The hateful eight


 

Schermata 2016-02-10 alle 11.53.51recensione del film :
THE HATEFUL EIGHT

Regia:
Quentin Tarantino

Principali interpreti:
Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demiàn Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern, Channing Tatum, James Parks, Dana Gourrier, Zoe Bell, Gene Jones, Keith Jefferson, Lee Horsley, Craig Stark, Belinda Owino, Bruce Del Castillo – 167 min. – USA 2015.

Il film, nella sua versione più diffusa in Italia*, consta di sei capitoli: (L’ultima diligenza per Red RockFiglio d’un caneL’emporio di MinnieDomergue ha un segretoI quattro passeggeri; Uomo nero, inferno bianco)

Era appena terminata la guerra civile americana, ma le sue macerie erano ancora tutte lì e non solo quelle visibili: soprattutto erano ancora lì quelle che ingombrano i cuori degli uomini, dei vincitori e dei vinti, dei nordisti e dei sudisti, accomunati solo dall’odio e perciò determinati a  vendicarsi. Il titolo polisemico del film che ce ne parla è molto efficace: gli otto personaggi si odiano, ma sono anche odiosissimi, perché la loro malvagità è tale da rendere impossibile l’identificazione degli spettatori, cosicché, la strage finale dalla quale nessuno uscirà vivo sembra quasi assumere le caratteristiche catartiche dell’antica tragedia.
La pianura del Wyoming, ai piedi delle Montagne Rocciose, è il paesaggio della prima parte di questo film, reso suggestivo dal candore della neve che tutto ricopre, compreso un oggetto misterioso lungo il percorso delle diligenze, che scopriamo a poco a poco, avvicinandosi la ripresa, essere il busto ligneo ignudo di un dolente uomo crocifisso, quale si può incontrare anche lungo le nostre strade di montagna, schiacciato, oltre che dalla sua sofferenza, anche dal peso della neve e del freddo. Questa icona cristiana e, a mio avviso, altamente metaforica, come il ghiaccio che la nasconde, introduce un elemento drammatico, e prefigura, evocando l’odissea del supplizio, quella di Charles Smithers (Craig Stark), il figlio del vecchio generale sudista, costretto a subire l’atroce vendetta del maggiore Warren (Samuel Jackson), che dopo averlo obbligato a denudarsi nel nevoso e gelido inverno del Nord Ovest americano, lo aveva umiliato, offeso e fatto morire senza pietà (2° capitolo). E dire che all’insegna della solidarietà il film sembrava avviarsi, sia pure di quella solidarietà rude e sospettosa, che si addice ai due personaggi, ora cacciatori di taglie, già militari entrambi, schierati, durante la guerra, con i nordisti: il bianco John Ruth (Kurt Russell) e il maggiore nero Marquis Warren (Samuel L. Jackson). Una terribile tempesta di neve aveva stroncato i cavalli di Warren, che ora chiedeva (ottenendola) accoglienza a John, che su una carrozza ben riparata era diretto a Red Rock. Aveva con sé una donna ammanettata e piena di lividi, l’assassina Daisy Domergue (bravissima Jennifer Jason Leigh) che stava portando al patibolo con l’intento di godersi lo spettacolo dell’impiccagione. Daisy era ricercata viva o morta per una taglia da 10mila dollari: era stata sudista e continuava orgogliosamente a disprezzare i vincitori, Lincoln in testa.
La meta di Red Rock era lontana, perciò a causa dell’intensificarsi della bufera di neve la diligenza si era fermata presso l’Emporio di Minnie, dove sarebbe stato possibile ai due rifocillarsi e passare la notte, senza perdere d’occhio  Daisy. A loro si era unito lungo la strada un altro personaggio, a sua volta rimasto appiedato: lo sceriffo di Red Rock, appena nominato dal governo, Chris Mannix (Walton Goggins) giovane di famiglia sudista.

L’Emporio, una locanda dalla porta sgangherata, era già affollato, ma Minnie non c’era: aveva incaricato di sostituirla, temporaneamente, il messicano Bob, che si stava adoperando per accontentare gli avventori, cioè, oltre ai nuovi arrivati, il cowboy Joe Gage (Michael Madsen), Smithers, il generale sudista (Bruce Dern), nonché il sedicente boia di Red Rock, Oswald Mobrey (Tim Roth).  Si apre ora, nello scenario claustrofobico della vecchia stamberga a cui si era dovuta inchiodare la porta perché non entrassero freddo e vento, uno squarcio narrativo molto movimentato, animato dai racconti, dai ricordi rancorosi, dalle risse, dalle discussioni sulla giustizia e infine dalle conseguenze di un  delitto imprevisto e misterioso sul quale avrebbe indagato Warren, il nero crudele e sadico che aveva appena descritto minutamente come avesse tolto la vita, con inimmaginabile efferatezza, al figlio del generale Smithers. Come un improvvisato Poirot, col consenso dello sceriffo, egli avrebbe analizzato le circostanze, controllato le dichiarazioni e gli alibi di ciascuno, all’oscuro, però, dell’elemento importantissimo e decisivo per imprimere al finale del film la svolta catastrofica. Sarà il regista, con una serie di ricostruzioni a ritroso negli ultimi due capitoli, a chiarire anche a noi come si erano svolti veramente i fatti.

Dopo aver esordito come un Western che si svolge a lungo negli spazi sconfinati del Nord Ovest americano, dunque, questo film procede come un Kammerspiel, cioè come una recitazione nel chiuso di una locanda in cui tutte le tensioni esplodono svelando aspetti insospettabili dei personaggi e, al contempo, ponendo una serie di problemi inquietanti alquanto insoliti per molti spettatori che da Tarantino si aspettano l’ironia e il sarcasmo di sempre (che comunque non mancano). Qui il regista, invece, si interroga sulla giustizia, sui suoi rapporti con la vendetta, sullo spazio dell’odio nelle scelte politiche, sulle colpe di chi ha permesso l’imbarbarirsi delle coscienze e, in fondo, sui rapporti fra politica ed etica, ben metaforizzati dalla lettera di Lincoln a Warren, che rappresenta la necessità di mentire da parte di chi, diversamente, non conterebbe nulla in una società sempre più individualistica e dominata dalla legge del più forte. Come lo stesso Tarantino ha dichiarato, si tratta davvero del suo film più politico, che ci induce a meditare non solo sulla violenza come elemento costitutivo della formazione degli Stati Uniti, ma come elemento costitutivo dell’uomo, destinato a non salvarsi, catastroficamente soccombendo, come i simbolici personaggi del film.  Bellissima l’interpretazione di tutti gli attori e particolarmente stupefacente quella di Jennifer Jason Leigh, che imbruttita e pesta, continuamente maltrattata, fino alla morte, non smette di essere se stessa in un crescendo di dignità quasi commovente (per quanto sia possibile commuoversi per un personaggio così cattivo) che si manifesta con la bellissima canzone del finale del film.
Straordinaria, comunque, tutta la colonna sonora, che spero frutti a Ennio Morricone l’Oscar che davvero meriterebbe.
Un film sorprendente e  interessante e per me anche molto bello, che forse potrebbe preludere a una svolta dei modi stilistici e narrativi del Tarantino che verrà.

*La versione alla quale Tarantino ha dedicato tutte le sue energie rimarrà sconosciuta alla maggior parte degli spettatori italiani, perché sono rimaste poche le sale in grado di proiettarne le immagini girate in Ultra Panavision 70 mm, formato non più usato dal 1966.(Fonte Cahiers du Cinema). Consta di due sole partizioni, un terzo delle quali corrisponde all’incirca alle riprese esterne della presentazione e del primo capitolo; la seconda alle riprese interne all’Emporio di Minnie.

 

4 pensieri su “The hateful eight

  1. Assolutamente d’accordo con la recensione. Non so quanto, come lei suggerisce, Tarantino potrà cambiare: senza ombra di dubbio, però, il suo trash onnidemolitore sta diventando sempre meno fine a sé stesso e sempre più impegnato.🙂

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    • Grazie del commento! Questo impegno, almeno secondo me, è diventato sempre più esplicito e cosciente, almeno a partire da Bastardi senza gloria, in cui la violenza contro il nazista diventa anche risarcimento per la mancata giustizia ed è perciò assai coinvolgente per lo spettatore (questo vale anche per Django unchained), sia pure con tutti gli eccessi splatter a cui Q.T. ci ha abituati.
      Qui i personaggi sono tutti odiosi, magari perché sono stati costretti a diventarlo per le umiliazioni subite (Warren), magari per opportunismo sadico (John Ruth), perciò la violenza della strage finale risarcisce solo gli spettatori che avevano già preso le distanze dalle odiose vicende rappresentate direttamente (le percosse alla donna) o raccontate (Warren). La strage è funzionale alla narrazione e anche al desiderio di vendetta giustizialista, che è certo un modo di fare giustizia che non si può condividere, ma che comunque è risarcitoria a sua volta delle attese degli spettatori. A sdrammatizzare la violenza delle scene splatter, collocandola sulla scia del Tarantino ironico, sono alcuni particolari che potrebbero sfuggire se si cerca solo l’azione (come molti continuano a fare per i film di Tarantino e perciò ora si dicono delusi): mi viene in mente, per esempio, il volto dell’assassina, che è sempre più insanguinato, ma secondo una rete di ghirigori che lo rendono simile a una maschera elegantemente disegnata: l’ironia è dunque espressa attraverso una ricerca formale che in qualche misura limita la violenza stessa inducendo al sorriso perché indica che, ancora una volta il regista, attardandosi sui particolari, non ha preso la strage troppo sul serio. Si tratta certamente di un Tarantino più maturo: d’altra parte, ora, sono passati 21 anni da Pulp Fiction!🙂

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