Carol


 

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recensione del film:
CAROL

Regia:
Todd Haynes

Principali interpreti:
Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, Jake Lacy, Sarah Paulson – 118 min. – Gran Bretagna, USA 2015.

Agli inizi degli anni ’50, gli effetti della guerra fredda si facevano sentire ovunque negli Stati Uniti, dove una pesante cappa di intolleranza sospettosa sembrava soffocare l’America della libertà e dei diritti individuali. La “caccia alle streghe”maccartista avrebbe messo in forse, di lì a poco, i principi stessi della democrazia in quel paese, ma già nei primi anni del decennio tra il 1950 e il 1960 i cittadini che non si adeguavano ai modelli di comportamento ritenuti socialmente accettabili erano considerati ribelli da tenere d’occhio, permeabili alle suggestioni del comunismo, se non addirittura colpevoli di una qualche collusione col nemico.

Usciva in quel clima, nel 1952, il romanzo The Price of Salt, nel quale la scrittrice Patricia Highsmith (già nota ai lettori americani), celandosi prudentemente dietro lo pseudonimo di Claire Morgan, aveva raccontato una storia d’amore fra due donne, dalla quale il regista Todd Haynes ha ricavato questo film, presentandolo all’ultimo festival cinematografico di Cannes e sfiorando la Palma d’oro*.

Ambientandola nel 1951, Haynes racconta, con grande finezza analitica, la complessa vicenda dell’amore fra Carol, ricca e bella donna dell’alta borghesia, e Therese, giovanissima aspirante fotografa, che, per il momento,  in attesa di tempi migliori, si accontentava di vivere in un modesto appartamento newyorkese, sbarcando il lunario con lavoretti occasionali. In prossimità del Natale aveva trovato un lavoro precario da venditrice di giocattoli in un grande magazzino: lì era avvenuto l’incontro casuale con Carol, in cerca di un regalo per la sua bambina. La simpatia fra le due era stata immediata, ma non esclusivamente erotica: Carol  era intenerita dalla freschezza ingenua di Therese, a sua volta incantata dal fascino signorile della bella donna elegante, inarrivabile modello, ai suoi occhi, di raffinatezza e di lusso, indizi di una provenienza sociale preclusa a una giovinetta nelle sue condizioni. Entrambe, in verità, erano molto più infelici di quanto apparisse: Carol aveva sposato un uomo che sembrava amarla tanto da accettarne i tradimenti, alla condizione che non insidiassero l’unità familiare di facciata; Therese si era promessa a un giovane che sognava di relegarla nel ruolo dell’angelo del focolare, ignorandone sogni e aspirazioni professionali. L’amore tra loro, dunque, oltre a rispondere al profondo bisogno reciproco di accettare, riconoscendola, la propria diversità sessuale, contiene anche altri elementi: la tenerezza dolce, quasi materna di Carol, e la fascinazione quasi incredula di Therese, ammessa finalmente nei “piani alti”:  le si aprono le suites più prestigiose degli alberghi, i ristoranti più esclusivi, cioè gli ambienti fino a quel momento irraggiungibili, ma mai esclusi dai propri orizzonti.
La loro storia d’amore è però fortemente minacciata: la richiesta di divorzio, presentata dal marito di Carol per colpa grave e acclarata immoralità, le avrebbe sicuramente tolto la figlioletta adorata, ciò che l’aveva indotta a rompere un legame rischioso per sé, ma doloroso per entrambe, nella convinzione che Therese, giovane e dunque in grado di reagire, avrebbe presto ricuperato, insieme alla propria libertà, la possibilità di orientare diversamente il proprio futuro sentimentale. Siamo alle prime scene del film: tutto ciò che segue procede dal flusso dei ricordi di Therese, che ripercorre a ritroso la propria storia d’amore secondo un procedere emotivo ed evocativo dei momenti lieti e di quelli più dolorosi, nei quali la realtà crudele del pregiudizio sociale e del maschilismo più ottuso aveva avuto la meglio sul diritto alla felicità.

Il racconto è condotto con estrema e raffinata eleganza dall’ottimo regista, che ricostruisce con scrupolo attento, anche nei particolari più minuti, gli ambienti sociali e le atmosfere degli anni ’50, che vengono restituiti anche attraverso la bellissima fotografia leggermente seppiata, come appena ingiallita dal tempo. Allo stesso modo, le scene d’amore, quasi caste, sono rappresentate secondo la sensibilità diffusa all’epoca, assai poco incline ad accettare l’esibizione senza pudori della sessualità. Il film si mantiene dunque all’interno di un tempo soggettivo, scandito dalla memoria e dalle associazioni, sottolineato da una malinconica ed elegiaca tristezza, in cui lacrime e pioggia, memorie e rimpianti si confondono e si alternano non diacronicamente. Questa parte del film ampia e lenta (giustamente) mi ha pienamente convinta. Meno convincente, almeno secondo me, il finale, che inserisce nell’equilibrio narrativo quasi perfetto fino a quel momento un che di dolciastro, che mi è sembrato stonato e del tutto “fuori registro”.  In ogni caso, film da vedere, apprezzabile e alquanto insolito. Ottima e molto intelligente l’interpretazione delle due protagoniste: Kate Blanchett nella parte di Carol e Rooney Mara in quella di Therese, acconciata e truccata alla Audrey Hepburn, la grandissima interprete, insieme a ShirleyMacLaine, di uno dei primi film (1961) che con molta cautela aveva trattato il tema dell’omosessualità femminile: il drammatico Quelle due diretto da William Wyler.

*Il romanzo ora, anche nella traduzione italiana, ha ritrovato il nome vero dell’autrice, nonché ovviamente il giusto titolo: Carol.

14 pensieri su “Carol

  1. “…ci siamo concesse il più grande dei regali”
    E vedrò di concedermi io il piacere di vedere questo film se potrò…
    Tu sempre grande nel far cogliere un film, Laulilla cara, con la tua prosa “semplice” profonda che io amo.
    Grazie.
    Una buona nuova settimana
    Un sorriso vero
    gb

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  2. come sempre accade i film con Cate Blanchett hanno il solo scopo di mostrare Cate Blanchett.
    La trama, il film, il cast sono particolari del tutto accessori.
    Ciò detto Carol è un film piacevolmente d’atmosfera e raffinato.
    Ciao
    PioL

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    • E’ certamente un film raffinato e d’atmosfera, come dici, ma è anche, almeno secondo me, un film che racconta molto bene due donne non facili da raccontare, per la complessità delle loro aspirazioni, che non si esauriscono nella vicenda amorosa, come ho cercato di dire. Certo la Blanchett gigioneggia alla grande! Grazie del commento. 🙂

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  3. E’ certamente un film di atmosfera, bello. Ma c’è qualcosa che non mi convince e non è la fine della storia. Appaiono sbiadite le scelte di vita delle due protagoniste: Carol con la sua aperta dichiarazione dinanzi al marito e agli avvocati che la porta a rinunciare alla figlioletta e Therese, esclusa dal suo mondo, che mi pare scelga un percorso di “rimessa”. Il loro amore è senza dubbio vero ma – nella epoca storica che tu, Lilli, descrivi così bene all’inizio della tua recensione, – procura angoscia e sofferenza. Ma ciò a mio parere è raccontato con poca convinzione e galleggia in superficie.

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    • Questo film, almeno per un certo numero di spettatori che lo hanno recensito sui siti del web (un terzo circa) è sembrato non completamente soddisfacente: è successo a me, a te, a molti altri, anche se non a tutti per le stesse ragioni. Io credo di aver chiarito a me stessa le ragioni di queste perplessità ora che ho letto il romanzo della Highsmith, che mi ha fatto capire le ragioni dello spiazzamento che in qualche misura ci accomuna. Il fatto è che il film presenta una sceneggiatura a tratti assai lacunosa, che il regista ha cercato di riempire soprattutto con l’espressività degli attori, dei quali, per altro, ha affermato di essersi fidato completamente… Penso che, con un po’ di calma, cercherò di recensire anche il romanzo, per altro piuttosto bello e soprattutto molto coerente, tornando sul film e su quelle che mi sono sembrate le più vistose incongruenze! Va da sé che non è in discussione l’autonomia del film rispetto al romanzo, ci mancherebbe! E’ invece in discussione una sceneggiatura che presenta molti vuoti, che gli attori, per quanto bravi, non riescono a colmare, almeno secondo me. Grazie del commento, carissima😉

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  4. Sono d’accordo con te. Non appena potrò leggerò il libro. Mi hai incuriosito e sarò pronta (si fa per dire) a impossessarmi delle tue osservazioni. Besos

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  5. Ho letto con grande interesse la tua recensione, curiosa com’ero di conoscere il tuo punto di vista sul film. Questa volta le nostre opinioni discordano.🙂
    “Carol” mi sembra un film molto convenzionale, nemmeno girato poi così bene (spesso addirittura mi pareva di vedere il set, ed uscivo dall’illusione del rapporto film/spettatore, non saprei spiegare perché). Ho trovato i personaggi monocorde, la vicenda poco emozionante, e diversi dialoghi davvero imbarazzanti. Un film hollywoodiano come tanti, con la particolarità di avere una storia d’amore omosessuale.
    Al contrario, penso che il libro mostri il talento e la raffinatezza letterari della Highsmith. Ma non vorrei ridurre il mio commento ad un banale confronto tra libro e film, perché la debolezza del film, secondo me, non nasce dall’aver ridotto il libro in maniera un po’ pedestre, bensì dall’aver voluto confezionare un film in cui, sotto l’apparente – apparente – sensibilità e autorialità, si celi un tipico prodotto dell’industria cinematografica mainstream, con tutte le implicazioni che soggiaciono a tale discorso.
    “The Children’s hour”, da te giustamente richiamato, è opera di tutt’altro spessore (nonostante Wyler non mi abbia mai fatto impazzire).🙂

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    • Grazie del commento, che mi dà l’occasione per precisare che ritengo molto importanti le differenze di giudizio: stimolano alla riflessione e obbligano a puntualizzare! I tuoi rilievi, per altro, non si discostano molto, come potrai vedere tu stessa, da quelli di Maria Ghisaura, che sono state oggetto del mio precedente commento a cui ti rimando. Non conoscevo il magnifico romanzo della Highschmit, che però ora ho letto e che mi ha chiarito molte ragioni delle mie perplessità circa il finale del film, così come rivelatrici mi sono parse alcune dichiarazioni del regista (rilasciate non solo ai siti Web), che ha basato soprattutto sul romanzo la sceneggiatura (di qui il carattere un po’ pedestre, come dici tu, della sua trasposizione) e che molto ha confidato sull’espressività degli attori. Credo che sia soprattutto questa la debolezza intrinseca del film, bello certamente, elegante e raffinato, ma probabilmente alquanto superficiale e freddo nella narrazione della profonda debolezza e fragilità di Carol, così ben delineata dalla scrittrice che perciò ci fa meglio cogliere la sofferenza di quella scelta finale. Grazie davvero!

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  6. Grazie a te, Laulilla, per la possibilità di un piacevole ed interessante confronto. Avevo già letto con attenzione anche i commenti al tuo post, incluso quello di Maria Ghisaura, la quale, partendo dalla sola visione del film priva dell’influenza del libro (che è un signor libro, ribadiamolo), ha permesso di rilevare con maggior obiettività la perplessità dello spettatore dinanzi al film.
    Personalmente ribadisco che per me il problema non è solo la sceneggiatura del film (cinematograficamente debole, sebbene sia Haynes che la Blanchett abbiano espresso stima per il lavoro di Phyllis Nagy), e non è il rapporto tra soggetto originale e sceneggiatura. Ho trovato “Carol” un film di scarso respiro cinematografico, e soprattutto poco sincero, mi è sembrato un prodotto commerciale più che una creazione artistica; diciamo, con le parole di Holden di cui abuso spesso, che a fine film non avevo alcuna voglia di telefonare ad Haynes.🙂
    Magari, all’uscita dell’home video, gli darò una seconda chance. Grazie dell’attenzione, Laulilla.

    P.S. La “c” mancante in “soggiacciono” nel commento precedente mi è sfuggita dalla tastiera mentre rincorrevo il pensiero da esprimere.😉

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    • Non ti preoccupare degli svarioni ortografici che possono sfuggire: c’è di peggio sulle pagine dei blog!🙂
      Il problema della sceneggiatura esiste , però, perché se il regista non ci lavora a fondo e si adagia confidando solo negli attori (per quanto rispettabili) è evidente che il suo lavoro ne risentirà e lascerà negli spettatori perplessità di vario tipo. Che il film sia un prodotto solo commerciale, però, non mi sembra del tutto vero, ma qui entrano in gioco i nostri personali gusti, opinabili per natura. Se ti può consolare, neppure io avevo voglia di telefonare al regista, perché il finale non mi aveva convinta (e non è cosa da poco se il finale non convince!) Grazie, Asaka!🙂
      Vorrei aggiungere che la scelta del racconto “a ritroso” presentando Therese come la parte debole, sottomessa (e lacrimosa) della vicenda ingenera quasi necessariamente lo spiazzamento del finale: non è un caso che a me sia sembrato dolciastro, ma ad altri (alcuni amici e conoscenti) sia sembrato un finale aperto anche ad altre soluzioni: una specie di compiacimento di Carol per il ritorno quasi a testa bassa di Therese. Vedi che cosa significa fidarsi dell’espressività degli attori? Se non è un buco di sceneggiatura questo! Insomma i personaggi avrebbero dovuto essere ben diversamente impostati per rendere credibile il finale, non per renderlo fedele al romanzo, per carità!

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