Buon 2019!

I MIEI AUGURI PER L’ANNO NUOVO, NATURALMENTE CON UN PO’ DI CINEMA: 

Un Capodanno tempestoso – da IL FILO NASCOSTO di Paul Thomas Anderson (2017):

Un Capodanno romantico – da HARRY, TI PRESENTO SALLY  di Rob Reiner (1989):

E, infine, un Capodanno sorridente e saggio – da BASTA CHE FUNZIONI di  Woody Allen (2009):

FELICE ANNO NUOVO!
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Cold War

recensione del film:
COLD WAR

Titolo originale:
Zimna wojna

Regia:
Pawel Pawlikowski

Principali interpreti:
Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc, Agata Kulesza, Cédric Kahn, Jeanne Balibar, Adam Woronowicz, Adam Ferency, Jacek Rozenek, Martin Budny – 85 min. – Polonia 2018

“Ogni grande amore reca con sé il pensiero crudele di uccidere l’oggetto dell’amore così da sottrarlo una volta per tutte al giuoco perverso del mutamento: perché l’ amore ha ribrezzo del mutamento più ancora che della distruzione”F. Nietzsche – Umano, troppo umano

L’amore appassionato fra i due protagonisti del film era nato sullo sfondo della Polonia smembrata, ridotta in macerie e costretta nell’orbita dei paesi satelliti dell’Unione Sovietica, dopo la II guerra mondiale. In un pesante clima di diffidenza, Viktor, direttore della Scuola di Musica  e di canto popolare, percorreva le campagne su un camion alla ricerca delle ricche tradizioni folkloriche del paese e di giovani talenti del canto e della danza che fossero in grado di farle rivivere nel clima politico nuovo*.
Si erano incontrati in quelle circostanze,  Zula (Joanna Kulig)  bionda e giovane, dal volto delicato, dalla voce meravigliosa e dal passato oscuro e Viktor (Tomasz Kot), molto meno giovane, pensoso, dal dolce sorriso malinconico. Si erano piaciuti subito, e molto presto amati appassionatamente. Il colpo di fulmine era stato di quelli destinati a resistere anche ai momenti difficili (non pochi), alle lusinghe e alle minacce del potere, nonché alle lunghe separazioni imposte dalla lontananza. Lui, poco interessato al folklore tradizionale, si era trasferito in esilio volontario a Parigi, per coltivare le proprie aspirazioni di jazzista; lei, che non si era sentita di seguirlo, era rimasta in patria per diventare, trascinata dal successo, una star di prima grandezza, in grado di farsi apprezzare in Polonia come a Mosca, ma anche in tournée: a Berlino; sulla costa dalmata o nella stessa Parigi.

Lo spostarsi di Zula offriva alla coppia l’occasione per rivedersi e per rinnovare la passione, che conosceva anche i momenti duri dello scontro e dell’odio, inevitabili per la diversità della cultura e delle aspirazioni, ma soprattutto per la natura totalizzante dell’amore vero e profondo che tende ad annullare l’altro come bene aveva intuito Nietzsche dal quale ho tratto la citazione dell’incipit. Il regista ce lo racconta per sequenze ellittiche relativamente brevi, lasciando che sia la nostra immaginazione a colmare il vuoto fra un incontro e l’altro, irrilevante a paragone dell’eccezionale continuità dolorosa di un amore che, nella tragica e magnifica conclusione, trova infine la dimensione, a lungo perseguita da entrambi, dell’eternità.

Avez-vous perçu ce silence absolu qui résonne sur terre juste avant la tombée de la nuit? Seule une oreille tendue vers le rayonnement profond des êtres peut le capter, échappant aux bruits parasites. Ce qu’on appelle “un couple”, au sens inaccessible du terme, se forme lorsque deux personnes entendent ce rayonnement en chacune d’elles, réciproquement et dans le monde alentour. Personne d’autre ne peut s’y immiscer. (Julia Kristeva – da L’Horloge enchantée).

Il tema della passione amorosa fra estasi e tormenti è l’elemento di maggiore interesse del film: situazioni e personaggi sembrano evocare, con molta finezza, illustri precedenti cinematografici (alcune storie “nere”di Truffaut, la mitezza innocente di Karol Karol nel Film bianco di Kieslowski…), ma anche, probabilmente, letterari: lo sfuggirsi e il  riprendersi; il riso e il pianto, l’odio e l’amore hanno remote radici nella poesia, nel teatro e anche nel melodramma, quasi sicuramente parte del background culturale del bravo Pawel Pawlikowski, che con quest’ultimo suo film, quest’anno, a Cannes ha ottenuto la Palma per la miglior regia.

Un bellissimo bianco e nero** e l’insolito formato 4:3 sottolineano la distanza nel tempo dei fatti raccontati, probabilmente ispirati a Pawlikowski da una storia di famiglia, che ai genitori, infatti, ha dedicato questo lavoro.
Nel film la musica assume varie funzioni narrative: quella folklorica avvia la storia degli amanti e scandisce i successi di Zula; il jazz che Viktor suona nelle cave di Parigi ne evidenzia il carattere malinconico e triste; infine, il rock di Elvis Presley, negli anni ’60, che scatena la danza della infaticabile Zula sul tavolo di un locale parigino, ci porta verso la fine di un’epoca, preparando la conclusione della storia del grande amore, favorito dal dopoguerra della povertà diffusa e delle illusioni. Gli interpreti, ottimamente diretti, lasciano in noi un’impressione profonda di verità, così come il film, a tratti disuguale, ma sicuramente bello, insolito e da vedere.

*1949- 1964: è il quindicennio in cui si svolge la storia del film.La seconda guerra mondiale era alle spalle, ma si stava profilando la realtà della guerra fredda fra l’Unione Sovietica e gli USA, di cui l’Europa, ridefinita nei confini nazionali, stava facendo le spese. L’Unione Sovietica seguiva con preoccupazione il risorgere delle nostalgie separatiste presenti in vasti territori polacchi, direttamente o indirettamente, finiti sotto la propria egemonia politica dopo la catastrofe bellica e cercava di ottenere, anche attraverso il ricupero delle tradizioni popolari, il consenso delle masse ostili.

**come nel suo precedente Ida.

La tregua di Natale

Care lettrici, cari lettori.

Mancano pochi giorni al Natale, che come sempre vi auguro di trascorrere serenamente fra gli affetti più cari.
Questa volta, come vedete, non vi dedico una bella musica natalizia, ma il frammento di un film, coerente col carattere cinefilo di questo blog.
È una breve clip dal film (2005) Joyeux Noël del regista francese Christian Carion che mi è sembrata particolarmente adatta al Natale del 2018 per la grande commozione che sa suscitare evocando un un episodio della prima guerra mondiale (l’anniversario, a un secolo dalla sua conclusione, è stato commemorato in Italia lo scorso 4 novembre).
Ho anche, però, sentito attualissimo il messaggio di pace, che quel vecchio film sa trasmettere in un anno un cui abbiamo visto, sgomenti, il crescere universale dell’odio, della rabbia, della paura.

Che questo Natale segni l’inizio di un cambiamento dei cuori e del sentire: un vero Natale di pace!
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Chi vuole conoscere meglio i dettagli della tregua miracolosa, ricostruita nel film, clicchi QUI 

Roma

recensione del film:
ROMA

Regia:
Alfonso Cuarón

Principali interpreti:
Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf, Daniela Demesa, Diego Cortina Autrey, Carlos Peralta, Nancy García García, Verónica García, Andy Cortés, Fernando Grediaga, Jorge Antonio Guerrero, José Manuel Guerrero Mendoza, Latin Lover, Zarela Lizbeth Chinolla Arellano, José Luis López Gómez, Edwin Mendoza Ramírez, Clementina Guadarrama, Enoc Leaño, Nicolás Peréz Taylor Félix, Kjartan Halvorsen – 135 min. – Messico, USA 2018

Leone d’oro a Venezia due mesi fa,  il film è stato, prima e dopo il premio, al centro di polemiche interminabili* che non ne hanno mai messo in  discussione, tuttavia, la qualità straordinaria, universalmente riconosciuta.

Quest’ultima opera di Alfonso Cuarón aveva avuto una lunghissima gestazione: il regista messicano ha dichiarato più volte che da almeno dodici anni sognava di realizzare un soggetto che, ripercorrendo la storia della propria infanzia a Città del Messico, nel quartiere residenziale della borghesia chiamato ROMA, facesse rivivere il clima di convivenza gioiosa nella grande casa familiare, fin tanto che era stato presente, sia pur per brevi periodi, il padre, brillante professionista, che un giorno, fingendo un viaggio di lavoro avrebbe lasciato per sempre quella dimora e quegli affetti. Siamo nel 1971, anno cruciale per il Messico, alla vigilia della feroce mattanza di più di cento studenti che manifestavano per i diritti civili **,  che avrebbe coinvolto direttamente due delle quattro donne della famiglia: la nonna e la giovane Cleo, la tata mexteca (memorabile Yalitza Aparicio), sfiorate dall’eccidio mentre si trovavano in un negozio di mobili. 

“Il mio film è il più autobiografico possibile, diciamo che l’80, 90% di quello che vediamo viene dalla mia memoria e dalla storia del personaggio vero che ha ispirato Cleo, la tata che per me era come una mamma […] quando cresci con qualcuno che ami, non metti in discussione la sua identità. Ora da adulto ho cercato di vedere Cleo come una donna di origini indigene, appartenente alla classe operaia, allora era solo lei” (dalle dichiarazioni del regista rilasciate a  Chiara Ugolini)

Nella grande casa, dunque erano rimaste quattro donne (la madre, la nonna e due inservienti indigene di origine mexteca), oltre ai quattro bambini e al cane: al loro coraggio, dunque, il compito di affrontare la difficile nuova realtà, nella consapevolezza di essere sole, come spesso accade, nei momenti difficili e dolorosi della vita.
Era sola Cleo, lasciata a se stessa non appena aveva detto al suo Firmin della gravidanza; era sola la nonna, la prima a soccorrerla e a starle vicino durante la terribile giornata della repressione anti-studentesca; era sola la madre tradita, che aveva dovuto portare al mare i suoi quattro bambini per informarli (impossibile dimenticare i loro singhiozzi, mentre il regista lascia in primo piano lei e le altre donne) dell’allontanamento del padre, che intanto, da beato incosciente, si stava portando via i suoi mobili, i suoi oggetti e i suoi libri. Con tutti loro avrebbe condiviso il proprio futuro anche l’altra inserviente mexteca, che si occupava della cucina, delle scorte e, insieme a Cleo,  della pulizia della casa, sempre allegramente disordinata e sporca, poiché i piccoli ne occupavano interamente tutti gli spazi, lasciando, come spesso accade, in ogni stanza, i loro giochi, i loro abiti, i loro quaderni, le tracce della loro presenza e del loro passaggio, mentre il cane, riottoso al guinzaglio, lasciava un po’ dappertutto le sue cacche. Su Cleo, soprattutto, però, si appunta l’attenzione di  Cuarón, che ci ha dato di lei un ritratto molto complesso; a mia memoria, uno dei ritratti femminili più veri e profondi della storia del cinema.

Fin dal suo esordio, il film ci appare come un’opera di grande bellezza formale, qualche volta persino un po’ compiaciuta (ma il difetto è molto lieve), molto citazionista e, così è parso a me, ma non solo a me, un poco autocitazionista. Se la ricostruzione del passato mantiene pressoché sempre i toni dell’elegia commossa e ironica, non mancano i momenti di alta drammaticità, asciutta e dolorosissima, come quelli dell’eccidio, o quelli del parto drammatico di Cleo e del tormentoso senso di colpa che ne connota il difficilissimo rapporto con la maternità, che si realizza pienamente, invece, nel suo speciale rapporto coi piccoli di casa, accuditi tutti con amorosa pazienza e abnegazione (grandi le scene del loro salvataggio nel mare in tempesta, fortemente simboliche del suo ruolo protettivo e indispensabile in quell’anno per tutti terribile e decisivo).

La volontà del regista, quanto mai opportuna per ricostruire un’epoca così lontana nel tempo, di girare il suo Amarcord in un luminosissimo e giustamente appena ingiallito bianco e nero sembrava un ostacolo insormontabile ai produttori americani a cui egli lo aveva proposto. Fu Netflix a credere nel progetto e a garantire i finanziamenti e gli attori necessari al suo compimento, che diventò, allora, molto veloce: meno di due mesi, ciò che, insieme alla rapidità del montaggio e alla eccellente professionalità degli interpreti, tutti molto bravi, ma poco noti, permise di contenerne i costi senza penalizzarne la bellezza e il contenuto emozionale.

Il film è stato visibile per tre giorni nelle sale italiane, (3-4-5 dicembre) scelte dalla distribuzione di Il Cinema Ritrovato (Cineteca di Bologna), per concessione di Netflix che lo trasmetterà dal 14 dicembre gli abbonati della sua piattaforma. Qualche sala continua a programmarlo, presentandolo in versione originale sottotitolata, non essendo stato doppiato.

Senza entrare nel merito della diatriba, che la brevissima durata  della programmazione ha rinfocolato, faccio presente che solo un grande schermo e l’attrezzatura necessaria per raccogliere i sofisticati effetti sonori del film, molto bello in ogni caso, può restituirne per intero la grande suggestione! È un invito a non esitare a vederlo.

*Le contestazioni, tutt’altro che irrilevanti, riguardano il futuro stesso del cinema, per le ragioni molto chiaramente espresse su alcuni siti Web a cui rimando gli interessati:

https://www.internazionale.it/bloc-notes/francesco-boille/2018/09/11/mostra-venezia-premi

https://www.internazionale.it/bloc-notes/piero-zardo/2018/09/13/netflix-che-bel-problema

**La strage del 10 giugno fu  perpetrata da squadre paramilitari, a sostegno della polizia, che massacrarono a freddo più di cento studenti fra quelli che manifestavano per i diritti civili, inseguendoli nei negozi, nei portoni e negli appartamenti dove si erano rifugiati per sfuggire alla polizia, proprio nel quartiere ROMA.

 

Tre volti

recensione del film:
TRE VOLTI

Regia:
Jafar Panahi

Principali interpreti:
Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei, Narges Delaram – 102 min. – Iran 2018.

Quest’ultimo bel film di Jafar Panahi, che si muove ancora in auto per raccontare il suo amatissimo e con lui molto ingrato Iran, è un on the road singolare, come il precedente Taxi Teheran (2015). Probabilmente gli è stato più facile, ora, maneggiare la leggera e minuscola telecamera digitale per le riprese, spostandosi a bordo di un fuoristrada, durante il viaggio avventuroso in compagnia della popolare attrice televisiva Behnaz Jafari, che qui interpreta se stessa, come lui, che è insieme il regista, lo sceneggiatore, nonché il principale attore del film. Il percorso, nel Nord-Ovest iraniano, si era rivelato presto molto difficile, lungo l’unica strada, poco più di un sentiero sterrato, che segue tortuosamente i dossi del terreno costringendo le auto a passare una alla volta, dopo una complessa segnaletica … a colpi di clacson. Quella stretta via di passaggio, attraversata da grotte, anfratti e sentieri laterali, costituisce l’indispensabile collegamento dei villaggi sperduti nel territorio compreso fra Azerbaigian, Armenia e il confine orientale della Turchia anatolica, quasi un’enclave iraniana*, popolata da famiglie musulmane, turcofone, organizzate secondo un’arcaica e radicatissima tradizione patriarcale.

L’occasione (pretestuosa?) del viaggio era arrivata attraverso un video-messaggio indirizzato, da quella landa selvaggia, al cellulare di Behnaz Jafari. Era il disperato grido di dolore di Marziyeh Rezaei, giovane aspirante attrice, che forse aveva raccontato in presa diretta il proprio suicidio alla diva famosa, nella speranza che desse almeno visibilità alla denuncia seguita ai troppi inutili tentativi epistolari di avvicinarla perché la introducesse nella carriera per la quale aveva studiato con ottimi risultati a Tehran. Il messaggio era drammatico e insieme ricattatorio: le immagini si interrompevano bruscamente, lasciando intendere la più tragica delle conclusioni, mentre  inquietudine, rabbia e vaghi sensi di colpa si alternavano nell’animo di Behenaz Jafari che, abbandonando il  lavoro si era messa in strada per cercarla, accompagnata da Panahi, come sempre in incognito.
Magnifico l’esordio di questo film, quasi un invito alla sobrietà dei mezzi: per costruire la magia del cinema non servono davvero macchinari costosi e sofisticati. Un cellulare, col suo stretto formato rettangolare, era stato sufficiente per rappresentare il dramma di una donna; un’invisibile telecamera, leggerissima e molto facilmente spostabile,  sarebbe riuscita a farci conoscere un intero universo.
Qui, Panahi ci affascina davvero, raccontandoci, senza intenti documentari, un mondo immerso nella sua realtà arcaica e favolosa, attraverso i tipi umani che incontra, ascoltando le loro storie con cordialità paziente e gentilezza d’animo, pronto a coglierne la varietà, l’aspetto straniante del loro inconscio paganesimo, impermeabile al monoteismo della fede musulmana dichiarata e alle conoscenze fornite dalla scuola.
Compaiono ai nostri occhi le indimenticabili immagini del toro nero vecchio e malato, adagiato con la sua mole enorme lungo la strada, assistito dal suo padrone in attesa che un fantomatico veterinario gli restituisca la focosa sessualità che lo aveva reso redditizio per lui e popolarissimo fra le mucche, che ne percepivano il richiamo e rispondevano col muggito dal fondo della vallata; o quelle del dono speciale con fiocchi e preghiera, (glielo porta la divertita Behnaz), del prepuzio di un neonato appena circonciso, da offrire, in qualche tempio lungo il percorso di ritorno, a una benevola divinità che vegli e  protegga la vita del piccino. Ovunque il rito del te è il segno dell’accoglienza ospitale, è l’invito difficile da rifiutare. Su tutto, lo sguardo di Panahi demiurgicamente ricrea, con mano sicura e mezzi poverissimi, la poesia delle favole antiche. Le donne, purtroppo, chinano il capo, servono gli uomini devotamente e attendono la morte: un’anziana vi si sta preparando con serenità giacendo, al cimitero, nella propria bara per qualche ora ogni giorno e pregando. A quelle che hanno studiato non resta che la fuga, il ritorno alla città, che ancora una volta Panahi è pronto a registrare riprendendolo col suo infallibile sguardo. Un film incantevole, poetico, indimenticabile e ovviamente da vedere.

*cliccando sulla carta sottostante (fonte Wikipedia) vedrete, ingrandita, la complessa situazione dei confini in quella parte di mondo fra l’Azerbaigian, l’Armenia e il confine orientale della Turchia anatolica.