Green Book

recensione del film:
GREEN BOOK

Regia:
Peter Farrelly

Principali interpreti:
Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, P.J. Byrne, Dimeter D. Marinov, Don Stark, Brian Stepanek, Iqbal Theba, Tom Virtue, Ricky Muse, Joe Cortese, Daniel Greene,
– 130 min. – USA 2018

I primi anni ’60 negli Stati Uniti erano quelli della presidenza di John Kennedy e delle difficili battaglie del Partito Democrarico per l’abolizione delle discriminazioni razziali, diffuse soprattutto negli stati del profondo Sud, nei quali il pregiudizio nei confronti dei neri non solo era più che mai radicato, ma era addirittura legittimato dai governatori locali.
In quegli anni a New York viveva il musicista afroamericano Don Shirley, uno dei più importanti compositori dell’epoca, le cui musiche, bellissime e molto apprezzate nascevano dalla profonda conoscenza della musica classica, che elaborava con sensibilità contemporanea, per eseguirle, con virtuosismo pianistico senza pari, insieme al bassista e al violoncellista, entrambi di origine est-europea, con i quali aveva dato vita  a un prestigioso trio.
Il film, biografico, ricostruisce il viaggio del trio quando, nel 1962, i musicisti si erano mossi da New York su due auto, diretti, per una tournée, verso gli Stati  del Sud razzista e segregazionista. A portata di mano, sulla lussuosa Cadillac di Don, nel film Doc, il Green Book, ovvero l’indispensabile guida per viaggiatori neri che conteneva l’elenco degli hotel, dei ristoranti e, in genere, di tutti i locali in cui sarebbero stati  accolti e accettati senza problemi. Alla sua consultazione era addetto Tony, l’autista.

Shirley e il suo autista

Doc (Mahershala Ali) non era solo un grande musicista: era anche un uomo di vasta cultura, che viveva  in una grande casa luminosa di Manhattan, silenziosa e piena di oggetti che ne rivelavano il raffinato esotismo. Tony “Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen), il suo autista. era un oriundo italiano, buttafuori appena licenziato dal locale notturno. Ora, in questo momento difficile, si stava inventando gli espedienti più fantasiosi e cialtroni per tirare avanti, facendo sopravvivere la famiglia. L’offerta di Doc era allettante per lui, che tuttavia non si nascondeva le difficoltà la prima delle quali, sebbene non apertamente dichiarata, era il pregiudizio razzista duro a morire, anche nella civile N.Y (Bronx): Toni avrebbe evitato volentieri di servire un nero, tanto più se ricco, colto, un po’ snob e dai modi educati, proprio lui che della propria ignoranza caciarosa e sguaiata si vantava e si compiaceva; così come avrebbe preferito non lasciare a casa, per otto lunghi mesi (la durata della tournée), moglie e figli.
Durante il rocambolesco viaggio, insidioso per Doc, continuamente oggetto di sospetti, violenze e sopraffazioni razziste, largamente messe in conto prima di partire, Tony aveva reagito con i suoi modi spicci e irriflessivi, talvolta utili, più spesso dannosi e forieri di guai, mentre il rapporto servo – padrone da racconto picaresco, diventava un’amicizia vera, in cui i due imparavano un po’ alla volta a stimarsi e ad adattarsi l’uno all’altro, smussando le rispettive asperità e aprendo il cuore e la mente alla tolleranza ironica e alla piena accettazione reciproca. Mi è sembrato questo il vero tema del film, che evita il rischio di cadere nella caratterizzazione spinta dei due personaggi (che avrebbe potuto trasformarlo in un film di bassa comicità), così come evita la loro contrapposizione a scopo “educativo” (che lo avrebbe reso insopportabilmente serioso), mantenendo un tono medio e tranquillo, che suscita il sorriso, lo sdegno e la partecipazione affettuosa degli spettatori. Un buon film, girato con misura ed equilibrio, con attori splendidi; un on the road che, come si conviene, è un vero viaggio di conoscenza e di formazione dei protagonisti; un racconto destinato a piacere a un largo pubblico, senza essere volgare o facilone. Naturalmente, da vedere.

 

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