Al di là delle montagne


Schermata 2016-05-06 alle 13.50.35recensione del film:
AL DI LA’ DELLE MONTAGNE

Titolo originale:
Shan He Gu Ren

Regia:
Jia Zhang-Ke

Principali interpreti:
Zhao Tao, Yi Zhang, Jing Dong Liang, Zijian Dong, Sylvia Chang, Han Sanming – 131 min. – Cina, Francia, Giappone 2015.

L’introduzione in Cina del sistema di accumulazione capitalistico, fondato sul libero mercato e sulla concorrenza, ha determinato, insieme alla tumultuosa crescita economica complessiva, molti negativi contraccolpi sul piano umano, sociale, ambientale e paesaggistico, ciò che da sempre costituisce l’oggetto delle narrazioni cinematografiche del regista Jia Zhang-Ke, del quale mi ero già occupata a proposito del bellissimo Il tocco del peccato (premiato per la sceneggiatura a Cannes nel 2013), uno fra i migliori film degli ultimi anni.
Tutti questi temi sono presenti anche in quest’ultima fatica del regista che li analizza, questa volta, in un arco di tempo abbastanza ampio da consentirgli di cogliere meglio le trasformazioni in atto e di azzardare anche qualche previsione del futuro. Le vicende che egli racconta in questo film, infatti, iniziano nel 1999 e si concludono nel 2025, soffermandosi, per tutta la seconda parte della pellicola, sul 2014, anno assai vicino a noi.Al centro del racconto è la vita di Tao e di Zhang Jinsheng, dapprima amico e in seguito marito di lei, interpretati rispettivamente dalla bravissima Zhao Tao (moglie e musa ispiratrice del regista) e da Yi Zhang.
Cresciuti entrambi a Fenyang, i due giovani erano legati da vera amicizia all’umile Liangzi (Jing Dong Liang), inquilino della casa di Zhang, adiacente al distributore di benzina fonte dei suoi buoni guadagni. Lei era una bella ragazza con la vita davanti a sé: amava danzare, cantare Go West e cucinare i ravioli al vapore*, né disdegnava la corte di entrambi i giovanotti che, innamorati di lei, erano passati rapidamente dall’amicizia a una pericolosa rivalità. Quando Tao aveva deciso di sposare Zhang, il mite e devoto Liangzi aveva abbandonato la città per occuparsi in una miniera di carbone. Zhang era un uomo ambizioso, animato da un vitalismo feroce, determinato a fare i soldi a qualsiasi prezzo: non a caso aveva voluto imporre all’unico figlioletto nato da quel matrimonio il nome orripilante ma significativo di Dollar!

Quindici anni dopo, nel 2014, la coppia innamorata di un tempo non esisteva più: il divorzio era arrivato a concludere la loro storia. Tao, rimasta a Fenyang, gestiva ora la stazione di servizio, ricavandone non la ricchezza, ma un buon guadagno che le permetteva di vivere assai dignitosamente; Dollar aveva seguito a Pechino il padre, risposato e diventato ricchissimo e importante, in grado di garantirgli le scuole migliori e l’educazione più adatta.
Anche Liangzi si era sposato ed era diventato padre; lo rivediamo tornare a Fenyang, dopo essere stato costretto a rinunciare al lavoro, nella speranza vana di ricevere nella sua città le cure adatte ad alleviargli le sofferenze di un cancro ai polmoni che lo stava distruggendo: il sistema sanitario cinese, ormai privatizzato, non poteva garantirgli la gratuità di quelle cure, cosicché la moglie aveva chiesto e ottenuto da Tao una considerevole somma per assicurargli almeno la terapia palliativa.
Rivediamo anche Dollar, richiamato dalla madre a Fenyang, per presenziare ai funerali del nonno, il padre di Tao. Il bambino non solo non lo ricordava, ma ricordava poco della stessa madre e della sua lingua; poco, inoltre, sembrava gradire la semplice vita di Fenyang, nulla sapeva di ravioli, di riti funebri locali, di gesti e di abiti adeguati alla dolorosa circostanza, impettito com’era nella sua divisa da college, intento ai suoi giochi virtuali, allo smartphone e ai messaggi: tutto sembrava preannunciare l’aridità affettiva prossima ventura di cui vedremo gli effetti disastrosi nella terza parte del film, nell’anno 2025.
La prima e la seconda parte del film sono entrambe attraversate da una linea narrativa melodrammatica intercalata (con grande equilibrio, grazie alla strettissima collaborazione fra il regista e il responsabile del montaggio, Matthieu Laclau), a documenti d’archivio di proprietà del regista che li aveva realizzati in un arco di tempo assai ampio, con telecamere diverse, a partire dal 2000. Questo spiega sia il progressivo adeguarsi del formato (che passa da 1,33 a 1,85), sia l’atmosfera di “antico” che si respira durante la proiezione di queste due parti, rendendo quasi palpabile la percezione dei cambiamenti velocissimi all’interno della società cinese. **

La terza parte del film, girata nel formato Scope, funzionale a sottolineare l’ampiezza degli orizzonti geografici internazionali dei cinesi nel futuro 2025, si sposta dalla Cina di Fenyang all’Australia, che con i suoi grandiosi paesaggi fa da sfondo alla difficile giovinezza di Dollar e alla triste e rabbiosa decadenza di Zhang. Tra padre e figlio nessun rapporto è ormai possibile: Dollar non conosce più il cinese, ma Zhang ignora del tutto l’inglese di suo figlio, cosicché, dopo essere fuggito dalla Cina perché coinvolto in gravi reati di corruzione, si trova ora del tutto spaesato nella lussuosa abitazione di sua proprietà, dove si circonda di armi che non può usare e che non fanno altro che ricordargli il tempo irricuperabile della sua ascesa economica e politica. Il giovane Dollar si avvicina alla propria insegnante di cinese, la lingua che ora vuole imparare non tanto per riprendere il rapporto con Zhang, quanto per ricuperare il proprio passato e le proprie radici: la casa di Fenyang, di cui possiede le chiavi, diventa l’equivalente di quella terra dei padri di cui è stato privato da bambino e di quella madre, che troppo poco ha conosciuto e alla quale pensa sempre più intensamente. Anche Tao pensa a lui, continuamente, nella solitudine della sua vecchiaia, nel gelo dell’inverno nevoso di Fenyang dove sopravvive in compagnia di un cagnolino, continuando a preparare i ravioli nell’attesa, prima o poi, di condividerli con quel figlio lontano, di cui avverte sempre più chiaramente la presenza, come un telepatico flusso di corrente che non si interrompe e che provoca l’imprevisto e bellissimo finale del film sulle note di Go West.
La terza parte del film è costruita, in modo un po’ artificioso, sulle opposizioni passato-presente, calore-gelo, amore-denaro, tecnologia avanzata-semplicità del comunicare, nonché sull’attrazione edipica di Dollar verso la sua vecchia (e molto materna) insegnante di cinese: l’allegoria un po’ schematica prevale sull’ispirazione lirica del finale e lascia un po’ di delusione. Peccato! In ogni caso è un film bellissimo, magari non un perfetto capolavoro, ma certamente da vedere!

*il piatto della tradizione (che si mangiava convivialmente attingendo con le bacchette dalla stessa grande scodella), simbolo della Cina che, insieme ai valori della solidarietà che l’avevano sorretta nei secoli, ora stava scomparendo.

**si veda a questo proposito, l’interessante intervista a Matthieu Laclau, realizzata a Cannes il 20 maggio 2015, da Vincent Malausa (Cahiers du Cinema n°717 del dicembre 2015, pagg.57-58).

4 pensieri su “Al di là delle montagne

  1. Ciao. Il mio non è un commento, il film è un capolavoro. E mi complimento per le vostre recensioni, che leggo sempre molto volentieri. L’unica nota che mi è sembrata stonata del film e che mi ha fatto sorridere, è la presenza di un cane che nel 2025 dovrebbe aver raggiunto la fenomenale età di 25 anni! Questa anomalia interrompe la splendida atmosfera poetica del finale. (Può essere che Tao abbia preso per compagnia un altro cane della stessa razza? – Ma non avrebbe senso inserirlo nella scena finale.) Forse mi sarebbe utile una spiegazione. Grazie

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    • Ciao, Adriana e molte grazie per i complimenti. Ti dirò che, non essendo possibile una vita così lunga del cagnolino, ho pensato, come altri che ho sentito commentare dietro di me, che la donna ne avesse preso un altro. Personalmente la cosa non mi ha turbata: il senso è nella continuità fedele degli affetti che non si possono spezzare. Tutto il finale si presta a una lettura non realistica, ma lirica e simbolica: il cane, d’altra parte, ha assunto nella cultura, da sempre, questo connotato simbolico! E’ l’emblema stesso della fedeltà (Argo ne è un esempio illustre. Non dimenticare che il regista si è avvalso della collaborazione strettissima di Matthieu Laclau, che è un parigino laureato in lettere alla Sorbonne e perciò conosce la simbologia occidentale. Vedi la mia nota**)!

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