L’atelier

recensione del film:
L’ATELIER

Regia:
Laurent Cantet

Principali interpreti:
Marina Foïs, Matthieu Lucci, Warda Rammach, Issam Talbi, Florian Beaujean, Mamadou Doumbia, Julien Souve, Mélissa Guilbert, Olivier Thouret, Charlie Barde – 114 min. – Francia 2017

Torna nelle nostre sale Laurent Cantet, con un film presentato a Cannes (a Un certain regard) lo scorso anno, che si presta, come sempre il suo cinema, a molte letture e che ha al suo centro, ancora una volta, il tema della scuola.  Questa è una scuola “anomala”, un laboratorio estivo di scrittura (l’atélier, per l’appunto), finanziato dal Comune di La Ciotat, nel sud occitano della Francia, con l’intento di offrire a un gruppo selezionato di ragazzi, fra i sedici e i diciott’anni, un modo intrigante e insolito per passare le vacanze: scrivere “collettivamente” un bel noir, da pubblicare alla fine del corso. Allo scopo il Comune aveva invitato una famosa “giallista” parigina, Olivia Dejazet (Marina Foïs), perchè coinvolgesse questi aspiranti scrittori in modo culturalmente significativo. Un workshop di scrittura, dunque, diverso dall’istituzione, meno formale, più libero in cui  l’insegnante padroneggiava un’eccellente tecnica di scrittura e gli studenti, tutti molto motivati,  avrebbero presto visto il risultato del loro impegno.
Naturamente le cose si sarebbero rivelate più complicate: esistevano profonde diversità di vedute fra gli studenti, mentre Olivia, insegnante di una sola estate, era poco disponibile ad accogliere le proposte più interessanti, magari discutibili, quasi volesse evitare che il noir deragliasse dai tranquilli binari della medietà, nella quale la maggioranza degli studenti sembrava riconoscersi. Le era sembrata molto buona e conciliante l’idea di Malika (Warda Rammach), di includere nel noir anche la storia di La Ciotat, negli anni ’80 al centro di combattive lotte operaie unitarie. I suoi cantieri navali erano stati chiusi all’improvviso, con conseguenze gravi per la popolazione, che in quei momenti aveva compreso le ragioni della solidarietà e dell’appartenenza di classe, ideali mai abbandonati  in seguito, costitutivi di un’orgogliosa identità collettiva multiculturale, che distingueva gli abitanti di quel luogo così come le strutture arrugginite del vecchio cantiere ne distinguevano lo Skyline.
Eppure, secondo Antoine (Matthieu Lucci), lo schivo e intelligentissimo studente del gruppo, le cose non stavano così: il mondo era cambiato, persino a La Ciotat, dove ora si stavano riutilizzando i vecchi cantieri per la manutenzione delle imbarcazioni più leggere, dalle piccole navi da trasporto agli yacht che stazionavano davanti alla baia, ora porto turistico. Il mondo intero, inoltre, era diverso: era cambiato il modo di lavorare, improponibile la vecchia solidarietà; il terrorismo internazionale creava nuove paure e lasciava affiorare sentimenti xenofobici, impensabili negli anni’80, le migrazioni intercontinentali costituivano una drammatica e preoccupante realtà. Richiamarsi a quei lontani fatti, per quanto nobili, significava essere fuori dal mondo e scrivere un romanzo vecchio, celebrativo e privo di verità. Antoine esponeva talvolta, con lucida coerenza queste sue meditazioni; più spesso preferiva le battute, le provocazioni che creavano malcontento, rancori, odio. Si verificava, durante le lezioni di scrittura, l’imbarazzante situazione contraddittoria in cui si trovano gli insegnanti meno esperti: la rimozione, fondata su un moralismo di maniera, di argomenti molto seri, che sarebbe utile e formativo meditare e discutere, accettando anche di rivedere i criteri con i quali si stava affrontando il rapporto fra finzione e realtà.
Lo scontro fra Olivia e Antoine, però, non riusciva a nascondere completamente l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda, ovvero la sottile ambiguità erotica del loro rapporto: che la scrittrice comprenda di avere davanti a sé l’allievo più intelligente del corso e che ne sia incuriosita e attratta, è fuor di dubbio, così come è indubbia la curiosità di Antoine nei confronti di lei, che osserva da lontano, fotografa di nascosto, coinvolge in una terribile fantasia sadica del tutto degna di un grande e anche un po’ velleitario creatore di noir!

Laurent Cantet ha aggiornato e infine realizzato, con questo film, il progetto che aveva ideato e tenuto in sospeso per circa vent’anni, aiutato nella sceneggiatura dall’amico regista Robin Campillo.
Che dire di questa sua ultima fatica? È un gran bel film, che pone dubbi e problemi di sicuro interesse, non tutti ugualmente sviluppati, cosicché si avverte infine quasi un senso di incompiutezza che è certamente un difetto. Resta, in ogni caso, un’opera di grande qualità, possibilmente da vedere.

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