Disobedience

recensione del film:
DISOBEDIENCE

Regia:
Sebastián Lelio

Principali interpreti:
Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola, Cara Horgan, Mark Stobbart, Dominic Applewhite, Sophia Brown, Bernardo Santos, Anton Lesser, Nicholas Woodeson, Allan Corduner – 114 min. – USA 2017

Tornata a Londra per i funerali del padre, Ronit (Rachel Weisz) rivede i parenti e gli amici di gioventù, ben inseriti, ora, nella comunità ebraico-ortodossa nella quale era cresciuta ed era stata educata, ma che aveva volontariamente lasciato da più di vent’anni per non esserne soffocata: teneva troppo ai suoi progetti e alla sua libertà. Se ne era andata a New York, dove aveva messo a frutto l’appassionata conoscenza della fotografia, diventando un’apprezzata artista sperimentale, con un curriculum prestigioso, ricco di mostre e di riconoscimenti.
Aveva saputo della morte del padre, rabbino della comunità londinese e adesso era lì, a rendergli l’estremo saluto, poiché, anche se non aveva più dato notizie di sé, non aveva cessato di amarlo.
A Londra il cugino Dovid (Alessandro Nivola), compagno di giovanili trasgressioni, l’aveva accolta con evidente imbarazzo: era diventato marito di Esti (Rachel McAdams) la sua migliore amica di allora. “Noi tre eravamo una forza”, aveva ricordato Ronit, evocando i giorni della ragazza che era stata, quando, con loro, avrebbe voluto cambiare il mondo. Con Esti aveva avuto una breve storia d’amore, vero scandalo per quel rigido microcosmo yiddish, all’origine del proprio auto-esilio alla volta degli Stati Uniti, unico modo per assicurarsi la possibilità di decidere della propria vita, senza interferire con la fede della comunità di appartenenza e soprattutto senza nuocere al padre e alla sua carriera. Il suo ritorno era stato percepito come una minaccia alla tranquillità raggiunta dall’intera comunità; le sue rassicurazioni circa la breve durata della permanenza londinese non convincevano; persino Dovid diffidava di lei, ora che era insegnante di Tōrāh e candidato alla successione del vecchio rabbino, caduto in Sinagoga mentre pronunciava il suo sermone sull’amore e sulla libertà. Le ribellioni giovanili, come sogni che svaniscono al risveglio, dunque, erano rapidamente rientrate, né i fedeli avrebbero tollerato nuove trasgressioni: Esti sembrava del tutto rinsavita dalle bizzarrie giovanili ed era diventata una brava moglie devota, nonché l’insegnante di inglese della scuola ebraica, apprezzata dai genitori dei piccini che le erano affidati. Questo, almeno, stando alle apparenze, per lo più ingannevoli, come tutti sanno. I severi dettami della Tōrāh, infatti, non erano idonei per imbrigliarne il  cuore, più incline ad ascoltare i dettami d’amore…a quel modo che ditta dentro… perché l’antica fiamma per Ronit non si era mai spenta: lei aveva sperato di rivederla dopo aver avvertito la Sinagoga d NewYork; lei era tornata a corteggiarla appassionatamente, nonostante tenesse davvero molto all’affetto protettivo di Dovid, alla stima della propria comunità e nonostante ora fosse incinta…

Grande narratore di difficili storie femminili, dopo GloriaUna donna fantastica –indimenticabile Oscar* dello scorso febbraio – il regista cileno Sebastian Lelio ci offre con questo bel film  una  nuova prova della sua finezza di ritrattista, originale nel raccontare le donne che osano coraggiosamente sfidare pregiudizi e convenzionu sociali, per realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni. Tutti e tre questi film sono connotati da un clima di tensione sottilmente erotica, fin dalle prime scene: ripenso agli sguardi ammiccanti che Gloria lancia all’uomo che ancora non conosce, ma che con ogni evidenza le piace; ripenso al modo speciale con cui si guardano Marina e Orlando, l’uomo amatissimo col quale convive, nonostante il disprezzo e l’emarginazione a cui si sente condannata. In quest’ultimo sono le parole sacre del Cantico dei Cantici, lette da un commosso Dovid agli studenti, nella prima straordinaria e spiazzante scena, a riverberare la loro sensualità sul resto del film, nel quale l’erotismo femminile assume il duplice aspetto della trasgressione aperta e sincera (Ronit) e del fuoco nascosto che sta per divampare, facendo vacillare acritiche e costrittive certezze (Esti). Ottime le due attrici e ottimo anche Alessandro Nivola, un tormentato Dovid, incerto fino alla fine fra tradizione dottrinale e amorosa compassione. Per la prima volta, Sebastian Lelio ha girato un film lontano dal suo Cile, interamente in lingua inglese per una produzione americana, come quasi tutti gli attori.  Da vedere!

*Migliore film straniero

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The Children Act-Il Verdetto

recensione del film:
THE CHILDREN ACT-IL VERDETTO

Titolo originale:
The Children Act

Regia:
Richard Eyre

Principali interpreti:
Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Anthony Calf, Jason Watkins, Ben Chaplin, Rupert Vansittart, Rosie Boore, Nikki Amuka-Bird, Honey Holmes – 105 min. – Gran Bretagna 2017.

La bella coppia
Fiona, giudice del tribunale di Londra, cercava angosciosamente le ragioni oscure dello sfascio del proprio matrimonio ora che  Jack, suo marito, le aveva confidato la delusione per la sua crescente freddezza e per il suo negarsi da troppo tempo ai rapporti sessuali, ciò che lo aveva indotto a cercarsi un’amante, nonostante si sentisse ancora molto legato a lei, che aveva reagito sferzantemente, esternandogli tutto il proprio disgusto.
Era un brutto momento per lei, che, finora senza scosse, aveva superato le poche difficoltà della sua vita di donna privilegiata, di ottima famiglia e di ottima educazione, che aveva sposato, per amore, Jack più di trent’anni prima, e che con lui era vissuta serenamente, senza sacrificargli la propria carriera: era stata, da giovane, una brillante avvocatessa ed era infine diventata giudice, chiamata dal Tribunale di Londra ad applicare il diritto di famiglia con l’intelligenza e l’umanità che tutti le riconoscevano.
Jack era professore, all’Università, di storia antica e l’amava; si era abituato, come lei, a vivere senza figli, che nessuno dei due aveva escluso per scelta: di comune accordo avevano rimandato il loro arrivo a data da destinarsi, cosicché erano invecchiati, quasi senza accorgersi della loro mancanza; ospitavano volentieri, però, nella grande stanza degli ospiti della loro casa nipoti e nipotini.

Il giudice Fiona e i “suoi” casi difficili
Da qualche tempo si accumulavano sul tavolo di Fiona in Tribunale, e persino a casa sulla sua scrivania, carte e documenti da studiare a fondo. Forse era questa eccessiva mole di lavoro la causa del suo inaridirsi affettivo o forse ne era l’effetto, un alibi per non affrontare prima di tutto con se stessa alcuni nodi irrisolti della sua vita che ora venivano al pettine e le imponevano chiarezza.
Gli ultimi casi giudiziari erano stati davvero impegnativi e avevano sollevato interrogativi insoliti per lei che, sempre serenanente pragmatica, era stata improvvisamente costretta a decidere persino della vita e della morte, ciò che l’aveva profondamente scossa e coinvolta emotivamente: era difficile, del resto, in simili circostanze non interrogarsi sull’esistenza (anche sulla propria) sul ruolo del caso, e sul senso del vivere.
Per la prima volta, probabilmente, quando aveva deciso di autorizzare la separazione di due neonati siamesi (uno dei quali, vivendo a spese dell’altro, stava condannandolo a morire presto insieme a lui), aveva compreso la difficoltà di distinguere nettamente fra il bene e il male, incarnati quasi metaforicamente da quel “mostruoso” viluppo di membra, le cui fotografie strazianti ricomparivano nei suoi incubi notturni.

Era stato però Adam Henry, il diciassettenne malato di leucemia, a porre a Fiona il problema più grave della sua carriera, per le conseguenze imprevedibili del verdetto grazie al quale, autorizzando i medici all’uso della trasfusione di sangue per curarlo, gli aveva restituito la vita, mentre la madre e il padre, Testimoni di Geova come lui che voleva lasciarsi morire, lo invitavano ad affidarsi al dio della loro setta, rifiutando di peccare, contaminandosi col sangue altrui.
Adam dopo le trasfusioni era davvero rinato e ora, per mostrarle la propria gratitudine e il proprio affetto, la seguiva come un’ombra dappertutto, le sottoponeva le sue poesie, le ricordava con la chitarra quel canto che, durante l’incontro all’ospedale, lei gli aveva cantato sulle note di una ballata irlandese che aveva accompagnato una bella lirica di Yeats. L’ultimo loro imbarazzante incontro si era concluso con un tenero bacio dopo il quale Fiona si era vista costretta ad allontanarlo, per sempre, con dolce fermezza. Quando, disgraziatamente, la malattia era tornata, Adam, ormai maggiorenne e padrone di disporre di sé, si era lasciato morire nel ricordo di lei, rifiutando ogni trasfusione, ma lasciandole le poesie che per lei aveva scritto, insieme al rimorso.
Qualche cosa, nel loro rapporto, non aveva funzionato, ma di quella immane tragedia Fiona era davvero responsabile? In fondo non era che una piccola e generosa creatura travolta da una tempesta di dubbi angosciosi, che ora aveva davvero bisogno dell’ascolto amorevole di Jack, unica solida certezza sulla quale ora avrebbe costruito il resto della propria vita.

Dal romanzo al film
Il film ripropone la vexata quaestio dei rapporti fra le opere letterarie e la loro trasposizione cinematografica, che diventa particolarmente interessante nel caso di quest’opera, che Ian McEwan, autore del bellissimo romanzo The Children Act (edito in Italia da Einaudi nel 2014 col titolo La ballata di Adam Henry), ha sceneggiato per il regista Richard Eyre, collaborando attivamente alla realizzazione di questo bel film.
Trasposizione probabilmente non semplice, poiché si trattava di portare sullo schermo la complessa figura femminile di Fiona Maye indagandone la profonda crisi esistenziale, ma limitando (o confinando allo spazio onirico) i flashback e non avvalendosi della voce fuori campo in sostituzione del flusso di coscienza attraverso il quale, nell’opera letteraria, memoria del passato e tempo presente si intrecciano continuamente, delineando il quadro emotivo contraddittorio e incerto nel quale si muove la protagonista.
Occorreva una grande interprete come Emma Thompson per trasmettere, grazie alla profondità espressiva del volto e dello sguardo mobilissimo, nonché alla passione raggelata della recitazione, la complessità emotiva che il romanzo comunica, coinvolgendoci nella lettura. Ritengo, personalmente, che l’impresa sia riuscita.
Notevole anche l’interpretazione di tutti gli altri attori, e soprattutto di un ottimo Stanley Tucci (Jack) e del giovane Fionn Whitehead (Adam)

Quasi nemici-l’importante è avere ragione

recensione del film:
QUASI NEMICI, l’importante è avere ragione

Titolo originale:
Le brio

Regia:
Yvan Attal

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Camélia Jordana, Yasin Houicha, Nozha Khouadra, Yvonne Gradelet, Nicolas Vaude* – 95 min. – Francia 2017. 

Questa volta è toccato a Le Brio, intelligente commedia francese, subire l’affronto dei nostri titolisti, diventando Quasi nemici-l’importante è avere ragione! No comment.

È la storia di Neila (Camélia Jordana), studentessa al primo anno di giurisprudenza (si era iscritta alla prestigiosa Paris II-Pantheon Assas) con l’aspirazione di diventare avvocato, impresa non facile, soprattutto quando, come lei, si abita a Créteil (la banlieu dei cittadini francesi di origine magrebina) e ci si deve adeguare alle levatacce e al sacrificio del proprio tempo per gli spostamenti quotidiani. Per lei, poi, le difficoltà si erano acuite per l’offensiva  accoglienza del professor Pierre Mazard (Daniel Auteil) che l’aveva umiliata con pesanti invettive al suo ingresso, in ritardo, nell’aula gremita in cui egli stava già tenendo la prolusione del corso di diritto. La commedia è costruita a partire da questo contrasto, sfociato ben presto nell’aperta ostilità reciproca, perché Neila mal sopportava le offese alla sua persona, al suo abbigliamento e alla sua esteriore rozzezza, mentre Mazard persisteva nelle sue provocazioni  intollerabilmente razziste e machiste, anche secondo la stragrande maggioranza degli studenti, che infatti aveva chiesto, con tanto di firme, che la Facoltà aprisse un’inchiesta sul comportamento ingiurioso del vecchio “barone”, giudicando se fosse compatibile con la sua cattedra: vero grattacapo per l’Università, che si giovava dell’apporto indiscutibilmente competente e prestigioso dell’intrattabile professore. L’annuale gara di eloquenza, fra le università parigine, sarebbe servita a rimandarne l’allontanamento, mettendone alla prova l’imparzialità di giudizio: Mazard avrebbe preparato Neila a questa gara, per dimostrare che al di là dei suoi modi sprezzanti, ciò che gli stava davvero a cuore altro non fosse che il bene degli studenti, Neila compresa. Il singolare Pigmalione, sarebbe stato davvero in grado di educare la sua Galatea? Dovrete vedere il film per saperlo, tenendo presente, però, che l’interesse del film non è tanto nella descrizione di un conflitto-scontro di culture (déja vu) che in una commedia si compone in ogni caso, quanto piuttosto nella riflessione acuta e brillante sul linguaggio della comunicazione fra gli uomini, complessa questione non solo terminologica.

Come le lezioni di Pierre Mazard sull’eloquenza si propongono di dimostrare, infatti, tutto il nostro comportamento parla di noi: il corpo, i gesti, il tono della voce, gli abiti costituiscono il biglietto da visita che comunica la nostra vera identità, insieme, com’è ovvio, alla parola che in sommo grado ha la capacità di comunicare e di convincere. Rifacendosi alla lunga tradIzione filosofica occidentale, dai sofisti a  Platone, per arrivare a Schopenhauer e alla sua Dialettica eristica – l’arte di avere ragione, il professore impartisce a Neila (e agli spettatori) molte brevissime e argute lezioni di retorica, supportate dai più grandi esempi letterari, in primo luogo dal grande Shakespeare. Il celeberrimo discorso di Antonio sulla bara di Cesare** diventa, perciò, l’exemplum su cui si costruisce il film, che forse è politicamente molto scorretto, ma sicuramente molto divertente ed efficacemente educativo nel ricordarci che l’uso consapevole dell’eloquenza non solo permette ai singoli individui di avere ragione, ma aiuta  a ottenere il consenso politico necessario (e ambiguo) per governare in tempo di democrazia. È un bene per tutti comprenderlo.

Da vedere!

*Sono presenti nel film, come materiale d’archivio, alcuni interventi di Claude Lévi-Strauss, Serge Gainsbourg, Romain Gary, Jacques Brel, François Mitterrand.

** QUI: Marlon Brando nella parte di Marco Antonio, una vera chicca!

 

Sunset ( Napszállta)

recensione del film:
SUNSET ( NAPSZÁLLTA)

Regia:
László Nemes

Principali interpreti_
Vlad Ivanov, Susanne Wuest, Björn Freiberg, Levente Molnár, Urs Rechn, Juli Jakab, Judit Bárdos, Sándor Zsótér, Balázs Czukor – 142 min. – Ungheria, Francia 2018

1913 – La società ungherese dell’epoca era percorsa da numerose tensioni sociali e da fermenti anarcoidi che diffondevano paure  e odio, insieme all’ossessione di qualche imminente e indeterminato complotto volto a sovvertire l’ordine e la concordia fra le classi e fra le etnie che da secoli convivevano nel mondo magiaro. In questo clima si stava costruendo l’alleanza  fra la nuova ricchissima borghesia del commercio di lusso, i vecchi latifondisti e gli alti ufficiali e burocrati alle dipendenze di Vienna, la vecchia capitale imperiale, che ora spartiva i compiti amministrativi e militari con le più decentrate Budapest e Praga.

In quello stesso 1913 da Trieste aveva raggiunto la capitale ungherese col treno la bella Irisz Leiter (Julie Jakab). La giovinetta era alla ricerca delle proprie radici e della propria identità, poiché conosceva poche cose di sé e del proprio passato: sapeva con certezza di aver perso i genitori, quando, piccolissima, un incendio li aveva fatti morire distruggendo anche il palazzo che ospitava la loro abitazione a Budapest, oltre che il loro negozio-laboratorio di cappelli d’alta moda; sapeva anche di essersi salvata, lei sola dell’intera famiglia, insieme all’aiutante Oszkar Brill (Vlad Ivanov), che non le sarebbe stato difficile ritrovare. L’uomo era riuscito, infatti, a ripristinare e ingrandire l’antica modisteria, sempre più esclusiva e prestigiosa, frequentata dal bel mondo dell’epoca, la frivola e gaudente  società impegnata, anche in questa capitale come nelle altre della Mitteleuropa absburgica, nei ricevimenti, nelle feste, nei balli, nel presenzialismo mondano con la stessa spensierata gaiezza ipocrita dei vizi privati e delle pubbliche virtù. Al di là della cortesia formale, Oszkar non aveva accolto Irisz nel palazzo, né le aveva offerto il lavoro che cercava e per il quale si sentiva preparata: preferiva seguire i suoi passi da lontano, senza perderla di vista mentre si dirigeva nel cuore profondo della città, scoprendone gli abitanti più miserabili, le case fatiscenti e le voci lontane. Da un uomo incontrato per caso la giovane aveva appreso di avere un fratello, alla ricerca del quale ora si sarebbe dedicata, cercando, senza grandi risultati, di penetrare sempre più a fondo nei misteri oscuri della propria vita e della capitale.

Presentato a Venezia il mese scorso, il film, diretto dal giovane regista ungherese László Nemes al suo secondo lungometraggio, era molto atteso dalla critica e dal pubblico che, pressoché unanimi, avevano decretato il successo del suo precedente Son of Saul, gran Premio della giuria a Cannes nel 2015 e successivamente, nel 2016, Oscar per il migliore film straniero.
Questa volta l’opera  non sembra destinata allo stesso consenso universale: una parte della critica, forse minoritaria, ma non proprio irrilevante, pur riconoscendo la qualità colta e raffinata del film, la suggestione innegabile della ricostruzione storica e ambientale, la squisita fotografia capace di creare le distanze anche temporali attraverso le sofisticate sfocature degli sfondi, ne ha evidenziato l’eccesso di manierismo virtuosistico, a tratti stucchevole, che ha interferito negativamente sul racconto, estremamente frammentato, spesso lasciato in sospeso in troppe vicende secondarie e che, in ogni caso, lascia una deludente impressione di incompiutezza. Le riprese, con camera a spalla, seguono gli spostamenti tortuosi di Irisz nelle stradine oscure, immergendoci nel loro viluppo caotico e nelle intuibili, ma non affatto chiare, situazioni violente e torbide che infestano, fra indistinti sussurri e grida, la capitale ungherese, riflesso metaforico della confusa realtà politica e del malessere sociale di un intero paese che sembrava aver perso, come Irisz, ogni orientamento positivo e sicuro, prefigurando sinistramente, nelle forme della protesta feroce, il sangue di Sarajevo con tutte le sue tragiche e funeste conseguenze.

Film di sicuro interesse per un buon numero di cinefili, ma non per tutti.
Visto (in versione originale sottotitolata) in anteprima a Torino, in una rassegna dedicata ai film “veneziani”. Quando (e se) arriverà nelle nostre sale, ve lo comunicherò.

L’albero dei frutti selvatici

recensione del film:
L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI

Titolo originale:
Ahlat Agaci

Regia:
Nuri Bilge Ceylan

Principali interpreti:
Dogu Demirkol, Murat Cemcir, Bennu Yildirimlar, Hazar Ergüçlü, Serkan Keskin, Tamer Levent, Akin Aksu, Ahmet Rifat Sungar, Ercüment Balakoglu, Öner Erkan, Kubilay Tunçer, Kadir Çermik, Özay Fecht, Sencar Sagdic, Asena Keskinci -188 min. – Turchia, Francia 2018.

Ahlat Agaci, oltre al titolo originale del film, è l’albero del pero selvatico coi rami dalle punte spinose che cresce tra i monti e le colline dell’ Anatolia nord occidentale sul Mar di Marmara, presso i Dardanelli. Ha un aspetto disarmonico e un fusto  dalla corteccia rugosissima e spesso spaccata, tutto contorto e aggrovigliato: la sua immagine ne riflette la tenace resistenza ai venti che arrivano da ogni parte spazzando quei luoghi, forgiandone il paesaggio assai aspro e poco ospitale, così come il carattere dei suoi abitanti. Eppure quel pero è una risorsa preziosa: il legno, è fra i più robusti al mondo, mentre i suoi frutti, (molto graditi agli ovini che arrivano fin lassù col loro pastore), nella loro piena maturazione, quando cadono a terra, sono dolcissimi e graditissimi anche agli uomini.

Lassù, nella regione di Çan, era nato Idris Karasu (Murat Cemcir), che aveva studiato a Çanakkale (dove sorgeva presumibilmente la Troia omerica, almeno secondo Heinrich Schliemann) ed era diventato, dopo aver vinto un pubblico concorso, maestro della scuola della città di Çan dove si era stabilito e aveva messo su famiglia, col cuore al suo villaggio poco ospitale, ai suoi vecchi, ai suoi animali e al suo pero selvatico. Voleva costruire lì la casa da godere dopo la pensione e aveva cominciato a farlo, investendoci parte del suo stipendio incurante dello scherno sprezzante della moglie e dei figli che dalla loro abitazione di città non intendevano proprio muoversi, tanto più che gli scavi per l’acqua si erano rivelati inutili e lo avevano costretto addirittura a indebitarsi. Era schiacciato da un ingranaggio micidiale lo sciagurato Idris: si indebitava al gioco per ottenere i soldi per pagare i creditori che glieli avevano prestati per scavare il pozzo: tutta la città ne era al corrente, mentre le autorità chiudevano un occhio, permettendogli di arrivare alla pensione conservando il suo posto, sempre meno prestigioso, da insegnante; intanto cresceva lo scontento in famiglia.
Suo figlio Sinan (Dogu Demirkol), al momento del film, aveva poco più di vent’anni; stava tornando a casa dopo l’università e portava con sé, come è giusto a quell’età, speranze e sogni per il futuro. Non avrebbe voluto, percorrendo la strada del padre detestato, dedicarsi all’insegnamento, per evitare di finire, com’era capitato a lui, in una piccola città sperduta e isolata dell’Anatolia profonda. I tempi erano cambiati: ai giovani con una certa preparazione culturale si offriva sicuramente di meglio. Di meglio, invece, era difficile trovare qualche cosa: i suoi compagni di studi si erano occupati nella polizia, adattandosi senza molti scrupoli, alla politica repressiva del governo e gliene avevano parlato; preferibile, allora, il concorso, tentato infine  senza convinzione e senza successo. Era forse percorribile un’altra strada, quella della scrittura: adorava scrivere e aveva iniziato un romanzo che stava concludendo nella speranza di trovare, grazie all’interessamento delle autorità locali, un editore e una rete di vendita ben organizzata che ne favorisse la diffusione. Un successo, questa volta, ma solo a metà: un editore; un articolo su un quotidiano locale e la pubblicazione di qualche centinaio di copie, rimaste invendute! Come si poteva vendere, d’altra parte, un romanzo dal titolo Il pero selvatico, evocativo di una realtà povera e lontana, in un luogo tutto proteso verso la modernità, il progresso e la ricchezza, non importa come accumulata? Quei suoi poveri libri, ora che la pioggia dell’autunno aveva cominciato a farli marcire, avevano dovuto essere ricoverati in casa, dove per altro né la sorella, né la madre li leggevano. Era forse arrivato il momento di rivalutare quel padre, ora in pensione, che aveva saldato i suoi debiti grazie alla liquidazione e che ora aveva ripreso a vivere nel suo villaggio, in compagnia dei suoi vecchi, dei suoi animali e delle bellezze straordinarie della natura?…

Questo è un film meravigliosamente lento, come tutti i precedenti firmati da Nuri Bilge Ceylan, che racconta senza fretta, ancora una volta, la sua Turchia, quella splendida Anatolia  di cui ci ha parlato in tutti i suoi affascinanti lungometraggi, di alcuni dei quali mi sono occupata negli anni scorsi*. Questo mi è sembrato il più “politico”, fra tutti i suoi lavori, ma le virgolette sono necessarie, perché egli rifugge, come sempre, da ogni aperta denuncia: come sappiamo fin dal suo primo lungometraggio, il suo non è un cinema militante, poiché preferisce offrire agli spettatori situazioni complesse, sfaccettate; dialoghi in cui le più diverse tesi si confrontano; immagini suggestive, ma non sempre limpide, così da permettere a ciascuno di noi di calarsi, con il proprio giudizio, nella storia raccontata e di trarre le proprie conclusioni:
Nelle mie opere non intendo dare nessun tipo di messaggio, perché sono una persona alla continua ricerca di un senso nella vita, la vita mi fa piovere addosso delle immagini che colloco all’interno di situazioni reali. Sono un essere umano fragile, vivo l’amore in maniera turbolenta, intensa, e lo racconto nei mei film, insieme agli altri sentimenti, per cercare di capirli. Non ho mai amato i film con i messaggi forti, devo essere io, attraverso le immagini, a trovare un mio senso. Non intendo fare il cosiddetto pifferaio, quello che incanta i topi e li porta con sé in un paese fantastico. Io poi non saprei dove portarli”... (così afferma lo stesso Ceylan nell’intervista – molto raccomandabile –  a cura di Carola Proto, riportata integralmente QUI).
È certo che la sua costante esplorazione dell’Anatolia ci permette di comprendere meglio un paese pieno di vitali contraddizioni, ponte sospeso fra l’ Occidente agnostico, pragmatico e razionalista, di cui il giovane Sinan subisce il fascino, e la tenace resistenza delle antiche tradizioni, non solo religiose, capaci di dare senso alla vita di ciascuno, ancora vive nelle campagne, dalle quali in genere i più giovani se ne vanno in cerca di meglio, ma nelle quali potrebbero tornare, quando, cadute le illusioni, rivaluteranno i “valori e le cose che contano davvero”, risucchiati dal passato più antico e oscuro di quel paese bellissimo in cui la neve perennemente sembra congelare ogni speranza di cambiamento.
Se questo, come credo, è il significato del film, allora i lunghissimi e bellissimi dialoghi, le fascinose discussioni “en plein air”, o nel chiuso di un’abitazione o di una biblioteca, piani sequenza che accompagnano il confrontarsi o anche l’ironico e civile scontrarsi dei diversi punti di vista, ne costituiscono la struttura portante e vanno seguiti con l’attenzione che non può mancare se si ama il bel cinema, anche se il film dura più di tre ore, durante le quali, talvolta, la rappresentazione onirica, spesso agghiacciante, riporta alla nostra coscienza l’estrema crudeltà del reale, al di là di ogni ipocrita politesse. Personalmente non ho provato né noia, né desiderio di uscire, tanto profondo è stato per tutto il tempo il coinvolgimento intellettuale ed emotivo che, come sempre, il regista riesce a provocare in me.
Grande film, grandi interpreti, magnifica fotografia, affascinanti riprese paesaggistiche; frequenti richiami letterari a Cechov e a Dostoijevski, ma anche (mi è sembrato) agli scontri verbali e inconcludenti fra Naphta e Settembrini raccontati da un ironico Thomas Mann-Castorp. Che cosa c’è in fondo di più incantato e magico della maliosa montagna anatolica ricoperta di neve? Forse il canto mortale delle Sirene che Ulisse aveva voluto ascoltare solo legato: la scultura moderna in legno (proprio quello del pero) del cavallo di Troia  a Çanakkale, creata per la gioia dei turisti, non a caso nel film diventa l’incubo più spaventoso di Sinan!

Ahlat Agaci, ovvero il pero selvatico, secondo la lingua turca, è diventato in italiano L’albero dei frutti selvatici… Ennesima titolazione fuorviante per il suo tono favolistico, del tutto estraneo al film che della favola non ha davvero molto.

* C’era una volta in Anatolia 
  Il regno d’inverno