La morte e la fanciulla


Schermata 2016-06-21 alle 21.12.50recensione del film:
LA MORTE E LA FANCIULLA

Titolo originale:
Death and the Maiden

Regia:
Roman Polanski

Principali interpreti:
Krystia Mova, Jonathan Vega, Rodolphe Vega, Gilberto Cortés, Jorge Cruz, Carlos Moreno, Eduardo Valenzuela, Sergio Ortega Alvarado, Karen Strassman. Drammatico, durata 103 min. – USA, Francia, Gran Bretagna 1995.

Premessa

Da una pièce teatrale del drammaturgo cileno  Ariel Dorfman, nasce nel 1995 questo film* di Roman Polanski, che è tra i suoi più angosciosi, sebbene (ed è stato più volte notato) la morte sia presente solo nel suo titolo, che è anche il medesimo del celebre quartetto per archi di Schubert. Con l’inizio del primo tempo della composizione schubertiana, infatti, si apre e si chiude circolarmente il film, che in questo modo suggella la convinzione, cara al regista,  che la conoscenza umana non proceda per accumulazione di esperienza, ma per il riproporsi costante di eventi che possono essere riportati alla memoria da improvvisi bagliori, da inattese illuminazioni, di cui talvolta la musica può diventare il tramite. Il dramma messo in scena dal film, perciò, altro non è che la rappresentazione del processo conoscitivo interno alla mente della protagonista, Pauline Escobar, la quale stava ricostruendo, grazie all’emergere di un ricordo angoscioso, suscitato da quella musica, una vicenda dolorosissima legata al proprio passato di militante politica rivoluzionaria. Le note dell’attacco schubertiano ora evocavano in lei non solo il ricordo doloroso delle torture subite al tempo della dittatura, ma anche quello del conflitto che l’aveva contrapposta duramente al marito Gerardo, nella notte drammatica che costituisce il centro del film.

Quella notte sulla costa dell’Oceano

Se all’inizio del concerto, i due coniugi, visibilmente turbati, si erano stretti la mano, quasi per farsi coraggio reciprocamente, ora cambia ai nostri occhi lo scenario: una violentissima burrasca si sta abbattendo sulla costa dell’Oceano, mentre una breve didascalia ci avverte che la dittatura è finita e che è tornata la democrazia. Il riferimento geografico è generico: il regista non ci dice se siamo in Cile, in Argentina o in qualche altro paese dell’America latina che ha attraversato i momenti bui della dittatura militare.
In una casa non lontana dalla costa, Pauline (Sigourney Weaver) stava attendendo il marito Gerardo  (Stuart Wilson) per la cena e aveva appena appreso dalla radio che a lui, brillante avvocato, il governo democratico avrebbe affidato l’inchiesta sugli abusi, le torture, gli orrori perpetrati durante la dittatura, con l’intento di identificarne e punirne i colpevoli. La burrasca intanto si era fatta violenta: presto era saltata la luce elettrica, la casa era  completamente isolata e al buio, anche se, con movimento circolare, giungeva a intervalli lenti il chiarore del faro, e, infine, in lontananza, quello dei due fanali di una vettura che si stava avvicinando. L’esperienza del proprio passato aveva reso guardinga Pauline: qualche candela e una torcia l’avevano aiutata a trovare la pistola della quale prudentemente si era impossessata. Il marito stava tornando a bordo di quell’auto che non era la sua, però: apprendiamo che uno sconosciuto (Ben Kingley), avendolo visto appiedato per una foratura, sotto la pioggia battente, si era offerto di accompagnarlo a casa. Ora da quell’auto erano scesi entrambi per salutarsi: a Pauline la voce dello sconosciuto (presto si sarebbe presentato come il dottor Roberto Miranda) era sembrata sinistramente nota: era la voce del medico a cui i suoi aguzzini l’avevano affidata dopo le torture subite per il silenzio ostinato a proposito del nascondiglio segreto di Gerardo. Quello stesso medico l’aveva più volte violentata, coprendo con la musica di Schubert a tutto volume le sue urla di dolore.

Memoria, verità e giustizia

Non aveva dubbi Pauline: mai avrebbe potuto dimenticare quella voce, che corrispondeva perfettamente a quella del dottor Miranda (guarda caso, anche lui medico). Mai avrebbe potuto sopportare che il proprio aguzzino, inaspettatamente tornato indietro e adesso fatto entrare da Gerardo addirittura nella loro casa, subisse il regolare processo previsto dalla Commissione d’inchiesta affidata al marito: a nulla sarebbe servito cercare prove contro di lui, che, dopo tanto tempo si sarebbe sicuramente avvalso degli alibi fornitigli da persone complici o compiacenti. La parola di lei, suffragata dalla sofferenza a ricordare ciò che avrebbe volentieri dimenticato, avrebbe dovuto essere sufficiente, almeno a Gerardo, per uccidere l’uomo e farlo sparire per sempre!
Lo svolgimento del film, ancora sotto la spinta del quartetto schubertiano (un nastro per audiocassetta da Pauline ritrovato, guarda caso di nuovo, proprio sull’auto di Miranda) sembra diventare più intrigante e coinvolgente, poiché, sorprendentemente, ci fa assistere al ribaltamento completo dei ruoli della vittima (forse è Roberto Miranda, che sembra non capire che cosa stia succedendo) e del carnefice (si direbbe Pauline, dura ai limiti dell’insensibilità). Lei era infatti riuscita a immobilizzarlo, a imbavagliarlo e a legarlo a una sedia, mentre quell’audiocassetta trasmetteva ad alto volume per coprire eventuali urli o lamenti di lui.
Le proteste di Gerardo non sarebbero tardate: le ragioni del diritto e della legge devono in ogni democrazia prevalere contro quelle barbariche ed elementari della vendetta: irricevibile qualsiasi proposito di uccidere Miranda non immaginabile neppure dopo un’ammissione di colpa, estorta, in ogni caso, sotto la minaccia della pistola.
Nella partita a tre, che si gioca drammaticamente, senza esclusione di colpi, davanti ai nostri occhi, ci è possibile, forse, cogliere il senso più profondo di questo bellissimo film e del suo finale apparentemente sconcertante.
Le pretese di Pauline sono ingiuste, ma non solo e non tanto per le ragioni “politiche” e morali addotte da Gerardo, quanto per ragioni che definirei gnoseologiche: esse, nel momento stesso in cui si dirigono contro un uomo indifeso, che protesta la propria assoluta innocenza, proclamandosi vittima di coincidenze del tutto casuali e bizzarre, testimoniano che la dimensione tutta soggettiva e memoriale della conoscenza impedisce l’accertamento di qualsivoglia verità e non può che generare il conflitto e la crisi, allontanando perciò qualsiasi ipotesi di giustizia. I processi della nostra memoria, infatti, sono tortuosi e affondano nel mondo oscuro delle analogie, delle somiglianze, dei ritorni opachi, talvolta rischiarati da una luminosità che non fa luce, come il faro dello scenario iniziale, che diventa a questo punto un potente riferimento simbolico.

Costruita secondo i più classici dettami della tragedia antica, la parte centrale del film si snoda nella rigorosa osservanza delle tre unità di tempo, di luogo e d’azione, ma il collegamento con la scena iniziale del concerto e con quella finale, esplicativa e catartica, sposta la nostra attenzione sulla circolarità del film che non è però solo il semplice ritorno all’inizio: si era determinato in Pauline, nel corso degli anni, forse grazie all’aiuto di quel marito che ora le stringe la mano per farle coraggio, un probabile incremento di consapevolezza che ora le rendeva possibile ascoltare quella musica, che, aveva giurato a se stessa, mai avrebbe voluto udire ancora.

Chiedo scusa ai lettori se non ho trovato alcun trailer italiano di questo film.

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*sceneggiato dallo stesso Ariel Dorfman, insieme a Rafael Yglesias.

2 pensieri su “La morte e la fanciulla

  1. Grande profonda recensione la tua, articolata in modo notevole.
    Film bellissimo che lascia sempre qualcosa di indefinibile in me che mi turba al massimo.
    La nostra psiche.
    E il potere evocativo fortissimo della musica.
    E tanto altro.

    I miei complimenti più veri, cara
    gb
    Passa una buona domenica.

    Sai che tornerò a rileggere questo tuo lavoro🙂

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