Roma

recensione del film:
ROMA

Regia:
Alfonso Cuarón

Principali interpreti:
Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf, Daniela Demesa, Diego Cortina Autrey, Carlos Peralta, Nancy García García, Verónica García, Andy Cortés, Fernando Grediaga, Jorge Antonio Guerrero, José Manuel Guerrero Mendoza, Latin Lover, Zarela Lizbeth Chinolla Arellano, José Luis López Gómez, Edwin Mendoza Ramírez, Clementina Guadarrama, Enoc Leaño, Nicolás Peréz Taylor Félix, Kjartan Halvorsen – 135 min. – Messico, USA 2018

Leone d’oro a Venezia due mesi fa,  il film è stato, prima e dopo il premio, al centro di polemiche interminabili* che non ne hanno mai messo in  discussione, tuttavia, la qualità straordinaria, universalmente riconosciuta.

Quest’ultima opera di Alfonso Cuarón aveva avuto una lunghissima gestazione: il regista messicano ha dichiarato più volte che da almeno dodici anni sognava di realizzare un soggetto che, ripercorrendo la storia della propria infanzia a Città del Messico, nel quartiere residenziale della borghesia chiamato ROMA, facesse rivivere il clima di convivenza gioiosa nella grande casa familiare, fin tanto che era stato presente, sia pur per brevi periodi, il padre, brillante professionista, che un giorno, fingendo un viaggio di lavoro avrebbe lasciato per sempre quella dimora e quegli affetti. Siamo nel 1971, anno cruciale per il Messico, alla vigilia della feroce mattanza di più di cento studenti che manifestavano per i diritti civili **,  che avrebbe coinvolto direttamente due delle quattro donne della famiglia: la nonna e la giovane Cleo, la tata mexteca (memorabile Yalitza Aparicio), sfiorate dall’eccidio mentre si trovavano in un negozio di mobili. 

“Il mio film è il più autobiografico possibile, diciamo che l’80, 90% di quello che vediamo viene dalla mia memoria e dalla storia del personaggio vero che ha ispirato Cleo, la tata che per me era come una mamma […] quando cresci con qualcuno che ami, non metti in discussione la sua identità. Ora da adulto ho cercato di vedere Cleo come una donna di origini indigene, appartenente alla classe operaia, allora era solo lei” (dalle dichiarazioni del regista rilasciate a  Chiara Ugolini)

Nella grande casa, dunque erano rimaste quattro donne (la madre, la nonna e due inservienti indigene di origine mexteca), oltre ai quattro bambini e al cane: al loro coraggio, dunque, il compito di affrontare la difficile nuova realtà, nella consapevolezza di essere sole, come spesso accade, nei momenti difficili e dolorosi della vita.
Era sola Cleo, lasciata a se stessa non appena aveva detto al suo Firmin della gravidanza; era sola la nonna, la prima a soccorrerla e a starle vicino durante la terribile giornata della repressione anti-studentesca; era sola la madre tradita, che aveva dovuto portare al mare i suoi quattro bambini per informarli (impossibile dimenticare i loro singhiozzi, mentre il regista lascia in primo piano lei e le altre donne) dell’allontanamento del padre, che intanto, da beato incosciente, si stava portando via i suoi mobili, i suoi oggetti e i suoi libri. Con tutti loro avrebbe condiviso il proprio futuro anche l’altra inserviente mexteca, che si occupava della cucina, delle scorte e, insieme a Cleo,  della pulizia della casa, sempre allegramente disordinata e sporca, poiché i piccoli ne occupavano interamente tutti gli spazi, lasciando, come spesso accade, in ogni stanza, i loro giochi, i loro abiti, i loro quaderni, le tracce della loro presenza e del loro passaggio, mentre il cane, riottoso al guinzaglio, lasciava un po’ dappertutto le sue cacche. Su Cleo, soprattutto, però, si appunta l’attenzione di  Cuarón, che ci ha dato di lei un ritratto molto complesso; a mia memoria, uno dei ritratti femminili più veri e profondi della storia del cinema.

Fin dal suo esordio, il film ci appare come un’opera di grande bellezza formale, qualche volta persino un po’ compiaciuta (ma il difetto è molto lieve), molto citazionista e, così è parso a me, ma non solo a me, un poco autocitazionista. Se la ricostruzione del passato mantiene pressoché sempre i toni dell’elegia commossa e ironica, non mancano i momenti di alta drammaticità, asciutta e dolorosissima, come quelli dell’eccidio, o quelli del parto drammatico di Cleo e del tormentoso senso di colpa che ne connota il difficilissimo rapporto con la maternità, che si realizza pienamente, invece, nel suo speciale rapporto coi piccoli di casa, accuditi tutti con amorosa pazienza e abnegazione (grandi le scene del loro salvataggio nel mare in tempesta, fortemente simboliche del suo ruolo protettivo e indispensabile in quell’anno per tutti terribile e decisivo).

La volontà del regista, quanto mai opportuna per ricostruire un’epoca così lontana nel tempo, di girare il suo Amarcord in un luminosissimo e giustamente appena ingiallito bianco e nero sembrava un ostacolo insormontabile ai produttori americani a cui egli lo aveva proposto. Fu Netflix a credere nel progetto e a garantire i finanziamenti e gli attori necessari al suo compimento, che diventò, allora, molto veloce: meno di due mesi, ciò che, insieme alla rapidità del montaggio e alla eccellente professionalità degli interpreti, tutti molto bravi, ma poco noti, permise di contenerne i costi senza penalizzarne la bellezza e il contenuto emozionale.

Il film è stato visibile per tre giorni nelle sale italiane, (3-4-5 dicembre) scelte dalla distribuzione di Il Cinema Ritrovato (Cineteca di Bologna), per concessione di Netflix che lo trasmetterà dal 14 dicembre gli abbonati della sua piattaforma. Qualche sala continua a programmarlo, presentandolo in versione originale sottotitolata, non essendo stato doppiato.

Senza entrare nel merito della diatriba, che la brevissima durata  della programmazione ha rinfocolato, faccio presente che solo un grande schermo e l’attrezzatura necessaria per raccogliere i sofisticati effetti sonori del film, molto bello in ogni caso, può restituirne per intero la grande suggestione! È un invito a non esitare a vederlo.

*Le contestazioni, tutt’altro che irrilevanti, riguardano il futuro stesso del cinema, per le ragioni molto chiaramente espresse su alcuni siti Web a cui rimando gli interessati:

https://www.internazionale.it/bloc-notes/francesco-boille/2018/09/11/mostra-venezia-premi

https://www.internazionale.it/bloc-notes/piero-zardo/2018/09/13/netflix-che-bel-problema

**La strage del 10 giugno fu  perpetrata da squadre paramilitari, a sostegno della polizia, che massacrarono a freddo più di cento studenti fra quelli che manifestavano per i diritti civili, inseguendoli nei negozi, nei portoni e negli appartamenti dove si erano rifugiati per sfuggire alla polizia, proprio nel quartiere ROMA.

 

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11 risposte a "Roma"

  1. Renza 14 dicembre 2018 / 18:44

    Cara Laulilla, come sempre i tuoi approfondimenti sono essenziali nella rimeditazione dei film visti. Dunque ” Roma”, qui a Bologna, è ancora in proiezione: alla sala della Cineteca e anche in un cinema parrocchiale. E’ un bel film, non vi sono dubbi, ma io ho avuto l’ impressione, nella prima parte, di un eccesso di autocompiacimento…memoriale. Come se il regista, nel dilungarsi un po’ troppo a raccontarci della sua infanzia dorata, parlasse molto a sè e riuscisse poco a trasmettere all’ esterno quelle emozioni. Impressione molto soggettiva, probabilmente. Le seconda parte invece decolla e rende la vicenda più intensa e tragica. Grazie e un carissimo saluto.

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    • laulilla 14 dicembre 2018 / 20:32

      Cara Renza, anch’io ritengo che un po’ di autocompiacimento sia presente nella prima parte del film: in un primo tempo anche a me era sembrato eccessivo, soprattutto dopo essermi irritata per la breve autocitazione da Gravity. Considerando, però, l’insieme dell’opera, sono stata portata a indulgere, perché infine il film mi è sembrato convincente e anche molto interessante. Se meritasse il Leone d’oro non sono in grado di giudicare, avendo visto pochi altri film in concorso! In ogni caso, non il solito film, e questo è già molto! Se riesci, non perdere Tre volti dell’iraniano Panahi, altro bellissimo film, a sua volta insolito! Un abbraccio e un ringraziamento per il passaggio.

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  2. Renza 14 dicembre 2018 / 22:21

    “Tre volti” è in attesa, credo che lo vedrò presto. Ho dimenticato di ringraziarti per i link, che mi sono stati molto utili nell’ ampliare la visione di questo e di altri film. Un abbraccio a te , cara Laulilla.

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    • laulilla 14 dicembre 2018 / 23:06

      Ma grazie, Renza. Faccio il possibile per arricchire con un po’ di documentazione le recensioni, in modo che quelli che mi leggono riescano ad approfondire, se vogliono, le questioni sul tappeto, che non riguardano solo il cinema, ma l’intera industria culturale e il modo attraverso il quale la cultura arriva a noi, cinefili, lettori, spettatori, fruitori. Per questo Roma le polemiche non sono mai finite. Ancora ieri sera leggevo sui Cahiers du Cinema di ottobre le note avvelenate contro Venezia e il premio, di cui, tuttavia, sia pur a denti stretti, veniva riconosciuta la qualità. Va detto che Cannes aveva sbarrato le porte a questo film, pretendendo che i film delle piattaforme main stream debbano garantire un anno di proiezione nelle sale per essere ammesse ai Festival in terra di Francia. La politica protezionistica ha una lunga tradizione nella Francia di Colbert e di Luigi XIV, ma oggi, in piena globalizzazione che cosa può davvero proteggere? Forse meglio dei muri, ponti e trattative potrebbero offrire una mediazione, un compromesso accettabile senza vincitori né vinti. Ti sono molto grata per l’apprezzamento che mi conforta a continuare. Ciao, carissima!

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  3. Renza 16 dicembre 2018 / 16:35

    Cara Laulilla, il discorso è molto interessante, per il cinema e per tutto il resto. Stante la golobalizzazione, non si rischia la lotta contro i mulini a vento? La decisione di Cannes però mi piace , non vincerà i grandi colossi, ma ribadisce , mantiene memoria di una diversità.
    Il problema di adeguarsi o meno – non al famigerato ” progesso”- ma alla direzione del futuro imposta dai colossi per motivi commerciali- è aperto. Mi sono rimaste molto impresse le parole del filosofo Biagio De Giovanni, in un’ intervista ad Antonio Gnoli, su Repubblica : Oltre un certo livello, la sopportazione del nuovo può diventare patologia.. La scommessa è trovare il discrimine del livello, ed è – io credo- un impegno quotidiano a cui dobbiamo dedicarci. Un abbraccio.

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    • laulilla 16 dicembre 2018 / 17:34

      Sì, sono d’accordo: le risposte non sono facili, ma occorre trovarle perché ci sarà pure una via di mezzo fra il laissez faire dei liberisti a oltranza e le chiusure orgogliose che rischiano il donchisciottismo: la Francia, che complessivamente sul cinema e in generale sulla cultura si permette una politica di lungo respiro, lontanissima anni luce dalla nostra dei pochi, maledetti e subito non permette che Roma si presenti né a Cannes, né ad altri Festival sul suo territorio, ma non può impedire, tuttavia, che i francesi se lo vedano in TV attraverso lo streaming di un colosso. Forse era meglio trattare, allora! Grazie e un abbraccio a te!🤗

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  4. nerdreamer 17 dicembre 2018 / 00:38

    Un film insolito al giorno d’oggi è oro colato. È valsa la pena di vederlo ed è valsa la pena di leggere queste parole per curiosità “post visione” che mi hanno messo a caccia di pareri sul web. Concordo quasi con ogni singola parola. Complimenti.

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  5. Silvia Lo Giudice 7 gennaio 2019 / 08:39

    Ho visto Roma su Netflix, comodamente sdraiata sul mio divano. Mi è piaciuto molto, non solo per i pregi che tu evidenzi, ma perché ho adorato una tata e ho avuto una famiglia che mi ha ricordato quella raccontata da Cuaron.
    Ogni scena è preziosa, con un simbolismo spiccato, e quasi pittorica. L’ultima, quando la tata, che non sa nuotare, porta in salvo i bambini travolti dalle onde, con quei corpi aggrovigliati nell’abbraccio della salvezza, ricorda un’analoga piramide umana avvinta dalla disperazione e dipinta da Gericault nella zattera della Medusa. Grandissimo film, veramente. Tutto vero, tutto forte, come la forza delle donne protagoniste.

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