L’insulto

recensione del film:
L’INSULTO

Titolo originale:
L’insulte

Regia:
Ziad Doueiri

Principali interpreti:
Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salameh, Diamand Bou Abboud, Talal Jurdi, Julia Kassar, Rifaat Torbey, Carlos Chahine – 113 min. – Libano 2017.

Accolto con molto successo a Venezia, quest’anno, dove è valso la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’attore Kamel El Basha, questo film è stato accolto molto meno entusiasticamente in Libano, dove, nel tentativo di bloccarne l’uscita, si è pensato bene di arrestare il regista, con l’accusa di tradimento, per aver girato alcune scene del suo precedente film (The Attack) in Israele! Storie di ordinaria intolleranza e censura che non si vorrebbero mai leggere, segnale inquietante di una situazione oscura, ancora lontana dall’essere pacificata.
Oggetto del film è il racconto di un episodio incredibile in cui si era trovato coinvolto, qualche anno fa, il regista Ziad Doueiri e che trova la sua spiegazione nella situazione del Libano, luogo di conflitti fra gli autoctoni cristiani maroniti e i rifugiati musulmani palestinesi.
La vicenda
Si tratta di una vicenda complicata, anche se nasce da un fatto moilto banale: un insulto rivolto da Yasser (Kamel El Basha), operaio palestinese, a Toni (Adel Karam), cristiano maronita, durante una discussione a proposito del tubo dell’acqua che, sporgendo dal balcone di Toni, aveva costretto Yasser a una doccia fuori programma. Erano volate parole grosse: Toni aveva non solo insultato Yasser (che si era offerto di sistemare gratuitamente quel tubo), ma lo aveva gravemente provocato con il suo razzismo sprezzante, cosicché Yasser lo aveva colpito e steso a terra. Ne era nata una vicenda giudiziaria: nonostante il tentativo di conciliazione, portato avanti dalle compagne dei due uomini in lite, il processo in tribunale era diventato inevitabile.
Toni pretendeva almeno le scuse; Yasser non intendeva porgerle. Al di là dell’apparente banalità, si delineava una questione molto seria, perché avveniva in un contesto, quello libanese, in cui  intolleranza e odio etnico nei confronti degli immigrati della Palestina dilagavano: accusati  di ogni colpa, i Palestinesi erano odiati perchè, secondo il partito della destra cristiana, la facevano da padroni in una terra che non era la loro. Bashir Gemayel, il presidente libanese assassinato in un attentato (1982), continuava a infiammare gli animi con i suoi discorsi, che, registrati, venivano trasmessi dalle televisioni in appoggio alle posizioni di quel partito.
Il caso giudiziario
Il racconto, dopo un esordio che ci offre vivaci scorci della vita nei quartieri di Beirut in via di ricostruzione, diventa presto la cronaca di un processo nelle aule del tribunale portato avanti (per conto di Toni), da un un principe del foro, che non aveva mai perso una causa, a cui si opponeva (per conto di Yasser) una giovane e graziosa collega, che scopriremo essere sua figlia. Assistiamo, perciò, a un processo che affronta molti problemi, oltre che quello strettamente giudiziario, poichè presto sarebbe diventato anche un caso politico, uno scontro fra padre e figlia per ragioni ideali, una inusitata forma di scontro generazionale, nonché, infine, una riflessione sulla storia del Libano, sulle colpe e sul perdono fondato sulla conoscenza della storia.
Il film
In poco più di due ore, dunque, il film ci presenta una vicenda non semplice, riuscendo a creare un’atmosfera di curiosità e di attesa negli spettatori, indicativa della buona sceneggiatura che unifica, quasi sempre, un racconto a rischio di eccessiva frammentazione. Nella seconda parte del film, tuttavia, l’introduzione di un tema molto importante, come quello della storia del Libano e della necessità di conoscerla, prima di giudicare, diventa non solo un’occasione per far luce su ciò che era stato, (che richiederebbe un altro film, però!), ma anche un modo per uscire dal processo, da vero vincitore morale, per quell’avvocato, al quale sarebbe stato possibile anche pareggiare i conti con sua figlia, sorprendendo e commuovendo anche lei.
Il film, nel suo complesso, è indiscutibilmente condotto con grande abilità ed è anche molto utile per comprendere uno dei più aggrovigliati nodi politici che, a due passi dal nostro paese, contribuisce a rendere quanto mai precaria la situazione mediorientale già travagliata di per sé. Tutto il racconto nella prima parte del film, inoltre, chiarisce in modo quasi didattico quanto le parole d’odio siano pericolose poiché feriscono profondamente, penetrando nei cuori, suscitando emozioni spropositate e innescando reazioni sproporzionate, oltre che desiderio di vendetta.
Questi pregi del film, tuttavia, costituiscono, a mio avviso, anche i suoi difetti, poiché troppe storie si infilano, come le matrioske, l’una nell’altra e, per quanto ben sviluppate dall’attentissimo regista, non sempre trovano la sintesi narrativa necessaria.
In ogni caso, un film da vedere, candidato all’Oscar come migliore film straniero, insieme a Loveless, The Square e Happy end… Non paragonabile, secondo me, a queste stelle di prima grandezza, ma certo, per la sua correttezza politica, favorito.

 

 

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18 pensieri su “L’insulto

  1. Grazie Laulilla, ancora e sempre, per il tuo occhio sul mondo del cinema che tanto amo e tanto mi manca. Questo film vorrei davvero vederlo al cinema. Spero di riuscirci questa volta. In questi anni sono così tanto impegnato tra il mio lavoro (che amo molto) e le mille attività relative alla gestione di casa, vita, famiglia ecc… che se riesco a vedere un film al mese già mi reputo fortunato. Mi manca la narrazione cinematografica d’autore, mi manca quel nutrimento che mi dona il confronto con le sensibilità e le vite altrui, attraverso il grande schermo. La cosa buona è che quando decido trovo il tempo. E questo film è sicuramente uno di quelli che mi fanno “risuonare”. Quest’estate ho assistito ad uno spettacolo e a una lettura della poetessa libanese (esule in Francia) Maram al-Masri. E’ stato bello. Un tema che amo quello dei conflitti, perché è uno dei miei principali impegni gratuiti quotidiani, nella mia vita di tutti i giorni. Risolverli col dialogo. Grazie e scusa per lo sproloquio…

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    • Nrssuno sproloquio, Paolo, grazie a te. Talvolta è bello anche parlare di noi stessi e del nostro quotidiano, perché non sempre il Web è quello che sparge bufale e disinformazione. Credo che questo film potrebbe piacerti; nel frattempo, prima delle feste e dei festeggiamenti, mando i miei più sinceri auguri a te e alle persone che ti sono care. Buon Natale e Buon 2018!

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  2. Ciao, Laulilla. Io ho molto apprezzato questo film che mi è parso molto ben riuscito e toccante. Ho apprezzato anche l’ aspetto che tu definisci ” didattico” del regista, che ho trovato necessario e che culmina nella frase dello strepitoso ( come interpretazione) avvocato : Nessuno può pensare di avere il monopolio della sofferenza ( forse la citazione non è letterale, ma il senso sì). Un film che apre molti temi e li lascia là dove deve lasciarli : nella mente dello spettatore.
    Io lo premierei come film straniero ( tra gli spettatori di The Square ero tra quelli che uscivano un po’ irritati…) Un caro saluto.

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    • Cara Renza, intanto lasciami dire che apprezzo sempre molto i tuoi commenti, anche se, come in questo caso, sono solo parzialmente d’accordo. Cercherò, pertanto, di precisare ulteriormente il mio punto di vista, che non è, in verità, così importante. Il film è certamente toccante. Io credo che sarebbe stato degnamente concluso poco oltre la metà, quando (attenzione allo spoiler) avviene la restituzione delle botte e insieme arrivano le scuse. Quello che ci viene raccontato dopo è, a mio avviso, un altro film. Il regista li ha legati abilmente, ma il registro narrativo, fino a quel momento adottato, ne risente non poco e mi ha dato l’impressione di una aggiunta “matrioska-style”. So che utile e bello sono stati considerati non disgiungibili fin dai tempi più antichi, ma è pur vero che fin dai tempi più antichi le discussioni sull’argomento sono state numerosissime. Quando dico didattico, non intendo sminuire l’importanza del film; intendo invece dire che è un film che, per ragioni nobilissime, introduce molti temi a scapito di una sintesi narrativa e stilistica che ritengo necessaria. Sono certa (quasi) che sarà premiato nella notte degli Oscar: è fatto per piacere a tutti. Io, come ti sarai accorta, amo i film più cattivi, perché irritano, ma mettono in chiaro le nostre contraddizioni! Sono proprio perfida, eh!

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  3. Grazie, laulilla. Io sono una spettatrice naive e mi manca quell’ attenzione tecnica del critico, che tu hai certamente curato. Ho ricevuto un’ impressione compatta di quel film, quindi diversa dalla tua. Però quel film non è del tutto buonista , in fondo i due si incontrano ma poi tutto tornerà come prima: dai loro sguardi, passata l’ epifania, non traspare alcun cambiamento. Ciao !

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    • Che dire? I due personaggi non sono persone, perciò possiamo fare le nostre congetture, senza dimenticare che parliamo di un film. Nella realtà le cose rimangono certamente come prima, perché la conoscenza dei problemi, al di là dei discorsi dell’avvocato, è condizione necessaria, ma non sufficiente a una vera pacificazione, che in un quadro così complesso non può essere disgiunta dalle scelte politiche dei governi, almeno credo. Si parla proprio in questi giorni del centenario di Caporetto: è di oggi pomeriggio l’intervista radiofonica a uno scrittore (Radio 3-Farhenheit) che ha parlato dei numerosi episodi di solidarietà fra i soldati schierati sui fronti avversi, in occasione del Natale nel 1917: scambio di sigarette, vino, e anche cibo. Quegli stessi soldati avevano successivamente ripreso a spararsi e a odiarsi. Non dipendeva da loro, con tutta evidenza (se è possibile ricuperare quell’intervista in podcast, sarà possibile anche risalire al nome dello scrittore, nonché al titolo del libro: me li sono persi per colpa di una telefonata!). Ciao, carissima!

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  4. Mi è piaciuto molto il filn proprio per il suo aspetto didattico e umano. Si sarebbe potuto concludere dopo il primo processo, quando il giudice ha dato ragione al palestinese (che di fatto aveva ragione) ma il regista, attraverso la caparbia del libanese, ci ha voluto mostrare come l’odio non ha mai fine. Bisogna solo sperare che le nostre ragioni rimangano semore sveglie. Bella anche la sfida padre e figlia, in cui il passato offre delle soluzioni al presente.

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    • Non posso che ribadire le mie perplessità essendo convinta più che mai che valga anche per il cinema ciò che vale per tutte le arti: non il ” che cosa”, ma il “come” del racconto. In altri termini, se formulo un giudizio che non sia fondato solo sulle impressioni, ma meditato attraverso la riflessione, che è propria della critica, devo innanzitutto capire quello che l’artista (il regista in questo caso) ha voluto trasmettere a noi, poi valutare se e in che modo ce lo ha trasmesso. Il messaggio, per quanto condivisibile, è stato trasmesso, secondo me, in modalità “matryoshka” , come ho scritto e ribadito anche nella mia precedente risposta. Non posso farci niente: rimango di quest’avviso, così come rimango convinta che il film sarà premiato in qualche modo nella prossima notte degli Oscar, poiché all’Academy si preoccupano sempre molto che il film sia politicamente corretto e che piaccia a tutti. 🙂

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      • …… continua a piacermi e a trovarlo ben congegnato. Dopotutto il regista voleva giustamente raccontare una pagina della storia libanese che nessuno ricorda o sa e lo ha fatto con il processo. La rabbia del libanese trova così una luce diversa.

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        • Questo però non è un film sulla storia del Libano o sulla rabbia dei suoi abitanti, se non per brevissimi cenni solo nella seconda parte. Nessuno contesta che il film possa piacere o che il regista racconti quello che gli pare come gli pare, anzi, come scrivo proprio all’inizio della mia recensione, il suo arresto al ritorno da Venezia è stato insopportabile. Ribadisco che il Like al film esprime un’opinione personale legittima, ma non un giudizio critico argomentato, tutto qui, come ho scritto in risposta a te e a Renza. Ciao 🙂

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