L’uomo dal braccio d’oro


Schermata 2016-04-28 alle 09.19.42recensione del film:
L’UOMO DAL BRACCIO D’ORO

Titolo originale:
The Man with the Golden Arm

Regia:
Otto Preminger

Principali interpreti:
Frank Sinatra, Kim Novak, Eleanor Parker Darren McGavin, Arnold Stang – 119 min. – USA 1955

 

Un vecchio film, un ottimo cast ben diretto dal grande Otto Preminger e una grande prova d’attore di Frank Sinatra, qui nei panni troppo appiccicosi del tossicodipendente da morfina Frankie Machine che ha già provato, apparentemente con successo, a liberarsi di quegli abiti scomodi, ma che ora è tornato a drogarsi alla grande con conseguenze devastanti.

Frankie Machine ha un braccio d’oro: così aveva sentenziato il musicista, docente di  batteria, che aveva provato a ricuperarlo durante il suo soggiorno in galera, dov’era finito per ragioni che, se pure non del tutto chiarite, certamente avevano a che vedere col  gioco d’azzardo e col consumo di droga. Siamo in un quartiere “a rischio” di un’imprecisata città americana, in cui un’umanità marginale e povera passa le proprie giornate nella noia e nell’avvilimento sempre presenti in chi, non avendo lavoro, cerca di sopravvivere tentando la sorte coi magri guadagni del gioco d’azzardo, nelle bische clandestine retrostanti i locali equivoci dove si aggirano sfruttatori privi di scrupoli, spacciatori avidi di guadagno, ballerine in cerca di compagnia e personaggi strani, come Sparrow, socialmente poco accettati. La storia di Frankie si colloca in questo contesto degradato, nel quale resistere alla droga era difficilissimo, anche perché sarebbe stata necessaria quella forza di carattere che in genere chi si droga non ha, soprattutto se, come era accaduto a lui, le scelte più importanti della sua vita erano state (e continuavano a essere) pesantemente condizionate dai ricatti emotivi di una moglie possessiva e asfissiante (Eleanor Parker), che gli attribuiva la responsabilità delle proprie permanenti disgrazie (la donna si fingeva paralizzata alle gambe in seguito a un incidente stradale avvenuto per colpa di lui), ed esigeva da lui denaro e attenzioni. Dilaniato dai sensi di colpa e incapace di dire di no, egli si era sentito costretto a lasciare Molly (Kim Novak), la donna che amava e che avrebbe voluto sposare.

Il braccio d’oro del grande batterista si stava trasformando ora in un braccio pieno di lividi e buchi, tracce delle assunzioni di droga che lo stavano riportando al vizio antico, al peso soffocante della “scimmia”, talvolta diventando anche il braccio quasi infallibile del giocatore d’azzardo, nella bisca dei falsi amici ai quali, ancora, era stato incapace di dire di no.

La cupa storia del progressivo sfacelo fisico e morale di Frankie ci viene raccontata con impassibile e duro realismo nel corso del film, che viola consapevolmente il codice Hays, ovvero il sistema di norme moralistiche a cui, a partire dagli anni ’30 (1934), i registi avrebbero dovuto sottoporre le riprese dei loro film, in modo da evitare il turbamento delle persone “per bene” a cui erano indirizzati. Nel contempo, però,  questo modo insolito della rappresentazione offre agli spettatori un quadro davvero impressionante anche dei bassifondi delle città americane, del mondo degli emarginati che lo abitavano in attesa che avesse termine in qualche modo la loro solitaria disperazione vissuta nell’assenza di qualsiasi forma di solidarietà, tra imbroglioni e sfruttatori di ogni risma, mai perseguiti dalla polizia che appare tollerante di questo stato di cose e propensa piuttosto a perseguirne le vittime.

Otto Preminger trasse il film dal romanzo omonimo di Nelson Algren, ma fu costretto dal produttore a discostarsene nel finale, sostituendo al suicidio di Frankie l’happy ending, che tuttavia appare in ogni caso molto, molto amaro. Bellissimo accompagnamento musicale composto da Elmer Bernstein.

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