In nome di mia figlia


Schermata 2016-06-12 alle 19.52.34recensione del film:
IN NOME DI MIA FIGLIA

Titolo originale:
Au nom de ma fille

Regia:
Vincent Garenq

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Sebastian Koch, Marie-Josée Croze, Christelle Cornil, Lila-Rose Gilberti,  Emma Besson, Christian Kmiotek, Serge Feuillard, Fred Personne, Thérèse Roussel. – 87 min. – Francia 2016.

Con l’approssimarsi dell’estate, è sempre più difficile trovare nelle sale un film accettabile: Cannes si è visto poco (speriamo nell’autunno); Venezia non è ancora all’orizzonte (idem); arrivano, invece, sui nostri schermi film non eccelsi, nonché talvolta qualche discreto documentario, che, travestito da evento, si ferma nelle sale per due soli giorni ed è visto da un pubblico di nicchia, non troppo numeroso, anche per l’alto costo del biglietto. Mai come in questo periodo si avverte in Italia la mancanza di un’offerta dignitosa di racconti cinematografici, diversi dai documentari e dalle biografie, e anche dai film-cronaca, come questo, che troverebbero spazi più adatti sul piccolo schermo televisivo, almeno secondo me.

Il regista Vincent Garenq ha affrontato un caso giudiziario che per trent’anni è stato al centro della pubblica attenzione in Francia: un uomo, André Bamberski (Daniel Auteuil), ha infatti sacrificato trent’anni della propria vita per dedicarsi alla ricostruzione delle circostanze che avevano provocato la morte della figlia Kalinka e per farne condannare il responsabile. La giovinetta, legata a lui da un profondo affetto, era partita per le vacanze estive alla volta della Germania, dove viveva la madre col suo compagno, il medico Dieter Krombak. Da quella vacanza Kalinka non sarebbe mai tornata: un tragico destino l’aveva stroncata all’improvviso, senza che le cause della sua morte venissero in qualche modo chiarite. L’ambiguo comportamento del dottor Krombak aveva insospettito André, che a poco a poco si era convinto del suo ruolo attivo in tutta la vicenda.
Purtroppo per lui, però, non gli sarebbe stato facile dimostrarne la colpevolezza, sia per l’incredulità della ex moglie, ben decisa a difendere il suo compagno; sia per l’inerzia dei giudici tedeschi, alquanto riluttanti a incriminare senza prove un cittadino stimato; sia per le resistenze della giustizia francese, attenta a evitare che un caso diplomatico mettesse in crisi le relazioni buone fra i rispettivi stati. Nonostante le difficoltà, ma grazie soprattutto a una capillare e non facile informazione dell’opinione pubblica dei due paesi (più avanti verrà coinvolta anche anche quella austriaca e svizzera), André avrebbe vinto la sua causa, ottenendo la condanna di quel medico, di cui venne riconosciuta la pericolosità sociale: era un maniaco sessuale, uno stupratore, oltre che un assassino.

Erano passati trent’anni, però: una vita intera, durante la quale egli aveva perso tutto: gli amici, l’amante e persino l’altro figlio l’avevano abbandonato alla sua “ossessiva ” ricerca della verità, diventata la ragione stessa della sua vita.
Per fortuna degli spettatori, i trent’anni di lotta del poveretto sono stati ridotti a 87 (pesantissimi) minuti sullo schermo: sempre troppi anche per un caso di cronaca doloroso come questo, che non è molto diverso dai numerosi casi simili che trasmissioni televisive (benemerite, per carità) ci presentano settimanalmente sui piccoli schermi di casa nostra. Una buona inchiesta giornalistica non diventa automaticamente un bel film! L’interpretazione di Auteuil, molto partecipata, riesce talvolta a salvarci dagli sbadigli.

 

6 pensieri su “In nome di mia figlia

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