Il gioco delle coppie

recensione del film
IL GIOCO DELLE COPPIE

Titolo originale:
Doubles vies

Regia:
Olivier Assayas

Principali interpreti:
Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Théret, Pascal Greggory, Laurent Poitrenaux, Sigrid Bouaziz, Lionel Dray, Nicolas Bouchaud, Antoine Reinartz – 100 min. – Francia 2018.

Il titolo italiano è, al solito, fuorviante, ma il film, se non vi lasciate ingannare, è un’occasione intelligente per riflettere sorridendo

Il titolo italiano, forse, si propone di attrarre chi cerca una commedia piccante, ma è del tutto fuori luogo per quest’ultimo film di Olivier Assayas, il sofisticato regista francese che con i suoi personaggi, questa volta ci parla dei problemi che stanno nascendo per il mutamento velocissimo della tecnica della comunicazione.  Internet, infatti, ha favorito non solo la velocità della posta e delle transazioni commerciali, ma, soppiantando completamente i lenti modi utilizzati da secoli per divulgare il pensiero e la scrittura, ha messo in crisi il mondo degli editori, figure professionali, forse in via di estinzione, mediatori indispensabili, fino a ieri, fra le esigenze del mercato librario e quelle della libertà dell’esprimere e del creare. In questo film, intelligente e spiritoso, Assayas ci fa entrare subito nel cuore del problema: un editore, Alain (Guillaume Canet), uno scrittore Leonard (Vincent Macaigne), molte discussioni, amabili e chic, come si conviene a intellettuali di buona cultura e un po’ nostalgici dei tempi in cui gli editori sceglievano i loro autori avendo ben presente il loro pubblico, secondo una prassi consolidata, ora travolta dalle opportunità offerte dal web, luogo per eccellenza degli scrittori “fai da te”. Le donne del film, a loro volta intelligenti e colte, sembrano essersi adattate un po’ meglio all’evolversi dei tempi: la moglie di Alain, Selène (Juliette Binoche), già attrice shakespeariana, si è da tempo rassegnata a interpretare ruoli molto meno prestigiosi, recitando per i serial televisivi la parte di donna poliziotto, orribilmente travestita; la moglie  di Leonard, Valérie (Nora Hamzawi), è segretaria di un uomo politico di sinistra e lo aiuta nella corsa elettorale, quanto mai incerta, perchè anche nella società è penetrato il virus dei social network e anche i politici sono soggetti ai Like e al narcisismo degli incompetenti. Chi, invece, non nutre alcun dubbio sulle magnifiche sorti e progressive del futuro virtuale è la giovanissima segretaria-amante di Alain: Laure (Christa Théret) ottimista come è giusto che sia una giovane donna che ha studiato a fondo il problema e che si impegna per inventare soluzioni alle difficoltà crescenti, senza riserve nostalgiche, ma animata da profonda fiducia nel futuro, senza la quale, non restano che i rimpianti sterili e una battaglia di retroguardia sicuramente perdente. Il bel finale sorridente sembra ridestare, anche nei personaggi più disillusi, un po’ di speranza, trasmettendola, come mi auguro, agli spettatori. Grandissimi gli attori, credibilissimi nella parte difficile che il regista ha voluto assegnare loro, in questo suo ultimo film talvolta surreale nel gioco tragi-comico del rispecchiamento narcisistico che spesso lo rende spiazzante e non tra i più facili: non per tutti, perciò.

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18 risposte a "Il gioco delle coppie"

    • laulilla 4 gennaio 2019 / 12:57

      Il film è deliziosamente snob, cpme puoi aspettarti da Assayas. Buona visione!

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  1. Silvia Lo Giudice 12 gennaio 2019 / 16:28

    Lo andrò a vedere oggi pomeriggio. Sono molto curiosa del finale sorridente che mi hai anticipato. Poi ti saprò dire. Il film di Martone non ti interessa? Io, a pelle, non ne sono convintissima, sarei più attratta da Vice. I film di Martone sono un po’ ridondanti ma nel complesso non mi dispiacciono.

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      • Silvia Lo Giudice 13 gennaio 2019 / 12:56

        Non per tutti, ben detto, ma non perché sia un film troppo intellettuale e concettuale, ma perché troppo ambizioso e quindi non completamente riuscito. Mi hanno insegnato che non bisogna dire che Romeo e Giulietta si amano ma farlo capire attraverso i loro comportamenti. Ora l’interessantissima questione dell’era digitale che soppianta la scrittura tradizionale, dell’e-book, dell’audiolibro, dell’aumento degli scrittori rispetto ai lettori, dell’enorme quantità della parola scritta che si produce oggi (questioni di cui, almeno nel mio ambiente, si dibatte quotidianamente e che in molti casi nel film si concretizzano in considerazioni già sentite e, soprattutto, lette) è affidata per lo più a una polifonia di personaggi in cui ci sono poche voci soliste. Le tante melodie si confondono e il film perde, proprio per questo, ritmo, creando vuoti di noia. Il regista ha voluto ragionare sulle novità del XXI secolo inserendo nel contesto riflessivo, per renderlo più intrigante, la storia di due coppie e un’amante del marito di una delle due mogli, la quale accetta ipocritamente il tradimento, e una delle ragioni è che anche lei ha un amante, che è niente meno lo scrittore a cui suo marito pubblica i libri, insomma l’altro uomo della coppia maschile. Facendo una metafora con la scrittura, è come se un autore volesse scrivere un saggio sulla modernità inserendoci una prevedibile storia di infedeltà coniugali. La seconda parte funziona – perché la storia è credibile e gli attori sono bravi – l’altra, quella speculativa, si perde perché è più detta che mostrata dai personaggi. Ecco perché ho esordito scrivendo che il progetto di Assayas è ambizioso. I temi che sono stati disegnati con prepotente evidenza – e quindi più riusciti – sono il narcisismo dello squallido scrittore (ma un po’ di tutti) e il desiderio da parte della giovanissima amante dell’editore (la quale è ovviamente il personaggio-figlio dell’era digitale) di essere consapevole di un cambiamento epocale e di volerlo gestire secondo una propria visione del mondo. Non capisco però perché il regista abbia voluto, a un certo punto, mostrarci la sua propensione per le donne: forse perché trovarsi a proprio agio nel secondo millennio ti porta a una precoce consapevolezza del tuo orientamento sessuale? Oppure è la stessa latente aurea saffica che ci percepisce anche in Sils Maria? Non avendo un’opinione certa sulle possibile ragioni, l’ho trovata una sequenza inutile. Invece è molto bello e riuscito il dialogo tra l’editore e sua moglie, davanti alla tisana bollente. La Binoche (un po’ sciupata) vorrebbe far pubblicare a suo marito editore l’ultimo libro del suo amante scrittore, perché a lei piace ma, sottilmente (almeno a me ha comunicato questo) perché l’autore, che mette nei suoi libri tutta la sua vita sentimentale anche quella piccante, in questo si è ispirato a lei. L’editore. suo marito, che forse ha capito tutto del legame tra i due, le fa notare come nel romanzo lo scrittore tratti la donna come un oggetto di piacere e per dare una lezione alla moglie traditrice, che pratica una fellatio durante la proiezione di un film di culto (che nella realtà era un film commerciale) lo pubblica.
        Sono d’accordo sul finale sorridente, perché lo sguardo di Valérie è limpido e sincero anche dietro le lenti, è uno sguardo che sa capire e perdonare e sperare che il rapporto con suo marito, l’insulso scrittore di romanzi o autobiografie romanzate, possa migliorare (Valérie è l’unico personaggio con cui sono entrata in empatia). Nonostante alcune scene siano molto schiette, nel complesso non mi sento di consigliare questo film-saggio-mancato. I film sono grandi quando comunicano a tutti. Il primo che mi viene in mente è Tutto su mia madre.
        Un’ultima curiosità, che questa volta riguarda il tuo rapporto con i registi. Martone non è un regista tuo. Significa che non ti è piaciuto nessuno dei suoi film? Grazie delle tue recensioni. Se vedo i film che hai visto anche tu, è un onore confrontarmi con te. Buon domenica

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        • laulilla 13 gennaio 2019 / 15:20

          Rsponderò alle tue osservazioni, partendo dalla tua affermazione che spiega anche molte delle tue riserve su questo film, nonché certe tue predilezioni più che legittime, ma che appartengono a te, non a me.
          L’affermazione è: “I film sono grandi quando comunicano a tutti”, che personalmente non condivido. Cerco di spiegarmi: i film sono opere creative, molto complesse, tecnicamente ma anche culturalmente, come altre opere creative: poemi, romanzi, poesie, opere teatrali, o come le opere delle arti figurative e musicali. In cima della colonna destra del mio blog trovi le parole di uno scrittore e pioniere della critica cinematografica italiana, Pietro Bianchi

          che ho ritenuto di condividere pubblicamente e che ti invito a meditare: sono esattamente i concetti a cui si ispira la mia visione dei film, che rifugge da ogni semplificazione a cui le opere seriali della nostra TV hanno abituato il pubblico.
          Nessuna opera creativa complessa, a qualsiasi arte appartenga, parla a tutti: inutile illudersi. Non nego che molti film annoino, ma mi chiedo se questa noia non sia la stessa che mette in fuga la maggior parte delle persone dai teatri lirici se mettono in cartellone le opere polifoniche o dodecafoniche del ‘900, o che sbadigliano leggendo Joyce o vedendo film di Bergman o di Larrain. Se dico che un film, secondo me, non è per tutti, mi riferisco a quel tipo di pubblico che non capirebbe, o non capirebbe del tutto, convinta come sono con David Hume che “la bellezza delle cose esista nella mente di chi le contempla”. Perché Martone non è un mio regista? una risposta si trova nella mia recensione (e nel dibattito che ne è scaturito) a Il giovane Favoloso

          Molto cinema italiano di oggi rientra nella categoria del cinema non mio: troppo televisivo, probabilmente! Grazie del commento. Un saluto e Buona domenica anche a te.🙂

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          • Silvia Lo Giudice 13 gennaio 2019 / 15:43

            Un’opera grande e di valore universale non è necessariamente una semplificazione. Sono sicura, come già è capitato, che troverò la bellezza nello stesso film in cui l’hai contemplata tu. Ci sono tanti film da vedere e da rivedere. A presto

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            • laulilla 13 gennaio 2019 / 16:52

              Non so se esista un’opera grande e di valore universale: non mi sembra esistere un’equivalenza necessaria fra grandezza di un’opera e sua universalità, perché il concetto di universalità mi sembra prescinda, nelle tue parole, dalla relatività dei valori accettati, a seconda del momento storico o geo-politico. Approfitto di questo spazio per rispondere anche all’altra tua osservazione, per evitare che lo stringersi dello spazio che si verifica in seguito al susseguirsi dei commenti, renda il tutto illeggibile. Ti prego, pertanto di non cliccare più su rispondi, ma di aprire un nuovo commento.
              Ecco qui, dunque:
              Non ho mai affermato che l’Inferno di Dante sia un’opera semplice. Nessuno resiste al suo fascino solo a patto che il lettore conosca la lingua del Trecento e che si limiti alla lettura dei canti più noti, quelli esaltati dai critici romantici. È significativo che, parlando di Dante, tu non citi il Paradiso, che per me è una delle letture più divertenti e affascinanti che si possano fare, perché, proprio come ho scritto prima, “la bellezza delle cose esiste nella mente di chi le contempla”. Aggiungo che la mente di chi le contempla è tanto più disposta ad accettare, quanto più è ricca di conoscenze. Si può, naturalmente, comprendere solo in parte, come accade e come è sempre accaduto, però l’analisi critica non può che giovarsi delle interpretazioni storiche che si sono susseguite nel corso del tempo e che appartengono a tutti coloro che amano approfondire.

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              • Silvia Lo Giudice 13 gennaio 2019 / 19:54

                Non ho citato il Paradiso ma neppure il Purgatorio… Che dire: sarà che la disperazione mi stringe più della felicità Buona serata

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                • laulilla 13 gennaio 2019 / 21:57

                  Che dire? Che ti interessa, evidentemente, la lettura psicologica delle opere creative, ovvero che ritieni indispensabile l’identificazione dei fruitori per comprendere un romanzo, un poema, un film ecc. È una convinzione che rispetto, è legittima, ma è datata e poco seguita dall’analisi critica di oggi.

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          • Silvia Lo Giudice 13 gennaio 2019 / 15:48

            Dopotutto non puoi affermare che l`Inferno di Dante sia un’opera semplice. Eppure ti giuro che nessuno ma proprio nessuno resiste al suo fascino. Anche oggi

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  2. Renza 12 gennaio 2019 / 16:32

    Mi è piaciuto molto, questo film , Laulilla. Nelle pieghe, ci rivela molte cose : di come si parli troppo, nelle conversazioni; di come si parli un po’ oziosamente anche, ignorando, mentre si pontifica, la geografia più vicina a noi. Di come sia possibile “ parlarsi senza parlare” , dicendo cose imbarazzanti e penose non solo senza insultare la persona con cui si parla, ma anche rispettando la sua sensibilità. La scena tra Alain e Sèlene sul manoscritto di Leonard è una pagina di grande cinema. Poi, la tipologia umana è varia, complessa. Alain che si prende in carico la modernità dei libri, senza condividerla; Laure che accoglie acriticamente il nuovo e dice “ non ho opinioni in merito”. E poi Leonard, insopportabile narcisista, che vive nel suo angolo di critica radicale, godendo di privilegi professionali e personali. Bravissimo Vincent Macaigne a rendere fastidioso – così mi è apparso- questo scrittore che impudicamente rivela di sé e degli altri. Quanto diverso dal medico di Agnus dei!
    .Aspetto la tua prossima recensione. Un abbraccio.

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    • laulilla 12 gennaio 2019 / 16:53

      Sono, come puoi immaginare, molto d’accordo con te. Leonard è reso benissimo nel suo querulo infantilismo da Macaigne, attore che, come sai, ho sempre molto ammirato e che qui, infine, trova una positiva risposta alle sue ansie e alle incertezze da bambino viziato. Un film molto acuto e intelligente come sempre quelli di Assayas e con un grandissimo Canet, interprete davvero eccezionale di un personaggio pieno di contraddizioni. La mia prossima recensione (che non è una vera recensione, ma una riflessione su Suspiria, il remake del film di Dario Argento), ad opera di Luca Guadagnino, sta per arrivare. Un abbraccio anche a te.

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