storia, non sapremo altro, così come ignoreremo tutto di Paul, riferimento senza volto e senza identità, che per nove anni, ovvero fino alla sua morte improvvisa, era stato il marito di lei e il padre di Joseph (un piccolo ma bravissimo Joseph Engel).
Sono passati soltanto sei minuti: la situazione iniziale si è più volte ribaltata, costringendoci all’attesa guardinga di ciò che avverrà.
———
Si riposizionano i personaggi:
Abel, l’uomo fedele, è ora un giornalista affermato;
Marianne è ora la segretaria indispensabile di un giovane politico ambizioso e belloccio;
il figlio di Paul, Joseph, è un ragazzino sveglio e fantasioso, appassionato di film gialli e di storie poliziesche, che vorrebbe la mamma solo per sé.
Si sono visti tutti ai funerali di Paul; Abel e Marianna potrebbero ricominciare daccapo la loro storia di coppia, ma la gelosia di Joseph, terzo incomodo fra i due, di nuovo innamorati, lascia spazio a nuovi e imprevedibili sviluppi, mentre un nuovo personaggio ne insidia l’armonia ritrovata: è la giovanissima Eve (Lily-Rose Depp), sorella del defunto Paul, che, appena uscita dall’adolescenza, contende a Marianne l’amore di Abel, ancora una volta arrendevole e pronto ad andarsene, traslocando bagagli e ricordi da una casa all’altra, da una storia a un’altra, fedele soprattutto alla propria inerzia, per incapacità di scegliere e di amare davvero. Non racconterò altro, ma molto altro accadrà…il film è da vedere.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista e da Jean-Claude Carrière, proprio quello stesso degli ultimi film di Luis Buñuel, dà vita a questo grottesco e straniante film, corrosivo dei luoghi comuni, che, con una forte presa sull’attualità, ci presenta un ritratto impietoso dei giovani borghesi di oggi, inconcludenti, sotto l’apparente mitezza, come Abel, o crudeli, sotto l’apparente liberalità sentimentale, come Marianne; capricciosi, come Eve, ma in fondo tutti quanti incapaci di uscire da sé, di comprendere gli altri, privi di slanci ideali, stanchi e vecchi anche da giovani.
Pochi, ma molto bravi gli attori fra i quali spicca una Laetitia Casta davvero superba nei panni del personaggio ambiguo di Marianne e Louis Garrel, credibile Abel, ignavo bamboccione senza qualità.

Visages Villages

 

 

recensione del film:
VISAGES, VILLAGES

Regia:
JR, Agnès Varda

Documentario
– 90 min. – Francia 2017

Con questa recensione, concludo il ricordo di Agnès Varda, regista e protagonista, insieme al giovane artista JR, di questo eccezionale film, presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 2017 (e successivamente candidato all’Oscar del 2018).

Agnès non conosceva JR di persona, ma ne aveva ammirato l’attività di artista, noto nel mondo per le composizioni e le installazioni fondate sulle proprie gigantografie; allo stesso modo JR aveva  ammirato le creazioni di Agnès, senza conoscerla, eppure entrambi si erano più volte sfiorati negli ambienti degli artisti o nella vita quotidiana parigina. L’abboccamento era avvenuto nell’accogliente e storica dimora di Agnès in Rue Daguerre, base operativa del suo vecchio documentario Daguerréotypes (1976),dove “Agnès-la-Daguerréotypesse” viveva e lavorava da sempre.
Era stata sua figlia, Rosaria Varda, produttrice cinematografica, a organizzare il loro primo colloquio, dal quale era scaturito il progetto di Visages Villages, secondo le intenzioni iniziali un cortometraggio di soli dieci minuti.
In corso d’opera, tuttavia, dopo 18 mesi di lavorazione (una settimana ogni mese dedicata alle riprese e il resto del tempo all’elaborazione del materiale raccolto) il cortometraggio era diventato questo magnifico film di un’ora e mezza, ciò che aveva richiesto l’intervento di alcuni produttori, a integrazione della piccola ma importantissima somma iniziale, raccolta col crowldfunding, che ne aveva reso possibile il decollo.

Col suo caschetto di capelli bicolori, dunque, Agnès, classe 1928, si accingeva a mettersi in viaggio al  fianco di JR (il giovanotto inseparabile dai suoi occhiali scuri), classe 1983, sedendo accanto a lui, sul singolare e magico automezzo attrezzato per fotografare e per trasformare in pochi istanti qualsiasi fotografia in una stupefacente gigantografia, pronta per essere incollata sulla superficie destinata allo scopo, talvolta nell’intento di rianimare un luogo spento e insignificante; altre volte, invece, per far rivivere, nella bellezza dell’immagine, l’emozione che l’aveva originata.
Il film, dunque, è un on the road ricco di incontri, alla scoperta della Francia dei villaggi: quelli in cui molti vivono accettando le novità e i vantaggi della moderna rivoluzione informatica; quelli a rischio di estinzione, dove ancora sopravvivono gli ultimi custodi della memoria locale ignorata dalla globalizzazione, dove l’arrivo dei due artisti che ascoltano con interesse le antiche storie e i personali ricordi diventa l’emozionante occasione per far rivivere, col cinema e con le composizioni di JR, un po’ di quel passato che non si vuole cancellare.
Emerge inaspettatamente l’umanità dolente degli sconfitti che non cedono; si scoprono personaggi bizzarri e poetici, come il vecchio Pony, misantropo, orgoglioso e felice, che, senza aver letto Latouche, ha rifiutato il “progresso” in nome della bellezza dell’universo e di quella del riciclo.
Al richiamo della bellezza e dell’arte di JR tutti accorrono: la barista, ora immortalata sull’alto muro di una casa all’ingresso della città; le donne di Le Havre; i lavoratori di una fabbrica che produce, a ciclo continuo, acido cloridrico e che della loro presenza solidale lasciano sui muri un’indimenticabile testimonianza.
Qualche prezioso ricordo di Agnès trova spazio nel film: la visita alla tomba abbandonata e solitaria di Cartier-Bresson, la corsa (in carrozzella) al Louvre, nel ricordo di Godard; la gigantografia di Guy Bourdin sul bunker tedesco conficcato come una scultura contemporanea su una spiaggia sabbiosa della Manica, soggetta al vento e all’alta marea, immagine emblematica dell’intero film, che della precariètà di ogni  bellezza e di ogni ricordo fa uno dei temi centrali della narrazione.

Colpisce di quest’ opera la semplicità asciutta del racconto, emozionante sicuramente, mai lacrimoso, però, grazie all’attentissimo montaggio di Agnès, vera mente del film, convinta da sempre che un documentario non consista nella semplice addizione di sequenze interessanti, ma che debba essere costruito per guidare, con mano leggera, gli spettatori a riconoscere le emozioni vere, ripulite dalle sbavature patetiche sempre in agguato quando è in gioco la memoria di ciò che è stato, troppo spesso amara e dolorosa. A questo scopo si rivela utile anche la bella e pertinente colonna sonora originale di Matthieu Chedid.

Film memorabile di immagini, di storie, di parole e di musica: uno dei più belli di questi ultimi anni.

 

 

 

 

Cléo dalle 5 alle 7

recensione del film:
CLEO DALLE 5 ALLE 7

Titolo originale:
Cléo de 5 à 7

Regia:
Agnès Varda

Principali interpreti

Corinne Marchand, Antoine Bourseiller, Dominique Davray, Dorotée Blanck, Michel Legrand, José Louis de Villalonga. – 85 min. – Francia 1962.

Ad Agnès Varda, la splendida novantenne signora del cinema francese, grande regista e grande fotografa, scomparsa qualche giorno fa, dedico la recensione di questo suo bellissimo film, il primo uscito in Italia, cui farò seguire quella dell’ultimo, uscito nelle nostre sale un anno fa: Visages-VIllages.
È un tributo modestissimo, ma molto affettuoso, alle sue opere, che sempre mi hanno comunicato emozionanti riflessioni sul tempo che inesorabile passa, sullo sgomento per l’ineluttabilità della fine, insieme alla gioia di vivere, “fino all’ultimo respiro”, il grande e misterioso dono che è la nostra vita.

Florence, in arte Cléo (Corinne Marchand), è una giovane e bella donna, cantante radiofonica di successo, che si è recentemente sottoposta ad alcuni esami clinici di cui sta attendendo i risultati, in un crescendo di ansia e timore.
I tarocchi della cartomante, così come  le superstiziose precauzioni della sua segretaria-governante, le sembrano sinistri presagi dell’approssimarsi della morte e ingigantiscono nel suo cuore l’angosciosa attesa della diagnosi.
Il tempo del film accompagna, quasi esattamente, il tempo reale delle due ore pomeridiane (dalle 5 alle 7) che separano Cléo dall’incontro temuto col medico che si occupa di lei. Siamo a Parigi, in un giorno speciale: il primo giorno dell’estate.
Cléo, per la prima volta, ha voluto uscire da sola nella grande città, libera finalmente di vagare senza meta, guardandosi attorno, lontana da quella dimora un po’ rifugio e anche un po’ gabbia dorata, luogo delle carezze  e delle coccole che condivide con gli amici musicisti, la segretaria impicciona, l’amante che la trascura, i gatti che ne occupano ogni spazio morbido e caldo.
Con occhi nuovi, senza alcuna mediazione, Cléo vede nei luoghi abituali persone del tutto sconosciute: ascolta le loro storie, conosce il loro dolore, cerca e ritrova, infine, l’amica di sempre, che si guadagna da vivere posando in un laboratorio di scultura. Scopre che il giovane che vive con lei è un aspirante regista, che le mostra un breve film (una bella sorpresa: J. Luc Godard e Anna Karina fanno gli attori!).
Continuando nella sua passeggiata, Cléo arriva al Parco di Montsouris, dove incontra Antoine (Antoine Bourseiller), un ragazzo, militare in partenza per l’Algeria, non meno preoccupato di lei per il destino che lo attende… È l’incontro decisivo, che l’aiuterà finalmente ad affrontare la verità delle proprie condizioni di salute. Che cosa sarà di loro, non è dato sapere: si scriveranno, forse si rivedranno: si sono scambiati un bacio e l’indirizzo, ma nessuno può davvero prevedere il loro futuro.
La primavera se n’era andata con tutti i suoi fiori, per lasciare ai frutti succosi dell’estate la testimonianza della meravigliosa bellezza della vita nella sua maturità: forse era arrivato anche per Cléo il momento di abbandonare la sua vita di ragazzina viziata e protetta e di affrontare il futuro: la metamorfosi era arrivata proprio quando, al colmo dell’angoscia, aveva sentito l’urgenza di uscire dal bozzolo confortevole e di guardare finalmente fuori di sé, aprendosi al mondo e agli altri, senza illusioni, come tutti, ma decisa ad accettare le gioie e i dolori che la vita le avrebbe riservato.

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tócche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino…

Eugenio Montale – Ossi di seppia
(Mediterraneo – VI movimento Versi 1-6)