I tre colori di Kieslowski

Film blu, Film biancoFilm rosso (la “Trilogia dei colori”) nacquero dal progetto unitario del regista polacco Krzystof Kieslowski*, uno dei più grandi autori cinematografici del ‘900. Sceneggiati insieme all’inseparabile collaboratore Krzysztof Piesiewicz, girati e conclusi fra il 1993 e il 1994, i tre film si ispirano ai colori della bandiera francese, cui il regista associa i valori di libertà (Blu), uguaglianza (Bianco) e fraternità (Rosso), fondamenti della Rivoluzione del 1789, tuttora richiamati dall’ultima costituzione repubblicana. L’intento di Kieslowski era duplice: presentarne l’importanza universale e insieme evidenziarne i limiti e le contraddizioni, inevitabili quando l’astrattezza dei princìpi si confronta con la realtà degli uomini e della società.

Le vicende sviluppate nei tre film, pur nella loro diversità, rivelano forti somiglianze:
sono racconti morali ma non sono teoremi; non proclamano verità, ma isinuano dubbi e interrogativi;
sono racconti europei: i loro personaggi si muovono tra Parigi, la Polonia e Ginevra, luoghi emblematici dei modelli ideali, politici ed economici che nel corso dei secoli hanno alimentato le speranze e ispirato le azioni degli abitanti del vecchio continente;
mettono in scena storie di ordinaria aspirazione alla felicità, che si confrontano  e si scontrano con  i capricci del caso, (o con le decisioni del fato, o forse con un disegno provvidenziale di cui sfuggono i contorni)
sono costruiti tutti e tre con precisione molto attenta anche ai più minuti particolari, che rimandano significativamente, per corrispondenze subliminali, alla storia principale.
È impossibile non notare le analogie fra un film e l’altro: il ricorrente presentarsi degli interrogativi fondamentali della vita; la partecipazione emotiva del regista – demiurgo alle sciagure inattese; la sua ironia amara per gli aspetti contraddittori del fideismo ingenuo nella naturale bontà degli uomini e nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità.
Una profonda ansia finalistica (non necessariamente religiosa o confessionale) attraversa tutte le vicende dei tre racconti, che diventano lo specchio dell’inestricabile guazzabuglio di disperazione e di attesa che rende i personaggi della finzione del tutto simili agli spettatori, che in quelli riconoscono la propria aspirazione alla generosità disinteressata e, purtroppo, anche le proprie debolezze e meschinità.

breve recensione del film:
Tre colori –  Film Blu

Titolo originale
Trois couleurs: Bleu

Regia:
Krzystof Kieslowski

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Emmanuelle Riva, Benoit Regent, Yann Tregouet, Florence Pernel 95 min. – Francia, Polonia 1993.

È un gran film sulla libertà e sull’amore, ma anche una profonda meditazione sul tema della memoria. Julie (Juliette Binoche) ha perso in un imprevedibile incidente d’auto Anna, la figlioletta, e il marito, famoso musicista impegnato a terminare la composizione di un concerto molto atteso, organizzato per festeggiare l’unità ritrovata dell’Europa (la caduta del muro di Berlino era avvenuta nel 1989). Le era rimasta la grande casa presso Parigi, piena di libri e di cultura, soprattutto ingombra, però, di ricordi disperati, che, continuamente insinuandosi nel presente le impedivano di creare per sé nuovi spazi di libertà, ora che aveva respinto l’ipotesi di uccidersi. Mentre Julie si accingeva a cancellare rabbiosamente ogni traccia del proprio passato per disporsi a cogliere le nuove opportunità che la vita avrebbe potuto offrirle, sua madre, sempre più vecchia e sulla strada della demenza, perdeva progressivamente ogni memoria di sé, smarrendosi in un limbo, indeterminato nel tempo e nello spazio, non diverso dalla morte. Per quanto difficile sia ammetterlo, infatti, sopravvivere a un grande dolore è possibile solo ricuperando tutti gli aspetti del nostro passato che hanno formato la nostra stessa identità: per Julie, dunque, la sua nuova libertà si sarebbe realizzata solo tornando a offrire, in positiva continuità col suo doloroso passato, la propria generosità e il proprio amore, uscendo finalmente da sé.

 

breve recensione del film:
Tre colori – Film  Bianco
Titolo originale:
Trois couleurs: Blanc

Regia:
Krzysztof Kieslowski

Principali interpreti:
Zbigniew Zamachowski, Julie Delpy, Janusz Gajos, Jerzy Stuhr, Aleksander Bardini. 91 min. – Francia, Svizzera, Polonia 1994

L’uguaglianza è il meno facilmente realizzabile fra i tre grandi ideali della rivoluzione francese: presuppone la possibilità di organizzare la società secondo criteri di giustizia che prescindono dalla natura e anche dalla volontà degli uomini. Questo convincimento, apertamente dichiarato dal regista nell’intervista che si può acoltare sul DVD nella parte dei contenuti speciali, ha determinato, probabilmente, la scelta, per questo film, del registro narrativo della commedia. Girato significativamente fra Parigi e la Polonia, Film Bianco racconta le avventurose peripezie del protagonista, Karol Karol (Zbigniew Zamachowski), parrucchiere polacco assillato dal bisogno di soldi. Sua moglie Dominique (Julie Delpy), che aveva capito come va il nostro mondo, aveva aperto un grande salone da parrucchiera a Parigi, dove ora viveva da signora e parlava francese. La donna, infatti, aveva così bene assimilato gli usi e i costumi del paese che l’aveva accolta da ricorrere alle sue leggi per divorziare da lui, che invece non aveva capito nulla. Eppure il loro era stato un grande amore felice e completo fino al matrimonio, dopo il quale, per colpa di lui (secondo lei), la loro vita sessuale si era interrotta e le loro strade si erano separate. L’ingenuo e innamorato Karol, però, si era convinto che lavorando sodo in Polonia, con le sue conoscenze e la sua capacità, avrebbe convinto Dominique a tornare in patria per creare quella famiglia, la cui centralità sicuramente (secondo lui) era ancora nelle aspirazioni di entrambi. Dopo l’ umiliante udienza in tribunale e il successivo oltraggioso comportamento di Dominique, Karol, povero in canna e senza documenti, avrebbe cercato di rientrare in Polonia nascondendosi nel malandato baule col quale era partito e che Mikolaj (Janusz Gajos), misterioso personaggio, decisivo nella sua storia futura, avrebbe stivato come proprio bagaglio sull’aereo per Varsavia…

Come in un racconto picaresco, l’iniziale rovescio di fortuna è l’avvio delle avventurose peripezie di Karol, che infine, avendo compreso anche lui che sesso e denaro sono le leggi che  governano il mondo, preparava la propria crudele rivincita.
Amarissima e spesso divertente commedia, profonda e lucida riflessione sulla vanità illusoria di ogni utopia,  impotente a difendere i più deboli dall’avidità rapace della borghesia, in Polonia come altrove.

 

breve recensione del film:
Tre colori – Film Rosso)

Titolo originale:
Trois couleurs: Rouge

Regia:
Krzysztof Kieslowski

Principali interpreti:
Irène Jacob, Jean-Louis Trintignant, Fréderique Feder, Samuel Le Bihan, Marion Stalens – 100 min. – Francia 1994.

Fraternité: il rosso delle bandiere della solidarietà sociale è anche da sempre un caldo colore associato al sangue, alla passione, all’amore. Della trilogia, tuttavia, questo è il film in cui il tema dell’amore maggiormente si lega alla ricerca di risposte circa il senso dell’agire umano, in un mondo (siamo nel 1994) in cui ai contatti personali e al dialogo si sostituivano, con crescente frequenza, i messaggi affidati alle segreterie telefoniche. Attraverso una dolorosa conversazione telefonica, entriamo nella vita di Valentine (magnifica Irène Jacob), apprendiamo la difficoltà dolorosa di comunicare solo in quel modo con Michel, l’uomo che ama (e che non vedremo mai), ascoltiamo i suoi accorati appelli per averlo vicino e ci commuoviamo per quella vestaglia rossa di lui che l’aiuta a sentire un po’ del suo calore prima di prendere sonno. Valentine si mantiene agli studi all’Università di Ginevra lavorando come modella fotografica e talvolta come indossatrice per qualche sfilata. L’incontro decisivo per il suo futuro era stato del tutto inatteso e alquanto sgradevole: l’oscurità e la stanchezzza non le avevano permesso di evitare che un cane finisse sotto le ruote della sua auto. Dalla targhetta del collare non le era stato difficile trovare il proprietario della bestiola (una femmina di nome Rita) e riportargliela, ma questi, uomo anziano e scorbutico (Jean-Louis Trintignant) non intendeva riaverla, cosicché, a proprie spese, Valentine l’aveva fatta curare e l’aveva tenuta con sé. Era stata Rita, guarita e tornata alla vita a riportarla da lui: sarebbe nato da allora il loro strano rapporto, dapprima di estrema diffidenza e in seguito di difficile amicizia.
L’uomo, era un giudice in pensione, molto restio a parlare di sé, molto curioso, invece, della vita dei suoi vicini, dei quali conosceva tutto, poiché ne spiava, grazie a una sofisticata rete ricetrasmittente, le conversazioni telefoniche, quasi confessioni che rivelavano gli aspetti più segreti e intimi della loro vita. L’ascolto gli aveva permesso di conoscere e prevedere con anticipo le mosse degli spiati, che nulla immaginavano della sua attività illegale: egli impassibilmente registrava e prendeva atto delle loro azioni senza far nulla per salvarli dagli errori che li avrebbero rovinati, rispettando in tal modo formalmente il libero arbitrio di ciascuno, ma mostrando sostanzialmente grande indifferenza per il loro destino, nella convinzione, che, in ogni caso, agire non avrebbe cambiato le cose…
Il personaggio del giudice è fra i più misteriosi fra quelli messi in scena dal regista: né è facilmente interpretabile il suo comportamento, e la sua quasi divinatoria preveggenza. Io credo, tuttavia che sia necessario, (anche se forse non sufficiente) ricorrere alla storia cinquecentesca di Ginevra e al soggiorno di Giovanni Calvino, il grande riformatore in fuga dalla Francia, per comprendere che Kieslowski, attraverso questo personaggio, analizza una delle risposte storiche all’ansia di trovare il senso dell’esistere, presente in tutta la Trilogia, rivelando il suo cristianesimo laico, fondato sulla convinzione del valore positivo del dialogo, dell’accoglienza e della vita dell’uomo e di ogni essere vivente.

* qualche notizia, poca cosa per la verità, sulla biografia di questo grande regista polacco, riconosciuto universalmente tra i maggiori della storia del cinema, si possono leggere sul link del sito on line dell’Enciclopedia Treccani 

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La sposa in nero

recensione del film:
LA SPOSA IN NERO

Titolo originale:
La mariée était en noir

Regia:
François Truffaut

Principali interpreti:
Jeanne Moreau, Claude Rich, 
Michel Bouquet, Michael Lousdale, Jean-Claude Brialy, Charles Denner, Daniel Boulanger, Alexandra Stewart, – 107 min. – Francia 1968

Altro film tanto imperdibile quanto introvabile, il cui DVD, miracolosamente, ho reperito in versione originale. Ho faticato parecchio anche a trovare il trailer: quello che conclude questa pagina ne aveva promosso la distribuzione negli Stati Uniti. Eppure è un gran bel film, nonché l’occasione per rivedere Jeanne Moreau in una interpretazione indimenticabile.

L’antefatto e il racconto

Il racconto ha un antefatto importante che viene ricostruito con un lungo flashback, durante la “confessione” di Morane (Michael Lonsdale), verso la metà del film. Morane è uno dei cinque balordi giovanotti i quali, non sapendo come passare il tempo libero, avevano organizzato una sorta di tiro al piccione dalla finestra di un appartamento di fronte alla chiesa in cui si stavano celebrando le nozze di Julie (Jeanne Moreau) e di David (Serge Rousseau), Era stato un altro di questi sfaccendati, però, ovvero il malavitoso di mezza tacca Delvaux (Daniel Boulanger perfetto nel suo phisique du rôle), a deviare il tiro verso il basso, centrando in pieno il giovane appena sposato, che Julie sgomenta aveva visto cadere e morire senza un perché. Mentre i cinque erano fuggiti subito, separandosi e giurando che non si sarebbero mai più rivisti, Julie, dopo aver cercato invano di togliersi la vita, per lei ormai senza significato, aveva indagato a lungo per identificare il responsabile dell’azione criminale riuscendo a individuare tutti coloro che avevano partecipato al macabro gioco e a raccogliere, per ognuno di loro, le notizie indispensabili per vendicare con la morte la tragedia del suo David, l’uomo che aveva amato da sempre, fin dall’infanzia.
Confidava infatti che ciascuno sarebbe caduto nella sua trappola, da Bliss (Claude Rich) il dongiovanni sedotto dal suo fare capriccioso, a Coral (Michel Bouquet), l’impiegato timido e complessato, soggiogato dal suo mistero, a Morane, il politico così narcisista (e così disattento) da non riuscire a evitare l’inganno di cui sembrava essersi accorto persino il figlioletto, il piccolo Cookie. Più difficile del previsto, invece, “giustiziare” il pittore Fergus (Charles Denner) e l’ottuso Delvaux, il vero assassino, ma, infine, la sua vendetta avrebbe raggiunto anche loro.

Il modo del racconto

Il film non rispetta la diacronia degli avvenimenti, perché Truffaut vuole prima di ogni altra cosa presentarci, con la forza delle immagini, la disperazione di Julie: la vediamo all’inizio, a qualche anno dal delitto che l’aveva resa vedova, sfogliare un album di fotografie, così evidentemente dolorose per lei da spingerla a gettarsi dalla finestra, prontamente bloccata dalla madre, che già altre volte le aveva impedito il suicidio. Il suo volto bellissimo e pieno di dolore, la sua fierezza e anche la gentilezza d’animo che si intuisce in queste prime scene non possono che conquistarci. Con la benedizione di Truffaut, dunque, Julie entra subito nel nostro cuore, dove rimarrà per il resto del film: solidarizzeremo con lei sempre, proprio perché il regista ci aveva predisposti a partecipare affettuosamente alla sua ansia di “giustizia”, né abbandoneremo questa nostra simpatia nel corso dell’intera vicenda, nonostante l’efferatezza della sua infallibile vendetta, preparata con razionale precisione nei minimi particolari, ma attuata sul momento, in modo quasi sempre imprevedibile, perché la donna è sempre pronta ad adattare i suoi piani alle circostanze, ad afferrare ogni opportunità, a far fronte prontamente agli inciampi inattesi. I progetti omicidi di Julie, tessere diverse di un solo unitario mosaico, si presentano come una sua doppia scommessa: col destino, beffardamente capace di scombinarli, e con se stessa. Emblematico, a questo proposito, il penultimo e assai complesso episodio, quello dell’uccisione del pittore Fergus, l’uomo che in lei aveva trovato dapprima la modella ideale, poi la donna sognata da sempre: i ritratti a lei somigliantissimi, che Fergus aveva dipinto ben prima di conoscerla, erano nel suo studio a testimoniarlo; il turbamento di Julie, le sue esitazioni angosciose, il suo procrastinare le sedute, nonostante il pericolo incalzante di venire smascherata da Corey (Jean-Claude Brialy), il gallerista, ci pongono alcuni dubbi sulla specificità del film: davvero solo un revenge movie, o un giallo hitchcockiano, condotto dal regista (e dalla straordinaria Moreau) come una ironica sfida? Il giudizio che me ne sono fatta, per quanto poco possa valere, è che si tratti di un’opera assai più complessa, (senza escludere, naturalmente, che la vendetta e la sfida ne siano temi centrali): un film sull’amore e sulla morte, la compagna inevitabile della vita e di qualsiasi amore che, per la sua durata nel tempo, venga fatto coincidere con la vita stessa. Questo è probabilmente il senso profondo del penultimo episodio, molto illuminante per comprendere l’intera pellicola, che continua a interrogarci e a farci riflettere a cinquant’anni dalla sua uscita.