A Quiet Passion

recensione del film:
A QUIET PASSION

Regia:
Terence Davies

Principali interpreti:
Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Catherine Bailey, Jodhi May, Emma Bell, Duncan Duff, Joanna Bacon, Eric Loren, Benjamin Wainwright, Annette Badland, Rose Williams – 126 min. – Gran Bretagna, Belgio, USA 2016.

IIl film ricostruisce la vita di Emily Dickinson (1830-1886), ovvero di una delle più grandi voci della poesia americana dell’Ottocento, che il regista Terence Davies evoca con cura meticolosa, attento a rendere storicamente credibile e cinematograficamente interessante una storia molto difficile, nella quale contano anche i più più minuti particolari, essendo stata la vicenda umana della poetessa poverissima di eventi di rilievo. La sua esistenza si era infatti svolta quasi sempre in famiglia e all’interno delle mura domestiche della casa di Armherst nel Massachusetts, dalla quale, dopo il rientro dal College, non si era quasi mai allontanata, per consapevole scelta personale, sentendosi solo in quel luogo e solo nella propria stanza completamente libera di coltivare e perfezionare la sua passione di sempre per la scrittura letteraria e la poesia. Il regista, soprattutto nella prima parte del film, col minimalismo raffinato che ne contraddistingue lo stile, indugia su alcuni episodi della giovinezza di Emily (Emma Bell; in seguito Cynthia Nixon) che aiutano a comprenderne la singolarità: dall’isolamento subìto, per motivi di dissenso religioso, nel College da cui fu costretta a ritirarsi, all’evidente fastidio durante la visita alla zia di Boston (indimenticabile il piano sequenza che segue l’incrociarsi significativo dei diversi sguardi), al rapporto sempre dialettico, ma quasi sempre affettuoso col padre, ricco avvocato e politico (Keith Carradine), a sua volta tenero con lei e acuto nel percepirne le qualità speciali, tanto da concederle il permesso di scrivere durante le ore notturne, ciò che non si era mai visto in quella casa, da sempre rigidamente organizzata secondo l’alternarsi della luce naturale e del buio. Alle conoscenze paterne si sarebbe ancora appellata la giovane Emily per pubblicare le sue prime poesie, presso un editore col quale ebbe in seguito discussioni molto accese sulla letteratura “al femminile”, cui seguirono la rottura e la decisione, sempre più ferma, di continuare a scrivere sfruttando il grande privilegio del proprio isolamento e della propria indipendenza, per la quale aveva rinunciato all’amore e al matrimonio. In vita fu circondata dall’affetto di tutti i suoi familiari, che la accettarono ma che mai la compresero del tutto e che non sempre gradirono le sue intemperanze, poiché Emily, invecchiando, accentuava la propria rigidità morale, che era diventata quasi una forma di intolleranza severa, impermeabile a qualsiasi compromesso, provocando, per questa ragione, anche la crisi del proprio rapporto con Austin, l’amato fratello che aveva combattuto per gli Unionisti durante la guerra civile americana.

Il film è condotto con grande eleganza ed è allietato, si può ben dire, dalla lettura fuori campo di alcune sublimi liriche della poetessa, che con la loro leggera semplicità scandiscono, quasi senza soluzione di continuità, il percorso breve della sua esistenza di donna fragile, amaramente consapevole della propria grandezza, di cui con acume percepì l’inattualità, affidando la propria memoria all’amore e alla comprensione dei posteri.
Pellicola importante e secondo me, consigliabile soprattutto a chi conosce e ama la poesia della Dickinson, per evitare che l’indagine insieme evocativa e suggestiva di Terence Davies, per sua stessa dichiarazione intenzionato con questa sua fatica a rendere a Emily quella giustizia e quell’omaggio riconoscente che non ebbe in vita, venga liquidata frettolosamente come una noiosa opera cinematografica senza storia, il che sarebbe un vero peccato.
Magnifica interpretazione degli attori e, in particolare di Cynthia Nixon (la poetessa da adulta perfettamente calata nel personaggio), e di Keith Carradine, nel difficile ruolo di un padre combattuto fra la tenerezza e il dissenso più doloroso.

15 pensieri su “A Quiet Passion

  1. Un bel film. Ho apprezzato la bravura dei fotogrammi in cui la ventenne Emily diventa progressivamente una cinquantenne e (nel finale) la foto dell’attrice diventa quella autentica della poetessa.
    Quanto al clima soffocante del Massachusset puritano è illuminante la figura della moglie del reverendo che si dichiara “astemia” e rifiuta non solo gli alcolici ma anche il the (povero reverendo!)

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  2. Le poesie di Emily Dickinson sono come piccoli diamanti, per me. Le amo in modo particolare e non mi stanco mai di leggerle. Pensa che compro ogni nuova edizione anche se so che ne ho già. A volte cambiano le traduzioni. A volte mi piace tentare di tradurle da sola (per quello che posso) per assaporare meglio le parole.
    Un film come questo mi attira come una calamita ma nello stesso tempo mi sento cauta per paura che rompa l’immagine che mi sono creata di lei.

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    • Ti proporrei di fidarti di me, se non mi sembrasse di essere un po’ troppo presuntuosa: il regista è un raffinato intellettuale britannico

      https://it.wikipedia.org/wiki/Terence_Davies

      noto per la minimalistica sobrietà delle scelte stilistiche di tutti i suoi film, il più celebre dei quali è Voci lontane…sempre presenti (1988), introvabile oggi, che è una sorta di ricostruzione della propria infanzia nella casa di Liverpool, l’abitazione operaia dove vivevano i suoi genitori. Ha consuetudine, quindi, con l’evocazione memoriale attraverso gli ambienti che riportano le voci, le forme e i colori del passato. Ha poi scritto e girato La casa della gioia, dal celebre romanzo bellissimo di Edith Warthon, cioè di una delle scrittrici nordamericane più grandi, fra otto e novecento.
      Per questo film, Davies ha lavorato per sette anni, scavando negli archivi e consultando migliaia di scritti letterari, lettere e documenti…Non è un regista da botteghino che si accontenta di grossolane semplificazioni pur di fare incassi: l’intento che l’ha guidato era quello di risarcire la grande poetessa che affidava all’amore dei posteri la propria poesia, poco compresa al suo tempo. Detto questo, mi pare ovvio che, qualsiasi biografia di poeta non aggiunga nulla alla grandezza dei suoi versi, perché la creazione artistica non può essere deterministicamente fatta risalire alla biografia del suo creatore, al di sopra della quale sempre si innalza, per nostra fortuna. Nulla a che vedere, per esempio, con quel massacro della figura leopardiana di Il giovane favoloso, che a suo tempo recensii assai duramente. Ti invito, perciò, a vedere questo film, armandoti di pazienza, perché il regista si prende i suoi tempi e procede con calma, quasi di necessità. Sono convinta che ti piacerà. Come potrebbe guastare l’immagine che porti dentro di te?
      L’ideale sarebbe vederlo in lingua originale, sottotitolato, ma qui a Torino non è possibile, almeno per il momento. Ciao, Gina, e grazie del passaggio e del commento!🤗

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      • Mi fido certamente di quanto scrivi e delle informazioni che mi dai, dalle quali capisco che il regista è attento ai documenti e non fa ‘spettacolo’. E vedrò questo film con piacere. Non mi spaventano i tempi lunghi anche perché non mi immagino diversamente la vita è lo stile di Emily Dickinson. Grazie

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    • Grazie a te, Alessandra, per la costante presenza sul mio blog. Mi fa sempre molto piacere precisare e aggiungere: la recensione, per essere letta senza fatica, richiede sintesi, ma il momento dei commenti permette aggiunte e precisazioni che servono prima di tutto a me, per chiarirmi ulteriormente le idee. Un abbraccio

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      • Per fortuna a Roma c’è lo storico Nuovo Olimpia che proietta solo film in originale, di qualsiasi provenienza. Solo che non è facile trovare compagni di visione! Siamo così passivamente abituati ai film doppiati e sicuramente ricompensati da doppiaggi discreti se non buoni, tuttavia la vita di una poetessa, con brani delle sue poesie, non può essere vista doppiata, anche a costo di andare al cinema da soli!!!

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        • Anche a Torino: qui è il cinema Centrale Arthouse che proietta solo in lingua originale, ma per ora non ha in programmazione questo film, che per altro era già passato, in lingua originale, al Torino Film Festival, dove non l’avevo visto, perché diffido sempre molto delle “storie vere” e dei Biopic, a meno che siano firmati Larrain. Vedere un film da sola è una mia abitudine, con qualche eccezione, talvolta, ed è un ottimo modo per immergersi nell’atmosfera dei film, mentre il silenzio della sala aiuta la concentrazione. Ciao!

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  3. Recensione perfetta, Laulilla, di un film eccezionale. Bellissimo, con i tempi che si prende il regista perchè sono quei tempi; quei dialoghi che rendono quel mondo, fatto di discorsi lunghi ( e non di frasi sincopate) , di riflessioni minuziose. Dialoghi shakespeariani li ha definiti qualcuno. Lei, donna che a me è sembrata forte, coraggiosa nel mantenere con coerenza la propria indole. La figura della madre, malinconica ( depressa, si direbbe oggi) che richiama ” I morti” di Joyce nel rimpianto di un giovane che non c’è più. Un film che non dimenticherò presto e che, per fortuna, era doppiato, altrimenti come avrei potuto, io tapina, vederlo e sentire- se non nella mia lingua- quei versi? Ciao e grazie!

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    • Grazie, cara Renza; sai che ti leggo sempre con piacere. Sono molto d’accordo: i tempi sono giusti per un film come questo, così sommesso e pudico, mai urlato, come si conviene all’atmosfera understatement dell’alta borghesia puritana. Hai fatto bene a richiamare I morti di Joyce, che nella bellissima versione cinematografica di John Huston, (The Dead) si incentra sul magnifico canto irlandese che apre sull’ultima parte del film. In qualche misura, anche a me era sembrato di cogliere qualche somiglianza, ma la madre di Emily è così lontana, almeno apparentemente, dalla inquietudine di Greta, che non ho neppure accennato a quest’aspetto, ma mi fanno sempre un grande piacere le integrazioni pertinenti dei lettori che mi seguono.
      Tu (che non mi sembri proprio tapina) avresti compreso benissimo la versione originale, per la fondamentale ragione che conosci la poesia della Dickinson, che i sottotitoli in italiano avrebbero richiamato alla tua memoria! La questione del doppiaggio è una vecchio problema, da sempre all’origine di discussioni infinite. Personalmente preferisco sempre la versione originale, perché attraverso il doppiaggio spesso passano interpretazioni arbitrarie e fuorvianti per lo spettatore. Certo non possiamo conoscere tutte le lingue di questo mondo, ma secondo me la presenza dei sottotitoli dovrebbe essere un sufficiente aiuto per tutti noi che non siamo poliglotti.
      Ciao e grazie a te!

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  4. Film bellissimo, in cui non solo i dialoghi (shakespeariani, direi), ma gli ambienti, i volti, gli sguardi rendono in un crescendo drammatico la passione e il desiderio di vita di una donna che sceglie la poesia come strumento di riscatto della propria personalità e dell’affermazione di sé. Il desiderio velato dell’amore diviene tortura, amarezza e dolore. Le sue sofferenze sono simili a quelle della sorella, del fratello e della amatissima madre. Ma le sue sono sempre analizzate al di là della semplice percezione e respinte. A quiet passion. Che esplode nella scena della sua dolorosissima morte. Mi sono commossa fino alle lacrime per ben due volte nel corso del film.
    maria g.

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