Gli amori di una bionda

recensione del film:
GLI AMORI DI UNA BIONDA

Titolo originale:
Lásky jedné plavovlávsky

Regia:
Milos Forman

Principali interpreti:
Jana Brejchová, Vlamidir Pucholt, 
Milada Jezkova, Josef Sebanek – 82 min. – Cecoslovacchia 1965.

Questo scritto è il mio piccolo e personale omaggio al grande regista scomparso nello stesso giorno della morte di Vittorio Taviani, il 13 aprile 2018.
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Milos Forman è molto noto a tutti per alcuni film, di produzione americana, fra i quali il magnifico Qualcuno volò sul nido del cuculo, e i cosiddetti “biografici” (il geniale Amadeus e il quasi altrettanto geniale, ma forse meno conosciuto, Man on the Moon). Di produzione anglo-americana è lo splendido Valmont, ispirato al romanzo libertino tardo-settecentesco Les Liaison Dangereuses (1782) di P. Choderlos de Laclos, mentre di produzione spagnola è L’ultimo Inquisitore, che divenne anche l’ultima opera da lui diretta (2006). Non tutti sanno, invece, che questo regista, nato in Cecoslovacchia nel 1932 e rimasto orfano molto presto (aveva perso nei campi di sterminio nazisti entrambi i genitori fra il 1943 e il 1944), era stato un cinefilo precocissimo che, dopo aver studiato alla facoltà di Cinematografia di Praga, si era segnalato sul piano internazionale per le innovazioni introdotte nei suoi due primi film: L’asso di picche (1963) e Gli amori di una bionda (1965). Questi due lungometraggi sono considerati emblematici della Nova Vlna, ovvero della Nuova Ondata dei cineasti praghesi che, come stava avvenenendo in Francia con la Nouvelle Vague, rivendicavano la necessità della ricerca di un nuovo linguaggio per il cinema, che fosse capace di narrare la casualità imprevedibile della vita attraverso l’uso più libero e disinvolto della macchina da presa, negli ambienti desueti della quotidianità delle donne e dei giovani, in famiglia e anche nei luoghi di lavoro, percorsi da scontento e inquietudini non ancora politici (il ’68 si stava appena profilando all’orizzonte), ma in aperto contrasto con l’ottimismo delle magnifiche sorti e progressive del realismo socialista.

Proprio su Gli amori di una bionda intendo soffermarmi, per più di una ragione: la prima è che è un film bellissimo; la seconda è che potrebbe essere conosciuto da qualcuno, essendo uscito nell’edizione restaurata dalla Cineteca di Bologna nel 2017 ed essendo stato presentato, per l’occasione, in qualche sala italiana e in parecchi festival estivi, nella sua versione originale; la terza è che, per chi lo desiderasse, dovrebbe essere relativamente facile vederlo su qualche piattaforma di streaming presente in rete.
Più che una storia, il film racconta gli stati d’animo di alcune ragazze che lavorano in un opificio in cui si fabbricano scarpe, in una località isolata e sperduta della Cecoslovacchia, che si chiama Zruc, circondata dai boschi, con soli due edifici oltre alla fabbrica delle calzature: la stazione ferroviaria e il dormitorio delle ragazze, dove, affastellate nei minuscoli spazi dei letti a castello, le giovani qualche volta litigano, ma più spesso si parlano e si abbandonano alle confidenze, ragionando d’amore, come le amiche di Silvia a Recanati: quella è l’età, quelli sono i sogni per il futuro, insopprimibili come la voglia di andarsene, di fuggire lontano da quel borgo selvaggio. Lo sa bene il direttore della fabbrica, che teme di non raggiungere gli obiettivi del piano quinquennale imposti dall’amministrazione comunista, avendo già sperimentato qualche fuga e qualche abbandono. Avrebbe cercato di risolvere la situazione concordando con le autorità militari, alquanto riluttanti, l’arrivo di un po’ di soldati nella zona: una festa danzante ben organizzata avrebbe favorito, secondo i suoi piani, la nascita degli amori e delle amicizie. C’era qualcosa di patetico e di velleitario in questo tentativo, che infatti era stato quasi fallimentare per la diffusa delusione delle ragazze del gruppo di Andula,la bionda del titolo (Jana Brejchová),, alquanto restia a creare legami con quei soldati, sia per la differenza di età, sia per il loro aspetto fisico un po’ troppo massiccio, sia per la goffaggine del loro comportamento. Andula, poi, è attratta dal bravo pianista della serata (Vladimir Pucholt), uno smilzo ventenne, da subito adocchiato, nella cui stanza, infatti, avrebbe trascorso la sua notte d’amore, fra finte ripulse, abbracci appassionati e promesse che non sarebbero state mantenute, come vedremo nell’ultima parte del film, quando la scena, spostandosi a Praga, ci introduce nella casa dove il bel musicista, impenitente dongiovanni, vive con i genitori (Milada Jezkova e Josef Sebanek), disillusi e logorati dalla ripetitività insensata della loro vita quotidiana.
Alla bionda Andula che lì lo aveva cercato e che, dietro la porta, tutto vede e sente le parole meschine, vili e preoccupate di quel terzetto familiare, versando amarissime lacrime, il regista affida il compito di mostrarci lo squallore di quella realtà, in una serie di bellissime e indimenticabili soggettive. I toni del disincanto e dell’ironia, che connotano una gran parte del film, si fanno più tristi e pietosi: nessun melodramma, ma la rappresentazione dolorosa della universale difficoltà di diventare adulti.
Avviso ai naviganti:
La RAI aveva proposto il film QUI, in un’edizione diversa da quella restaurata (conteneva l’arbitraria doppia aggiunta musicale, all’inizio e alla fine del film, di una canzone cantata da Caterina Caselli che non esiste in originale. Grazioso omaggio molto kitsch della distribuzione di allora?). In ogni caso, ora questo film non è più visibile sul sito indicato, né sono informata delle ragioni.

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